Profili, impressioni e ricordi
Part 5
La sua seconda patria, la Francia, lo attirava irresistibilmente. Egli aveva scritto dei versi mirifici per Vittor Hugo; il grande poeta aveva risposto, e questa risposta non lasciò più tregua al giovane entusiasta:
Grisant mon jeune coeur d’illusions candides Seul, et toujours à pied, je m’en vins vers Paris.
Come un colpo di fulmine la notizia che Étienne era partito per Parigi piombò a Friburgo nella modesta casa del maestro di cappella che non sapeva più su quale orientazione dirigere oramai l’avvenire di suo figlio. Étienne intanto scriveva a un parente: «Perdonatemi di essere partito senza salutarvi; non ho salutato nemmeno mio padre. La vita della nostra piccola città mi è diventata insopportabile. Ho nel cuore una attività orribile che mi divora e che mancando di sfogo rende i miei giorni tristi e le mie notti senza riposo.»
Che cosa intendeva Étienne Eggis per attività? È lecito domandarlo. La sua attività, non v’ha dubbio, era tutta nella fantasia. Dichiarandosi incapace di attendere alle umili cose della vita, sciupava l’ingegno a correr dietro alle chimere. Madamigella di Sénancour, una buona cugina che gli dava spesso de’ saggi consigli lo ammonisce: «Tu non hai voluto ascoltarmi, povero Étienne. Senza alcuna idea di come vanno le cose in questa baraonda di Parigi non hai consultato altro che la tua passione e contro la volontà di tutti coloro che si interessano a te sei venuto a sommergerti nel vortice. Ahimè! tu non sarai la prima farfalla che si brucia le ali a questa fiamma più divoratrice che vivificante! Balzac con tutto il suo ingegno ha scritto trenta volumi prima di essere conosciuto.» Parole d’oro.
Tuttavia Étienne Eggis pubblicò proprio allora il suo primo lavoro in versi: _En causant avec la lune_, il quale ebbe un mediocre successo, dovuto per la sua parte migliore a un articolo di Jules Janin a cui non era dispiaciuta l’originalità fresca ed energica del bardo gallo-tedesco.
Arsène Houssaye fu pure fra i protettori del giovane friburghese. Lo scrittore alla moda abitava allora un castello di gran lusso ai Campi Elisi ed aveva un padiglione dove accolse l’Eggis offrendogli tutto quanto può dare 1 ospitalità amica, compreso la mensa, i sigari ed il piano di cui Eggis non poteva fare a meno, e sul quale, tra un articolo è l’altro per i giornali parigini, improvvisava con tanta genialità che i vicini ne erano rapiti. Questa bella vita durò tre mesi, poi Eggis non si vide più. Aspetta e aspetta, Arsène Houssaye, inquieto, fa abbattere la porla del padiglione e lo trova completamente vuoto; nè Eggis, nè piano, nè mobili. Tutto era sparito!
Qualche giorno dopo arriva una lettera di scusa abbastanza singolare firmata «il vostro affezionato ladro Étienne Eggis.» Houssaye prese l’avventura da uomo di spirito; rise, perdonò e restarono amici. Ma l’augello non tornò più in gabbia.
La vita randagia ricomincia e con essa i tentativi, le ripulse agli uffici dei giornali, le lunghe attese dagli editori. Lo si vede in Italia e in Germania; pubblica un secondo volume di versi: _Voyages aux pays du coeur_ e quattro altri ne annuncia. Maxime du Camp lo raccomanda agli amici, Emile Girardin gli predice che riuscirà, Théophile Gautier gli fa l’onore di appropriarsi un vocabolo inventato da lui, l’aggettivo _ensoleillé_, che prima dell’Eggis non esisteva nella lingua francese. Il vecchio Béranger lo saluta «Buona sera, poeta Eggis!» ma la gloria non viene. Privo di una regolare occupazione egli è obbligato a ricorrere continuamente all’aiuto della famiglia che alla fine è stanca. La buona cugina di Sénancour si lagna della eccessiva instabilità del giovane: «Egli ha abbandonato le persone colle quali lo avevo messo in rapporto.» E così sempre, dovunque, sferzato alle spalle dal suo istinto vagabondo, dalla mancanza d’ordine e di metodo.
I disinganni si accumulavano; ad ogni tratto, stanco, ferito, riposava a Friburgo dove, ad onta di tutto era ancora amato. Ma bisognava vivere. Gli si cercarono impieghi diversi, nessuno riuscì. Tornò in Italia, tornò in Germania. Scrisse romanzi, articoli, poemi, satire, bizzarrie. Insegnò musica, ne compose, ne eseguì egli stesso giorno per giorno, all’avventura, come nei primi tempi della giovinezza quando percorreva le strade della vecchia Alemagna coi due volumi del _Faust_ sotto il braccio e una canzone sempre pronta sulle corde della sua chitarra. Ma i baldi sogni già svanivano lontano, impallidiva l’illusione, l’entusiasmo si spegneva a poco a poco. A trentadue anni vagheggia il suicidio.
Parmi interessante l’osservazione che nella molteplice opera di Étienne Eggis l’amore e la donna tengono pochissimo posto. Non una di quelle passioni che sembrano prediligere i poeti attraversa la sua vita. Se qualche fanciulla gli sorrise lungo gli interminabili sentieri del suo vagabondaggio egli non si fermò a raccogliere quel sorriso. Una delle sue poesie incomincia:
Je n’aimerai jamais, je n’ai jamais aimé
e quantunque dopo si ravveda e quasi terrorizzato dalla sinistra profezia soggiunga:
Je n’ai que vingt-un ans, je veux croire à l’amor
resta nel lettore l’impressione che l’Amore al pari della Gloria gli apparve solo nel miraggio della fantasia. Ben più sanguinanti di vera ferita sono questi altri due versi:
Comme deux fiancés que l’amour vient d’unir La souffrance et mon coeur ont marché dans la vie.
La sofferenza! Ecco la fida compagna di Étienne Eggis. Di tutto egli doveva soffrire, e più che tutto del suo carattere in disaccordo colle realtà dell’esistenza che faceva di lui uno spostato, un ribelle. Nei versi _Aspirations insensées_, egli interroga tutto il creato, dalle cupe immensità dell’oceano agli abissi inesplorati dove guizza appena il bagliore tortuoso del fulmine e dice che vorrebbe arrivare a stringere tutti gli esseri che piangono e
Tout ce que sous les cieux En soi porte une ulcère, Qui’ incessamment lacère Quelque deuil anxieux; Tout coeur qui se retire Pour pleurer en secret Et dont nul ne connaît L’invisible martyre.
Credendo di cantare i dolori dell’universo è il grido del suo proprio dolore che egli lancia al vento ed alle selve. Sostando per un momento nella sua corsa errabonda ritorna col pensiero ai giorni dell’infanzia, alla vecchia cattedrale di S. Nicola; dove egli era così dolce raccogliersi nell’ombra di un altare quando l’organo suonava le divine melodie di Beethoven, e restarci anche quando l’ultima eco dei suoni aveva cessato di ripercuotersi sotto le ampie arcate, restarvi colla fronte china nelle mani bagnate di lagrime...
Non è mia intenzione di fare qui una disanima delle opere poetiche di Étienne Eggis. Altri vi ha già pensato e da lungo tempo. L’eminente scrittore svizzero Philippe Godet, fin dal mille ottocento sessantasei, raccolse in un volume le migliori poesie delle due raccolte: _En causant avec la lune_ e _Voyages aux pays du coeur_ pubblicandolo a proprie spese (con magnanimo altruismo di confratello) presso il libraio Berthoud a Neuchâtel. L’opera è preceduta da uno studio biografico-letterario fatto con acume e premiato al Concorso di Storia letteraria dall’Istituto nazionale ginevrino. Chi vuole conoscere direttamente i versi del disgraziato bardo cerchi questo volume che porta il titolo: _Poésies d’Étienne Eggis_.
Io mi accontenterò di chiudere il breve cenno colle ultime notizie sulla sua fine. Verso il 1865 alcuni svizzeri che studiavano a Berlino vi incontrarono l’Eggis e così lo descrivono:
«Un giovine molto alto, pallido, magro, con lunghi capelli, l’occhio sognatore... Si capiva subito che era _qualcuno_, benchè vivesse nella più profonda miseria, suonando nelle birrerie sotterranee della grande città. Improvvisava per ore ed ore dicendo che quando era seduto davanti al piano dimenticava di aver fame. Buon ragazzo del resto, dolce, quasi timido, generoso. Se per caso aveva del denaro lo divideva subito con altri più poveri di lui. Tutti lo amavano e lo compiangevano».
Egli era in quel tempo già attaccato dalla tisi che aveva consunta la sua povera madre a ventisei anni, la madre che gli era sempre presente, la quale cantò in dolcissimi versi più volte, sopratutto nel _Souvenir d’enfance_:
C’était une nuit froide et sombre....
Ma non posso citare tutto il volume. Basta. Venne il giorno in cui Étienne Eggis non potè più abbandonare la squallida stanzetta che gli serviva di alloggio — squallida e triste colla finestra che dava sopra un cortile tetro privo d’aria e di luce — a lui, povero Eggis, a lui che sospirava i ghiacciai e le foreste della patria, la canzone dei pastori sui monti, il bel cielo azzurro così vicino a Dio!... Morì nella notte dal 12 al 13 febbraio 1867. Chi lo assistè negli ultimi momenti lo udì ripetere:
«Vi è qualcuno che sia più da compiangere di me?»
UNA GRAN DAMA
al tempo della Rivoluzione Francese.
Mi accade sovente quando vado a Roma di entrare nella Chiesa di S. Luigi dei Francesi per deporre un fiore di memoria sulla tomba di Paolina di Beaumont. S. Luigi dei Francesi non attira l’attenzione dei forestieri per ricchezza di marmi o di opere d’arte; la chiesa è quasi sempre deserta e la piccola piazza che la fronteggia con quell’unico negozio di coroncine e di oggetti sacri le conserva intorno un silenzio di religiosa intimità dove mi piace immaginare abbiano a trovar pace le ossa di colei che fu tanto tormentata in vita.
Scrivendo queste parole ho sotto gli occhi una vignetta che rappresenta la contessa di Beaumont accosciata su un breve divano, tra i rigonfi dell’abito dai riflessi violacei, col braccio cadente in una posa di supremo abbandono, lo sguardo fisso quasi magnetizzato in una visione di terrore scorta da lei sola.
Appare forse qui più avvenente di quello che fosse in realtà, ma tutta la sua grazia e la sua dolcezza e l’intima eleganza devono esservi fedelmente riprodotte. Guardandola mi corrono sulle labbra i versi di Ippolito Pindemonte alla Malinconia:
Come mi piace quel di vïola tuo manto e quello sparso tuo crin! più dell’attorta chioma e del manto, che roseo porta la Dea d’Amor e del vivace suo sguardo, oh quanto il tuo mi piace, contemplator.
Così, pallida e fine, velata di inestinguibile tristezza, toccando appena la terra col suo piede leggero, passò in mezzo agli uomini la figlia del conte di Montmorin in uno dei periodi più agitati della storia, quando la grande rivoluzione sconvolse la Francia nelle sue più profonde radici irrorandola di sangue. Tutto le fu avverso nella breve esistenza e fin l’unico tardivo amore venuto da così alto cielo non le diede che frutti di cenere.
Suo padre, il conte di Montmorin, che era stato ministro degli esteri sotto Luigi XVI apparteneva alla più antica nobiltà dell’Alvernia; uomo integro, di alta onestà, gran signore nei modi e nei sentimenti: ma, secondo ramo dei marchesi di Montmorin, il conte non disponeva di molte ricchezze; le accrebbe sposando sua cugina più ricca di lui, dalla quale ebbe due maschi e due bambine, ultima delle quali Paolina. Soccorreva alle grandiose spese della famiglia anche la carica del Ministro cogli annessi vantaggi e tuttavia lo sperpero superava le entrate. La sola tavola largamente ospitale, come era costume del tempo, costava moltissimo; nella stalla si nutrivano 24 cavalli e 11 palafrenieri.
Paolina crebbe in questo lusso principesco. A otto anni entrò nel Convento di Fontevrault dove una zia paterna era badessa e dai tredici ai sedici passò a compire la sua educazione di gran dama in un altro convento riserbato alle grandi famiglie francesi, nel quale le nobili fanciulle avevano ciascuna una governante e una cameriera addette alla propria persona. Uscita di là, sempre secondo le abitudini del secolo, le si annunciò che era fidanzata al conte di Beaumont, un ragazzaccio ignorante e di gusti volgari che sposò senza quasi conoscere e dal quale fece divorzio più tardi ritornando intanto a vivere nella casa paterna. Per il suo corredo si erano spese venticinque mila lire (moneta corrente) e le furono assegnate, come a sua sorella, diciotto mila lire annue di appannaggio.
Uscita dalle peripezie di questo infelicissimo matrimonio dovette credere di aver fatto un cattivo sogno e di cominciare appena allora a vivere. Presso il padre, che ella adorava e di cui si fece in breve la confidente e la collaboratrice, Paolina raggiunse quella età fiorita della donna durante la quale ogni respiro è profumo, ogni attitudine seduzione inconscia. Non molto bella di volto avea però due occhi profondi, straordinariamente soavi, che ne illuminavano l’interessante pallore, e un dolce sorriso e una personcina snella, sottile, quasi fragile, quasi aerea, di una eleganza di Ninfa o di Ondina.
Intelligenza pronta e vivace, avida di imparare, avendo il dono prezioso dell’entusiasmo e dell’ammirazione, trovò subito nella società eletta che frequentava il salotto di sua madre di che soddisfare i suoi gusti e prendere interesse cogli amici di suo padre alle questioni politiche estere ed interne che già incominciavano a preoccupare la Francia sullo scorcio del secolo XVIII.
Fu quello il periodo più brillante della sua vita, il suo breve Zènit che le permise di stringere amicizie onorevoli e durature. Nominata dama di Corte e vivendo nel gran mondo di un tempo che non aveva soverchi scrupoli di morale, la maldicenza non la intaccò che assai leggermente e senza poter addurre prove.
Trovandosi così, nè fanciulla nè sposa, ella trascorreva la sua esistenza di crisalide nel tepore degli affetti domestici, attendendo alle pratiche per il suo divorzio.
Maturavano intanto i germi della rivolta nelle classi popolari. I nobili erano malvisti, specialmente quelli che stavano accanto al trono. La posizione del conte di Montmorin, notoriamente amico del Re, era delle più difficili. Egli vedeva il pericolo, ma devoto alla sua fede dinastica non tremò e non cedette nemmeno quando, avvicinandosi la bufera gli amici lo consigliavano di mettersi al sicuro. «Convengo — egli diceva — della verità delle vostre osservazioni, ma nessun pericolo personale mi impedirà di fare tutto ciò che credo utile a Sua Maestà.» Questo attaccamento leale e fermo il ministro degli esteri doveva pagarlo colla strage di tutta la sua famiglia e col proprio martirio.
Gli avvenimenti incalzavano rapidi e truci. Quando si seppe della fuga di Luigi XVI a Varennes, il popolo, giudicando complice Montmorin, ne assalì il palazzo domandando la sua testa. Le teste rotolavano allora sulle piazze di Parigi come palle da bigliardo e le teste si chiamavano Andrea Chénier in attesa di essere l’ultima dei Re Capeto.
Che fosse in quei giorni la vita della contessa di Beaumont è facile immaginare. Datano da allora i principii della malattia di languore che non doveva più abbandonarla. Il pianto, l’insonnia, l’inquietudine, lo spavento di tutte le ore, di tutti i momenti passati a fianco di quel padre a cui la legava il più tenero affetto, minavano il lei l’essenza stessa della vita.
Nel tetro inverno del 1792 quasi all’appello di una Nemesi implacata cade la prima vittima della famiglia. Il minore dei figli, Augusto, partito per l’Isola di Francia in qualità di Insegna di Vascello muore in un naufragio. Paolina, di cui era il beniamino, ne è inconsolabile. Non prevedeva l’avvenire!
Le condizioni del monarca intanto erano peggiorate e con esse quelle del suo ministro, Luigi XVI debole, pusillanime, sempre indeciso trascinava nella sua disgrazia la disgrazia dei suoi fedeli. Non vi era più sicurezza per nessuno; le signore della famiglia Montmorin furono insistentemente pregate di abbandonare Parigi che non era più posto per donne. Lo stesso conte aveva dovuto allontanarsi dalla sua abitazione e viveva nascosto in Parigi, ma ricercato attivamente fu scoperto per un’imprudenza della sua albergatrice, arrestato e sottoposto a uno di quegli interrogatori _pro forma_ di cui si hanno larghi esempi nei processi del tribunale rivoluzionario. Il ministro, l’amico del Re, doveva aver torto e lo ebbe. Ciò che avvenne immediatamente dopo la sentenza la mia penna si rifiuta a scrivere. Se il lettore vuole averne un’idea ricordi l’obbrobrioso supplizio della principessa di Lamballe.
Non un particolare della infame tragedia potè restare ignoto alle signore di Montmorin.
Rifugiate le misere insieme al figlio superstite in un maniero di Borgogna presso la contessa di Serilly loro cugina vi poterono rimanere nascoste un po’ di tempo e piangervi in silenzio tutte le loro lagrime. Alcuni amici ci venivano di notte a portar loro notizie di Parigi sempre allagata di sangue; era una tristissima vita, ma dall’essere tutti riuniti nello stesso dolore ne veniva a ciascuno una tregua se non un conforto, ma fu breve riposo. La infedeltà di un servo denunciò i fuorusciti al tribunale rivoluzionario e il giorno appresso venivano arrestati.
La contessa di Montmorin, che in seguito allo strazio del marito non faceva altro che invocare la morte liberatrice, appariva calma; sua figlia maggiore, la contessa della Luzerne, pazza di terrore era corsa a rinchiudersi nella propria camera dalla quale fu estratta a forza. Anche Paolina si presentò, ma i manigoldi colpiti dalla sua magrezza, dal suo languore, dalla sua trasparenza d’ombra non volevano incaricarsene. Ella salì egualmente sulla carrozza che doveva trasportarli tutti; quando però furono in aperta campagna (compassione o crudeltà raffinata?) la fecero discendere suo malgrado. Si pensi lo strazio della poveretta abbandonata sola sul margine di una strada, vedendo allontanarsi la carrozza che trasportava i suoi cari verso la morte. Simili ore equivalgono ad anni nella misura del dolore che una creatura umana può sopportare. Quanto tempo errò ella e come e dove non sappiamo, finchè potè trovare rifugio nella capanna di un povero vignaiuolo.
A Parigi intanto sua sorella assalita da febbre violentissima fu trasportata nell’ospedale delle prigioni dove moriva quasi subito; il domani la contessa di Montmorin e il figlio Calisto eroicamente forti dinanzi alla morte salivano i gradini della ghigliottina.
E venne un altro inverno, rigido, crudissimo e nella capanna del buon vignaiuolo la Niobe desolata dei Montmorin, affranta, disfatta, colla visione terrorizzante del passato e quella paurosa dell’avvenire, si trascinava a stento dal letto al focolare. Un suggello che era stato eseguito per lei negli anni migliori recava incisa una quercia col motto: — _Un souffle m’agite et rien ne m’ebranle_ — Sembrava veramente un miracolo che fosse ancora al mondo. Ad alleviare la sua solitudine due vecchi domestici, marito e moglie che si trovavano da trentacinque anni al servizio della sua famiglia vennero a raggiungerla e a dividere con lei la mala sorte.
Confiscati tutti i suoi beni, parenti ed amici o dispersi o perduti, ricoverata dalla pietà di un contadino, vivendo stentatamente colla vendita di pochi gioielli che erano rimasti, ben di lei si può dire coi versi dell’Aleardi:
«Oh mia povera bella e tu nascevi «tra i felici del mondo; oh va, ti fida «nelle promesse d’una culla d’oro!»
Mentre tutto sembrava perduto e nessuna speranza più sorrideva all’infelice, la sorte le preparava la sola fortuna forse che doveva sorridere alla sua vita.
Non molto lungi da quella capanna di Borgogna dove aveva trovato asilo la contessa di Beaumont-Montmorin viveva allora la maggior parte dell’anno uno degli uomini più intelligenti, più alti, più puri che avesse allora la Francia. Uscito da quella famiglia Joubert che doveva dare a Napoleone uno dei suoi migliori generali, quegli che Dio misericordioso pose sul cammino di Paolina si era foggiato, lungi dalla società, una sua vita tutta di pensiero e di nobili azioni. Il suo carattere era di una tale elevatezza morale, il commercio delle sue idee così vivace e pronto, il suo cuore così appassionato che non poteva più stare senza di lui chi una volta lo aveva conosciuto.
La pietosa odissea della figlia di Montmorin era giunta all’orecchio di Joubert. Egli ne fu profondamente impressionato. Andò a trovarla e quel giorno fu per entrambi il principio di una nobile e bella e vera amicizia. È stato ripetuto tante volte non essere possibile amicizia vera fra due persone di sesso diverso che a me, strenua sostenitrice di idealità, non par vero di poter presentare questo esempio interessante.
Joubert era allora ammogliato da pochi mesi e data la serietà dei suoi principi morali non è nemmeno da supporre che non amasse sua moglie, ma appunto perchè amicizia ed amore hanno principi e finalità diverse, l’uno può esplicarsi senza bisogno dell’altro. Certo nelle anime ardenti anche l’amicizia, quando nasce da una profonda simpatia spirituale, veste carattere di passione e questo fu precisamente il caso di Joubert.
Anche il suo matrimonio in fondo era stato una buona azione, decidendosi egli a trent’otto anni e con una salute precaria a sposare un’orfana inconsolabile per poterle essere sempre vicino a consolarla. Un movimento di pietà fu pure quello che lo spinse verso madama di Beaumont e se la simpatia seguì rapida e vivace non dovette uscir mai dall’orbita spirituale nella quale si svolse tutta la sua vita.
Fitta, più fitta che mai in quell’inverno del 1794 cadeva la neve sulla capanna del vignaiuolo e Joubert con passo alacre saliva il piccolo sentiero che molti anni dopo doveva guardare ancora con occhio commosso. Sono di Joubert i seguenti pensieri sull’amicizia:
«Chi non vede i suoi amici dal lato più bello li ama poco».
«Quelli che amano sempre non hanno tempo di lamentarsi e di essere infelici».
«L’amicizia è una pianta che deve saper resistere ai periodi di siccità».
«Vi sono persone che la morale non l’hanno altro che in pezza; non riescono mai a farsene un abito».
«Se il mio amico è guercio io lo guardo di profilo».
Leggendo questi pensieri si comprende quale raro e prezioso amico egli fosse e se in ognuno di esso è manifesta l’elevatezza del carattere, in quest’ultimo c’è tutta la sua originalità e la sua bonomia.
Ma la contessa di Beaumont, che aveva così begli occhi, non era necessario guardarla di profilo. Si intesero e si unirono subito con tutti i legami di due intelligenze affini, l’una riboccante di pensieri e di meditazioni cresciute in solitudine; assetata l’altra di verità consolatrici. Joubert aveva trovato il suo vaso d’elezione, l’eco simpatica che si compenetrava delle armonie della sua anima e gliele rimandava in suoni celesti. Per la contessa di Beaumont il solitario di Villeneuve sur Jonne dovette essere come la voce che trasse Lazzaro dal sepolcro. A contatto di un’anima così alta, ricevendo a fiotti ininterrotti sul suo cuore assiderato il calore di un affetto delicato e profondo, ella rinasceva a poco a poco, riaffacciandosi alla vita. La lettura che era stata fino allora la sola ricreazione del suo spirito ricevette dalla scelta di Joubert una direzione più estesa e più sicura; essa le fu di grande risorsa nei brevi giorni e nelle lunghe sere d’inverno sotto la capanna del vignaiuolo.