Profili, impressioni e ricordi

Part 6

Chapter 63,759 wordsPublic domain

Un desiderio tuttavia la pungeva vivamente; non lasciò nemmeno passare la stagione dei geli che volle recarsi a Parigi per avere notizie dei parenti dispersi e vedere se fosse possibile di rientrare nel possesso de’ suoi beni e Joubert, sempre previdente, la raccomandò a un suo fratello che stava a Parigi. Ma quale impressione dovette farle la città, trasformata dal ferro e dal fuoco della rivoluzione! Le vie avevano cambiato nome, i più bei palazzi ridotti a ristoranti e a locande, nelle chiese profanate il berretto rosso piantato sopra un alabarda sostituiva la croce; nelle vetrine dei rivenduglioli si vedevano ornamenti sacri, tovaglie d’altare, statue, vecchi messali. Con quale emozione Paolina si accostò al palazzo Montmorin saccheggiato completamente! Del giardino rimaneva appena un cipresso che lei stessa aveva piantato da fanciulla. Nelle poche settimane che si fermò a Parigi ebbe la consolazione di ritrovare sua cugina di Serilly scampata alla ghigliottina per la presenza di spirito della contessa Montmorin la quale nel giorno stesso dell’arresto dichiarò che sua cugina era incinta. Salvandole così la vita la contessa Montmorin aveva pagato l’ospitalità concessa a lei e alla sua famiglia. E di nuovo la contessa di Serilly volle che Paolina tornasse presso di lei a attendervi la restituzione di parte almeno dei suoi averi.

Fu un periodo di calma relativa alternato di scoraggiamenti e di invincibili tristezze. Il passato era stato troppo atroce; non poteva dimenticare.

Passeggiava senza piacere, leggeva senza interesse. Un male sottile rodeva la sua salute che era sempre stata delicata; la voce le usciva fievole e tremante come dinanzi ad una visione continua di terrore. Joubert raddoppiava le sue cure, ma senza frutto. Una domanda la tormentava insistentemente. Che cosa faccio al mondo? Poco tempo dopo le venne a mancare anche sua cugina Serilly e parve che sulla sua solitudine si rinchiudesse la porta di bronzo del destino.

Il secolo finiva.

Sul principio del 1800 Paolina si stabilì a Parigi indottavi dalla necessità di sorvegliare da presso i suoi affari. Un grazioso appartamento della rue Neuve du Luxembourg la accolse e ben presto nel piccolo salotto azzurro illuminato da una sola lampada, sacrario di memorie a cui i vecchi fedeli domestici testimoni degli antichi splendori della famiglia conservavano quel carattere di _ancien régime_ che la repubblica stava cancellando dovunque, accorsero a poco a poco amici e conoscenti che si credevano perduti nell’uragano della rivoluzione, formando un cenacolo ristretto ma omogeneo dove si parlava di tutto fra persone sicure. Un emigrato, amico di Joubert narrava il suo soggiorno di profugo a Londra e l’incontro che vi aveva fatto con un uomo di straordinario ingegno. Ascoltato con molto interesse da quel pubblico nuovo e attento non stancavasi di narrare le loro scorrerie nei campi e il ritorno a notte alta per vie solitarie, alla luce tremolante di qualche raro fanale, discutendo sui più alti problemi dell’anima, entrambi entusiasti, entrambi rapiti in quei voli divini dello spirito che danno sì belle ore alla giovinezza. Questo amico stava per arrivare a giorni dovendo mettere alle stampe un libro magnifico. L’amico era il visconte di Chateaubriand, il libro _Atala_.

Chateaubriand aveva allora trentadue anni. Era bello. Era sopratutto fascinatore per temperamento, per bisogno di essere amato, per una segreta voluttà di dominio che specialmente ne’ suoi rapporti colle donne si avvantaggiava di uno sguardo magnetico. Un uomo può credere di conoscere a fondo un altro uomo, ma vi sarà sempre una donna che lo conosce meglio, vale a dire da quel punto di vista in cui l’uomo non si mostra mai al suo simile e che è una metà almeno della sua psiche. Si aggiunga che Chateaubriand tornava da un lungo viaggio in terre sconosciute; il deserto svolgeva ancora davanti a’ suoi occhi solitudini smisurate; il vento portava ancora alle sue nari il profumo dei cactus e dei tamarindi. C’era intorno a lui, nella sua persona, nel suo modo di esprimersi la rivelazione di una forza selvaggia acuita dai ricordi dell’infanzia trascorsa in Bretagna nel tetro castello paterno, sugli scogli battuti dall’oceano, nelle foreste abitate dagli elfi e dai gnomi delle antiche leggende. Questo è l’uomo che Joubert presentò nel piccolo salotto azzurro e come poteva egli non fare una profonda impressione su Paolina la cui sensibilità era stata scossa fino allo spasimo? Si trovava appunto in quella età della donna che è come il meriggio per un fiore; e non aveva ancora amato! Dal suo infelice matrimonio era uscita offesa, brutalizzata a guisa di farfalla nelle mani di un tristo ragazzo e per il seguito delle sue sventure non credeva, non sperava più nulla. Che era mai quella luce nuova, quel palpito non mai provato, quel rinascere alla vita quando la potente individualità di Chateaubriand apparsa nel piccolo salotto col suo bagliore astrale, col suo fuoco di vulcano in ebollizione ricondusse ogni valore alle minime proporzioni tanto che ognuno si ricantucciò modestamente, spontaneamente dinanzi a quella regalità assoluta? Non era più il salotto della contessa di Beaumont, era il salotto di Chateaubriand.

Paolina potè credere sulle prime di cedere anche lei al pari di tutti gli altri all’ammirazione per l’uomo singolare; la sua mente, nutrita di buone letture si estasiava al suono musicale delle di lui parole, alla magia dello stile che nelle pagine di _Atala_ e di _Réné_ lette fra un silenzio religioso evocava in frasi luminose ed ampie i cieli dorati dell’America, gli aromi intensi delle foreste vergini, i venti che scuotono sui tramonti color di rosa le ghirlande delle liane. Nella sincerità del suo entusiasmo ella confessava ad un’amica: «_Le style de Mr. de Chateaubriand me fait éprouver une espéce de fremissement d’amour: il ìoue du claveçin sur toutes mes fibres_».

Noi la vediamo questa giovane donna un po’ languida, un po’ patita, ma così seducente nel suo pallore, con quei begli occhi oblunghi che i patimenti avevano reso più teneri come una fiamma velata di pianto; la vediamo con un bianco scialle incrociato sul suo vitino di fanciulla, protendersi graziosamente dalla poltrona per non perdere una sola parola dell’incantatore.

Ma che cosa saranno stati i loro colloqui quando si trovavano soli! (egli andava da lei in principio tutti i giorni poi due volte al giorno). Il salotto azzurro era ben chiuso. Saint Germain e sua moglie attraversandolo con passo discreto avevano messo in bell’ordine i mobili d’acaìou, le porcellane fine, la coppa arabescata a fondo oro, i quadri, i ritratti, tutte le care memorie che contribuivano a dare a quel nido provvisorio l’aspetto signorile dell’ambiente in cui era nata. Le finestre prospicenti il giardino del Ministero di Giustizia tendevano una cortina di fresco verde fra quel dolce asilo e il mondo; l’ora felice suonava sul quadrante misterioso del tempo: «_Mr. le Vicomte de Chateaubriand_» annunciava con un inchino rispettoso il buon Saint Germain. Che balzo nel cuore di Paolina!

Il colpo di fulmine aveva mirato preciso e toccato a fondo; la creatura devastata dal dolore e che si credeva insensibile ritrovò fede, entusiasmo, illusioni, sogni, tutto ciò che rende bella la vita. La passione la trasformava ed ella vi si gettò senza scrupoli e senza ipocrisia.

E Chateaubriand? Il più acuto dei suoi critici dice che egli amava allo stesso modo di Giove o di Luigi XIV. Io non mi sento di discutere questo paragone. È però certo che uomini della tempra di Chateaubriand non possono darsi interamente a nessuna donna ed a nessuno. È troppo vasto il mondo che hanno dentro di loro. Dice ancora il critico eminente: «Ciò che voleva Chateaubriand nell’amore era meno l’affetto della tale o tal altra donna che l’occasione del turbamento e del sogno; non era tanto la persona che egli cercava quanto il ricordo, il rimpianto, il crollo della propria giovinezza, l’adorazione di cui si sentiva oggetto, il rinnovamento di una situazione cara. Ciò che si chiama l’egoismo in due restava per lui l’egoismo a uno solo. Egli teneva a sconvolgere e a consumare più che ad amare».

Se questo ritratto è vero anche solamente in parte si comprende come la forte individualità di Chateaubriand abbia potuto interessarsi alle fragili grazie della contessa di Beaumont. Non fosse altro per legge di contrasto, egli che tornava dalle rudi esperienze di un lungo viaggio in mare e di soste non meno lunghe in paesi selvaggi, doveva subire il fascino delicato fino alla raffinatezza di quella gran dama superstite di una società scomparsa. Egli l’amò certamente, sia pure alla sua maniera, ma non è questa la maniera di una quantità di uomini che pure non sono Chateaubriand?

_Atala_ venne pubblicata nella primavera del 1801. L’autore era pressochè sconosciuto; solo un piccolo gruppo di iniziati aveva avuto occasione di conoscere i lampi e le folgori di quel forte ingegno, ma per la stessa selvaggia originalità contrastante col gusto allora caro al pubblico di una letteratura artificiosa e vuota si temeva un possibile insuccesso. Paolina più di chiunque visse le ansie e i timori dell’aspettativa comunicandoli a Joubert, a quell’alta anima pura che amando lei di un affetto superiore ad ogni calcolo umano s’era messo per amor suo ad amare Chateaubriand. Se Chateaubriand rappresentava la felicità di Paolina, Joubert doveva necessariamente desiderarne il trionfo. Questo venne e fu completo; sorpassò anche la previsione degli amici; la singolarità di quel libro anzichè nuocergli piacque. A noi italiani può interessare il fatto che, per tre edizioni inglesi, due tedesche e due spagnuole, nella nostra lingua se ne fecero sette. Il successo accese in Chateaubriand una febbre di lavoro. Volle terminare il _Genio del Cristianesimo_ già incominciato a Londra, e vagheggiava un posto tranquillo dove potesse lavorare lungi dai rumori e dalle distrazioni di Parigi; ed ecco la donna amante mettersi alla ricerca dell’eremo desiderato.

Fu nel bel mese di maggio, quando fiorivano le rose sulle spalliere solatie e la vite gonfiava le sue prime gemme che i due partirono per Savigny, piccolo villaggio non lungi da Parigi; partirono ebbri dei loro sogni, sogni di gloria per l’uomo, di tenerezza e d’amore per la donna; ma così giovani entrambi e così nuovi nella loro gioia che potevano credersi due scolari in vacanza. Rimangono le lettere di Paolina a Joubert per testimoniare l’armonia ininterrotta di un periodo che fu di vera felicità. Quel leggero alzarsi al mattino, quella gaia colazione presa insieme e poi il lavoro condiviso seduti alla stessa tavola, quello scambio di sguardi e di parole ad ogni momento non è forse la vita ideale che ogni donna sogna?

Alla sera erano brevi passeggiate nei dintorni per verdi vallette, per sentieri solitari. Prima di rientrare sedevano nell’orto presso un bacino d’acqua viva, e in quel silenzio, in quella luce morente, guardando le prime stelle che si accendevano nel firmamento ella narrava colla sua voce languida il primo disinganno del disgraziato matrimonio e gli orrori della rivoluzione fino al giorno in cui i carnefici della sua famiglia l’avevano abbandonata sulla strada, sola, senza difesa. Ma più del racconto delle proprie sventure ella preferiva ascoltare da lui i ricordi originalissimi della sua infanzia, la sua emigrazione, i suoi viaggi. La luna intanto sorgendo sul loro capo segnava nelle vie del cielo l’eterna storia degli uomini. Pensava Paolina che il tempo non si arresta mai?

Venne il mese di dicembre e fu necessario abbandonare la casetta di Savigny. Il _Genio del Cristianesimo_ era finito e le ansie per il successo ricominciavano, ma Paolina non era più sostenuta dalla dolce intimità di Savigny. Qualche cosa si scioglieva intorno a lei, sotto i suoi occhi che non vedevano ancora, ma che indovinavano; coll’acuta sensibilità de’ suoi nervi ammalati avvertiva l’avvicinarsi di un pericolo ignoto ed egli non era più là per rassicurarla. Egli doveva occuparsi della nuova pubblicazione e coltivava a questo scopo un progetto che le tenne nascosto più che fosse possibile. Volgendo gli occhi al nuovo astro che sorgeva sulla Francia Chateaubriand volle dedicare il suo libro a Napoleone e tale manovra copriva un primo passo per ottenere la nomina di capo segretario nell’ambasciata presso la Santa Sede a Roma. Ma vi era un ostacolo da rimuovere prima di presentarsi a S. S. il Papa. Chateaubriand tra i viaggi e le avventure aveva dimenticato di essere marito. Congiunto già da dieci anni con incredibile leggerezza ad una fanciulla che quasi non conosceva egli non l’aveva più vista da allora. Una riconciliazione era necessaria, fosse pure apparente, e per conseguenza un viaggio in Bretagna dove la Signora di Chateaubriand trascorreva rassegnata la sua bizzarra vedovanza.

Quando la Contessa de Beaumont fu informata da Chateaubriand stesso che le chiese consiglio sul viaggio in Bretagna, ella molto dignitosamente lo incitò a seguire le vie consuete; ma, più il rispetto di se stessa le imponeva di rimanere calma, più la lotta interna la attanagliava con raffinati supplizi. Il salotto azzurro si riaperse ai soliti amici, ma era come un tempio vuoto, mancava il dio animatore. La tristezza di Paolina cresceva di giorno in giorno. Se la felicità gustata per sette mesi a Savigny (sette mesi o un istante?) aveva risollevata la sua salute, l’amaro rimpianto del passato, l’inquietudine dell’oscuro avvenire la gettarono in uno stato di prostrazione che rincrudì i suoi mali. Joubert ne soffriva con tutta la sincerità del suo affetto ardente e puro; avrebbe voluto che si recasse al Mont d’Ore. Ma il male di Paolina era troppo profondo; esso si attaccava a una stanchezza, a un disgusto della vita che nel terrore di doverla sopportare ancora a lungo confidava al suo giornale intimo questi gridi che sono vere confessioni di un’anima ferita a morte.

«_Si je dois exister encore longuetemp que deviendrai-je? Ou me cacher? Quel tombeau choisir? Comment empecher l’éspérance d’y penetrer? Quelle puissance en murera la porte? M’eloigner en silence, me laisser oublier, m’ensevelir pour jamais tel est le devoir qui m’est imposé et que j’espère avoir le courage d’accomplir._»

Chateaubriand intanto che era partito per Roma nel maggio di quel 1803 le scriveva regolarmente, ebbro del suo viaggio e della sconfinata ammirazione per Roma delle cui meravigliose bellezze sentiva il fascino esaltatore.

Non è sempre felice chi parte in confronto di chi resta? E se colui che parte per il più bel paese del mondo è ricco di salute e di energie, di speranze, di promesse e la povera abbandonata in preda a un male inesorabile si aggira sola nei luoghi dove furono felici insieme, dove ogni oggetto è come una croce piantata sopra una fossa, non devono quegli entusiasmi, quelle estasi, quella felicità lontana da lei trafiggerla di mille punte avvelenate? Egli le parlava del Colosseo, del Campidoglio, della superba grandezza romana e lei piangeva nel piccolo salotto azzurro pensando ai bei giorni di Savigny. L’uomo saliva ardimentoso la sua parabola di gloria, la donna si reclinava sul suo sogno d’amore distrutto.

Eppure amava ancora. Amava coll’appassionato trasporto degli amori tardivi che sembrano concentrare in se i sogni, i desideri, le rinuncie del passato; tesori d’affetto accumulati dall’esperienza, tenerezze tanto più ardenti quanto si sentono fuggitive. Il proposito di nascondersi, di murarsi in una prigione dove la ingannevole speranza non potesse penetrare si sgretolò nelle sue mani stanche. Mostrando di cedere alle esortazioni dell’amicizia ella partì per la cura del Mont-d’Ore, ma pochi giorni dopo prendeva la via di Roma.

Chiunque pensi che cosa erano i viaggi allora e quanti disagi e fatiche comportassero, può di leggeri comprendere i timori e le inquietudini del buon Joubert per l’avventata risoluzione della sua amica. Chateaubriand che ve l’aveva incoraggiata, sperando bene per lei dal clima di Roma, incaricò un amico di andare ad incontrarla a Milano per alleviarle la lunghezza dèi viaggio ed egli stesso si portò a Firenze a riceverla.

Quando la vide rimase atterrito; non era più che un’ombra. La vettura procedeva al passo ed ella scorgendolo ebbe appena la forza di sorridere.... Presero insieme la via di Perugia e da quel momento, se pure egli non era stato l’amante che una simile donna meritava, fu fino all’ultimo il gentiluomo perfetto, l’amico assolutamente devoto. Roma apparve loro in fondo a quella meravigliosa via Appia i cui silenzi ripetono nella vastità luminosa dell’orizzonte l’eco di venti secoli di storia. Oh! come la pallida donna, i giorni della quale erano già contati, dovette sfiorare con mesti sguardi la muta poesia delle tombe! E come nell’afflosciamento della persona esile e stanca sui cuscini della vettura la piccola mano avrà palpitato sotto la mano cara!

L’appartamento che Chateaubriand aveva scelto per la contessa di Beaumont si trovava in piazza di Spagna, presso la viuzza di S. Sebastiano ed aveva un giardino piantato ad aranci che saliva verso il Pincio ricongiungendosi probabilmente all’aranceto dell’attuale Hôtel de Russie. Il viaggiatore che visita ora piazza di Spagna e si sofferma a leggere l’iscrizione lapidaria della casina dove abitarono i poeti Shelley e Keatz e forse ricorda i versi di Keatz:

«Oh dove sono i canti «di primavera, dove?».

deponga un fiore di memoria là dove chiuse sua breve vita questa dolce e malinconica figura di donna per la quale il primo canto fu il canto del cigno.

Scendendo dalla vettura ella era così affranta che non poteva reggersi in piedi. I medici giudicarono subito che non vi era speranza di salvarla; il polmone profondamente leso non la lasciava respirare che a stento. Parve tuttavia che riposata dal viaggio faticoso si risollevasse tanto che nelle ore migliori potè uscire qualche volta in carrozza sotto i lecci di Villa Medici, intorno alle fontane di Villa Borghese, verso le meraviglie dell’antica Roma per le quali Chateaubriand le era il più prezioso degli interpreti. Egli la circondava di speranza e di tenerezza, parlando di condurla a Napoli, dare di là le sue dimissioni all’Ambasciata e non lasciarsi più, esuli volonterosi in qualche eremo lontano dove vivrebbero soli col loro amore. Cullata dal suono di quella voce che l’incantatore sapeva in certi momenti rendere irresistibile, la donna prossima a sparire beveva avidamente gli ultimi profumi della terra colle ultime illusioni del cuore. Gli indifferenti che la vedevano passare appoggiata ai cuscini della carrozza, in una di quelle pose di suprema distinzione di cui ella possedeva il segreto, delicatamente ravvolta nel suo cachemir a fondo bleu e così smunta, così immateriale, si sentivano presi da un istintivo sentimento di compassione. Un giorno andando al Colosseo prese freddo; ricondotta subito a casa si pose a letto e non si rialzò più.

Il momento della separazione fu straziante, dolce insieme e doloroso. Chateaubriand sentendo il valore dell’affetto che stava per perdere fu eloquente, appassionato. Riandarono insieme i bei giorni di Savigny, piansero; egli giurò di amarla sempre e questo ritorno dell’ora divina illuminò di un sorriso celeste la sua agonia. Fu Chateaubriand che posandole la mano sul cuore ne raccolse l’ultimo battito.

L’autore del _Genio del Cristianesimo_, il segretario dell’Ambasciata francese presso il Santo Padre non poteva lasciar morire senza i conforti religiosi la figlia di colui che era stato ministro del suo re. Egli stesso l’aveva persuasa al passo estremo. I Sacramenti le furono portati con tutta la solennità della chiesa Romana e solenni riuscirono anche i funerali la sera del cinque novembre al lume delle torce, con grande concorso di popolo e di rappresentanze ufficiali. Un particolare delicato e commovente è che nessuna mano profana toccò la salma di Paolina. Ella aveva raccomandato nel suo testamento di ravvolgerla in un tessuto di crespo della China che il di lei fratello Augusto le aveva spedito dai suoi viaggi per farsene un abito da ballo. Questo tessuto che portava sempre con sè fu cinto dalla fedele S. Germain e da Chateaubriand stesso intorno al fragile corpo.

Il dolore di Chateaubriand fu sincero. Egli chiese alla famiglia (oramai rappresentata dal solo conte della Luzerne cognato di Paolina) il permesso di prendere con sè i due vecchi domestici dell’amica perduta; a questo pensiero di una gentilezza squisita egli aggiunse l’altro di avocarsi la cura per erigerle un monumento nella chiesa di S. Luigi dove fu sepolta. Lo si trova infatti nella prima cappella a sinistra entrando; non so come l’abbiano giudicato i contemporanei, per me fu una completa delusione. Quei ritrattini che dovrebbero rappresentare le tragiche figure della famiglia Montmorin appesi alla parete come fotografie nel salotto di un piccolo borghese, sono una concezione così goffa e puerile che fanno pena a vedersi. Ma anche l’iscrizione dettata da Chateaubriand non è quale si avrebbe potuto attendere dal suo ingegno e dal suo cuore.

APRES AVOIR VU PÉRIR TOUTE SA FAMILLE, SON PÈRE, SA MÈRE, SES DEUX FRÈRES ET SA SŒUR,

PAOLINE DE MONTMORIN

CONSUMÉE D’UNE MALADIE DE LANGUEUR, EST VENUE MOURIR SUR CETTE TERRE ÉTRANGÈRE.

I-A DE CHATEAUBRIAND

A ÉLEVÉ CE MONUMENT À SA MÉMOIRE!

Meglio gli si perdonerebbero le facili consolazioni che egli trovò pochi mesi dopo, se nella eternità del marmo avesse saputo scolpire una di quelle frasi alate che facevano fremere Paolina quando egli le leggeva le pagine dell’_Atala_ e di _René_.

Un altro cuore meno immaginoso, ma non meno ardente ed infinitamente più serio doveva portare il lutto eterno di quella perdita, Joubert, che da quando ella decise il viaggio a Roma non aveva cessato un sol giorno di addolorarsi e di tremare per la salute dell’amica, che aveva rotta ogni corrispondenza e non apriva nemmeno quelle che riceveva, indifferente a tutto che non fosse lei. Quando fu morta scrisse a un amico: «Non vi dico nulla del mio dolore, esso sarà eterno. Chateaubriand la rimpiangerà sicuramente al pari di me, ma gli mancherà meno a lungo. Da nove anni io non avevo avuto un pensiero dove ella non vi si trovasse e lo stesso sarà per l’avvenire; il suo ricordo e il dolore della sua assenza si congiungevano ad ogni azione della mia vita.»

Profeta per sè e per gli altri vent’anni dopo egli cercava ancora sulla collina il sentiero che guidava alla capanna dove la dolce amica aveva cercato rifugio nei giorni del Terrore e lo mostrava a Chateaubriand; ma Chateaubriand stava scrivendo le _Memorie d’oltre tomba_, questo bellissimo romanzo della sua vita, dedicandolo, quasi riassunto di tutti i suoi amori, ad una donna sola affinchè ella passeggiando fra le colonne di quel tempio che egli le aveva eretto vi incontrasse il proprio nome. E non era il nome di Paolina di Beaumont.

EMMA LYON.

Ricordo perfettamente in _Trafalgar square_ la statua di Nelson ritta sulla altissima colonna dalla cui vetta piramidale domina tutta Londra a fianco delle torri di Westminster, quale aquila librata al di sopra di ogni miseria umana; e ricordo me, misera formichetta appoggiata a quell’eccelso monumento, ripensare ancora una volta come già pensai tante altre all’acuto e turbante problema dell’amore nei grandi uomini. Tutte le osservazioni da me fatte in proposito mi guidarono alla conclusione che i grandi uomini dinanzi al mistero dell’amore sono eguali agli uomini medî, ed anche ai piccoli uomini, cioè ciechi. Esiste, è vero, qualche eccezione; ma l’eroe di Trafalgar non parmi fra queste.