Profili, impressioni e ricordi
Part 4
«... _ditele, sia presto sia tardi, ch’io l’amo; l’amo più assai ch’ella non creda e ch’io possa dirle e sono certo d’amarla fino all’ultimo giorno dacchè, non solo non ho diminuito il mio affetto, ma l’ho ritemprato e infiammato quando pure cessai di sperare per la mia vita individuale; gli uomini, generalmente, non durano in un affetto quando non ne sperano più gioie; se durano amano davvero! Diteglielo_».
Lettere di vero amore, ardenti e delicate, quelle di Mazzini a Giuditta: «_Io ti benedico non una, ma mille volte; o angelo di consolazione, tu sei la mia vita; il resto non è che dolore e tristezza_», così scrive il baldo giovane alla donna che ha sì biondi capelli e bruni occhi incantatori; mia quando, vecchi entrambi, ella agonizza lontana, le scrive ancora non aver mai cessato un momento di pensare a lei.
L’amor di patria che tanto aveva contribuito a unire indissolubilmente queste due nobili creature fu pure la cagione d’ogni loro amarezza per le continue persecuzioni e i bandi in una esistenza agitata, piena di sorprese e di pericoli. La Sidoli soffriva anche per la lontananza dei figli e tale sofferenza, accettata nei primi tempi come momentanea, aumentando vieppiù i figli crescevano in età, ella si adoperava affinchè le fosse concesso di tornare in patria. Questa decisione la obbligava a separarsi da Mazzini sempre proscritto, ma per quanto egli ne soffrisse e di ciò tenesse parola colla madre e cogli amici il sentimento che faceva agire la sua amica era troppo legittimo e coscienzioso perchè egli, l’autore dei _Doveri_, potesse nemmeno pensare a contrastarlo. Non fu il più lieve dei sacrifici che quei due nobili cuori compirono insieme. Il decreto però che doveva far rimpatriare la Sidoli non veniva ed ella per portarsi almeno vicina alla sua prole tentò di soggiornare a Parma dove, tollerata dal Governo indolente di Maria Luisa, rimase alcuni anni ottenendo tratto tratto il permesso di una corsa a Reggio per abbracciare i figli, ma scortata dai gendarmi e vigilata come un malfattore finchè, assolta in collegio l’educazione delle figliuole, potè finalmente, secondata dal desiderio stesso delle fanciulle, averle presso a sè.
Non era tuttavia la pace. Morta Maria Luisa nel 1847 le succedette quel tiranno di triste memoria che fu Carlo III e le condizioni pubbliche peggiorarono. L’amicizia della Sidoli con Mazzini la rendeva oltremodo sospetta, si violava il segreto della sua corrispondenza, i suoi passi erano spiati e riferiti all’autorità suprema; fu sottoposta a perquisizioni e per quanto ella avesse saputo sottrarre destramente le carte più compromettenti, venne arrestata e chiusa nella prigione di S. Francesco in Parma.
Non per questo la forte donna si lascia abbattere, ma solo preoccupata delle figlie che aveva dovuto abbandonare, è lei che infonde a quelle magnanimità e coraggio mostrandosi perfettamente tranquilla, ripetendo loro le più tenere frasi d’affetto materno, consigliandole a vivere nei giorni di prova come se fossero sempre insieme. Dice ancora: «Vi confesso che l’essermi sentita chiudere l’uscio dietro non mi diede quel senso molesto che potete pensare. Mi riesce invece insopportabile il vedermi aprire la porta a voglia altrui». Delicatezza di donna e di signora che le mie lettrici comprenderanno bene.
Liberata dal carcere è bandita anche da Parma; ripara in Svizzera per la terza volta, ma portando con sè le figlie tanto amate.
Durante questi anni Mazzini scriveva alla madre: «_Vorrei vi giungessero nuove della mia Giuditta. Ci penso spesso e ne sogno_» ed all’amico Elia Benso: «_Non ho più riveduto Giuditta; abbiamo dovuto rompere ogni corrispondenza perchè le era apposta a delitto_». E ancora alla madre: «_La lettera di Giuditta che mi trascrivete mi è stata cara, cara. Ditele quanto mi fu cara e che l’amo come l’amavo; ditele che sotto questo cielo di Londra vivo più concentrato che mai, vivo d’anima; nella mia anima essa è scolpita ed io, lontano, parlo, penso vivo con lei_».
L’ultimo pellegrinaggio di Giuditta Sidoli fu per prendere definitiva dimora a Torino, movendo verso una vecchiaia serena, circondata dalle figlie spose e dai nipotini che l’adoravano. Se qualcuno, verso il 1870, vedendo passare sotto i portici di Po una signora distinta, dal portamento eretto, bella ancora nella aureola dei capelli bianchi e delle vesti abbrunate, chiedeva al vicino: Chi è?... udendone il nome si fermava riverente e commosso quasi sentisse passargli vicino il grande spirito di Giuseppe Mazzini.
L’AMORE CHE NON MUORE
Vi è un’ora, la più dolce e insieme la più malinconica, ora che volge il desìo non solo dei naviganti ma di tutti coloro che i flutti della vita solcarono nel lieve burchiello del destino. Dolce e melanconica ora del vespero sopra ogni altra contemperata di sogni e di nostalgie! Tutti i poeti la cantarono, tutti gli amanti la vissero. La prima falce di luna che tra le affaccendate opere del giorno e i silenzi della notte pone la sua parentesi d’argento sa quanti cuori aspettarono quest’ora, quante ombre radettero i muri, quanti femminei petti balzarono nell’attesa di un passo.... di un uscio che si apre....
È certamente in quest’ora che l’appassionata Marcellina Desborde-Valmore cantava con tutto lo schianto della donna abbandonata:
Devant ma chaise Une chaise attend. Ce fut la sienne..... La nôtre un’istant
e chi ha provato quanto spasimo vi può essere nella contemplazione di una sedia vuota comprenderà il pianto che goccia da questi versi così semplici e così veri.
Io penso, in quest’ora dolce e malinconica; a un’altra donna che pure nei vesperi solinghi conobbe l’amore ammantato di tutta la poesia che vi porta il fascino dell’arte e di un’alta intellettualità. Al di sopra di Zurigo stretta nelle linee cosmopolite della sua cultura e del suo commercio deve aleggiare ancora, raccolto, appartato su quella collina Verde che ne conobbe i sospiri, il nobile spirito di Matilde Wesendonk. Per l’amore che la commosse, per il silenzioso dolore che la sublimò, amo questa donna e mi è grato parlarne ad altre donne che al pari di me la ameranno.
Fu nel 1852 che Riccardo Wagner incontrò nella casa di un amico i coniugi Wesendonk. Egli era già ammogliato e già aveva conosciuto le amarezze di una unione male assortita cui inasprivano le continue lotte finanziarie trasportate da una città all’altra, dall’uno all’altro alloggio nelle disagiate condizioni di una vita errabonda, perseguitato dai creditori, incerto sempre dell’indomani.
I Wesendonk furono subito per lui buoni amici e in quella casa largamente ospitale, circondato da un lusso che egli aveva sempre inseguito senza poterlo raggiungere, apprezzato, fatto segno a squisite gentilezze, colmo di onori e di affetto, l’animo esacerbato di Wagner si adagiò nella morbidezza suadente di un sogno.
Non paghi di accoglierlo nella propria famiglia i Wesendonk posero a disposizione di Wagner e di sua moglie una graziosa casina attigua al loro palazzo, sulla collina Verde che domina Zurigo. Da allora, è facile immaginarlo, la relazione si fece più intima, i rapporti quotidiani. Al cader del sole il Maestro prese la dolce abitudine di recarsi dalla sua vicina a suonarle sul piano le composizioni elaborate durante il giorno. Gli spiriti fraterni si attiravano, le anime si comprendevano.
Era Matilde Wesendonk una leggiadra creatura, intelligente, fine, distinta, dal cuore leale e sensibile. Il musicista poeta non poteva fare a meno di ammirarla e lei di subire il fascino del suo ingegno. Musicista ella stessa divenne a poco a poco sua allieva, sua collaboratrice. Matilde scriveva piccoli poemi in versi e Wagner li vestiva di note. L’ora del vespero li trovava riuniti sulla tastiera, chini entrambi, entrambi rapiti in una di quelle sovrumane dolcezze dove pare che la materia si sciolga per lasciar vaporare l’anima verso l’infinito.
Terribile l’amore che si insinua per le vie ideali; esso distrugge i forti di difesa prima ancora che si avverta il pericolo. La donna che respingerebbe indignata un attacco diretto si addormenta nel profumo di una simpatia spirituale come sotto un padiglione di rose.
Wagner non può vivere oramai lontano dall’amica; non gli basta vederla tutti i giorni, le scrive per un invito, per un annuncio, per un convegno. Gradatamente i biglietti si accalorano, la frase diventa più tenera, più espressiva. Nell’incanto di questo amore nascente concepisce il gran dramma passionale di _Tristano e Isotta_; parola per parola, nota per nota esso è scritto sotto l’ispirazione di Matilde. L’ultimo giorno dell’anno le invia, insieme ad una pagina dello spartito, i seguenti versi:
Bienheureux Arraché à la doleur Libre et pur Toujours a toi — Les lamentations Et les renoncements De Tristan et Isolde Dans le chaste langage des sons, Leurs larmes, leurs baisers, Je depose cela à tes pieds A fin qu’ils celébrent l’ange Qui m’a porté si haut.
Amore nobile e puro; ma quale è il più nobile il più puro degli amori che abbia potuto interamente sottrarsi alla legge comune, che non abbia provato almeno la tortura della rinuncia? È significativo questo punto di una lettera di Wagner
«_Il demonio lascia uno dei nostri due cuori per entrare nell’altro. In qual modo vincerlo? Oh! quanto siamo da compiangere! Non ci apparteniamo più. Demonio, Demonio, torna Dio!_»
La volgarità di un duplice adulterio consumato fra i queruli sospetti della signora Wagner e la dignitosa serenità del signor Wesendonk doveva ripugnare innegabilmente alle loro anime elette. Pare si affacciasse alla mente di Wagner la possibilità del duplice divorzio; ma troppo era Matilde ligia al decoro della sua casa, a’ suoi figli, al marito stesso che, se non amava d’amore, era pur sempre stato un leale compagno. Dinanzi alla passione crescente e turbatrice i due amanti non trovarono altro scampo che in una eroica separazione.
Come, dove, attinsero essi la forza sovrumana di rompere una consuetudine che durava ormai da anni è il segreto della loro grandezza. Solo sappiamo che soffersero immensamente e l’uno e l’altra.
Wagner descrive nel suo giornale la notte che precedette la partenza. Fu un supplizio. Esaltato dall’insonnia dolorosa egli pensò al tempo in cui si era immaginato di morire lì, in quella camera, coricato come ora, e che Lei verrebbe a trovarlo per l’ultima volta circondandogli la testa colle sue care braccia, ricevendone l’anima in un bacio supremo. Questa morte se l’era rappresentata tante volte quasi con felicità nei minimi particolari. Ecco: l’uscio verso la scala era chiuso. Ella entrava sollevando la portiera dello studio, lo abbracciava, lo guardava morire.... Nell’ultima luce de’ suoi occhi si fissava il volto dell’amata... — Ora anche la possibilità di morire così gli era tolta per sempre!
Questa la notte di passione dell’uomo; la donna non lasciò scritto quale fu la sua....
Wagner scende in Italia per la via del Sempione. Sulla terrazza dell’Isola Bella, con un tempo troppo splendido per poter durare, egli pensa alla felicità imperitura di essere amato da Lei. Da Venezia le scrive:
«_Senza dubbio tu non credi che io voglia lasciare senza risposta la tua lettera meravigliosa. Le formidabili lotte che noi abbiamo sostenute potevano finire diversamente che con la vittoria riportata sopra tutte le nostre aspirazioni, sopra tutti i nostri desideri? Forse non sapevamo, anche negli istanti più ardenti, quando eravamo l’uno presso all’altro, che questa era precisamente la nostra meta?_»
Sì, ma altro è parlare di un sacrificio lontano intanto che le mani si stringono, che le labbra si incontrano, che tutto l’essere trema ed avvampa nel contatto; altro è ritrovarsi soli nel posto dove si fu in due, penetrarsi di vuoto e di silenzio nell’aria stessa che fremette sotto le note di una voce adorata, e pensare che tutto è finito, irremissibilmente finito! Anche nel fastoso salotto dei Wesendonk vi doveva essere una sedia bagnata di lagrime.
Tuttavia alla donna squisita nel gran dolore della rinuncia sarà stato di conforto e di sublime elevazione una lettera come questa:
«_Spero di guarire per te. Vivere colla mia arte per consolarti ecco il mio còmpito ed ecco ciò che si accorda col mio temperamento, col mio destino, colla mia volontà, col mio amore. Così sono tuo. Qui finirò Tristano e con lui, se posso, tornerò per vederti, per consolarti, per farti felice. Su valoroso Tristano, su valorosa Isotta! assistetemi, venite in mio aiuto. Di qui il mondo saprà il nobile cordoglio dell’amore, i lamenti della più dolorosa voluttà — e raggiante come un Dio, e puro, tu mi vedrai allora! Credi o mia unica! tu mi tieni nelle tue mani, è con te sola che posso arrivare alla finalità estrema. Abbi fiducia in me; una fiducia assoluta, illimitata. Ciò vuol dire solamente: sii persuasa che posso tutto con te, nulla senza di te!_»
La corrispondenza epistolare continua per molto tempo in questa forma ardente e poetica. La donna gentile che aveva fatto altre volte miracoli d’affetto per mitigare nelle forme più delicate la penosa esistenza dell’amico non si stanca di inviargli nuove prove di intima tenerezza. Sono doni delicati e gentili. È un servizio di thè affinchè egli abbia ancora l’illusione di ricevere dalla sua mano la tazza ospitale; è un piccolo cane che ella alleva per lui e che gli manderà solo quando le si sia _molto molto affezionato_....
Per un’anima come quella di Matilde Wesendonk l’unione spirituale, l’amore che è ancora amore avendo rinunciato ai diritti dell’amore, doveva essere una squisita e torturante voluttà. Certo ella non chiede più altro al destino: sapere di essere per lui l’unica donna al disopra delle contingenze della vita, la sua fede, la sua coscienza, l’amica ideale, le basta. Chiude il suo spasimo in sè, dignitosa e muta. Si rivedono un giorno e Wagner è sorpreso e profondamente colpito dal mutamento che la sofferenza rinchiusa ha stampato sul di lei volto. L’amore e il dovere non hanno ancora finito di straziare il nobile cuore di Matilde Wesendonk.
_For ever or never._ Meglio non incontrarsi mai che incontrarsi per lasciarsi. Tuttavia questo volontario abbandono confortato da tanto ricambio di tenerezza doveva ritornare come raggio di giorni felici alla memoria della sventurata quando Wagner, seguendo il suo volubile miraggio, tolse da lei la fiaccola dell’ideale per accenderla ai piedi di un’altra donna. Quanto è pietosa la morte ai grandi amori! Matilde Wesendonk dovette invidiare la sorte di Isotta che portò intatto nella tomba l’amore di Tristano, mentre ella vide il suo smarrirsi lentamente e finire nelle ombre dell’oblìo.
Il bisogno di essere felice, di avere una casa e una donna presso a sè «_la pace! la pace!_» guidarono Wagner, rimasto vedovo, a un secondo matrimonio. Matilde, soave larva ammantata nel silenzio, si allontanò definitivamente verso il passato.
Ma non fu questa la colpa di Wagner. Era uomo. Ciò che non si avrebbe voluto vedere in lui è quella viltà di maschio appagato che gli fa rinnegare dinanzi all’idolo nuovo l’idolo tanto adorato un tempo e il modo egoistico ed ingrato di abbandonare colei che egli aveva chiamata l’unica, che era ben degna di rimanere nel suo cuore come in un tempio. Una indignazione e una amarezza ci coglie nel leggere con quanta fredda indifferenza dettando le sue memorie alla seconda moglie egli parla di Matilde che era stata l’angelo de’ suoi giorni più travagliati. Si sa che la gratitudine non fu la miglior dote del grande Maestro, ma quando si apprende che l’autore di _Tristano e Isotta_ rinnegando la vivida fiamma che lo aveva così altamente ispirato tentò di distruggere le lettere d’amore scritte a Matilde Wesendonk, l’ammirazione per l’artista si risente della antipatia che ci desta l’uomo.
È sopratutto nell’istante difficile e crudele della separazione che si palesa la nobiltà e la delicatezza dell’amante. Togliendo il suo amore alla donna che lo ama ancora per recarlo ad un’altra egli segue il comando di una forza occulta, fatale, alla quale forse non può resistere; ma il suo dovere se è un uomo di cuore, se è solamente un gentiluomo, è di rendere il distacco meno penoso che sia possibile a colei che lo deve subire.
Ma se Wagner dimenticò di dovere a quella donna ore di ineffabile dolcezza, ore di tenera e profonda e quasi materna consolazione, se dimenticò di doverle il suo capolavoro, il capolavoro esiste. L’amore che ispira un’opera d’arte è il carbone tramutato in diamante è il patrimonio ideale degli amanti che verranno.
Wagner stesso, in una di quelle lettere che Matilde seppe difendere conservandole all’immortalità, consacra questa verità divina. Dice la lettera:
«_Cara! non provare mai il rimorso del tuo amore per me. Non dolerti di quelle prove di amore che furono l’ornamento della mia povera vita. Non li conoscevo questi fiori di delizia sbocciati sul suolo vergine di un amore nobile fra tutti. Ciò che avevo sognato come poesia divenne una miracolosa realtà. Il tuo cuore, i tuoi occhi, le tue labbra mi hanno rapito al mondo. Percorso da un brivido sacro davanti alla mia gloria ho il ricordo di essere stato amato da te con una tenerezza così dolce e così pudica. Respiro ancora il profumo inebbriante dei fiori che tu posasti sul mio cuore. Sono essi come i fiori che ornavano un tempo il corpo dell’eroe, prima che egli fosse convertito dalla fiamma in cenere divina, in questa tomba di fiamma e di profumi si precipitava l’amante per unire le sue ceneri a quelle dell’amato. Formavano allora un solo elemento; non più due esseri vivi, ma una sostanza divina e primordiale nella eternità. No, non rimpiangerli, non rimpiangerli mai!_».
Così. _Non più due esseri vivi ma una sostanza divina e primordiale nella eternità._ Invano per umiliante condiscendenza al nuovo amore egli volle rinnegare l’estasi a cui era salito con Matilde Wesendonk. Nulla si distrugge, nulla si cancella nel mondo spirituale. La morte attende il figlio di carne che un’altra donna gli ha dato; ma quello che nacque nell’ora astrale del congiungimento di due anime, il figlio che la più pura essenza del suo essere concepì nell’estasi dell’amore e dell’arte, quello non morrà.
Agli occhi materiali del pubblico sembrerà più felice la donna che potè fregiarsi del nome di Wagner, vivere presso a lui, spezzare con lui il pane di tutti i giorni, adagiarsi nel raggio della sua gloria. E forse fu felice. Ma io ripeto a Matilde Wesendonk: Tu hai dato all’eroe i fiori migliori del tuo cuore, essi germogliarono in ghirlande di eternità. Non rimpiangerli, non rimpiangerli mai! Fu vostra l’ebbrezza che altri amanti conobbero, ma il vostro privilegio è di averla cristallizzata in una forma imperitura. La meravigliosa fecondazione di un cervello per opera d’amore è il polline sacro che trasmette agli uomini futuri l’immortalità delle forze ideali.
Nobile Matilde, finchè la passione di Tristano e Isotta farà battere un cuore, finchè le armonie del celeste poema susciteranno gli animi alla poesia dell’infinito, tu sarai congiunta a Colui che tanto amasti. Egli è tuo. Isotta sei tu.
UN BARDO DEL 1830.
Fu precisamente otto mesi dopo la data tempestosa del venticinque febbraio 1830 — rimasta celebre negli annali della «Comèdie Française» per la battaglia d’arte combattuta alla prima rappresentazione di _Hernani_ — che nasceva a Friburgo dal maestro di cappella di S. Nicola, all’ombra della vecchia cattedrale svizzera, un bambino. Forse i genii e le bizzarre fate del romanticismo che avevano assistito colle capigliature spioventi e coi larghi cappelli pittoreschi al dramma focoso di Vittor Hugo, reduci da Parigi si erano raccolte intorno alla culla del neonato quando egli aprì sulla vita le profonde pupille piene di mistero. Certo egli doveva incarnare quel tipo di _bohèmien_ che Murger prima e tanti altri dopo di lui si incaricarono di rendere popolare.
Étienne Eggis (tale era il nome del neonato) crebbe sotto i gotici pilastri della cattedrale, nell’onda delle armonie che l’abile mano paterna sapeva trarre dall’organo famoso, imbevendo l’anima di sogni; e nel silenzio delle arcate, nelle nuvole di incenso che egli stesso agitava coi turiboli d’argento nelle feste solenni, le prime visioni poetiche gli sorrisero. La musica, per la quale aveva una grandissima attitudine, lo attraeva; ma studiando latino presso i Gesuiti si sviluppò in lui il gusto delle lettere; così rimase per lungo tempo incerto sulla carriera da prendere. Friburgo che è città tedesca, ma cattolica e vicina alla Francia, coltivò nel giovine Eggis le caratteristiche delle due nazioni tanto che egli scriveva indifferentemente il tedesco o il francese e nelle due lingue pensava. Aveva anche dei parenti in Francia che lo sollecitavano a formarsi uno stato indipendente e proficuo lasciando andare le fisime poetiche che non dànno da vivere.
Intanto gli anni passavano. Eggis uscito dall’adolescenza si era fatto alto alto, con lunghi e folti capelli neri, una carnagione delicata e bellissimi occhi. Mentre suo padre pensava ancora con inquietudine che cosa ne avrebbe fatto, gli venne offerto un posto di precettore in una casa principesca, a Monaco di Baviera, e il giovinetto partì. È in questo modo che molti scrittori avevano già esordito: Grimm, Rousseau.... Parini forse egli non lo conosceva.
Ma il padre e i parenti di Francia (la madre era morta consunta quando Étienne Eggis aveva appena sei anni) si rallegrarono per poco della fortuna avuta. Eggis si stancò della vita regolare e subordinata, della disciplina che al suo orgoglio sembrava umiliante, sentendosi a disagio fra i principi padroni, troppo lontani da lui, e la turba dei domestici che lo premeva da vicino. Lasciò la casa e si inscrisse alla Facoltà di legge. Il padre allora si mette in moto per procacciargli una borsa che gli permetta di vivere a Monaco fino a studi completi e questa decisione, appunto per la sua praticità, irrita il futuro _bohèmien_ che volge subito le spalle al diritto e si dà a stampare versi per i giornali di Monaco. Da quel punto la sua vocazione è decisa. Egli scrive a un amico: «Una voce in fondo al cuore mi dice che il mio nome sarà conosciuto dai posteri, che berrò alla coppa della gloria; e la gloria che voglio non è di quelle che vanno a morire fra i muri di una piccola città. Se non potrò conquistarla, allora morirò giovane.» È la seconda profezia che doveva avverarsi.
La fantasia sbrigliata di Eggis, una volta rotto il freno, non si arresta più. Ripugnante ad ogni regola e ad ogni vincolo, eccolo, vagabondo, ebbro di giovinezza e di illusioni, a percorrere le città e le campagne tedesche, riposando sotto gli alberi, dissetandosi alle fontane, vivendo di musica e di canzoni, cogliendo sul ciglio delle strade nella aureola del sole o nella furia del vento le impressioni fuggevoli del viatore. Nessuno potrebbe dire meglio di quanto narrò egli stesso l’ebbrezza di quei primi anni di libertà:
En cousant une rime aux deux coins d’une idée Je m’en allais, rêveur, le bâton à la main, La tête de soleil ou de vent inondée, En laissant au hasard le soin du lendemain. Je dérobais mon lit aux mousses des clairières, Ma harpe me donnait la bière et le pain noir Et je dormais paisible aux marges des carrieres Sous le ciel qu’empourpraient les nuages du soir.
Je n’avais pour tous biens qu’une pipe allemande, Les deux Faust du grand Goëthe, un pantalon l’été, Deux pistolets rayés non sujets à l’amende, Une harpe légère et puis... la liberté! Je lisais, en passant, des vieilles cathédrales Les lieds marmoréens par les siècles écrits. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Mais malgré tout, parfois, une vague souffrance Assombrissait mon coeur et voilait ma gaité Une sécréte voix m’appelait vers la France Et me parlait de gloire et de célébrité.