Profili, impressioni e ricordi
Part 17
Nelle belle, ampie, allegre vie di Strasburgo (forse le medesime progettate fin dal tempo di Goethe), sopra gli innumerevoli ponti dove si vedono anche oggi svolazzare i farfalloni neri che adornano il capo di qualche alsaziana fedele alla tradizione, nei cantucci remoti dove le acque gorgoglianti dell’Ill, divise in duplice ramo, formano rinsacchi pittoreschi, presso le vecchie sostruzioni di puro stile tedesco, la casa Kammerzel, il Rabenhof, il Planzbad, l’ombra del grande poeta è con noi e ci tornano insistentemente alla memoria le parole che egli pensava dall’alto della Cattedrale gettando il suo primo sguardo sulla città e sulle amene campagne che la circondano. «Un simile sguardo in un paese a noi perfettamente nuovo e nel quale dobbiamo fermarci per un certo tempo ha qualche cosa di speciale, di misterioso e di piacevole; tutto si presenta ai nostri occhi come una carta bianca sulla quale nulla ancora sta scritto. Questa carta ancora non porta il ricordo di piaceri o di sofferenze; lo spazio vivace e svariato per noi è tuttora muto; amore e passione ancora non hanno segnato questo o quel punto. Eppure il cuore già prova un presentimento di quanto sta per avvenire, una inquietudine si sparge in tutto il nostro essere. Che ci attendano gioie, che ci attendano dolori, essi avranno più o meno il carattere del paese in cui ci troviamo.» Dove eri allora, o Federica?
È con trepido passo che mi accosto io pure alla Cattedrale, trovandola ammirevole nei particolari ma non totalmente soddisfacente nella linea d’insieme, che mi pare manchi di slancio e di eleganza; se pure non si vuole dedurre dalla sua forma il significato mistico di una mano ripiegata coll’indice rivolto al cielo. Salgo i trecento scalini che guidano alla spianata superiore, arrestandomi a decifrare i geroglifici di una pietra fissata nel muro e vi leggo a mezza voce, lentamente, il nome di Goethe con una cotal mia aria melensa propria dei momenti di concentrazione, quand’ecco sbucar fuori un signore lungo e magro, il quale, con cipiglio di pedagogo che sorprende Crapotti o Massinelli in fallo, mi scaraventa contro in una gamma crescente di indignazione: — Goethe?... ma è un poeta! Un grande poeta!!! Un poeta tedesco!!! — Mi sprofondo in ringraziamenti.
I primi mesi trascorsi da Goethe a Strasburgo in piacevoli distrazioni, studi geniali e simpatiche amicizie, ricevettero l’impressione di un avvenimento che mise sottosopra la città e fece interrompere i corsi universitari. Fu il passaggio di Maria Antonietta che si recava a Parigi per sposare il Delfino. Bella, distinta, imponente, graziosa, la giovanissima fidanzata apparve in una carrozza di vetro all’ammirazione del popolo e Goethe che era accorso a visitare il padiglione ove ella veniva accolta doveva provare una dolorosa commozione e un senso di raccapriccio nel vedere che il più splendido arazzo scelto per decorare la sala principale raffigurava la truce istoria di Giasone, Medea e Creusa. «Come! — esclamò ad alta voce senza curarsi dei commenti della folla. — È permesso di presentare alla futura regina, sotto pretesto di festeggiarla, l’esempio del più sciagurato matrimonio che sia mai stato conchiuso?» Per calmarlo i suoi compagni lo assicurarono che non tutti stanno a meditare sul significato dei quadri, che per loro conto non avevano sentito nulla e che certamente nè la popolazione di Strasburgo nè la gaia fidanzata non avrebbero avuto sì bizzarri pensieri.
Il ricordo di Maria Antonietta risorge ancora più che mai romantico e sentimentale dinanzi al palazzo elegantemente barocco che fu la dimora episcopale di quattro cardinali di Rohan poichè l’ultimo di essi, Luigi, preso da folle amore per la sovrana, doveva poi essere travolto nella oscura macchinazione detta della Collana della regina, che gli costò fortuna, onore e vita.
Di un’altra storia d’amore collegata alla storia di Francia, resa popolare da romanzi e da commedie ci risovviene nel coro della chiesa di S. Tommaso, dinanzi al monumento di Maurizio di Sassonia, opera pregevolissima dello scultore Pigalle, il quale ebbe un’idea originale e suggestiva rappresentando il maresciallo che discende intrepido nella tomba di cui la Morte tiene sollevato il coperchio, mentre una donna in lagrime tenta di trattenerlo invano. Questa donna deve rappresentare la Francia, ma è così seducente che il pensiero corre ad Adriana Lecouvreur....
Fra tante memorie della nazione che per due secoli signoreggiò l’Alsazia vien fatto di domandarci: Ma questa Alsazia, infine, è francese o è tedesca? Certo la Francia non è passata invano fra questo popolo; qualche cosa della gentilezza latina vi si è infiltrata plasmando la pesantezza del tipo tedesco in una forma di grazia e di leggiadria che si ritrova dovunque, che dà brio e movimento a tutta la vita della città, collegata forse alle sue origini prime di colonia romana. Tuttavia sui muri delle sue chiese e delle sue case, nelle pagine più ardenti delle sue tradizioni, forse nel segreto della maggior parte dei cuori, l’Alsazia è tedesca. La guerra del settanta ha chiusa la parentesi. I strasburghesi di oggi parlano esclusivamente il tedesco, i nomi delle vie e le insegne dei negozi sono in lingua tedesca; appena qualche albergo e qualche farmacia porta sotto alla scritta tedesca un’umile traduzione francese: _Pharmacie de la Vierge — du Cigne — de la Rose_.
A questo proposito interrogai molte persone, chiedendo loro se preferivano dirsi francesi o tedeschi. Le risposte furono, a dir vero, ambigue. Temevano di compromettersi? Una vecchia che vendeva spagnolette abbrustolite sulla piazza di S. Tommaso e che per ragioni di età, aveva balbettato le prime parole in francese, mi rispose: _Que dojs-je vous dire? On travail’ait avant, on travaille après._ Le feci osservare che ella parlava bene il francese: _Dame! Quand j’allais à l’ecole on payait un sou d’amende pour chaque mot allemand._ Credo che ora avvenga il contrario.
Le statue di Gutenberg, di Kleber, di Goethe, altre ancora, popolano i giardini della città. Io penso a colei che non si vede.
*
Era l’ora del tempo e la dolce stagione quando Wolfango Goethe allegro studente e bellimbusto ebbe il capriccio di travestirsi con poveri panni antiquati per accompagnare un amico in visita presso una simpatica famiglia di campagna, il Pastore della chiesa protestante di Sesenheim che aveva moglie e due figlie. Il travestimento era un po’ la mania del secolo. Io non so se al giorno d’oggi un giovinotto ricco, elegante, colto troverebbe gusto a presentarsi in una casa, prima ridicolmente camuffato con abiti fuori d’uso, poi nelle spoglie domenicali di un garzone d’osteria. Aveva ragione chi disse che i nati dopo la rivoluzione francese non sanno che cosa voglia dire la gioia di vivere.
Questa gioia il futuro autore dell’amarissimo _Faust_ la gustò appieno recandosi da Strasburgo a Drusenheim e di là a Sesenheim, a cavallo, in una giornata splendente di sole, lungo i sentieri che fiancheggiano il Reno, ebbro dei sogni indecisi eppure così dolci di una sana giovinezza.
Trovò una casa decrepita ma pittoresca tanto da ricordargli le tele dei maestri olandesi. «Tutto era silenzio; non vi era anima viva nè nel villaggio nè nel cortile». Solo il Pastore stava nel suo studio e accolse gentilmente i visitatori scusandosi di doverli ricevere in una abitazione prossima alla rovina e mostrò loro i progetti per la fabbrica di una nuova casa. Intanto erano rientrate la madre e la sorella maggiore. — E Federica? Dov’è Federica? — chiesero tutti. — Non datevi pensiero — rispose il padre — ella verrà.
«In questo momento si aprì la porta e comparve la fanciulla. Era come una stella splendente sorta sul cielo della campagna. Le due sorelle vestivano alla tedesca e questo costume andava bene sopratutto a Federica. La sottana era bianca e lasciava scorgere i più graziosi piedini che si possano vedere; il busto era stretto e bianco; nero il grembiule. Camminava con passo leggerissimo come non sentisse il proprio peso, eppure le lunghe treccie bionde che scendevano dalla testa graziosa parevano pesanti per il collo gracile. Aveva gli occhi azzurri, lo sguardo chiaro, il naso piccolo ed alquanto rialzato; muoveva la testa con vivacità come se al mondo non vi fossero nè crucci, nè rammarichi; al suo braccio pendeva il cappello di paglia. Così io ebbi il piacere di vederla al primo momento in tutta la sua grazia e gentilezza.»
Su questa delicata visione che rassomiglia a un pastello dii Greuze, l’amore si iniziò rapidamente. Una passeggiata nel bosco al lume della luna, un incontro fortuito e delizioso sulla collina, tutto lo slancio di due temperamenti sensibili, tutta l’attrazione dell’età e della bellezza compirono l’incanto. Le visite a Sesenheim si moltiplicarono. Goethe potè scrivere ancora:
«Vi sono donne che piacciono sopratutto in una stanza ed altre che suscitano la nostra simpatia fuori di casa, in mezzo alla natura libera. Federica apparteneva a queste ultime. L’essenza del suo carattere, le stesse sue forme parevano sempre più belle quando camminava sopra un alto sentiero; le grazie della sua persona e del suo contegno sembrava allora facessero a gara colla terra coperta di fiori e il suo viso sereno sfidava la limpidezza del cielo. Ma questa piacevole atmosfera di cui era circondata ella la introduceva anche in casa. Il contegno di Federica in società faceva nascere il benessere; simile a un buon genio si portava di qua e di là a mitigare le asprezze, a colmare ogni vuoto, sempre con quel suo passo leggero che pareva volasse. A lato di Federica io mi sentivo infinitamente felice. Ero loquace, brioso, spiritoso, un po’ impertinente. Lo stesso avveniva per Federica: era franca, allegra, espansiva, gentile. Pareva che ambedue non vivessimo che per la società, mentre non vivevamo che l’uno per l’altra.»
Intorno ai due innamorati non vi era ombra di sospetto. Ognuno si fidava alla purezza di sentimento della fanciulla, all’onestà del giovane; e poi non era nelle abitudini del tempo e del paese la sorveglianza di simili cose. I sentieri di Sesenheim, le isolette del Reno, Hagenau, Philippsburg, tutta la bella campagna in giro raccolse l’eco di quella innocente e ardente felicità. Ma fino a quando?
Lo spirito irrequieto e la intelligente curiosità di Goethe che sempre lo spingevano a nuove investigazioni, lo distrassero alla fine dall’idillio amoroso. Altre gite, altri paesi, altre compagnie, studi e piaceri nuovi assorbirono la sua attività. Ascoltiamo ancora una confessione che è preziosa quanto istruttiva: «Mi abbandonai tanto più volentieri a questi divertimenti giacchè la mia passione per Federica cominciava ad inquietarmi. Una passione come questa che nasce e vive senza scopo ben determinato assomiglia ad una bomba lanciata di notte che sale in curva lucente e si confonde quasi colle stelle e pare persino fermarvisi, ma che poi scende e fa strage ove cade. Federica era rimasta la stessa. Non rifletteva o non voleva riflettere al fatto che la sua relazione con me un giorno o l’altro doveva finire.»
Quale indifferenza in queste parole! Il genio freddo e lucido del poeta trova la felice metafora della bomba lanciata in alto che si confonde quasi colle stelle e pare persino fermarvisi, ma poichè cadendo la strage non avviene nel suo cuore, che importa? Indirettamente fa una colpa a Federica di essere tanto costante. Perchè non cambiava anche lei?
«Diradai le mie visite; l’assenza mi fece proprio libero e il mio amore per la cara fanciulla si sviluppò nella conversazione scritta, poichè la nostra corrispondenza non era altro. In tali momenti potevo fare a meno di pensare all’avvenire; l’andamento della mia vita mi distraeva molto rendendomi possibile una attività svariatissima che dedicava il mio interesse a tutte le questioni del momento.»
Eccolo ben lontano da Federica, ed ecco l’ultima scena. Occupatissimo a rifare sul disegno originale il campanile della cattedrale di Strasburgo alla vigilia della partenza definitiva da quella città, si ricorda della fanciulla: «In mezzo a tanto trambusto non potei far a meno di rivedere ancora una volta la mia Federica. Furono giorni penosi. Quando dal cavallo le diedi la mano per l’ultima volta ella aveva le lagrime agli occhi ed anch’io mi sentivo assai male. Tornando verso Drusenheim fui preso da uno dei più strani presentimenti. Non cogli occhi del corpo, ma cogli occhi della mente vidi me stesso — vestito con un abito che non avevo mai portato, di color grigio e oro, a cavallo — venirmi incontro per la medesima strada. Quando mi scossi dal mio stupore la visione era sparita; ma è strano il fatto che dopo nove anni, vestito per caso con un abito grigio e oro, mi trovai su questa via allo scopo di rivedere Federica. Comunque sieno queste ed altre cose simili, fatto sta che quella visione in quel momento contribuì molto a tranquillarmi e a mitigare il dolore di dover abbandonare per sempre la bella Alsazia con tutto ciò che vi avevo acquistato. Uscito dalla confusione della separazione mi trovai abbastanza calmo e feci un viaggio tranquillo ed allegro.»
Davvero non si potrebbe essere più olimpicamente impudenti nella confessione del proprio egoismo. Nel momento in cui ella piange egli vede _se stesso_ e ciò lo consola subito. Quell’abito grigio e oro gli stava bene senza dubbio e gli permette di continuare il viaggio tranquillo non solo ma anche allegro.
Va il poeta incontro ad altri amori e non si chiede neppure un istante in quale stato lascia il cuore della dolce Federica. Lui attende la gloria, lui una vita esuberante, intensa, colma di ogni dono; e quando nove anni dopo (vestito di grigio e oro) la curiosità lo spinge a ripassare pei verdi sentieri alsaziani e a rivedere Federica, egli la ritrova come l’ha lasciata nella vecchia casa cadente, dolce, tenera, rassegnata all’oblio, con qualche piccola ruga forse sotto gli occhi che sapevano il pianto, forse con qualche prematuro capello bianco nelle bionde treccie... Ed è lei che votandosi al celibato pronuncerà senza un rimprovero per colui che l’ha lasciata la frase semplice e sublime: «La fanciulla amata da Goethe non deve darsi a un altro uomo.»
No, nessuno degli amori di Goethe fu circondato da una poesia così pura, nessuna delle donne da lui amate regge al confronto di Federica; e ci prende un malinconico rimpianto nel non ritrovare il suo nome fra le pagine dell’Immortale, mentre la ragazza che gli versava il vino a Francoforte rivive in Margherita e perfino alla placida Carlotta egli eresse un monumento sulla tomba del giovane Werther.
Quante volte mi venne il desiderio, nei pochi giorni di sosta a Strasburgo, di fare una corsa a Sesenheim! Ma perchè sarei andata? Neppure una pietra deve essere rimasta della casa del Pastore già cadente un secolo fa, neppure la memoria del luogo; e non certamente l’albero dove Federica soleva riposare, non sui sentieri gli stessi fiori che ella coglieva percorrendoli col suo passo leggero che sembrava volasse. Altrove, altrove o Federica è la tua memoria! Io la cerco dall’alto della Cattedrale spingendo lo sguardo sulla pianura che dalla molle ondulazione dei Vosgi si stende verso il Reno e si perde all’orizzonte in un velo di nebbia. Più lontano, più lontano ancora, sovra i monti, al di là del fiume, negli spazi sconfinati, dovunque palpiteranno giovani cuori femminilmente amorosi e anime fatte per comprendere la bellezza di un sentimento che tutto si dona senza nulla chiedere in ricambio, là vivrà eternamente Federica.
NELLA VECCHIA STRADA.
Incomincia il nome a indicare che la via è antica; un nome ispirato non a grandi o medi o piccoli uomini come si usa adesso, ma che, tolto dalla posizione stessa della via, ne rievoca la vita primitiva e i confini angusti entro i quali chiudevasi un tempo la città.
Parimenti non appare, la vecchia strada, tagliata dritta con un colpo d’accetta, rigida nella regolarità di misure prestabilite che ne costringano lo sviluppo a guisa di giovane corpo spianato nella guaina di un busto dozzinale; e non è tutta bianca, e non è tutta bella, e non è nemmeno tutta pulita perchè quando il carbonaio scarica la merce dinanzi alla botola del suo stambugio una larga striscia nera rimane per molti giorni sul lastrico. Corrono, è vero, i fili elettrici da una casa all’altra, ma poichè pendono da essi brandelli di carta rossa e celeste noi sappiamo subito che corrono pure i fanciulli traendosi dietro nell’aria le loro comete e cervi volanti, ciò che non potrebbe accadere in una via nuova rispettabile e imponente percorsa da automobili.
La vecchia strada si distende a sghimbescio dietro una vecchia chiesa e un vecchio palazzo che ne occupano buona parte, di fronte a casuccie meschine, a botteghe umili di prima necessità: il fornaio, il macellaio, il fruttaiolo, il ciabattino, il ramaio, il venditore di legna e carbone e l’osteria, si sa, più necessaria di tutte. In un certo punto le casuccie si spingono così innanzi (proprio da gente che non conosce le belle creanze e fa i propri comodi) da toccare quasi il cornicione del palazzo signorile il quale, scuro scuro e sempre chiuso, se pure ha l’aria di tenere il broncio, sopporta tutto senza recriminazioni.
Accanto al palazzo la canonica della chiesa, scura anch’essa in una tinta di rosso bruno, accoglie dietro le sue finestre ornate da qualche vaso di violaciocche le piccole suore di San Vincenzo trotterellanti ogni mattina in cerca di elemosine per i loro poveri. Entrano le piccole suore dal fornaio sollevando il coperchio del paniere dove scompariranno i pani già messi da parte per loro e rinchiudendolo si chinano ad accarezzare i piccoli bimbi, a distribuire santini ai più grandicelli. Il sorriso che rivolgono alla fornaia sembra dire: «La vostra missione è di fare dei figlioli, la nostra è di fare carità». La fornaia sorride essa pure, ma è difficile dire che cosa esprima quel sorriso.
Con maggiore titubanza entrano le piccole suore dal macellaio dove la grossa padrona troneggia dietro il banco, pettoruta, rubiconda, sprizzante salute e ciccia, con due buccole di brillanti appese ai loboli carnosi delle orecchie e due occhi cupidi che si rivolgono continuamente al garzone, bel giovinotto ricciuto e forte nella sua camicia color di rosa affaccendato fra i quarti di bue e di vitello appesi in giro. Tutta quella carne, e l’odore del sangue, e le occhiate della donna, turbano le monachelle. Mettendo nel paniere una viscida milza offerta dal garzone, la più vecchia si avvicina al banco a chiede timidamente:
— Vostro marito va meglio?
— Oh! tossisce sempre. Oramai si sa che è etico. Non c’è rimedio.
Il garzone, battendo col matterello una larga bistecca, ripete: «Non c’è rimedio». Le suore escono ad occhi bassi.
Il ciabattino è scapolo, socialista e superuomo insieme. Rifiuta l’elemosina alle mani morte, taccona le ciabatte con dignità, predica alla sera all’osteria contro i signori e nei giorni di festa vestito egli stesso come un signore, col sigaro in bocca, passeggia su e giù gettando sulla sua bottega chiusa guardataccie che sembrano di sfida.
Placidissimi i fruttaioli, marito e moglie, due colossi biondi ruzzolati giù dalle balze del Canton Ticino, stanno piantati all’imboccatura della strada a guisa di due molossi custodi, indifferenti a tutto ciò che non sia il loro negozio, vendendo caldarrosti l’inverno e ciliegie in primavera col ritornello invariabile che _tutto è cresciuto_. Alla finestra della loro abitazione pende una gabbia con dentro un merlo. Nei mesi freddi diventa anche polentaio il buon fruttaiolo. A mezzodì in punto (l’ora che fa uscire gli operai dalla fucina) lo si sente gridare sulla soglia della sua bottega: _È cotta!_
Il ramaio non si vede mai ma si sente sempre. Toc toc toc, le lastre battute risuonano sotto i colpi cadenzati del martello e questo rumore che sarebbe anacronismo altrove compie a perfezione la fisionomia rugosa e passatella della vecchia strada; questo rumore antico, questo rumore che ai nostri padri, nonni e bisnonni cullò i sensi non ancora raffinati nelle piccole città industriose, nei villaggi solatii, mentre le massaie badavano a tener lucidi i bei rami onore e decoro delle loro cucine, questo rumore caro tuttavia a chi non soffre di nervi per la sua gaia forza evocatrice, questo rumore semplice e onesto è come il cuore della vecchia strada. Durante la rigida stagione gli usci e le finestre chiuse ne attutiscono il rimbombo, ma appena il sole scendendo a scacchi dal bruno palazzo aristocratico balza nella via, tutte le imposte si aprono e la musica del rame percosso e ripercosso trionfa di ogni altro rumore.
Fin qui la prima metà della strada; nella seconda le esigenze del progresso hanno fatto abbattere i fabbricati vetusti, poichè i nipoti eredi si credettero in dovere di introdurre un po’ d’ordine, di raddrizzare le linee, di livellare i tetti; così le case da quel lato sono decorosamente moderne e si specchiano con compiacenza nell’ampio fabbricato delle scuole eretto sopra le rovine di un convento. E però questo pezzo di strada vecchia rimesso a nuovo è freddo e senza carattere.
Le arterie della vecchia strada pulsano sempre fra le botteguccie, la canonica e il palazzo. È sotto il panciuto verone di ferro battuto che l’arrotino si ferma una volta la settimana a tendere la sua cote, girando la ruota con un movimento lento della gamba, attento alla chiamata delle donne di tra le persiane semichiuse. Colui che conduce a mano il carretto della terraglia annunciato da uno stridulo suono di tromba non si accontenta di aspettare le donne, le chiama acutamente: Donne! Donne! Passa anche quello che vende pizzi e tendine; passa quello che vende fiori gridando: botanica! Passa quello che vende acciughe, e quello che vende limoni, e il cenciaiolo, e il musicista.
La musica è generalmente rappresentata dall’organetto; organetti scordati da far accapponare la pelle a un sordo; ciò nondimeno i ragazzetti si mettono a ballare in mezzo alla strada, uomo con uomo, molleggiando i ginocchi, i gomiti aperti, ridendo. Fanno pure la loro apparizione i suonatori di chitarra, i canzonettisti napoletani, i ciechi, i pagliacci vestiti di maglia, le scimmie in giubbetto rosso a ricami d’oro e il canto del merlo nella sua gabbia. Alcune volte, di notte, il silenzio altissimo della vecchia strada addormentata viene interrotto da una passata di mandolinisti. È allora tutta una dolcezza di note patetiche che sfiora le finestre facendo sospirare tra il sonno e la veglia qualche fanciulla, qualche sposa desta ancora accanto al marito che dorme.
Tutti coloro che abitano nella vecchia strada o che la frequentano spesso vi si sentono un po’ padroni. Si conoscono da anni, stanno sulle soglie a ciarlare, si lagnano insieme del caldo in luglio e del freddo in gennaio; amano la loro vecchia strada quantunque brutta, si sentono solidali in essa e par loro quasi una patria.
Ma i veri padroni sono i fanciulli. Ve ne è un nugolo. Durante il giorno vanno e vengono dalla scuola confusi coi loro compagni delle altre contrade che quasi non si distinguono. Alla sera invece, quando dalla vecchia strada non passa più nessuno e sicuramente nessun veicolo attenta ai loro giovani giorni, sgusciano fuori da ogni banda rincorrendosi da un capo all’altro con mosse così giulive e snelle, con tanta gioia di vivere che ne infondono anche a chi li sta a riguardare. Si mettono in fila e si saltano l’un l’altro come paracarri; poi fanno la guerra; poi la maratona. Il lastrico della via è ricoperto da disegni cabalistici, i muri soffrono purtroppo lo sfogo di artisti impazienti. A tratti una mamma sbuca fuori improvvisamente a prendere qualcuno per le orecchie; acuti strilli allora fendono l’aria.