Profili, impressioni e ricordi

Part 16

Chapter 163,603 wordsPublic domain

Tutte le volte che si parla di Parigi la mente è abituata a immaginare subito una città di delizie dedita esclusivamente al lusso ed ai piaceri. È forse partendo da questo preconcetto divenuto oramai un luogo comune, e per l’orrore dei luoghi comuni, che io fui invece subito e sempre colpita dagli aspetti deliziosamente provinciali, adorabilmente ingenui, di questa terribile moderna Babilonia.

Certo non anderò a cercare la provincia in Rue de la Paix nè l’ingenuità alle Folies Marigny. Io vado più in là. Io cedo tutta la riva destra ai _boulevardiers_ di professione, agli stranieri che piombano su Parigi come d’estate i mosconi sulla carne scoperta, avidi di sensazioni acute e di curiosità proibite, alle signore eleganti, ai giovinotti dal portafoglio ricolmo, ai vecchi _marcheurs_, agli omnibus sgangherati, ai cocchieri insolenti, ai marciapiedi sudici, agli _encombrements_ che vi impediscono di camminare, ecc. ecc.

Quando penso a Parigi, io ripasso la Senna invariabilmente perchè delle città al pari che degli uomini ricerco il cuore e il cuore di Parigi batte nella vecchia isola di Saint Louis e di Enrico IV, laggiù dove le torri di Notre Dame come vigili candelabri eretti al cielo sembrano tenere alta sopra le attuali miserie la fede che i nostri padri bagnarono nel loro sangue. E dalla piccola isola toccando la riva sinistra, non senza volgere uno sguardo alla guglia quasi spirituale della Sainte-Chapelle, entro in quel quartiere latino dove le anime solitarie e pensose anderanno sempre a cercare le loro migliori sensazioni.

Quanti nomi! Quanti secoli di storia! Non era l’antica Lutezia che una meschinissima borgata e sulla collina dove ora sorge il Pantheon pascolavano le pecore, quando una fanciulla dall’angelico profilo e dagli occhi pieni di sogno stendeva le piccole mani per trattenere l’invasione degli Unni. La nascente Parigi aveva già la sua protettrice: Santa Genovieffa!

Chi vuole conoscere in poco più di venti minuti il passaggio da un mondo all’altro deve prendere in piazza della Maddalena il venerabile omnibus del Pantheon, mediante il quale, dopo di aver gustato per pochi istanti la risurrezione degli antichi viaggi in diligenza, si trova a mille miglia dal _boulevard des Italiens_ e dalla _Avenue de l’Opera_. Ecco il ponte sul quale in una oscura notte di novembre pochi fedeli amici passarono accompagnando il cadavere dell’attrice Adriana Lecouvreur che una legge del tempo proibiva di seppellire in terreno sacro. Ecco il Lussemburgo, palazzo e giardini, dove ogni pietra narra una storia. Ecco la Sorbonne, ecco l’architettura arcaica di Cluny sotto le cui ombre meravigliose giuocano i bambini del popolo, ecco i Licei famosi dai quali uscirono i più grandi scrittori della Francia, ecco la via Soufflot tutta piena di libri, ecco la mole imponente del Pantheon e accanto, meno vasta ma più pregiata dai buongustai, la chiesa antichissima di _Saint Étienne aux Monts_ dove si conserva l’arca di Santa Genovieffa, dove una elegante transenna fiancheggiata da due scale aeree richiama le belle opere del nostro Rinascimento.

In questo quartiere dedicato allo studio ed agli studenti invece dei negozi di novità non si vedono che quaderni, matite, cartelle, dizionari, e in fatto di eleganza alcune botteghe di camicie fatte e di cravatte a buon mercato; ma quanta giovinezza vera, quanta forza, quanto soffio di idee e di speranze nove batte l’ali in questo cantuccio trascurato di Parigi e nei piccoli giardini di queste case dove gli uccelletti si arrischiano ancora a sospendere i loro nidi, dove c’è un silenzio di orto di curato e dei sedili vuoti che la fantasia popola a suo piacere.

E non erano queste le strade percorse da Mimì Pinson?... Ohimè, Mimì Pinson è morta senza discendenti. Abbiamo ora le studentesse, purtroppo! Mimì Pinson non cercava altro che l’amore, le studentesse lo cercano pure, ma complicato di filosofia e di questione sociale. Chi sa che cos’hanno, povere donne in quelle loro teste arruffate! Si vedono, verso sera, passare in giri fitti, rapidi e convergenti proprio come rondoni, finchè vanno a dar di capo in una delle innumerevoli _tavernes_ del _boulevard Saint Michel_, dove tra il fumo delle sigarette e gli _chop_ di birra (quando sono in fondi) gli studenti d’ambo i sessi incrociano sguardi e discussioni infiammate. A guardarli dalla finestra è una sfilata di cappelli originalissimi, d’ogni colore, forma e dimensione, perchè pare che nella scelta del cappello gli studenti sogliano mettere una affermazione di principii. Quelli delle studentesse poi si distinguono per certe penne spennacchiate che percuotono loro le spalle facendo pensare a scopinetti, a fronde d’albero, a batti panni, a code bizzarre di animali ignoti, a tutto insomma fuorchè ad un ornamento femminile.

Più tardi, quando la mole del Pantheon non appare che nelle forme incerte di un gigante accovacciato e l’infelice _Pensatore_ che Rodin immaginò certo in un giorno di cattiva digestione, uno di quei giorni fatali che capitano anche agli uomini grandi, dorme sul suo equivoco sedile, ripassano a coppie... lente, silenziose, la mano stretta nella mano... e le stelle brillano in alto indulgenti e serene.[2]

È in una soffitta del _quai St. Michel_ che Giorgio Sand, abbattendosi su Parigi all’inizio del suo volo di procellaria, andò a cercare il primo rifugio: ben lontana allora dal sospettare che in una aiuola del giardino del Lussemburgo i tardi nepoti verrebbero ansiosi a contemplarne la nobile sembianza scolpita nel marmo, fra un popolo di regine troneggianti in mezzo agli alti alberi che videro passare Maria dei Medici.

E tutto intorno a queste memorie una bonomia di vita semplice, di mattinate operose e insieme tranquille, lungo i marciapiedi solitari percorsi appena da qualche borghesuccia che va per le sue provviste o dai professori nel loro incesso dignitoso avviati a sparire negli ampi portoni dei Licei e delle Università; di meriggi sereni in cui sfilano lunghe schiere di alunni attraversando vie quasi deserte e negozietti sulle soglie dei quali le donne in camiciola bianca vengono a prendere il fresco sedute sulle loro seggioline di paglia, come a Codogno, a Gorgonzola, oppure (parlando a fiorentini) a Prato ed a Signa.

Tipico in questo quartiere è un alberghetto del quale non dirò il nome, ma che potrebbe chiamarsi senza anacronismo albergo dei Tre Mori, della Rosa bianca o delle Armi di Rohan. La sua unica porta è fiancheggiata da due vasi di semprevivi, modesti sì ma eloquenti emblemi, destinati forse a mitigare l’effetto che in alcune persone impressionabili potrebbe fare una esposizione di pompe funebri che si trova proprio a fianco coi disegni di tutti i _corbillards_: prima, seconda, terza classe: e dei moduli di partecipazione graduati a tutti i lutti. Non credo però che i frequentatori di quell’alberghetto se ne siano mai preoccupati, essendo per la maggior parte studenti, artisti, giovinotti che fioccano dalla provincia a Parigi per farsi una posizione e che vi alloggiano più o meno a lungo finchè abbiano trovato qualche cosa di meglio; ciò che peraltro non deve essere facile perchè in fondo i Tre Mori o la Rosa bianca o le Armi di Rohan non è che una continuazione della vita di famiglia, la piccola, umile, serena, intima vita di famiglia in provincia — e se non è precisamente Nanterre o Perpignan certo non è ancora Parigi.

Ogni mobile qui è di antica data e non bisogna sofisticare troppo se le stoffe in qualche posto mostrano l’orditura, poichè ci aspetta la dolce sorpresa di trovare sul caminetto la stessa pendola che abbiamo sempre visto in casa della nostra nonna, e appese alle pareti un gran numero di quelle stampe vecchiotte che formano la delizia dei collezionisti. Che importa se la luce elettrica vi è un mito, se una fila di moccoletti attende sulla scansia i relativi proprietari e se le terraglie di camera appaiono spesso scompagnate?... I letti sono ampi, morbidi e vi si dormono i più beati sonni dell’innocenza.

A ciò provvede particolarmente un avviso appiccicato sopra il muro «_Il est defendu de faire entrer quelq’un coucher avec soi._»

Siamo oramai lontani dal tipo di studente errabondo e povero che ispirò Murger nella «Bohème» e che Étienne Eggis parlando di se stesso ci descrisse in quella strofa deliziosa di spontaneità.

Je n’avais pour tout bien que ma pipe allemande Deux volumes du gran Goethe, un pantalon d’été....

Gli studenti che battono alla porta di questo alberghetto (suonare il campanello quando non si trova nessuno) hanno la loro mamma a casa che li ha provvisti di abiti per il caldo e per il freddo ed essi non devono preoccuparsi altro che di passare le classi. Dinanzi a loro, nell’ampia Parigi, la Parigi vorticosa e turbinosa della riva destra, danzano a frotte le illusioni adescatrici e perfide. Qui, nel quartier latino, si sogna e si ama; ma la lotta per la vita è laggiù che li attende... Essi lo sanno, i giovani, e colgono finchè possono le rose dei vent’anni. Nella cripta del Pantheon dormono i grandi uomini il loro sonno immortale, mentre tutto intorno sorgono queste speranze novelle figgendo gli sguardi nell’avvenire. Forse trovasi fra costoro il grande uomo futuro?....

COLMAR.

Le gazzette di questi giorni annunciarono che in Alsazia si sta in una grande attesa dei prossimi avvenimenti guerreschi e in questa attesa, non priva di serie preoccupazioni, si provvede a mettere al sicuro nell’interno della Germania gli oggetti d’arte, principalmente le celebri tele dei quattrocentisti raccolte nel museo di Colmar.

Colmar, nome grazioso di una piccola città della quale ignoravo completamente l’esistenza fino a quattro anni or sono. Mi trovavo a Strasburgo, ed al pari di ogni straniero che visita la capitale dell’Alsazia, facevo colazione una volta tanto alla casa Kammerzel che si addita come il modello più puro dell’antica architettura tedesca. A rendere più vivo il colore locale sedeva alla mia tavola stessa una brigata di tedeschi autentici, così grossi e tozzi e rumorosi e maleducati che mi sentii subito invasa da quel malessere speciale che devono provare, io penso, i pesci fuor d’acqua e che io avvertii sempre in presenza di questa razza che sento profondamente diversa dalla mia, sopratutto nel suo esemplare ultimo; perchè io giungo, non dico a simpatizzare ma ad accostarmi alla piccola Germania di una volta dalle casuccie di legno sul cui tetto nidificano le cicogne e nell’interno si conduceva una vita semplice e parca, tutta intessuta di minute economie borghesi che non impedivano di essere felici perchè i gusti erano primitivi e i cuori contenti. Ma questa generazione venuta su dopo il settanta, imbevuta di orgoglio filosofico e di smania di godere, questi tedeschi tanto lontani dal mugnaio _Sans Souci_ e dalla sua candida fede nella giustizia, queste Gretchen che hanno trovato una soluzione tanto più comoda dell’infanticidio per aggiustare le loro marachelle, questi Faust che non vegliano più fra i dibattiti dell’anima perchè l’anima già da un pezzo l’hanno data al diavolo, questa gente prepotente e volgare, sudicia e boriosa non ha nulla di comune con noi.

Tale convincimento mi venne più forte che mai intorno a quella tavola del Kammerzel, fra quegli uomini sazi di cibo che si scompisciavano dalle risa al racconto di un compagno e le loro donne che si frenavano appena, facendo saltellare sui grossi petti, le grosse catene d’oro, agitando le braccia dense e corte con uno sbatacchiamento di anitra che voglia uscir dal fosso. Ero la sola rappresentante della latinità, taciturna in mezzo a quel rumoroso dilagare di ilarità teutonica, e siccome nessuno della comitiva parlava nè l’italiano nè il francese, mi rivolsi a un cameriere per conoscere il soggetto di tanta allegria. Trattavasi dell’avventura di uno di quei signori che nell’attesa del primo bimbo aveva almanaccato nove mesi colla moglie sul nome da imporgli e quando fu trovato con piena soddisfazione di entrambi nacque una bimba. Come? — esclamai — è tutto qui? — Tutto qui! — mi rispose l’alsaziano con una ironia nell’accento e tale lampo di malizia negli occhi che mi furono chiosa e compenso, e pensai: «Ecco un suddito poco rispettoso della strapotente Germania».

Fu da quel casuale incontro che di parola in parola (non era egli un irredento?) venni a sapere l’esistenza della città di Colmar, del museo d’arte antica e di antiche abitazioni in vecchio stile curiose a vedersi. Non ci volle di più per decidermi nel mio ritorno in Italia a farvi una sosta fra una corsa e l’altra.

Pochi giorni dopo facevo la mia entrata a Colmar, unica viaggiatrice in un modestissimo tram che mi portò attraverso vie monotone e piatte, senza espressione, senza colore, senza vita. Non uno sfondo di verde, non un movimento di acque, nulla, nulla. E neppure una casa antica! Passai bensì dinanzi alla chiesa di S. Martino, ma era in riparazione e cinta di assi che non me la lasciavano vedere.

Questo disinganno della mia prima corsa nell’ignoto dal quale mi ripromettevo le più gradite sorprese mi consigliò meglio a cercare subito il museo che sapevo collocato nell’ex-chiostro degli Underlinden e qui finalmente la mia curiosità fu paga.

Il custode che stava pranzando colla sua famiglia non si scomodò più che tanto al mio apparire. Avendogli detto che non potevo aspettare in causa del treno da riprendere mi accompagnò oltre l’andito e accennando con un gesto cortese: «_Quatre pas à peine, la porte de l’église est à gauche, entrez, il n’y a personne._»

Visitare una raccolta d’arte insieme a una persona competente che ne addita e spiega i pregi è senza dubbio piacere più perfetto e lezione più preziosa; ma anche queste visitine di contrabbando fatte senza il Baedeker, senza il cicerone, senza l’amico compiacente, hanno un loro sapore aspretto di frutto acerbo che non è da disprezzarsi e riesce specialmente gradito alle fantasie vagabonde le quali sogliono domandare alle cose, più della forma concreta, l’imprecisione del sogno che da esse si svolge. Così io mi sprofondai subito nel silenzio delizioso del portico che recinge il cortile del chiostro con quelle arcate di un gotico leggero come una trina, con quei pilastri eleganti sotto la frastagliata ombra dei tigli. Io volli cogliere nei cantucci remoti i sospiri delle cento vergini che vi passarono la vita, sospiri di rimpianto e di malinconici ricordi, sospiri eziandio di mistico amore; aneliti di cuor ardenti verso l’inafferabile bene, verso l’amante immortale.

Non è a credere quanto su questa via galoppasse la mia immaginazione fino a vedere materialmente i veli bianchi delle suore apparire e sparire tra gli arabeschi delle magnifiche arcate e le loro voci argentine salire al cielo tra il profumo dei tigli. In buon punto mi sovvenni le parole della guida: «_Quatre pas à peine, la porte de l’église est à gauche, entrez, il n’y a personne._»

Nella chiesa, abbastanza vasta, ad una sola navata, le tele dei primitivi sono disposte su panche e cavalletti ricevendo dalle alte finestre una luce grigia uniforme, quasi opaca, che congiunta al silenzio ed alla austerità delle nude pareti dà l’immediata impressione di ciò che è veramente quel singolarissimo museo. Dubito che esista un’altra raccolta di quadri di una ispirazione così uniforme e posta in una più omogenea cornice. È tutta l’arte incerta della fine del Medio Evo che si affaccia da questi dipinti dal disegno infantile, dal colore smorzato, come si temesse di dare troppa gioia all’occhio. Erano tempi, quelli, di macerazione della carne e i corpi appaiono stecchiti, le membra rigide, i volti contratti dallo spasimo. Giovanni Huss non aveva agitato invano sulle turbe spaurite i campanelluzzi della sua follia ascetica, egli che imponeva alle donne di stringersi sul petto una tavoletta di legno per soffocare l’esuberanza che poteva dare scandalo e indurre in tentazione. Il crudele dissidio fra spirito e materia, che tormentò gli uomini durante quei tetri crepuscoli della coscienza, ha lasciato parte delle sue inquietudini su queste tele dolorose, dolore fisico, dolore di anime e non, come nei nostri primitivi, la soavità penetrante di frate Angelico o l’ingenuità sorridente di Giotto, sanno carpire al segreto della bellezza femminile il fascino delle loro madonne.

Nei pittori tedeschi la rozzezza dei tempi è duplicata dalla rozzezza propria alla razza. Sulla pala d’altare di Mattia Grunewald, che rappresenta la deposizione dalla croce, (già posta in salvo fra le migliori opere della raccolta) la più attempata delle tre Marie, quella che sta accanto al feretro dove porranno Gesù, è un tipo così prettamente e volgarmente tedesco che noi potremmo giurare di averla incontrata nel retro fondo di uno dei tanti negozi che il popolo invasore per eccellenza aveva aperti nelle nostre città.

Intanto il pallido raggio di sole che illuminava le finestre era scomparso, un grigiore sempre più malinconico avviluppava tutte quelle imagini del dolore, quei crocifissi, quei martiri, quei santi. Per un improvviso richiamo all’antitesi rammentai la vendita. Doucet che, proprio in quei giorni, metteva a soqquadro Parigi, Doucet, il sarto delle più raffinate eleganze parigine, essendo anche uomo di gusto, aveva per trent’anni della sua vita inseguito con ricerche intelligenti tutto ciò che potè mettere insieme dell’arte del secolo XVIII, che per i soli quadri e statue venne valutata per dieci milioni di franchi; valutata e pagata perchè l’asta raggiunse prezzi favolosi. Ricordo alcune cifre: 360.000 franchi un quadro di Fragonard _Sacrificio a Minotauro_, uno del genere di Chardin 300.500, il ritratto della moglie di Talleyrand 400.000. Bellissima donna, d’accordo, ma 400.000 lire appese ad un chiodo!....

L’occasione era propizia per alcune riflessioni morali sullo squallido deserto che circondava l’arte che avevo sotto gli occhi e la folla tumultuante a Parigi intorno alle opere grassocce di Chardin e di Fragonard, alle voluttuose eleganze di Latour e della Vigée-Lebrun; ma l’ora incalzava e dovetti pensare al ritorno. Entrava in quel mentre il custode forbendosi la bocca e nell’istante medesimo io rimasi impietrita dinanzi a ciò che, nel fermento delle mie idee sull’arte, mi parve una straordinaria visione. Era un ritratto di donna sospeso fuori della raccolta d’arte antica, in alto, fino a toccare il soffitto, tanto che balzai sopra alcuni gradini posticci che si trovano lì presso per vederlo meglio: — Ma quella è l’imperatrice Eugenia — dissi. Il custode me lo confermò aggiungendo: — È di Wintheralter. —

Due meraviglie: la donna e l’artista. L’imperatrice nel pieno fulgore dell’età, della bellezza, del dominio esce dal quadro viva per opera di un pittore rotto nell’esercizio intelligente dell’arte sua, maestro in tutte le seduzioni della femminilità aristocratica. Il volto di colei che salì al trono in virtù della sua bellezza, somigliantissimo nell’espressione, dolce e severa ad un tempo, corona di luce il busto che la stoffa di colori svariati, vivacissimi eppure armoniosissimi, veste da vera sovrana nella moda di un tempo in cui le donne sapevano vestirsi.

Chiesi al custode come mai quella reliquia di una fortuna trapassata fosse venuta a smarrirsi in un luogo così estraneo alla destinazione che certamente doveva avere; ma egli non lo sapeva. Scrivendo oggi questi ricordi a quattro anni di distanza penso: — Maestà, non voi di sicuro interneranno nelle città della Germania, aspettate. Presto verranno i soldati di Francia a liberarvi e, poichè sono cavalieri, vi perdoneranno. —

Rimanevano da vedersi le cose arcaiche; avevo ancora nella memoria le costruzioni di questo genere ammirate a Bruges e a Gand, la mia curiosità era viva. Vidi la casa Pfister, corretta e regolare nella sua esatta riproduzione delle antiche case tedesche, e il Rathaus e la casa denominata _delle teste_, con una bella porta; ma più ancora mi piacque quella dei _Cavalieri di S. Giovanni_ che negli eleganti loggiati e nel traforo aereo del parapetto di mezzo ricorda i migliori esempi di certi palazzi veneziani. Bellissimi poi il cortile e il pozzo della _tribù dei sarti_; principalmente il pozzo che nel disegno ardito, di una signorilità rara in queste regioni, si accosta all’architettura del nostro Rinascimento.

Ma il treno stava per partire. Addio Colmar. Sul punto di accommiatarmi dalla mia guida una profonda scappellata, alla quale la guida risponde con ossequioso rispetto, mi mostra un signore dall’aria distinta, dall’abito mezzo borghese e mezzo prelatizio. — Monsignore — mormora piano la guida — la prima autorità di Colmar! —

Caspita! Salutai anch’io. Che cosa potevo pretendere di più?

_1914._

NEL PAESE DI FEDERICA.

Quando all’uscire dalla stazione di Basilea la verde pianura dall’Alsazia si apre ai nostri sguardi, subito l’occhio corre a cercare a sinistra la molle ondulazione dei Vosgi e dall’altra parte, oltre il Reno, che luccica tratto tratto in lontananza, una curiosità alimentata di leggenda e di poesia agreste ci indugia a lungo sulle prime arborescenze della Foresta Nera.

Il treno si avanza fra prati irrigui e campi a coltivo attraversando un paesaggio dai contorni morbidi, un po’ incerto di colore in queste grigie giornate invernali, ma che deve essere in primavera tutto sorriso d’alberi e di erba fiorita, con trilli di allodole nei boschetti che appaiono qua e là a interrompere la monotonia della linea piana.

E via via che si procede Strasburgo sembra venirci incontro col fascino sentimentale delle sue memorie. Non a caso mi esce dalla penna questo aggettivo «sentimentale», perchè le belligere avventure della antica colonia romana conquistata dagli Alemanni e favorita da Carlo Magno, la città prosperosa che accogliendo nel 1500 la Riforma immortalò fra le sue mura i nomi di Giacomo Sturm, l’energico difensore delle libertà protestanti, e di Giovanni Sturm, l’umanista, fino alla guerra angosciosa dei Trent’anni che la fece cadere in vassallaggio dei re di Francia, sono ormai troppo lontane da noi per farci battere il cuore e meglio ci seduce ciò che sappiamo di Strasburgo durante i due secoli precedenti la Rivoluzione per lo sviluppo grandissimo che vi ebbe la sua Università e per i personaggi che la attraversarono, sopra i quali domina sovrano il genio di Goethe.

Esiste ancora quell’albergo dello _Spirito_ dove il giovane studente venuto a Strasburgo per compiervi gli studi di legge discese appena arrivato? Io lo cercai subito e lo trovai lungo la riva dell’Ill; ma l’albergo non c’è più e solo la modesta casa segna in una targhetta il nome dell’illustre ospite. In un’altra contrada, all’antico mercato del pesce, altra targhetta su altra casa. Qui Goethe trovò stabile e piacevole alloggio. Ora vi è aperto un negozio di camicie a un marco e mezzo e di grembiuli a ottantacinque pfennige. Ma la fantasia non si scoraggia.