Profili, impressioni e ricordi
Part 15
Io sentii ciò sopratutto in un giorno di festa, nella città parata in singolare vivezza di colori e i soldati sotto le armi per il passaggio della famiglia reale. Luceva il bel volto pallido del sole soffuso del suggestivo incanto del suo velo e brillavano sotto di esso gli elmi dorati con piume rosse, neri con piume nere, d’argento con piume bianche, lungo quelle vie senza polvere, silenziose al passo come se un tappeto di velluto le coprisse, mentre la folla raccolta in due ali se ne stava dignitosa nell’attesa e centomila piccolissime bandiere sospese in alto turbinavano al vento dando l’impressione di centomila mani agitate in segno di gioia. Così, forte e calmo, ardente e composto è questo popolo presso cui tutte le nobili idee trovano un’eco di simpatia e le grandi iniziative un appoggio. Mascherata dalle spalle erculee di un _policeman_ la mia debole voce mormorò con intimo convincimento: _Rule Britannia!_
Ma vi è a Londra un posto dove tutti coloro che amano gli inglesi e l’Inghilterra, che si sono occupati della sua letteratura, che hanno ritenuto i nomi dei suoi poeti, dei suoi re, dei suoi uomini di Stato, delle sue donne anche, non deve mancare di vedere ed è la Galleria dei ritratti recentemente annessa alla grande Galleria nazionale. Appena entrati due poeti sommi ci accolgono: Shelley dalla fronte pensosa, Byron dal volto passionale; poi Ruskin dagli occhi pieni di cielo e Bulwer, bellissimo, che seppe far rivivere nella sua nordica immaginazione gli ultimi giorni di Pompei.
Chi è questo bel vecchio dall’espressione bonaria e astuto insieme? È Richardson, il romanziere alla moda nel secolo decimottavo; l’autore di quella ingenua e deliziosa _Pamela_ che qualche nostra attrice ci regala ancora di tanto in tanto sui teatri di prosa per nostra consolazione. Ecco Dikens, il grande e troppo dimenticato Dikens, che assomiglia un poco ad uno dei nostri migliori scrittori di romanzi. Ecco il patriarcale Walter Scott seduto dinanzi ad un camino antico, il fido cane accovacciato ai piedi: e par che danzino intorno a lui con leggiere movenze di silfidi le armoniose creature de’ suoi sogni, suscitando i malinconici laghi della Scozia coi diruti castelli perduti sulle scogliere e gli innamorati eroi correnti nella notte a fantastici convegni.
Si guarda con stupefazione la robustezza erculea di Bacone e di Darwin trovandola bene appropriata all’uno che dovette reggere il confronto col più grande uomo dell’Inghilterra e all’altro che capovolse la concezione del mondo.
Oh! il maraviglioso volto ascetico del cardinale Manning! e lord Brougham, lord Palmerston, Beniamino Disraeli, i due Walpoole — Orazio specialmente — sulla cui fisionomia canzonatoria si cerca con un po’ di curiosità il riflesso della grande passione che risentì per lui l’ottantenne marchesa Du Deffant.
Una certa delusione la si prova dinanzi al ritratto di Giorgio Williers duca di Bukingham. La storia gli ha assegnato un posto nel cuore di Anna d’Austria regina di Francia ai piedi della quale, ci insegna la cronaca galante, egli lasciò cadere un giorno tutte le perle che ornavano il suo mantello; e ricordiamo i versi che il vecchio poeta Voiture improvvisò alla regina una sera in cui ella gli domandò a che cosa pensasse,
Io pensavo che fareste (Noi poeti siam bizzarri) Se in mia vece qui vedeste Bukingham il vostro amor.
Tempi singolari in cui i poeti si permettevano tutte le licenze! Ma davvero Giorgio Williers duca di Bukingham è troppo florido, troppo ben pasciuto. I nostri ricordi sentimentali ne soffrono.
C’è una sfilata di attori celebri: Irving, dal rigido profilo puritano, Kean nella cui faccia si legge tutto il programma della sua vita: _genio e sregolatezza_: la Vestri, altri ed altre.
Di un interesse speciale, riunite in un gruppo come le gemme più preziose della corona, cinque donne mi fanno battere il cuore: Giorgio Eliot, la Browning, Carlotta Brönte, Cristina Rossetti, la signora Carlyle. Non so perchè Gaetano Negri scrivendo con tanta simpatia della Eliot la chiamasse brutta. Nei tre ritratti che abbiamo di lei non risulta tale. Il primo la rappresenta giovane, eretto il bel busto sotto la testa un po’ grossa ma ricca di biondi capelli, i lineamenti regolari, gli occhi soavissimi ed azzurri. Anche nell’ultimo, preso quando aveva sessant’anni, i capelli hanno conservato tutta la loro opulenza e il volto non dispiace. Carlotta Brönte è veramente la donna di provincia del secolo decimonono nel cui interno l’anima vigila sempre accesa e detta romanzi intanto che manipola il pane e che tutto intorno a lei è freddo, gretto, meschino. Cristina Rossetti pare una santa staccata dai muri di un antico chiostro italiano. La Browning, non bella ma strana, ci affascina colla bruna chioma spiovente, cogli occhi oblunghi, larghissimi, luminosi, pieni di un mistero che la bocca forse troppo ampia ma fremente di vita lungi dal distruggere rende più inquietante. Si desidererebbe più limpido, più visibile alle pupille che vi si figgono ansiose, il ritratto della signora Carlyle, imperfettamente reso in un piccolo disegno, quasi la tenera donna volesse anche dopo morta restare nelle tenebre che accompagnarono la sua vita di eroismi oscuri.
E chi è questa elegante simpaticissima signora dalla bellezza quasi moderna, che piace subito, che ispira ammirazione e fiducia? Duchessa Malborough — dice l’iscrizione della ricca cornice dorata — e la celebre canzonetta ci viene spontanea alle labra: _Malborough s’en va à la guerre_. Sì, essa è l’impareggiabile sposa del grande Malborough che gli fu compagna fedele fino alla morte e che, rimasta vedova per il tragico avvenimento che la canzone rese popolare, ricusò ogni altro matrimonio rispondendo: «Colei che è stata moglie di lord Malborough non può appartenere a nessun altro uomo».
Ben diversa è la psiche di lady Hamilton contessa di Gramont che la guida chiama semplicemente: la bella Hamilton. Abbiamo di lei due ritratti presi a vent’anni di distanza che fanno riflettere malinconicamente a ciò che deve essere per una bella donna l’invecchiare, quando questo grave passaggio fisiologico non sia sorretto dalle virtù della duchessa di Malborough. Lady Hamilton nel fiore sbocciato della sua giovinezza si presenta col primo ritratto in una decente scollatura che non distoglie lo sguardo dal fresco viso; ma più tardi, quando l’età fatale incalza, colei che nessuno più chiama la bella Hamilton investita dall’ardore terribile di chi rischia l’ultima battaglia brucia tutte le sue navi... o per lo meno le trine che ricoprono gli ultimi avanzi della sua bellezza famosa e ci fa esclamare: Povera donna!
A chi appartiene quel faccione florido e tranquillo di buona borghese che rattoppa le sue calze? È Maria Tudor, la feroce nemica dei protestanti. Si stenta a crederlo e si cerca con interesse il vicino ritratto della più interessante delle sue vittime: Giovanna Grey, pallida e gentile.
Strana, orribile faccia è quella di Enrico VIII marito di sei mogli. Sulle larghe mascelle bestialmente sviluppate, tali che invadono l’intero volto, gli occhi e la bocca di una impressionante piccolezza sembrano mostri osceni che si raccolgono un istante per prendere lo slancio, labbra di sanguisughe, tentacoli di piovre, una cosa mai vista e che ipnotizza col suo stesso orrore molto più se si pensa alla dichiarazione che egli faceva col più perfetto cinismo: «Quando amo desidero, quando desidero voglio e quando voglio prendo».
La figlia di questo mostro, la regina Elisabetta nata da Anna Bolena e chiamata alternativamente la grande Elisabetta o la regina vergine, probabilmente con eguale fondo di verità, quantunque brutta volle lasciarci quattro ritratti e porta in ognuno dei quattro un abito così ricco di complicazioni che sfido a descriverlo il più esperto cronista mondano. Di questi quattro ritratti il migliore è opera di un pittore italiano, Federigo Zuccari, fondatore della romana Accademia di San Luca.
Ancora dello Zuccari è il ritratto di Roberto Dudley conte di Lancaster favorito titolare della regina, tanto bello quanto stolto, dissero i contemporanei e che appare sulla tela più stolto che bello. Ciò pure torna a lode del pittore poichè seppe dalla vaga scorza estrarre l’intima volgare essenza, ciò che si direbbe modernamente ritrarre l’anima.
Qui finiscono questi miei appunti personalissimi, semplici note di taccuino segnate senza ordine prestabilito, alla ventura, ma ci vorrebbe ben altro per descrivere tutto quello che si vede nella Galleria dei ritratti a Londra. Alcuni, molti fra essi, hanno pregi pittorici non comuni. Tutti — i pochi di cui ho accennato e gli innumerevoli che non trovarono posto in questo articolo — ci parlano il linguaggio profondo dei morti così suggestivo quando ci si affacciano dalle vecchie tele dove l’arte ha saputo immortalarli.
ATTRAVERSO L’OLANDA.
Quando il reverendo Lorenzo Sterne, parroco inglese, mettendo nella valigia mezza dozzina di camicie, un paio di brache di seta nera e il ritratto di Elisa, si dispose alla traversata da Dover a Calais per vedere la Francia, non pensava certo al rumore che il suo modesto viaggio doveva fare nel mondo; viaggio bizzarro nel quale non è descritta nessuna città, nessun monumento, nessun costume di popolo, nessun ricordo storico, nessun documento artistico, ma solo impressioni sentimentali.
Questa grande parola allora molto alla moda, ora decaduta al punto che una poetessa modernissima ha inveito violentemente contro «gli esecrabili bisogni sentimentali», mentre spiega il successo del libro in un tempo e in una società preparati ad accoglierlo, dà pure la ragione del perchè i libri di viaggio interessano sempre anche se moltiplicati sullo stesso soggetto. Non siamo più gli ingenui ascoltatori di Marco Polo che tante cose strabilianti ebbe a narrare reduce dal suo viaggio intorno al mondo. Le nozioni materiali dei luoghi anche lontani sono oramai, specialmente coll’aiuto delle riproduzioni grafiche, alla portata di tutti. Non è che il temperamento del viaggiatore che può darci ancora delle impressioni inedite. Un albero è sempre un albero, ma gli alberi di Grubicy non sono quelli di Gignous e le montagne di Carcano non sono le montagne di Segantini. Avvertito o no, è il sentimento che guida il giudizio; esso solo trae dalle cose il riposto significato non eguale per tutti, come non è eguale il suono di un istrumento toccato da una mano piuttosto che da un’altra. Gli esecrabili bisogni sentimentali, con buona pace della poetessa futurista, continueranno ancora per un pezzo a frugare nella profonda anima umana.
L’italiano che si reca in Olanda ricorre invariabilmente col pensiero al viaggio di De Amicis, impressionista per eccellenza, e se non gli scaturisce dal cuore l’ammirazione ad ogni passo rimane un po’ male, dubitando della propria sensibilità, mentre non si tratta che di sensibilità diverse. Confesso che andando a Rotterdam cercai ansiosamente le case descritte da De Amicis. «Vi sono le case che pare caschino dal sonno, quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che si inclinano l’una verso l’altra come per confidarsi dei segreti, quelle che si cascano addosso le une alle altre come ubriache; alcune che pendono indietro in mezzo a due che pendono avanti come malfattori trascinati da due guardie; schiere di case che fanno riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate verso una nel mezzo che par congiurino contro qualche palazzo». Le cercai, non le trovai, e dinanzi ad alcune case semplicemente un po’ storte dissi a me stessa: Una delle due: o che io manco di immaginazione o che De Amicis ne ha troppa per avere trovato tutto quel diavolìo di scene in alcuni muri fuori di perpendicolo. Ma è certo che abbiamo ragione tutti e due; egli di averle viste così, io di non averle viste.
Un’altra cosa che non mi apparve affatto è l’animazione di Amsterdam paragonata nientemeno che al Trafalgar _square_ di Londra e alla Maddalena di Parigi, luoghi quanto mai indicati per chi vagheggiasse un suicidio sotto gli omnibus e le automobili, mentre il _Dam_ della capitale olandese, come qualunque brava ed onesta piazza di una città di provincia, mostra di avere il maggior rispetto per la vita dei passeggieri, i quali non formano più la folla variopinta dei costumi che dalla Frisia, da Groninga, dal Zuidersee accorrevano ad alimentare la curiosità del forestiero mezzo secolo fa, ma lisciati ed uguagliati dal progresso vestono gonne strette e giacche all’inglese come tutti gli altri, sì che le cuffie a corni ed i caschi dorati sono oramai l’eccezione.
Gran peccato questo scomparire delle antiche foggie; s’avrebbe ancora potuto incontrare uno di quei cappelli mirabolanti dei quali un museo di Frisia conserva il campione: vedere per credere; un gran cerchio di legno largo come due tavolini da caffè, coperto da una tenda frangiata. Le eleganti moderne lo potrebbero invocare a giustificazione dei loro cappelloni a guantiera. Guardate un po’ che cosa portavano le nostre nonne!....
Ciò che non ha cambiato in Olanda sono quelle case mute e senz’occhi che possono apparire graziose quando si presentano minuscole e sparse nel mezzo di una prateria o lungo lo specchio di un canale, ma che allineate per centinaia e centinaia di metri nelle vie di una città, tutte simili, tutte piatte, tutte fredde, generano una indicibile impressione di monotonia e di uggia. Sono case fatte di vetro e di legno; il vetro delle finestre, il legno delle porte; e porte e finestre così serrate, così fitte che di muro (quando è muro) vi è appena quella striscia indispensabile per tenerle insieme. Botteguccie che seguono a botteguccie, usciolini a usciolini; hanno della gabbia e della scatola le più semplici; se qualcuna tenta di vincere le compagne in altezza e in ricchezza assume l’architettura di un croccante. Nessuna ci dà quel senso di comodità, di riposo, di ampiezza delle nostre case, dove l’abbondanza del muro è così avvolgente e suggestiva. Non vi sono linee grandiose, non mistero di portici, non fantasia di spezzature, non contrasto di ombre e di rilievi. L’assenza di balconi e di persiane toglie loro ogni apparenza di vita perchè una persiana ha tre modi almeno di presentarsi: aperta, chiusa e semichiusa; ed ognuna di queste attitudini ha una fisionomia propria, direi un’anima. Il balcone poi è così ricco di vita e di cambiamenti che la sua mancanza dà a noi italiani un senso di incompleto e di monco. Dinanzi a quegli usciolini piccoli e sempre chiusi, a quelle finestre vetrate e sempre chiuse colla immancabile esposizione interna di vasetti e di ninnoli, senza che mai nulla si muova, che si agiti, che adduca un cambiamento di forma e di colore, si sospetta che anche le persone che abitano quelle case debbano avere una mentalità e una sensibilità ben diverse dalle nostre, altri bisogni, altre passioni.
La placidità olandese, oramai passata in proverbio accanto alla furia francese, alla flemma britannica e alla vendetta côrsa, confermata dagli ultimi versi del sonetto sull’Olanda
... i larghi letti insidiati invano su cui l’amore ha scritto a stampatello: Chi va piano va sano e va lontano,
è forse una leggenda. Le kermesse ad ogni modo vorrebbero dire che la placidità olandese è una specie di vino imbottigliato; più sta chiuso e più fermenta, finchè fa saltare il tappo e allora... alla grazia di Dio!
Volli chiedere informazioni in proposito ad uno dei non molti olandesi che parlano francese e mi rispose essere davvero una specie di frenesia dalla quale sono prese specialmente la gente di campagna e le serve.
Le care serve colla cuffietta immacolata e la scopa in mano tutto il giorno non hanno altro pensiero che quello di accumulare denaro tutto l’anno per darsi alla pazza gioia nei giorni della kermesse. Ciascuna si sceglie il suo ciascuno e via per le osterie a bere, mangiare, ballare, ubriacarsi....
— _La noce enfin!_ — concluse il mio interlocutore.
Io stetti un momento perplessa, poi arrischiai timidamente:
— _Jusque au fond?_
— _Naturellement._
— _Et les conséquences?_
— _Oh! dé-sas-treu-ses!_ — soggiunse l’olandese alzando le mani sopra la testa.
È per questo che il governo ha proibite le kermesse e, tranne in qualche remoto villaggio, non si praticano più. In Amsterdam, no certamente.
Rotterdam, la seconda grande città olandese, è, direi, più mossa, più varia di Amsterdam. La ferrovia che la attraversa tutta sopra un lungo e pittoresco viadotto le conferisce un non so quale aspetto cosmopolito che sembra riallacciarla agli altri paesi che non sono Olanda; tuttavia le case perdendo le caratteristiche antiche gareggiano anche qui nella emulazione del piatto, del liscio, dell’eguale. Anche all’edificio della Borsa, che nelle città commerciali tiene il posto d’onore, non pare abbiano data soverchia importanza. La Borsa di Londra somiglia a una fortezza, quella di Bruxelles sta fra il teatro e la chiesa, quella di Amsterdam fra la chiesa e il manicomio; quella di Rotterdam è solo una casa un po’ più casa delle gabbie e delle scatole che la circondano.
Ma che bella improvvisata quando, percorrendo rassegnati una delle solite vie a botteghe ed a usciolini chiusi, ci appare una galleria ampia e chiara sopra uno sfondo verde che attrae irresistibilmente e cedendo all’attrazione ci troviamo in una piazza vastissima che potrebbe non sembrare olandese se a un lato di essa non si elevasse alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco mulino che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa!
Che cosa sieno i mulini a vento in Olanda è difficile dire a chi non li abbia visti. Per me sono come i _cabs_ a Londra; tale nota nel paesaggio che, ove sparissero, sparirebbe una rivelazione di grazia presso quel popolo senza grazia che è l’inglese e una forma di eleganza in questa Olanda così poco elegante. Io non vidi mai per il mio desiderio abbastanza _cabs_ a Londra, come non mi stancai mai di cercare mulini in ogni cantuccio d’Olanda; e il vedermene uno dinanzi, all’improvviso, dove non mi sarei immaginata certo di trovare un mulino, cioè sulla grande piazza di una grande città, mi riempì del più gaio stupore.
Il mulino di Rotterdam è una bellezza per gli occhi e per l’immaginazione. È linea ed è simbolo. È come la bandiera dell’Olanda, del suo indefesso lavoro e delle sue conquiste famose, sventolante colle antenne superbe al vento del nord. Me ne godevo la vista ed il pensiero seduta fuori di un piccolo caffè, ed era questo un diletto squisito per l’anima mia, se non che volgendo e rivolgendo il capo a destra per vederlo sempre meglio vidi pure, seduta alle mie spalle in un cantuccio ombrato, una gentil coppia di amanti così eterei, così romantici, così fuori del mondo in quel loro divino assorbimento che tutti i ricordi d’Italia mi assalirono e non osai più volgere il capo per non interrompere l’estasi dei due felici. Non potevo tuttavia impedire a me stessa che un qualche furtivo sguardo non deviasse ancora nella loro direzione. Dal posto in cui mi trovavo il giovane mi rimaneva nascosto e poco scorgevo anche del volto di lei sotto le tese del gran cappello, ma una sua piccola e delicata mano abbandonata in grembo veniva accarezzata con tanta dolcezza dall’amico e il loro silenzio rotto appena da sospiri e da flebili accenti aveva una tale soavità commossa, che fra essi e il mulino e le fantasie suscitate passai una delle ore più deliziose del mio soggiorno in Olanda.
Sì poco basta talora a improvvisare un’oasi di felicità in questa nostra deserta esistenza. Passava appunto una signora con un mantello color cioccolata e quattro bottoni sulla schiena. Ella aveva forse scelto il mantello in causa di quei quattro bottoni. Doveva aver pensato: È un ornamento originale e di buon gusto, mi starà bene. Filando poi per le vie di Rotterdam, la preoccupazione di quei quattro bottoni e del grazioso effetto che producevano sui riguardanti la riempiva certo di una piacevole illusione.
Ma Amsterdam e Rotterdam sono città troppo progredite per soddisfare il gusto di esoticismo che si ha sempre quando si viaggia. Bisogna vedere le città morte del Zuidersee — suggeriscono le guide stampate e le guide parlanti. Sette ore di imbarcazione sul mare interno ci mettono a contatto dell’Olanda genuina. Andiamo.
Ecco dunque per primo Brock, leggiadrissimo villaggio a fior d’acqua, incappucciato di un verde intenso e così fresco, così silenzioso, così umido e fragrante e riposante che per tutti i luglio e gli agosto che ancor mi rimangono di vita nei giorni più torridi mi vedrò sorgere dinanzi la visione di Brock, sinonimo di paradiso estivo. Le singolarisime cose che diedero un tempo fama burlesca a questo paese sono quasi scomparse; solo rimane più che mai rigido il silenzio assoluto e l’assenza totale degli abitanti. Le gabbiette umane più che mai minuscole e dipinte hanno qui più che mai porticine e finestrine inchiodate. Si vedono bensì dietro a certi vetri bazzecole di legno e di terraglia che vorrebbero essere, forse, da vendere; ma poichè tutto è chiuso ermeticamente ed anima viva non appare, quelle mostre platoniche che stanno probabilmente lì da anni ed anni dietro i loro vetruzzi inviolati sembrano roba imbalsamata.
Monnikendam, che vien dopo, ha l’aspetto più serio e insieme una tristezza e un malcontento di grande passato distrutto. Due bambine in costume colle bionde ciocche sfuggenti dalla cuffietta e i piedi sperduti entro larghi zoccoli di legno a punta offrono meschini gingilli tratti dal fondo di un paniere. Anche qui tutte le porte e tutte le finestre e tutte le botteghe chiuse; non un uomo, non una donna, non un bimbo; nè cani, nè galline; nemmeno una mosca che rompa col suo breve volo l’immobilità, la solitudine e il silenzio. Si lascia Monnikendam coll’impressione che le due bambine in costume facciano parte di una messa in scena di città morta ad uso e consumo dei forestieri.
Sulle due isolette di Marken e di Vollendam riappare la vita, Marken protestante, Vollendam cattolica; entrambe ridenti e liete dell’ampio mare che spumeggia intorno alle loro linde casuccie o, a meglio dire, cabine — una o due camere al più, di legno, erette su palafitte — luccicanti all’interno di stuoie distese sul pavimento, di piatti appesi alle pareti, di tendine bianche, di innumerevoli cianciafruscole sparse Gli abitatori vivono di pesca. Di uomini non se ne vedono perchè stanno al largo tutta settimana coi loro battelli e tornano appena alla domenica; ma le donne sono tutte sulla soglia e le fanciulle bionde e magre, con quel petto spianato che tanto dispiaceva al De Amicis, passeggiano in su e in giù sferruzzando calze di grossa lana nera.
Ripensando all’Olanda dopo esserne usciti, con quella visione del paesaggio fatto di acqua e di erba dove pascolano le belle mucche bianche a macchie scure, dove le antenne dei mulini girano silenziose sul cielo pallido, collo sfondo del mare di un colore monotono tra il giallastro e il bigio — dolce visione non perturbatrice — sentiamo che la nostra curiosità è paga. Non ci tormenterà la nostalgia dell’Olanda come sempre tormentano chi le ha avvicinate una volta sola le sacre pietre di Roma o il golfo di Napoli o la incantatrice Venezia. Abbiamo visto l’Olanda, siamo contenti di averla veduta e basta.
Forse, quando dopo molti anni i porti, le isole, i prati verdi, le città silenziose saranno dileguate a poco a poco dalla mia memoria, un mulino alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco mulino che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa, mi passerà ancora dinanzi agli occhi e rivedrò nel piccolo caffè i due innamorati taciti e sospirosi. Ah! chi sa se si ameranno ancora!
UN CANTUCCIO DI PARIGI
ALL’USO DELLE PERSONE SEMPLICI.