Profili, impressioni e ricordi

Part 14

Chapter 143,650 wordsPublic domain

La pace virgiliana dei campi domina come sfondo la sua produzione, ma non esce da tale funzione secondaria e decorativa. Il fattore primo è sempre l’uomo. Non abbiamo qui i paesaggi stilizzati e freddi dei poeti decadenti; cielo, monti, alberi, acque vivono per il Nostro in quanto vive egli stesso, in quanto vive l’uomo e la commozione che egli ritrae da un’alba, da un tramonto, da un giuoco di nubi si collega intimamente alle gioie alle tristezze alle ebbrezze umane. La poesia di Bertacchi è materiata di sangue e di anima, poichè la sua passione dà vita a tutte le cose; egli non aspetta dalle forme esterne lo squillo dell’ispirazione, ma accostandosi a ciò che è semplice forma la riveste della propria visione, vi imprime il suggello della propria individualità.

Oltre al fatto di essere nato in mezzo alla vergine natura e di averne assorbite le intime linfe generatrici, ebbe Bertacchi la fortuna che, se accompagnò nei tempi andati i nostri maggiori poeti, si trova in molta decadenza presso i poeti moderni. Voglio dire che la psiche di Bertacchi vibra tutta d’amore, più vicina che mai alla visione che io ebbi dell’opera sua paragonandola a un’arpa sospesa tra i rami di una selva; percossa dal canto delle allodole, lambita dal profumo dei rosai. Quante volte ricorre la rosa nell’immaginazione del nostro poeta! Nel _Sogno sulle Alpi_ troviamo questo elegiaco lamento al quale faranno eco tutti coloro che amarono

Addio!... Nel malinconico poema della vita questa parola triste cupo un iddio vergò... Sbocciata appena all’anima la rosa ecco è sfiorita che l’anima sognò.

Quanto originale, viva, fresca è l’invocazione _A quella che non seppe mai_.

Dio dei fati gemelli, o dio che fai coppie di rose, e coppie di destini, molti cuori si passano vicini senza parlarsi o rivelarsi mai! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pur noi vivemmo insieme una gemella ora d’aromi; insieme entro la cheta luce scendemmo come ad una meta comune, o inconsapevole sorella,

Lui, gli aromi, la cheta luce, il rinchiuso amore! La fusione non potrebbe essere più perfetta tra le cose e l’anima come in questi deliziosi versi tutti pervasi di una signorile grazia malinconica. La malinconia, quella stessa che Pindemonte vagheggiava in vesti color di viola, sta in fondo ad ognuna di queste liriche; malinconia ritenuta che non arriva mai alla disperazione, che non s’aggrappa al sarcasmo, che non conclude allo scoramento ed alla negazione, ma che per quel diffuso senso panteistico del poeta che non lo lascia mai solo nel suo dolore, lo accoglie maternamente, quasi lo assorbe in se. Che fare? È la legge della natura. Nascere, fiorire, morire. Il poeta nè se ne meraviglia nè, quasi, se ne accora, perchè la bellezza dell’amore sta appunto nella sua evoluzione

Tutti gli amori sono cinti così d’un’inquieta melanconia: l’ignoto ed il lontano parlano al cuore degli amanti un vago linguaggio di malie; tutti gli amori sono pensosi come cupi enigmi son dolorosi come sacrifici consumati nell’ombra;

È la concezione dell’amore secondo i sentimentali. Essi soli amano dell’amore tutto; ansie, dolori, tristezze, amarezze, lotte, sacrifici. Dove la persona sensuale non vede che un piacere da cogliere, colui che ha vero intendimento d’amore non chiede altro che di amare. Essere amato è certamente nei suoi desideri, ma intorno all’ora suprema, che per altri è lo scopo unico e fuggitivo dell’amore, egli intreccia tutta una fioritura di sensazioni che ve lo iniziano di gran lunga prima che essa scocchi e lo accompagnano ancora quando è trascorsa

Noi viviamo in prima nell’albe incerte dell’idea, salendo al pieno giorno d’un atteso bene, per calare di poi verso i pensosi vesperi del ricordo. Or tu degusti di bacio in bacio, lentamente, i frutti della vita, che un giorno erano fiori nei rimpianti rosai del tuo passato.

Ritroviamo l’immagine del rosaio in quel patetico _Canto delle sensazioni perdute_ dove il poeta rimpiange il profumo della prima rosa, il fresco della prima fronda che gli sbattè sul volto, al mattino, nei boschi e la puntura della prima spina sulla piccola mano.

Ognuna di queste sensazioni egli non le troverà mai più. _Nevermore!_ Lo sconsolato ritornello del corvo di Edgardo Poe. E in Bertacchi, come in Poe, come in tutti i poeti che tuffarono la penna nel proprio sangue prima ancora che nell’inchiostro, noi sentiamo la commozione vera, sentiamo il fratello, cioè l’uomo che ha sofferto come noi, che al pari di noi conobbe l’ora del meraviglioso inganno che ci trasporta, noi minima frazione del gran tutto, al vertice sublime della vita universale dove ogni singolo dolore viene assorbito ad alimento di nuove vite.

Nella _Stanza straniera_ il poeta persegue non per curiosità, ma per la sua propria passione interna gl’incontri del caso

Coppie vaganti, avventurose e meste, circonfuse di colpa e di mistero, due dolcissime cose.

È un brevissimo poemetto questa _Stanza Straniera_; è meno ancora, è una divagazione di pensiero in pensiero e di luogo in luogo, ma la tenue tela è di una tale freschezza che solo la vince il signorile ritegno della forma.

Un poema compiuto per la mole e per la forma sono le _Malie del passato_. In queste pagine che appaiono come il diario di un giovane, la musa agreste del Bertacchi congiunta a quel suo profondo sentimento della natura e dell’amore, si fonde in armonia perfetta. Le descrizioni della vita campestre ricorrono sobrie e vivaci; quelle del nascente amore perfette di verità e di grazia. Bertacchi eccelle nell’arte così difficile di parlar d’amore. Si pecca generalmente per i due estremi; o il poeta vuol essere casto e riesce freddo, o vuole colorire e offende il gusto. L’equilibrio nel Nostro è la naturale conseguenza della sua chiara mente latina, del suo organismo sano, della sua squisita sensibilità.

Le pagine dove è descritto il sorgere dell’amore di Furio per la dolcissima Lina, balzano all’occhio colla elegante visione di un ramo di pesco che ricama di fiori rosei la trasparenza argentea di un mattino d’aprile.

La dichiarazione dell’amore, quella dichiarazione sì a lungo desiderata, pensata in tante forme, trattenuta fino all’ultimo istante con sì naturale ritrosia sboccia alla fine con una semplicità la di cui efficacia fa ricordare, sia pure colla dovuta riverenza, esempi maggiori

L’ombra calava, e i due, guidati dall’inconscia forza d’un solo intento, furono vicini quanto bastava, un attimo. Non fu già di parole il rivelarsi loro, ma muto, spento, tutto nel tremante bacio che Furio le stampò sul viso sgomento e bianco...

Angoscioso, solenne come un rintocco funebre, mentre canta nel cuore di Lina qual promessa di nuove gioie il primo bacio, il poeta avverte

... Ecco l’amore, ecco la prova! Dopo questa, nulla di simile, giammai, nulla, per tutta quanta la vita!

Rimane sola abbandonata la fanciulla in mezzo agli oggetti consueti che soli oramai le parleranno del suo sogno svanito, mentre Furio parte incontro alla vita, incontro all’avvenire.

Mi piace chiedere questi modesti appunti sopra una poesia che amo col riprodurre uno scorcio ammirabile, di sei versi appena, che mi sembra un piccolo gioiello

Fummo per poco in un grand’orto in fiore; poi ciascuno tornò l’anima sola riaffacciata alla sua landa brulla. Fummo... Oh certo imparò tutto il dolore chi ne’ suoi giorni udì questa parola, questo tonfo dell’anima nel nulla.

Non saprei dove trovare in altri ridotta al minimo di parole in una forma purissima e cristallina, l’eterna vicenda dell’amore. Fedele alle immagini che gli offre la natura, il poeta rappresenta questo stato d’animo come un grande orto fiorito nel quale i papaveri spiegano al vento le loro tuniche vermiglie, gonfie di passione e i fiordalisi tremuli sui loro steli guardano ansiosi e timidi coi loro occhietti azzurri, mentre i gialli ranuncoli squillano la fanfara della vittoria sul popolo minuto delle erbe senza nome che profumano in silenzio, quasi taciti riti compiuti nell’ombra.

E veramente tutte le illusioni balzano, ondeggiano, profumano nei nostri cuori quando vi nasce l’amore. Un grand’orto in fiore! È così. Stringata in tre brevi parole ma compiutamente intera è l’inevitabile evoluzione: fummo per poco.

E poi quel ritorno di ciascuno alla realtà della propria vita anteriore, alla landa brulla che era prima, che sarà ancora l’esistenza dopo quell’immenso sogno di felicità. Non una parola di più, non una parola di meno. L’epilogo è un tempo di verbo: _fummo!_ ma così preciso, così violento che noi sentiamo l’anima del poeta esulare dal proprio dolore verso i limiti inafferrabili del dolore umano come un vero tonfo nel nulla.

RICORDI DI VIAGGIO

CAPODISTRIA.

Bella Capodistria al sole in un mattino di giugno! Il vaporetto lasciandosi dietro la bianca e dolente Trieste compie una breve traversata che riesce anche più breve nella piacevole ammirazione del paesaggio, serrato dalla verde cintura della riva fra i due azzurri del cielo e del mare sovra il quale palpitano le caratteristiche vele rosse come grandi ali spiegate verso l’ardore di un sogno.

E veramente si sogna movendo incontro all’Istria misteriosa, ripetendo i nomi delle piccole città quasi sconosciute, perchè non si trovano sulla via dei nostri affari o delle nostre consuetudini, ricordando — per far tacere il lieve rimorso della nostra trascuratezza — i versi appassionati di un poeta istriano:

O patria, o lembo del divin paese, Il sol che ti riscalda, italo, ardente, L’alma di Dante e di Ferruccio accese; E l’urne e i templi, il circo, ogni ruina Consolano di fede il tuo presente O sorella di Roma....

Ci avviciniamo intanto all’isoletta che sorregge Capodistria, unita con una larga diga alla terra ferma, chiusa a tergo da un anfiteatro di colline ubertosissime ricche ancora di quei vigneti sui quali, cessato l’impero di Roma, la repubblica veneta prelevava per il suo Doge arne parecchie di squisitissimo vino.

La prima contrada, a chi si avanza con la impazienza della scoperta, può forse apparire una delusione. A me, una certa monotonia di linee piatte ed incolori e la solitudine di mortorio fecero correre il pensiero ad uno di quei silenziosi paesini del Zuidersee — Marken o Volendam — dove le guide invitano il forestiere per fargli gustare la sensazione arcaia della antica Olanda.

Questo involontario raffronto, non suggerito da alcun ragionamento, ma balzato fuori da impressioni fuggitive cui basta una luce od un segno per ricondurre dai lontani recessi della memoria, mi rese più vivo il senso di sorpresa e di ammirazione quando svoltato un angolo deserto, mi trovai dinanzi la nobile facciata del palazzo Taco.

È una specialità dell’Italia quella impronta particolarmente signorile che la storia e l’arte nostra hanno impressa su certe vecchie dimore sperdute in piccole città, in piccoli villaggi e che apparendoci così improvvisamente dentro l’umile cornice rusticana sembra dare una salutare sferzata al nostro orgoglio di grande razza. Cotali segni, che io chiamerei il blasone gentilizio di un popolo, si cercherebbero invano altrove. Lo Zuidersee fuggì subito dal mio pensiero. Dinanzi al palazzo Taco sentii di calcare il suolo italiano.

Ma questa non era che una preparazione al miracolo della piazza — la piazza che si chiama _dei Signori_ come quelle di Treviso, di Verona, di Vicenza, di Spalato, di altre ed altre nostre piazze venete. — È serrata, la piazza di Capodistria, fra il Duomo, il palazzo del Podestà e la volta pittoresca di Callegaria sorella gemella di Frezzeria e di Merceria; e al pari delle case alte, addossate, piene di finestre fra il gotico e il bizantino; al pari della gente che vi abita; al pari del dialetto che vi si parla, deliziosamente, profondamente, straziantemente venete.

Delle antichissime mura romane che in duplice giro vuolsi circondassero la città si ha tuttora la porta detta della Muda e lo stemma che dalla primitiva denominazione di Capri (poi mutata in Capo ed estesa a tutta l’Istria) reca un caprone ritto sulla montagna. Venezia e Roma hanno fatto ciascuna a Capodistria un dono delle loro civiltà. L’Austria, attuale dominatrice, vi ha pure edificato qualche cosa: un grande ergastolo!

Sotto l’arco di Callegaria mi fermai a guardare la lapide murata intorno alla bocca del Leone — ricordo della Serenissima — ma più ancora a decifrare al disopra dell’iscrizione latina due brevi parole scritte in rosso; Viva Oberdan.

— Non si fermi — mi disse rapidamente la mia guida; è meglio che _Essi_ ignorino.

E al vedere la mia meraviglia soggiunse sorridendo:

— Probabilmente non se ne sono accorti. Il momento in cui le scoprissero le farebbero subito cancellare.

Mi corsero alla mente gli ingenui stratagemmi nostri quando eravamo sotto il medesimo paterno governo: le passeggiate intenzionali a Porta Romana; il cappello degli uomini a forma italiana; le pellegrine delle donne foderate di rosso; le teste di zucca portate in maschera e sulle quali si picchiava allegramente.

Passava in quel mentre un vecchio signore dall’aspetto imponente e la persona che mi accompagnava lo salutò col titolo di marchese. Chiesi chi fosse.

— Oh quello è un bel tipo. Un fervente patriota che si reca tutti i giorni sul molo per vedere se arrivano le navi italiane. Era fanciullo quando le vide nel 1859 passare e dileguarsi....

E non è il solo originale del genere. C’è un altro vecchio signore che dopo aver combattuto per l’indipendenza italiana nel dolore immenso di vedere spezzato il suo sogno proprio dinanzi all’Istria sbarrò in segno di lutto il portone della sua casa, vi si rinchiuse in voto perpetuo e non potendo muoversi diversamente tenne il tavolino da scrivere al primo piano e il calamaio al secondo, obbligandosi a fare le scale ogni qual volta gli occorreva di intingere la penna.

Di tali spiriti bizzarri, in cui pare si condensino in salsedine e in amarezza le lagrime che sdegnano di bagnare il ciglio, vi è dovizia su questa terra dalla tradizione sarcastica e mordace. Il proprietario di una barca al quale l’I. R. Governo aveva imposto di cambiare il nome che suonava _Libertà_ cancellò Libertà e vi sostituì _Come prima_, in barba al censore che non ne capì nulla. Sono le minute rappresaglie di un popolo che illude come può il malessere dell’ora presente e il tormento dell’attesa.

— Ha veduto il nostro Carpaccio?

— Non ancora.

Entriamo in Duomo. L’opera magnifica fiancheggia l’altare maggiore e lo domina, alta, solenne. Di contro alla parte oscura la nudità luminosa del giovanetto martire Sebastiano irraggia le tenebre con una luce d’alba. La commozione dell’opera d’arte mi prende, come già dinanzi al palazzo Taco, come sotto i merli ghibellini della piazza; ma più profonda, qui, quasi lancinante nella sensazione improvvisa di un simbolo....

Mi stacco a fatica dal bellissimo Carpaccio e seguo il mio accompagnatore per viuzze deserte, lungo muricciuoli di piccoli orti sopra i quali trasvolano voci di donna cadenzate nella molle pronuncia veneta. Passiamo davanti al ginnasio; i fanciulli giuocano nel cortile ed io li guardo attraverso il verde rameggiare del viale che lo precede con un senso di compassione per quella gaia adolescenza cui attende il risveglio della coscienza che si troverà senza patria.

A Capodistria c’è anche un museo; un minuscolo museo allogato in un paio di stanze alle quali si accede su gradini che non posso certo paragonare alla Scala dei Giganti. Eppure quante volte, da questa rumorosa città in cui vivo, ripenso il dolce silenzio di Capodistria e le due stanze dove un’anima sensibile ai ricordi ha saputo riunire tanti documenti della passata vita istriana e se ne pasce come di un amore.

Qualcuno ha detto che il più sentimentale dei musei è il museo Carnavalet di Parigi; questo è certamente vero per il contenente e per il contenuto di quel palazzo che vide un tempo la grazia serena della marchesa di Sevigné e che alberga ora accanto al ceffo feroce di Marat il volto angelico di Carlotta Corday, gli occhi pieni di lagrime di Maria Antonietta, il ghigno satanico di Voltaire.

Ma in queste due povere stanze dove entra insieme al profumo degli orti il chioccolare di qualche gallina e la pace dell’orizzonte chiuso dal mare e l’aria indefinibile di sospensione e di mistero che si respira in tutte queste terre irredente, anche qui le molle segrete che governano i sentimenti ci inducono ad una simpatia irresistibile e pietosa. Nel grigio crepuscolo della servitù che opprime questa gente, amore di patria e religione di memorie si sono rifugiate fra questi arredi; quadri, libri, mobili, stoviglie, vesti, da ognuna delle quali esce una voce meravigliosa per colui che sta qui genuflesso come in un tempio, sacerdote di un’ara invisibile, custode di un cimitero glorioso.

Il sole dei campi entra per le nude finestre, batte sulle nude pareti, sveglia il luccichio di una doratura impallidita, fruga nei ghirigori complicati di un stipo, si frange sulla vetrina dove stanno a guardare dalle miniature ingiallite le belle dame contemporanee delle dogaresse. E tutto intorno è silenzio!.... Non si vede, non si ode nessuno. Guardo il nobile vecchio sulla cui fronte c’è la luce che emana da ogni vita interiore e mi pare di comprenderne il significato.

— Lei sta sempre qui?

— Sempre.

— Che esistenza è la sua!!...

Mi fraintese. Credette che volessi compiangerlo, mentre lo ammiravo e lo invidiavo in quel suo monastico rifugio di un ideale. Rispose con umiltà:

— Sono felice così.

Alcuni piatti di terraglia paesana sono schierati con particolare compiacenza in una bacheca, a parte. Portano delle scritte: _W. San Marco. Serenissima._ Altre ancora che non rammento.

Ad un certo punte credo di legger male. Rileggo. C’è proprio scritto: _W. l’Italia._

— Ed è permesso?... chiedo con ansia fra trepida e giuliva.

— Oh! sono piatti antichi: Non fanno paura. — risponde.

Ma che lampo nei suoi occhi!... —

_1911._

IMPRESSIONI E APPUNTI

PERSONALI SU LONDRA.

Ho sempre fatto il sogno di un uomo che viaggiando in terre lontane, sia nell’elegante scompartimento di un _rapid-express_, sia sulla tolda di un grande transatlantico, o sotto la tettoia di una di quelle stazioni mondiali dove una volta almeno nella vita si danno convegno i rappresentanti di tutte le nazionalità, quest’uomo (nella mia mente egli è, si capisce, un poeta o un artista) incontra la donna ideale, colei che in una mirabile fusione indipendente da ogni canone stabilito di bellezza riunisce tutte le qualità che sono in fondo ad ogni nostro desiderio di amore.

È il fascino della linea impeccabile? è quello più ardente della pupilla? è quello più misterioso del sorriso? è quello più profondo ancora della voce? O è piuttosto il fascino senza nome che risulta da un ignoto complesso di cose per cui l’anima colpita e presa esclama col suo grido più semplice e più eloquente: _È Lei!_

Lei! la nostra compagna, la creatura fatta del nostro sangue medesimo e della nostra carne e dei nostri nervi; che sente, che pensa, che ama come noi sentiamo, amiamo, pensiamo — solo modo concesso di rivelarci interamente — perchè chi mai ci comprenderà in modo assoluto se non chi ci è assolutamente uguale? L’inganno amoroso non parte forse sempre da questo preconcetto?

Ma nel mio sogno non c’è nè inganno nè disinganno. Il poeta incontra la sua donna — dove non monta — lontano, in terra straniera, divisi da usi, da abitudini, da destini; una sola volta i loro sguardi calano reciprocamente nelle loro anime — ed è tutto — e non si incontreranno mai più. Che importa? Il poeta ha guardato in faccia il suo ideale. Basta tale gioia per una vita.

A questo io pensai la prima volta che vidi Londra, or fa un anno, in una deliziosa giornata di sole; il dolce sole londinese che non irrita, che dà l’impressione di un leggerissimo velo sopra un bel volto; lo ripenso ora tornandovi accompagnata da una pioggerella minuta. Chi mai ha sparso per il primo la voce calunniosa che Londra è malinconica? Intanto che cosa vuol dire malinconica? Per me è malinconico lo spettacolo di una miseria che vuol parere grandezza, di una vanità che vuol parere eleganza. È malinconico il giardino pubblico di una cittaduzza di provincia, il monumento economico ad un eroe, la palazzina di carta pesta con fronzoli in stile _liberty_; sì, tutto ciò è malinconico fino alle lagrime. Ma quando siamo dinanzi alla colonna di Trafalgar square, quando ci aggiriamo nei viali di Hyde-Park o che al di sopra delle acque cupe del Tamigi vediamo adergere la sobria magnificenza del Parlamento inglese, ah! non è malinconia che fa gonfio il cuore, bensì un’onda di entusiasmo per il forte popolo che sa estrinsecare sotto tutte le forme il suo grande valore.

Questa di trovarsi in presenza di un valore intrinseco e sincero è l’impressione confortante che colpisce appena giunti, che accompagna poi ancora svolgendosi in onde sempre più larghe di ammirazione, quasi di gratitudine. Non so se annuncio un mio sentimento particolare o se mi faccio interprete di altri che pure lo provano, ma ogni immagine di bellezza dà una tale gioia a tutto l’essere nostro che non conosco invero maggiore benefizio alla tribolata esistenza dei mortali.

E chi dice che il cielo di Londra è brutto si è mai soffermato a gustare una squisita sinfonia di toni grigi, questa tinta signorile che si potrebbe chiamare il trionfo definitivo del bianco e nero? In un solo giorno, in un’ora, nel momento istesso il cielo di Londra, dalla impressionabilità pensosa di una fronte di poeta, passa dal grigio argento al grigio perla, al grigio rosato, al grigio azzurrino di certe pupille di bimbo, al grigio fosco e corruscante di minacciose procelle; poi, intanto che lo si guarda, fonde tutte queste gradazioni in una marezzatura cangiante sulla quale vengono a scoppiare all’improvviso, come squillo di risata birichina, poche battute di sole.

E chi crede ancora che a Londra si può morire in mezzo alla strada senza che nessuno se ne curi? L’inglese non ha la curiosità facile e superficiale di altri popoli che appaiono per questo più servizievoli; ma se ricorrete ad un inglese, al primo che vi capita, pur che vi riesca di farvi intendere, troverete l’assistenza semplice e pronta; quando mai se proprio non vi intende apparirà pure in fondo ai suoi occhi un sentimento benevolo di solidarietà umana. Ma lo scherno, ma il disprezzo, ma il godimento imbecille di chi ride del vostro imbarazzo, questo giammai.

Gustavo Flaubert andato una volta a vedere il Righi e ricevutane una impressione di freddezza scrisse che i paesi senza storia non lo interessavano affatto. Ecco un giudizio che non si potrebbe certo ripetere per Londra. Tutta Londra, da Whitehall a Cheapside, da Westminster alla Torre di Guglielmo il Conquistatore, trasuda da ogni pietra le lagrime e il sangue delle sue memorie, e la storia di Londra è la storia dell’Inghilterra. È qui che palpitano ancora le vecchie tradizioni, in questo paese dall’anima profonda dove i sentimenti hanno saldezza di roccia.