Profili, impressioni e ricordi
Part 13
La commozione, elemento primo e indispensabile per creare, è talmente congiunta all’intimo istinto di queste creature privilegiate che riesce loro quasi indifferente il soffrire o il godere. Conoscere è ciò che urge alla loro inestinguibile sete. Sono attirate dal vortice della passione come il guerriero dal cozzare delle armi. La vita? La morte? Parole vane. La loro ragione di esistere è una sola: quella di sovrapporre la vita esclusiva del loro pensiero all’ammasso di bisogni e di abitudini che costituiscono la vita normale. Qualcuno che non le capisce le chiama egoiste perchè si trovano ben difficilmente a livello delle preoccupazioni di tutto il mondo e il cittadino che si scalmana per la refezione scolastica, la signora che ha appiccicato i numeri ai biglietti di una fiera di beneficenza guardano con alterezza diffidente l’individuo senza cuore che passa le sue giornate a cercare un vocabolo, una nota, o la combinazione di due colori, digiuno magari, cozzante colla fronte nei pali delle lampade che egli non vede a cagione del sole che brilla nel suo cervello.
Vi è poi nel fatto positivo di una simpatia fra uomo e donna (nostro punto di partenza) quella _x_ incognita che fa sentenziare a Schopenhauer: «Qualunque sieno le smanie sentimentali ogni passione amorosa ha la sua origine nella attrazione dei sessi.» E sta bene. Questo spiegherebbe tutto. Solamente, l’arida soluzione ci lascia insoddisfatti poichè un oscuro legame deve pure esistere fra le vibrazioni sensorie e quelle psichiche, ed è certo che nella visione di una umanità completamente evoluta vagheggiamo questo sogno delle anime grandi congiunte nell’anima sorella.
I pochissimi fra i miei lettori che avranno avuto occasione di vedere nel palazzo Gamba di Ravenna il delizioso ritratto della Guiccioli non dureranno fatica a comprendere il folle amore di Byron per questa leggiadrissima donna; ma se pensano al successore del poeta, al fatuo marchese de Bussy che la Guiccioli si diede per marito dopo la morte dell’immortale amante devono concludere sospirando: «Ah! meritava maggior rispetto il cantore di Parisina!»
Una somigliante impressione di malessere ci resta in seguito alla lettura della vita di Goethe, di questo grande fra i grandi, l’olimpico, il magnifico Goethe, dalla intelligenza chiara e salda come cristallo di roccia, il quale, pare, non avrebbe dovuto far altro che sollevar l’indice per attrarre a sè una ideale donna. Ma il suo sogno d’amore non era così grande come il suo sogno di gloria; egli all’amore non chiese mai più di una morbida e fuggevole carezza. E quando, già avanzato di età, lo vediamo cadere nella seduzione di una fanciulla incontrata per caso lungo la strada e sposarsela diciotto anni dopo averla resa madre, l’aureola di colui che fu chiamato il genio del suo secolo si attenua un poco....
Perchè non seppero fare una scelta più felice delle loro compagne Chateaubriand, Sterne, l’austero Milton, il cavalleresco Azeglio, il nostro venerando Manzoni? E sui profondi dissidî dei coniugi Carlyle chi ci dirà l’ultima parola? E Balzac che attese otto anni l’ineffabile istante di unirsi alla contessa Hanska dalla quale voleva dividersi pochi mesi dopo? E Barbey d’Aurevilly, ingegno così acuto, e Nietzsche dal vasto intelletto, non si ingannarono forse entrambi dolorosissimamente adornando colla loro fervida immaginazione un poetico miraggio di donna che esisteva solo perchè essi l’avevano creata?
Fin qui i poeti e i romanzieri. Ma l’uomo dallo sguardo d’aquila e dalla ferrea volontà, l’uomo che nessuno potrà accusare di sentimentalismo, Napoleone, assai prima che la ragione di Stato gli imponesse il matrimonio di convenienza, non fu tutto preso, lui che doveva conquistare il mondo, da una donna nè molto giovane, nè molto bella, nè molto intelligente, voglio dire la volubile e superficiale Giuseppina?
Per contro prova della cecità amorosa degli uomini grandi riesce interessante uno sguardo dato agli amori delle grandi donne. Anche qui l’esempio incomincia da lontano. Chi era Faone? Altri giovani più avvenenti, più prodi, più saggi, più degni della vibrante anima di Saffo non esistevano in Mitilene? E Collalto Collaltino «il conte crudele» meritava egli l’amore disperato di Gaspara Stampa? Tanto per l’antichità. Ma la donna dal virile ingegno che fu madama di Staël ama l’essere insignificante che fu Narbonne; e madama Rolland dallo spirito così serio lo sciocco e vanesio La Blancherie. Marcellina Desbordes-Valmore, la prima poetessa di Francia, prodiga gli accenti appassionati della sua lira a un cuore che non la comprese e la Sand che conobbe i deliri amorosi di Musset, il biondo ed elegante poeta, si riaccende e scrive lettere infuocate a un oscuro leguleio di provincia, calvo, rachitico, miope, freddoloso, che veste una ridicola palandrana e porta tre o quattro _foulards_ annodati intorno alla testa.
Tutto è mistero nell’amore, profondo, assoluto mistero. L’uomo di genio che scopre nuove forze della natura, che soggioga gli elementi, che crea una bellezza, che tiene nelle sue mani fatidiche l’arcano di mille vite, che pensa, che studia, che combatte, che strappa ogni giorno una vittoria sia alla materia bruta, sia allo spirito superbo, anch’esso, il grande uomo, nulla può contro l’amore.
IL SORRISO DELLA DUSE.
È destino di quasi tutte le persone che escono dalla folla e le si impongono, di restare per la storia immobilizzate nel gesto e nella posa che le rivelò per la prima volta e le rese celebri. Ora, questo gesto e questa posa non rendono mai la psiche intera; anzi molte volte la offuscano nel giudizio dei contemporanei e sempre in quello dei posteri. La coltura scolastica è tutta basata su questo preconcetto, su questa restrizione della psicologia a un simbolo determinato che, se pure è vero, ha il difetto gravissimo di essere unilaterale. Adamo sotto il suo albero, Cleopatra fra la perla e l’aspide, Alessandro colla spada tesa sul nodo gordiano sono disegni primitivi e dei primitivi hanno l’ingenuità e la manchevolezza. Ma noi non possiamo più accontentarci di semplici abbozzi, di un gesto staccato dal movimento generale, di una attitudine occasionale, che non abbia la sua rispondenza vibrante precisa e completa nell’intimo plesso dei nervi!
Così intorno a Eleonora Duse si è venuta formando una leggenda di dolore, che l’ultimo repertorio minaccia di consacrare all’immortalità, rivelando ai futuri nipoti un lato solo della personalità e dell’ingegno della grandissima attrice, la quale è grande appunto per l’estensione della gamma che sa percorrere.
Non si era ancora rivelata al pubblico dell’alta Italia quando io, domandandone a un giornalista di Napoli dove ella incominciava a sollevare rumore, gli chiesi «È bella?» — ed egli mi rispose — «Sì, quantunque la sua bellezza fragile e delicata non sembri di quelle destinate a ricevere risalto dal palcoscenico». Venne a Milano e Leone Fortis scrisse subito dopo la prima recita «Non è bella». Ella stessa poi confessava dolcemente e malinconicamente senza ombra di astio nè di rancore: «Il mio primo successo fu di bruttezza» esagerando per generosità il giudizio che un critico autorevole aveva espresso forse un po’ precipitosamente.
La verità è che Eleonora Duse presentandosi nei drammi lagrimosi, che la tradizione consacra specialmente al trionfo delle prime attrici, dovette rinunciare alla sua più grande bellezza, al raggio incomparabile che le illumina il volto, quando il sorriso tremolando ne’ suoi occhi che sono stelle si arresta sulla sua bocca che è un fiore. Questo sacrificio, una dei più grandi che possa compiere una donna, le ha fruttato la gloria. La Duse apparirà ai posteri col volto disfatto di Odette, di Santuzza, di tutte le creature di passione e di dolore che ella ha incarnate all’alba dei suoi successi; ma se i posteri crederanno ancora al suo ingegno, non crederanno alla sua bellezza, poichè tutte le fotografie, tutti i ritratti contemporanei la rappresentano nell’espressione del dolore; non escluse le fotografie fatte a Parigi che proprio non saprei lodare non esclusa la tela di Lembach ammirata alla terza esposizione d’arte a Venezia. Ebbene, io voglio dire questo per la verità: chi non ha visto la Duse sorridente non conosce la Duse.
La bellezza antica fatta di linee convenzionali, con un substrato di salute e di nervi inattaccabili, armonizzava col dolore antico. Nel saluto di Andromaca noi possiamo immaginare che le lagrime sparse per la partenza dello sposo, sebbene calde e sincere, non offuscassero di troppo gli occhi belli e le guance color di rosa della figlia del re tebano. La compostezza, il ritegno, la rassegnazione dell’animo non permettevano neppure alla fisionomia soverchi cambiamenti. Vediamo Niobe solenne e maestosa nel marmo che ha eternata la sua disperazione e sentiamo che noi, quella disperazione la proveremmo più violenta, più scomposta, più fatale all’estetica, e che le nostre membra e i nostri lineamenti resi convulsi dallo spasimo non potrebbero conservare le linee della bellezza pura, quale la voleva l’arte greca.
E ancora, leggendo certi romanzi d’altri tempi, ci meravigliamo che l’eroina dopo di avere attraversato innumerevoli prove, patito disagi, sofferto la fame, si trovi nel suo pallore più bella di prima; mentre di noi sappiamo benissimo che in circostanze simili non resterebbe che un povero cencio. Egli è che allora le donne erano un po’ nella realtà e molto nella finzione incomparabilmente più floride, più robuste, più resistenti; e quelle prove, quelle privazioni, quegli stenti, che appena le impallidivano senza alterarle, accrescevano l’incanto di una bellezza, alla quale non mancava appunto altro che la commozione.
Policleto, lo scultore che per il primo, dicesi, affrontò la posa sopra una sola gamba rompendo la tradizione arcaica della rigidezza, iniziò, precursore di secoli, il movimento ardito della scultura moderna ricercatrice anzitutto dell’espressione. E colui che seppe iniziare sul palcoscenico la sostituzione degli oggetti reali all’antico cartello che recava la scritta: _qui si dovrebbe rompere uno specchio: qui si immagina l’entrata di un cavallo_, era pur esso un pioniere del realismo a oltranza che ha bisogno anche in teatro di veri palpiti e di vere lagrime. La Lecouvreur in Francia, mentre trionfava il manierismo barocco, seppe portare sulla scena il fascino di una recitazione naturale e veramente sentita. La seguì la Desclée cogli storici slanci morbosi, ma sinceri, del suo temperamento appassionato. Eleonora Duse le riassume entrambe, più moderna, più vibrante ancora nella evoluzione di una psiche fatta trasparente a furia di sottigliezza.
Come si potrebbe chiedere a queste anime tormentate l’impassibilità estetica di Niobe e di Andromaca? Eleonora Duse quando soffre è livida, quando piange ha gli occhi gonfi, quando si strugge nell’inseguimento di un vano fantasma d’amore ha le guance divise da un solco autentico, profondo, che la invecchia, che la fa sembrare brutta, e tutta la sua persona si accascia, si annienta. La voce sola rimane, voce incomparabile di donna che scompare nell’olocausto alla grande idealità dell’arte.
Poichè dunque le parti dolorose hanno dato la celebrità a Eleonora Duse, e poichè nella sofferenza ella cede la sua porzione di bellezza e in tale attitudine di rinuncia ella fu ritratta e dalla fotografia e dal pennello e gran parte del pubblico la conosce solamente così, io voglio proclamare alta e forte la bellezza del suo sorriso.
È così breve la scena del ritorno dal teatro nel 1º atto di _Odette_! così breve quella del brindisi nel 1º della _Signora delle Camelie_, seguite entrambe da scene strazianti che le cancellano dalla mente dello spettatore. Tuttavia quale incanto in quei pochi momenti! Appena le esigenze del dramma concedono alla Duse il possesso naturale della sua personalità, noi vediamo una signora squisita, che sa scherzare e farsi fare la corte e offrire una tazza di thè, e motteggiare e schermirsi con una luce negli occhi e fra le labbra che attira i baci. Chi oserebbe dire che non è bella la _Locandiera_ con quel suo guarnellino rosso fiammante quando declama i versi della Nonna:
Viva Bacco e viva Amore, L’uno e l’altro ci consola; Uno passa per la gola, L’altro va dagli occhi al cuore?
E Pamela, la deliziosa ingenua tanto biricchina? Perchè nessun ritratto la ferma agli sguardi sotto una di cotali spoglie seducenti, mentre il movimento interno della letizia imprime a tutta la sua figurina una giovinezza meravigliosa e pare che attraverso le lagrime sparse da’ suoi begli occhi un ricordo lontano (forse sognato) di illusioni e di follie danzi nell’iride nera delle larghe pupille? Coloro che videro quel sorriso devono provarne la nostalgia; così restano nei recessi più palpitanti della memoria certi incantevoli mattini di primavera tutti trilli di allodole e rosai in fiore.
E perchè Eleonora Duse, non solo ammirata ma amata in tutto il mondo, non si fa ritrarre nella attitudine semplice e piena di franchezza di quando riceve una visita? Perchè non offre alla lente fotografica il suo sguardo incantatore di donna e di veneziana, dove la gaiezza di uno spirito vivace è in continuo contrasto coll’ombra di un pensiero malinconico, ma non tanto da impedire a tratti l’irradiamento di una amabile malizia? Ah! solo il pennello di Leonardo avrebbe potuto ritrarre l’espressione inquietante e indefinibile di una bellezza tutta di luce e di mistero, scura come i canali della sua laguna e al pari di essi punteggiata da raggi d’oro.
IL SENTIMENTO NELLA POESIA
di GIOVANNI BERTACCHI.
Ricordo un giorno d’estate, or non sono molti anni; percorrevo la rupestre via che da Campodolcino sale allo Spluga costeggiando il piccolo e ridente Liro tra praterie intense di verde e silenzi lontani di vette, sempre più ripide, confuse nel cielo.
Un uomo camminava dinanzi a me; nero l’abito, lento il passo, il capo chino; la sua persona snella si tagliava netta su l’azzurro dell’aria. Mi parve di riconoscerlo, ma in qual modo richiamare la sua attenzione? Non era abbastanza in confidenza da gridarne il nome nel bel mezzo di una strada, sia pure di campagna. Professore? È certamente il titolo che gli compete, ma mi suonava ostico e goffo là in quel paesaggio di naturali bellezze dove tutto era semplice e schietto. Guardai il cielo, le acque, i monti, l’erba e dissi a voce alta: Poeta! Egli si rivolse. Era lui, Giovanni Bertacchi.
Parecchie volte ebbi in seguito occasione di rivederlo, o nel fido ritrovo in Galleria, o nelle adunanze dove la sua parola alàta suscitava i più caldi entusiasmi. Ricordo il discorso tenuto al Teatro della Scala per la Lega Navale che fu una specie di rivelazione, tanto l’abituale ritrosia del Bertacchi seppe innalzarsi al livello della circostanza nobilissima e mentre il poeta sgranava come da un filo di perle le più lucenti immagini della fantasia, la voce di quell’uomo esile e delicata penetrava senza sbalzi, limpida e ferma in ogni angolo del teatro. Egli fu magnifico di sicurezza nell’accenno alle _due sorelle del confine orientale che nutrivano di speranza il loro esilio_. Si era ancora lontani dalla guerra coll’Austria, ma il pubblico comprese a volo e un vivacissimo applauso fece battere in quel momento molti cuori.
Giovanni Bertacchi, modesto pioniere che aveva recato sotto la volta del maggior teatro italiano e alla presenza di un Principe di Savoia il voto lunganime della Nazione, mi parve grande.
E sempre, nei discorsi pronunciati poi, nelle conferenze, in certe improvvisazioni piene di sapore e di originalità, l’anima del poeta mi si riconfermava in quel suo mirabile accordo fra la vita reale ed il sogno che fa di lui uno dei poeti meglio equilibrati della nostra letteratura.
Ma se voglio spiegarmi la precisa individualità di Giovanni Bertacchi mi è d’uopo rievocarlo qual io lo vidi in quel giorno di un morente estate sulla via dello Spluga, tra i prati verdi che costeggiano il Liro e le alte montagne piene di silenzio.
Giovanni Bertacchi è il figlio genuino della sua terra. Tutto ciò che raccolsero di calore le zolle soleggiate degli altipiani, tutto ciò che concentrarono in aromi le resine dei boschi, e la trasparenza delle luci e la purezza delle linfe e la sana fecondità dei germi deposti dai secoli sui muschi immacolati, tutte queste forze segrete della natura adunate intorno a un cervello di pensatore, lo plasmarono così libero e sicuro d’onde i canti che egli getta al vento e alle selve, figliazione spontanea di un connubio d’amore fra l’anima e le cose. Egli stesso lo dice. Dai trucioli biondi che il padre sollevava lavorando al torno, dai ceppi di faggio spaccati nel domestico cortile, dalle slitte salienti nella neve o dai faticati cavalli sotto le pesanti diligenze, dai datteri scuri e dalle melarance d’oro che giungevano per l’Epifania al fondaco materno suscitando nella infantile fantasia visioni immaginarie di esotici paesi dai nomi strani.
Tutti gli schemi dei pensier futuri tutti i preludi delle mie canzoni stavano là, stavano là nei buoni giorni immaturi.
E in una sintesi sempre più larga della vita inanimata egli segue le vicende dell’albero che la scure del taglialegna ha intaccato, conta i rami divelti, li segue nel loro destino:
Essi van lungi; e diverran le cose che accompagnano i dì; talami, mense, usci fidati e pie madie odorose. Essi nei popolati ampli quartieri saran domani travature immense, e carene di navi entro i cantieri.
Coloro che conoscono Bertacchi solamente nella sua ultima produzione patriottica hanno bensì una prova del suo ingegno e del suo sentimento, ma non hanno intero nè il suo ingegno nè il suo sentimento. Il grande slancio di redenzione che ha scosso l’Italia negli ultimi due anni chiamò il nostro poeta ad una dichiarazione di fede allargando la cerchia dei suoi estimatori, ma il vero poeta così come nacque, come si formò, come avvenne la cristallizzazione perfetta del suo sogno in una forma d’arte è d’uopo cercarlo nei sei volumi delle sue poesie antecedenti.
Volendo giudicare un poeta non è forse inutile chiedersi: Che cosa egli ama? Che cosa crede? Le letterature di tutti i paesi hanno i loro poeti della fede, del dubbio, della negazione assoluta, hanno i mistici e gli epicurei ed hanno sopratutto disgraziatamente i poeti che nulla avendo da dire si sbizzariscono a mettere insieme ingegnose combinazioni di suoni e di colori che dovrebbero nel loro intento sostituire l’assenza di quel fuoco interno che solo crea la poesia.
Giovanni Bertacchi è panteista. Egli ama la natura, egli crede nella vita. Gli uomini e gli alberi, il pensiero che nasce in un cranio e il filo d’erba che spunta dalla terra lo interessano egualmente, anzi formano ai suoi occhi una verità sola e una sola bellezza. Le acque di un fiume scroscianti dai vergini ghiacciai al mare non lo commuovono meno delle lagrime dei suoi fratelli poichè non esistono divisioni di materia e di spirito dinanzi al concetto di una forza unica che regola tutto il creato e non soverchia un amore in un cuore che tutti li accoglie in sè.
Con un senso più reale della vita egli si accosta alla dolcezza del poverello d’Assisi nella fraternità per tutte le creature, ma non acconsentirebbe a seguirlo nell’ascetismo della rinuncia. Pensa certamente che poichè il divin Creatore dispose che al soddisfacimento di ogni atto necessario alla vita corrispondesse una sensazione di piacere, sia contro natura il rinunciarvi. Deplora la ricerca di alcuni scienziati che vorrebbero ridurre i cibi in pillole e rievoca le bellezze non tutte materiali che accompagnano i variati simposii:
Tovaglie bianche dai riflessi azzurri, negli alberghi dell’Alpi, in riva ai laghi, nelle navi, sui treni, ove più vaghi entran dell’aria i nimbi ed i sussurri. Oh, che musica dolce andrà smarrita se cessi il tintinnio delle stoviglie, che le memorie delle mie famiglie perpetuò nel corso della vita! Chi ci darà le confidenze care dell’amicizia che s’indugia a cena, mentre il vino e l’affetto in calda vena scendono ai cuori, e canta un focolare? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . non sentite il tepor che si sprigiona dalla parola dei conviti umani? Non vedete da torno ai freschi pani, come fida è la vita e come buona? No: non togliete ai nostri di quest’ora che ricongiunge i sogni ed i ricordi; questa tregua che fa lieti e concordi chi viaggia, chi pensa e chi lavora. Oh lasciateci il pane, ove si serba la luce aprica delle messi bionde; lasciateci le carni ove s’infonde l’umor del suolo e la virtù dell’erba.
Umili ispirazioni, dirà qualcuno. È vero. Il pane, il vino, il focolare domestico non escono dalla cerchia delle cose comuni, ma è appunto perchè da questa cerchia dove altri si immiseriscono in un grossolano epicureismo, Bertacchi sa togliersi con un geniale battito d’ali che noi lo amiamo. Egli non è il poeta che scende a trescare col volgo, bensì è colui che accostandosi al volgo lo solleva a sè; l’artefice intelligente che sa trarre dall’argilla forme immortali; il palombaro che si lascia calare in rozze vesti sul fondo del mare per estrarne la perla; è infine il maestro delle anime che seduto al povero banchetto tramuta l’acqua in vino.
Cantore sincero se mai ve ne furono, non rinnega il cielo ristretto dove aperse gli occhi alla luce ed è ammirabile la quantità di luce che intravide in quel piccolo spazio. Il soggetto più pedestre acquista nella sua penna una inaspettata nobiltà tanto più educatrice quanto meno interessata. Noi dobbiamo credergli quando dice che la vita è buona, perchè egli non nacque tra i felici del mondo. Eppure la felicità non gli apparve come una usurpazione fatta da altri uomini. La felicità è uno stato di grazia che difficilmente le circostanze possono alterare; e da quante piccole cose l’uomo possa trarre momenti felici è genialmente adombrato nella poesia _Gli elementari_, della quale mi piace ricordare le ultime strofe
Udite il suono che vi vien di fuori, ma cercate anche in voi la voce ascosa. Una musica dorme in tutti i cuori, come dorme una voce in ogni cosa.
Essa è l’antica, mistica parola che in noi diffonde il mormorio divino. Se pur non veda alcuno in suo cammino, l’anima che l’udì non è più sola.
Quando ognuno di voi, nella sperduta solitudine sua l’abbia avvertita, ei sarà l’uomo, egli vedrà compiuta nel giro d’ogni dì tutta la vita.
Dove è racchiuso il nocciuolo di tutta la saggezza umana.
Questo indugiare del Nostro a raccogliere le voci dei diseredati della fortuna lo fecero ascrivere con troppa fretta fra i seguaci di teorie alle quali deve ripugnare il suo spirito contemplativo. A tale sentimento parmi ispirato il _Canto solitario e fraterno_ che incomincia:
Per la canzone antica che il paterno martello in me depose, io le vostre cercai mani callose, figli della fatica.
Ma soggiunge subito dopo per affermare la libertà de’ suoi sogni:
Ma non so qual ventura in cuor mi pose un debito di canto per l’erba e l’acqua che mi passa accanto dal monte alla pianura. Sento i cheti castelli e le traviste beltà sognanti, e i parchi ampi e tranquilli; amo i possenti eroi delle conquiste, e delle antiche avemarie gli squilli.
Ed a quale altezza giunga la visione poetica in questo solitario pensatore è fatto chiaro dall’_Io migrante_, una delle più belle liriche moderne.
Volendo riassumere la poesia di Giovanni Bertacchi io me la figuro talvolta come un’arpa sospesa ai rami di una selva accarezzata dal vento delle Alpi passata tra aiuole di rose, sposando i suoi dolci accordi al canto dell’allodola e al tintinnio di mandre lontane.