Profili, impressioni e ricordi
Part 12
Non è uno dei minori difetti della scuola positivista l’osservazione immediata e superficiale che non tiene conto delle molle invisibili e giudica gli uomini al pari di un tavolino il quale consta di un piano, di quattro gambe e qualche volta di un tiretto. Ma il tiretto interno delle anime è chiuso allo sguardo dei mercanti di mobili. Occorre una sensibilità diversa per penetrarne i delicati congegni. È per questo che i grandi avvenimenti della storia, le conquiste della scienza, la riforma dei costumi, prima ancora che appaiono in linee concrete di fatto sono quasi sempre avvertiti da sottili spiriti di poeti, di pensatori. Ogni gloriosa assunzione umana ebbe il suo profeta e il profeta non è altro che un uomo dalla sensibilità sopracuta che sorpassa l’incidente materiale per figgersi nella luce delle verità superiori sulle quali unicamente appoggia il progresso del mondo.
Eccomi un po’ allontanata dal cane col cappello di bersagliere; un poco, non molto, se vogliamo prenderlo come simbolo di ciò che venni esponendo. E neanche parrà troppo lontana dall’argomento la citazione che desidero fare di un sonetto quasi inedito dal quale si vede come il sentimento di un poeta ha saputo precorrere, sotto forma satirica, la repulsione che oramai è divenuta generale per la sopraffazione tedesca. Il poeta è Giovanni Rizzi, trentino, che viveva a Milano quarant’anni fa e del quale forse qualche anima onesta e italiana come la sua si ricorderà ancora:
PARERE A UN EDITORE.
Lo vuol, caro sor Checco, un mio parere? Non si fermi a guardar se è bello o brutto, Il libro non si vende e il suo mestiere È di vendere i libri innanzi tutto.
Io conosco un tedesco, un uomo istrutto Naturalmente! — e che fa ’l chincagliere; Lui, se si tratta di farle un piacere, In dieci giorni gliel traduce tutto.
Lei fa scrivere intanto da Berlino (E quel che scrive è ’l chincaglier, s’intende) Che l’opera in Germania fa furore.
Il libro allor comincia a far cammino, Non si legge, lo ammetto, ma si vende Che è appunto quel che preme a un editore.
CONFORTI.
Condivido pienamente l’opinione di coloro che ascrivono tra le più delicate soddisfazioni concesse all’uomo quella di poter alleviare le sofferenze degli altri uomini. È un privilegio quasi divino poichè se ne adorna la corona della Vergine: _Consolatrice degli afflitti_. Benissimo. Ma come si fa a consolare? a consolare veramente, in modo che l’afflitto ne provi un reale sollievo?
Col denaro si fa molto, si fa per modo di dire in grande e in visibile. Ai tempi nostri la forma di consolazione che si chiama beneficenza ha invaso il mondo, ma non è di ciò che intendo parlare.
Oltre che l’aiuto materiale non è alla portata di tutti, ci deve pur essere nelle risorse spirituali dell’uomo una sorgente di balsami segreti per le ulceri del fratello. Nell’ora suprema del dolore, quando le forze esterne si prodigano invano intorno a noi, non può forse chinarsi un’anima verso la nostra anima ansiosa, sulla nostra carne dolorante, a versarvi un prodigioso nettare d’oblio o la sacra esaltazione che spezzando le sue catene in un rapido volo d’aquila ci ponga dinanzi all’infinito?
Io ho cercato, oh quanto! la parola alta, la parola buona, che rispondesse a tale bisogno e confesso di non averla trovata. Ma poichè avviene di tutte le cose come di un quadro, che a ben giudicarlo occorre mettersi nel punto di vista opportuno, Dio stesso si è incaricato questa volta di portarmi tanto vicina al dolore, che sarà tutta colpa mia se perdo l’occasione di raccogliere documenti in proposito e se la lezione sarà di qualche profitto a me o ad altri non mi voglio dolere di averla pagata troppo cara.
Già nell’epistolario di Giuseppe Verdi avevo letto che il grand’uomo si irritava moltissimo tutte le volte che in occasione di sventura un amico gli diceva: coraggio!
È veramente questa la parola preferita a un certo grado di coltura. La visitatrice intellettuale entra nella camera dell’infermo (prendiamo questo esempio dell’infermo che è di una così dolorosa attualità) franca e spigliata; gode per suo conto ottima salute, ha compiuto allora la quotidiana passeggiata igienica che le ha disposto magnificamente lo stomaco alla colazione; tutte le sue energie vibrano e palpitano come una muta di levrieri tenuta al guinzaglio. «Dunque soffrite? molto? molto? Oh, ma passerà. Bisogna reagire contro il male, non farsene schiavi. Perchè non uscite? Come? Non potete? Oh, ma si può sempre quello che si vuole. Su, su, coraggio!» Pronuncia l’ultima parola ritta sulla soglia dell’uscio, con un movimento altero del capo che fa somigliare l’_asprit_ del suo cappello al pennacchio di un condottiero in marcia.
Coraggio! È come se uno aprisse un pacco di banconote sotto gli occhi di un poverello gridando: banconote, banconote! E poi chiudesse il pacco e se lo mettesse in tasca. Felice dono il coraggio, ma bisogna darlo, non dirlo.
C’è la donnina semplice, piena di cuore e di buone intenzioni, colei che sarebbe capace di addossarsi un po’ del vostro male se potesse. Ella ascolta la narrazione delle vostre sofferenze colla attitudine inquieta di un topolino costretto a passare da una fessura troppo stretta. Corre di qua e di là il topolino, corrono di qua e di là gli occhietti teneri e commossi in cerca della parola che dovrebbe essere all’infermo pari al _sesamo apriti_ della grotta meravigliosa e finalmente, umile, stretta nelle spalle, mormora «Un po’ sarà questo tempo....» — Voi scattate: ma se sono giornate che non potrebbero essere più belle! — L’ultimo filo di voce della donnina conclude: «Già... anche il troppo bello... qualche volta....».
Ecco un’altra visitatrice, la visitatrice professionale che gira tutto il giorno da un ospedale all’altro e che si è fatta una specialità del genere. Il suo modo di consolare è questo: «Eh! di che cosa vi lagnate? Voi soffrite? Ma chi non soffre a questo mondo? E che è mai il vostro male di fronte a tanti disgraziati che si trovano negli ospedali? Vederli, gli ospedali, quante miserie, quanti dolori ben peggio dei vostri! Torno ora dal letto di un povero soldato al quale gli obici tedeschi hanno sfracellato le due gambe e tagliuzzata la faccia in modo che ciò che rimane sembra un mostruoso arabesco. Quelle sono miserie!». La voce della consolatrice si fa aspra, quasi volesse rimproverare all’infermo di non soffrire abbastanza, mentre egli, con quel po’ po’ di quadro che gli ha messo sotto gli occhi sente ora, oltre ai propri spasimi, le gambe che gli dolgono e un molesto verzicare di sensazioni nuove sulla pelle della faccia.
Ma chi è quella bofficciona dalle vesti di prefica? Al posto degli occhi ha due puntolini da capocchia di spillo che al pari di capocchia luccicano e brillano e par che ridano, ma afflitti nell’angolo da una lagrima perenne non lasciano mai sicuri se ella pianga o se rida. La sua compassione è elegiaca: «Oh, poveretto, oh, poveretto, quanto mi duole vederla soffrire! Potessi prendermi io un po’ del suo male lo farei volentieri, creda! Ma io non posso nulla, nessuno può nulla, Dio solo è il padrone, Lui sa quello che si fa e le vuol bene. Questa malattia ne è una prova perchè la mette in grado di farsi dei meriti, di salvarsi l’anima. Pensi all’anima, all’anima! Tutto il resto è nulla.»
L’ammalato è rispettosissimo di tutte le cose che concernono l’anima, ma i suoi nervi spasimano sotto le sofferenze e non si persuade che quello sia proprio un vantaggio per lui.
Gli uomini in genere sono cattivi consolatori. Più delle donne hanno paura del male e sfuggono ogni aspetto del dolore; la loro schiettezza un po’ rude li rende inabili alla menzogna pietosa. È ancora alle donne che bisogna ricorrere per trovare il conforto fatto istituzione. Le suore che si sono votate al pio ministero di vegliare gli ammalati per una ragione superiore a qualsiasi interesse umano, portano in sè un carattere di spiritualità che imprime ad ogni loro gesto una singolare forza di penetrazione. Esse entrano nella camera dell’infermo come un elemento nuovo ed egli sente che tra lui e il mondo e gli eventi quali li aveva considerati fino allora s’è rizzata una visione di incomparabile dolcezza, non più ristretta a facoltà personali, ma rivelata in una luce incorporea di fede.
Le nostre monache sono mal conosciute; si hanno notizie superficiali sui conventi e sulla vita che vi si conduce; la psicologia di queste giovani donne che hanno rinunciato a tutte le gioie dell’esistenza sfugge all’affrettata analisi moderna. Si propende a vedere in esse delle vittime o delle inconsapevoli, ma a conoscerle da vicino si va incontro a qualche sorpresa. La _Monaca di Cracovia_ e la _Signora di Monza_ avevano gettato un’ombra sinistra sulle antiche mura conventuali, ma la carità illuminata del secolo ventesimo spalancò le porte dei misteri paurosi. Ora le suore della carità si muovono libere in qualsiasi tempo. Fra le penombre di queste nostre fosche sere si vedono rasente i muri impavide e sole recarsi dai loro ammalati; nell’alba livida il loro bianco soggolo sfiora sui crocivii le piume fantastiche dell’avventuriera che esce dai ritrovi notturni.
Non ignorano il male le piccole suore che disprezzando l’amore degli uomini a venticinque anni hanno già chiuso la loro vita in Dio. Io chiesi: «In queste vostre uscite non vi assalgono mai le tentazioni?». «Oh, certo, (rispose per tutte una fanciulla dai grandi occhi ridenti) il diavolo fa il suo mestiere. Ma noi non lo temiamo più». «Siete giovani (incalzai) molte di voi sono belle, ve lo devono dire».
«Oh, se lo dicono!! Dicono anche che il Signore pare faccia apposta a chiamare a sè le più belle. Oh, è ben naturale!! (Nei grandi occhi si accese una luce di astro). Deve forse scegliere le brutte Lui che è il Signore?».
Ebbene non è magnifico questo volontario e gaio e conscio olocausto dei due maggiori doni che allietino una vita di donna? Non vi è in esso il segreto del balsamo che queste donne versano al capezzale dell’infermo? Anche lo scettico quando la mano lieve della suora tesse intorno alle sue sofferenze una ininterrotta catena di bontà non chiede il nome di questa forza che egli ignora, ma la accetta benedicendola.
Ed è singolare la facoltà di trasformazione che attende in queste giovani reclute del bene sempre nuove conquiste. Esse erano tutte prese dalle cure dei loro ammalati, il tempo mancava per altre occupazioni, ma ecco i bimbi dei profughi irredenti, ecco gli orfani dei soldati morti per la Patria e la casa del silenzio si apre e sotto le volte use ai passi misurati, al parlare sommesso, prorompe una schiera di bambine seminude affamate; hanno due, tre, quattro anni, non conoscono altra parola che mamma, molte di esse non camminano ancora, non sanno spiegarsi e quando vogliono qualche cosa piangono. Tutte le abitudini delle suore sono sconvolte; le anziane fra esse non ricordano di aver mai preso in braccio un bambino; le novizie guardano a quella vita nuova apportatrice di gioie alle quali esse hanno rinunciato per sempre. In pochi giorni il convento è trasformato; la regola cede alla necessità; le piccoline che non sanno ancora obbedire comandano. Le suore turbate, commosse, gareggiano nel fare ognuna qualche cosa per le ospiti improvvisate. All’ora del pranzo, senza aspettare nessun invito, guidate dall’istinto si avviano in cucina; la suora che sta ai fornelli se le trova avvinghiate alla sottana; una è riuscita a mettersele in collo, un’altra dà la scalata alle sue braccia. — Oh suor Cesarina, come può muoversi con quel grappolo di testine intorno? —
Suor Cesarina, confusa, sorridente, graziosamente impacciata, risponde; — Ma se non vogliono lasciarmi! —
Il sentimento della maternità sbocciato e maturato in un attimo nel cuore delle pie vergini suggerisce a ciascuna un gesto di affetto. Improvvisamente le piccole tiranne gridano: — Vogliamo andare dalla Madre Superiora! — E s’avviano tutte insieme, lungo il corridoio, incespicando ad ogni passo, appoggiandosi colle manine al muro. Sembrano una lunga teoria di formichette. Ma una cade, piange, ed è uno scompiglio generale. Le suore accorrono; oramai non fanno più altro; le piccoline hanno conquistato il convento; sono esse le padrone. E anche questa trasformazione dell’ascetismo in maternità è così femminile come il riconoscimento della propria bellezza offerta con gioia a Dio. _Servite il Signore in letizia._
Il dolore, specie il dolore fisico, non si attenua con nessuna parola, anzi le parole come abbiamo visto guastano sovente l’intenzione irritando l’ammalato.
Oh! volto penetrato di vera compassione che tacito ti chini sui sofferente, oh! mano che stringe la sua colla intensità ardente di una trasfusione di sangue, oh! sguardo, finestra dell’anima che tutto dice e tutto dà, voi siete i consolatori! Poichè amare ed essere amato è la maggiore delle felicità la sventura serve a rivelarci chi ci ama davvero.
Vi sono poi i datori di felicità universale, le grandi anime dei pensatori e dei poeti aperte a tutti come le mistiche piscine che tengono raccolte nelle loro linfe la salute degli uomini. Ringraziamo questi immortali benefattori dell’umanità sofferente. Per essi Giordano Bruno non sente il morso dell’empio rogo che lo circonda, Heine canta nella sua tomba di sepolto vivo e l’ultimo martire dell’italianità tende stoicamente il fiero capo al boia. Non si passa impunemente in mezzo al fuoco. Sfiorando la vita degli eroi, entrando nella mente dei pensatori, qualche fiamma di quell’atmosfera ardente ci investe nelle meschine abitudini della nostra mente, ci scuote e ci sprona anche fra le strette del dolore. Trasportati in un vortice di luce e di purezza noi viviamo per alcuni istanti la vita degli esseri superiori. Sorpassandoci ci dimentichiamo e, fosse pure concentrato in una sola goccia, il balsamo dell’oblìo è pur divina cosa per colui che soffre.
L’AMORE NEI GRANDI UOMINI
Quella che fu legge provvida di natura prima ancora di divenire regola d’arte, l’armonia, dal firmamento immobile ove danzano gli astri alla terra che tutta ribolle del fermento di vita, sospira con uno de’ suoi più supremi aneliti alla fusione dell’essere umano oltre il limitato congiungimento comune a tutto ciò che vive. In altri tempi questa aspirazione si chiamava l’incontro dell’anima gemella.
Io non saprei come chiamarla oggi, e forse non è nemmeno necessario darle un nome, appartenendo essa al nucleo di conquiste che la rozza psiche dei nostri antichissimi padri fece sue attraverso secoli di civiltà sempre più incalzante.
Dalla istintiva concezione amorosa dell’uomo selvaggio che dovette consistere nell’afferrare la donna come una preda, alla sovranità femminile riconosciuta dai cavalieri e dai trovatori fino alle rivendicazioni suffragiste dei nostri giorni, il cammino è lungo e glorioso. Il così detto femminismo anzichè essere quella trovata moderna che appare a tutta prima non è che una tappa nella instancabile evoluzione dello spirito alla ricerca di mete più alte. Non sempre il movimento è progresso, spesso anzi non si fa altro che percorrere il circolo di una palestra scambiandolo per il giro del mondo, ma anche allora la divina legge dell’armonia veglia e aspetta.
Arduo è tuttavia il giudizio quando si vogliono spiegare alla stregua del nostro intendimento certe vie oscure per le quali procedono le forze della natura in urto al concetto che dell’armonia ci siamo formati noi stessi. Ricordo ancora l’accento sdegnoso di un giovane di grande ingegno mentre affermava che ogni persona superiore deve saper scegliere la persona degna del suo amore. Egli aveva dimenticato che i nostri sommi maestri nella scienza delle passioni dipingevano l’Amore cieco.
Tutto ciò è misterioso nella ignota attrazione degli esseri che dopo mille diverse definizioni non ne sappiamo ancora nulla e una grande meraviglia ci coglie ogni volta che assistiamo a squilibrati connubi di persone in assoluto antagonismo di educazione e di istinti. Si è tentato di spiegare ciò dicendo che i contrasti si attirano reciprocamente e che anche questa è una legge di natura. Ma a quale scopo se poi non conduce alla felicità?
A volersi internare in tale soggetto è certo che le vite dei grandi uomini ci offrono larga materia a commenti, incominciando da Socrate che figlio di saggia donna e saggio egli stesso si appaiò tuttavia così male con quella lunatica Xantippe. Perchè? — vorrei domandare al mio giovane amico sdegnoso; ma risponde un antico:
Amor che vien per le più dolci porte Sì chiuso che no ’l vede uom passando Riposa nella mente e là tien corte.
Il sorgere inavvertito dell’amore è detto qui benissimo e soavemente. Con maggior crudezza di espressione si potrebbe aggiungere che in ogni assalto di passione amorosa c’è quasi un processo di tradimento, di colpo dato alle spalle. Nemmeno un eroe potrebbe evitarlo. E quando il dardo è penetrato, quando «riposa nella mente» quale più ampia distesa e feconda di elementi psichici trasformatori della mente di un grande? Pensiamo: Se il ruzzolare di una moneta d’argento suggerisce a Rossini la sinfonia del _Guglielmo Tell_ e il dondolio di una lampada getta nel cervello di Galileo la prima idea del pendolo, sarà tutto un mondo di visioni che sorge nella mente del poeta, dell’artista, del pensatore percorso dal dardo fatale. Basterà a lui una scintilla per farne fuori un astro, un fiore per evocare un giardino; e basterà un profumo, un suono, un colore, una linea per suscitargli la febbre creatrice del bello, nella quale la sua immaginazione ardente verrà poi cristallizzando il sogno generoso della sua anima fatta per le regali prodigalità del delirio.
L’uomo mediocre e bottegaio, avvezzo a misurare i propri slanci nello stesso modo che misura i propri quattrini, si guarderà bene attorno tenendo salda la bilancia del pro e del contro prima di abbandonarsi all’affetto. Ha per questo le maggiori probabilità di fare una buona scelta e la soddisfazione di ritenersi superiore a Socrate. Ma per Dante occorre appena che Beatrice appaia vestita di nobilissimo color sanguigno perchè «nella segretissima camera del core lo Spirito della Vita cominci a tremare fortemente», e la bella contessa Geltrude Cassi non fa altro che passare, florida noncurante e gaia per le sale austere del palazzo Leopardi, ma il pallido giovinetto piangerà per lei le sue lagrime più roventi e dallo spasimo del suo cuore fiorirà una delle più appassionate liriche d’amore che vanti la poesia italiana.
Che dire dell’impressione provata da Edgardo Pöe quando, trovatosi una notte d’estate in cammino verso Boston, scorge attraverso la cancellata di un giardino una donna vestita di bianco che passeggia solitaria? Egli non vede solamente la donna nella sua forma reale come la vedrebbe chiunque altro; egli vede «la luna cadente nel sogno e nel mistero quale fascia diafana di seta e d’argento sui volti aperti e attoniti di mille rose», e vede quelle rose morire «di una morte statica» e da lungi, nel silenzio altissimo, i viali, l’erbe, le acque, le piante «spegnersi a poco a poco nella luce di perla della luna» e solo rimanere l’incantesimo di due pupille levate su di lui «due Veneri in fulgor pria dell’aurora». Preparata così, la visione amorosa deve naturalmente salire a un diapason ove non è più possibile ragionare col criterio comune. Non solo dunque l’uomo superiore può come un altro cadere nell’inganno sentimentale, ma vi è meglio di chiunque altro esposto per le stesse forze della sua immaginazione.
Quanto la tavolozza è più ricca sempre più alta e più vivida sarà la gamma dei colori di cui l’illusione si ammanta. Se non fosse questa supersensibilità dell’uomo di genio il mondo non avrebbe i capolavori che il miraggio prima dell’amore, poi il conseguente disinganno ispirano all’artista, al poeta.
Noi sappiamo che sotto lo spasimo della passione, come Leopardi scrisse le strofe immortali del _Primo amore_, Donizetti pensò la musica straziante della _Favorita_, Musset le _Notti_, Chopin il _Preludio in si minore_, ed alle vibrazioni che destano in noi queste larghe echi di pianto il nostro cuore balza della ineffabile ebbrezza di sentirsi compreso; perchè anche noi abbiamo amato e abbiamo pianto, anche noi passammo attraverso le ansie di quelle ore che tengono sospeso sulle nostre fronti il brivido della morte. Leggendo i versi di Leopardi e di Musset, ascoltando la musica di Donizetti e di Chopin, l’impressione più immediata è quella di sentire battere vicino a noi l’ala di un’anima sorella. Ma non illudiamoci. È il medesimo effetto di prospettiva che ci fa credere delle nostre stesse proporzioni gli angeli e i santi colossali dipinti sulle vôlte delle basiliche.
Occorrono centinaia di rose per formare una goccia sola della essenza che serve ai Re di Persia e, quando la voce del poeta fruga negli anditi più riposti del nostro cuore spremendone l’intimo pianto, pensiamo che egli dovette piangere cento volte più intensamente per raccogliere da quelle lagrime l’estratto di arte che ha il potere di farci fremere con una nota, con una parola.
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Stabilito questo assioma della singolare sensibilità dell’uomo di genio, che fa di lui un essere esposto a tutte le vibrazioni, non bisogna dimenticare un altro fattore nella accusa fattagli di debolezza amorosa e di mancato discernimento.
Le persone prudenti che portano scarpe di gomma quando piove e un _cache-nez_ quando tira vento prendono probabilmente meno infreddature di colui che si arrischia nell’imperversare della bufera solo per cogliere un effetto di luce o una sensazione di terrore e va ad esporre il capo libero quando infuria il temporale per conoscere direttamente la forza della tempesta. Sono anche, questi prudenti, animuccie parsimoniose che se acconsentono qualche volta a dare vogliono essere ben sicure di ricevere l’equivalente e non si sobbarcano all’alea di una passione, o affetto, o desiderio, o capriccio, senza essere ben sicure che la spesa vale l’acquisto. Hanno paura del dolore, temono il disinganno, e per questo mercanteggiano. Il loro potere amatorio è scarso, scorre appena una sottilissima vena di altruismo nel loro sentimento e vogliono risparmiare, pensano al futuro. Che sarebbe mai di loro se il turbine di una passione infelice entrasse nella composta architettura della loro vita e ne sfiancasse gli argini lasciandoli nudi in mezzo alla rovina?
L’artista invece, il poeta, il pensatore, quello fra gli uomini che più di tutti esercita l’altruismo ininterrotto di comunicare agli altri la fiamma della sua anima, non teme il disinganno, non ha paura del dolore. Poichè l’opera sua attinge continuamente alle fonti stesse del suo essere e sono le sue lagrime che gli forniscono la materia del canto, ed è col suo sangue che compone le occulte verità ignote alle moltitudini; poichè ogni sofferenza umana espressa nella forma della sua arte prima di elettrizzare gli uomini passa nel crogiuolo incandescente del suo cervello, egli apre le braccia alla bellezza, sempre, si chiami essa innocenza o voluttà, ebbrezza o martirio.