Profili e paesaggi della Sardegna

Part 4

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Per quanto la Sardegna sia stata occupata da Fenici, da Greci, da Romani, da Vandali, da Ostrogoti, da Mori e da Spagnuoli, benchè nelle vene dei Sardi scorra forse ancora qualche goccia del sangue dei fuggitivi di Troia o dei quattromila israeliti ed egizii che Tiberio aveva relegati in quell’isola in pena dell’avere essi tentato propagare in Roma l’osservanza dei loro culti, pure io credo fuor di dubbio che l’orditura del popolo sardo sia antichissima, anteriore ad ogni tradizione storica ben accertata, che l’elemento più potente ancor oggi dopo tante invasioni e tanti incrociamenti sia _autoctono_. Grazia alla cortesia squisitissima de’ miei colleghi di Sardegna ho fatto una preziosa raccolta di tipi dei cranii di quell’isola, e forse vi è in essi un germe di etnografia sarda; ma fin d’ora credo di poter affermare la potenza dell’elemento autoctono in quell’isola.

Esiste un sangue sardo anche dopo i Fenici e i Romani, anche dopo gli Spagnuoli e i Mori, anche coi due dialetti cagliaritano e logudorese; anche dopo le rivalità di Cagliari e di Sassari. Ve lo dice ad alta voce quella pagina di storia che un popolo antico lasciò scritto su tutta la faccia della Sardegna in quei monumenti ciclopici di pietre, che si chiamano _nuraghi_. Ve lo dice quell’amore tenace, irresistibile del popolo sardo alla sua terra; vera passione del suolo e dell’aratro che resiste alle invasioni di tanti popoli marini, di tante genti che vivevano in mare e del mare. Ve lo dice la lingua sarda che ha parole comuni in tutta l’isola; ve lo dicono alcuni costumi singolari, primitivi che non trovate altrove e che ricordano usi di stirpi antichissime; ve lo dice la fiera resistenza che gli isolani opposero sempre ad ogni invasione; per cui essi combattevano e vincevano quasi sempre, o vinti si ritiravano nei loro monti, portando seco il palladio della loro lingua e dei loro costumi. E lo stesso Lamarmora vi dice che secondo ogni apparenza, i montanari dell’isola che conservarono più a lungo l’antico linguaggio furono anche gli ultimi a perder la lingua romana che avevano adottata, almeno in gran parte; ed è precisamente nel paese più abitato da questi popoli che la lingua latina è parlata, ancora ai nostri giorni, nella quasi sua purezza.

Sul mondo sardo antico preistorico e che attende ancora il suo Colombo, si impiantò una propaggine romana e il popolo sardo di quest’oggi è un innesto latino sull’antica pianta autoctona dell’isola. Elemento latino quasi puro nel nord; con colorito corso nella Gallura; con tinta catalana ad Alghero; con tinta risentita di moresco e di spagnuolo a Cagliari e nel Campidano.

Non saprei dire se più il sangue o più la tradizione lasciasse di elemento spagnuolo a Cagliari; ma questo so di certo che chi ha vissuto, come io, alcuni anni in paesi spagnuoli, trova nella maggiore delle città sarde, ad ogni momento riscontri ed analogie. Il carattere serio, il culto della pompa esteriore e delle riverenze; certa maestà di portamento e simpatia per le rabescature, certa tranquilla inerzia che trovate a Cagliari son tutte cose spagnuole; e anche passeggiando per le vie mi son trovato sorpreso di veder fisonomie che mi richiamavano volti spagnuoli. A Sassari invece il brio chiassoso e il dolce far niente senza rimorsi, vi richiamano la Sicilia e li ultimi figli di Roma stanca.

Non è però nelle grandi città e nei porti di mare che convien cercare i tipi etnografici della Sardegna. Uno di questi fra i meglio definiti, ma anche dei meno studiati è quello dei Maurelli di Iglesias e dei paesi vicini. Studiando bene quegli abitanti t’accorgi subito che dovettero rimanere isolati a lungo, senza miscela d’altro sangue. Non parlo del ceto alto, dove incontri fisonomie italiane e spagnuole, ma parlo del popolo minuto e mezzano che è tutto di uomini e donne più alti che bassi, asciutti, dai capelli neri e folti, e da un cranio così lungo e stretto che è difficile supporlo più dolicocefalo. Anche i meno osservatori rimangono stupiti dinanzi a quei cranii che non è qui il luogo di studiare, ma che devono scoprire un giorno la vera origine di quella gente. Le donne son sottili assai e di corpo elegante, e colla somma sottigliezza del corpo fa splendido contrasto l’ubertosità dei campi consacrati all’amore: hanno viso ovale e pallido, sopracciglia molto folte, occhi orizzontali, spesso grandi, naso diritto affilato, spesso lungo. Vedete lo stesso sangue in Gonesa, in Porto Scuso, ed è sicuramente fra i tipi sardi più singolari e più puri, e certamente nè latino, nè spagnuolo. Il costume del vestire e il culto al caffè vi rammentano insieme al cranio origini africane. Il dialetto è cagliaritano, meno piccole differenze, ed io vi ho potuto notare la _r_ pisana sostituita alla _l_, ultima e forse unica memoria della dominazione pisana e che vi richiama lo scherzo con cui i Toscani rimproverano ai Pisani la durezza delle loro _r_ messe proprio a sproposito in luogo di una dolcissima consonante: _er giuoco der ponte e re cieche_.

Lamarmora vi dice: «che gli abitanti del Sulcis e della provincia d’Iglesias sono appellati comunemente _Maureddus_ (mauritani o mauri) che alcuni vogliono derivare dai Mori dell’Africa, che secondo Procopio sarebbero stati trasportati nell’isola, al tempo di Belisario. Io penso senza ingannarmi che quelli che hanno questo nome sono veramente discendenti di colonie africane stabilite nell’isola. Il dialetto infatti attuale dei _Maureddus_ pare aver conservato qualche traccia dell’idioma africano. Dentro la stessa città d’Iglesias vi è una fontana chiamata di Coradino che se non è una prova, è un argomento di più in favore dell’opinione che ricongiunge i _Maureddus_ ai Saraceni[5].»

Anche il barone di Maltzan non osa pronunziare un giudizio sicuro sull’origine dei Maureddi di Iglesias e confessa di non aver saputo trovare in essi che traccie fuggitive che potessero far sospettare una stirpe arabica. La parola _Boddeus_ esprime nel dialetto di quel paese un piccolo gruppo isolato di case, e ricorda il _bit_ (casa) degli arabi. Così _furriadroxus_ (case di campagna degli abitanti delle città) deriverebbe dalla parola sarda _fura_ (fuori) e dall’arabo _charadscha_ (escire). Poveri argomenti davvero per assegnare la genealogia ad un popolo[6].

Ho voluto consultare l’eruditissimo professor Ascoli sull’etnografia dei _Maureddus_ ed ecco le preziose notizie ch’egli mi ha gentilmente trasmesse:

«Si sono in vario modo confusi, da più scrittori, i _Barbaricini_ ed i _Maurelli_ (Maureddi). I primi occupano le _Barbagie_ (Sas Barbagias) nel Logudoro; e par sempre probabile, malgrado i dubbi del Cattaneo (Alcuni scritti, II, 190) ch’essi risalgono ai _Mauri Barbari_ di Procopio, gettati nell’isola tra il quinto e il sesto secolo dell’êra volgare, comechè l’ubicazione delle _Barbagie_ non bene risponda alle parole di questo autore[7]. È manifesto, del rimanente, che i _Mauri Barbari_ di Procopio non potevano essere _arabi_, come stortamente fu asserito, ma ben piuttosto avranno a reputarsi _berbéri_, che è quanto dire di quella razza aborigena dell’Africa, a cui più tardi gli Arabi, riproducendo il _barbarus_ romano, diedero il nome di _Berber_. — I _Maurelli_ si trovano all’incontro nel Sulcis, a poca distanza da Iglesias, e manca ancora (1861) intorno ad essi ogni attendibile ragguaglio. Un indigeno, estraneo a simili studj, descrive il loro parlare a questo modo: _idioma misto di genovese, campidanese e africano_. _Dall’Africa_, secondo lo stesso isolano, _ivi approderebbe e si stabilirebbe di continuo nuova gente._ Nelle _Barbagie_, all’incontro si parlerebbe il logudorese con insignificanti varietà.»

Anche in Oristano trovai fisonomie orientali. Martini dimostrò con tutta evidenza l’emigrazione in Oristano di cristiani d’Oriente e Maltzan volle anzi con questa spiegare il colore greco-orientale della gente di Cabras. Fu infatti nel 1295 edificata una chiesa in Oristano da Papa Bonifazio VIII onde potessero farvi le loro preghiere i cristiani di Tiro scacciati dall’Oriente dai Musulmani di Egitto.

Un altro tipo sardo è quello che si trova nell’Anglona, dove in alcuni villaggi gli abitanti schierati dinanzi a noi per accoglierci festosamente erano tutti di eguale altezza, e così rassomiglianti da sembrar tutti membri d’una stessa famiglia. Pur troppo a Laerru, ad Oschiri e in altre borgate della Sardegna i matrimoni fra parenti son frequentissimi e l’egregio dottor Paolo Manchia di Oschiri mi ha comunicata una preziosa statistica dei matrimoni avvenuti in quel paese dal 1858 al 1868, dove si leggono scritti a caratteri di fuoco i pessimi risultati delle unioni tra consanguinei. Nell’Anglona gli uomini hanno capelli e barba foltissimi, statura mezzana, corpo asciutto, naso aquilino, occhi grigi o neri ma sempre acuti.

La Gallura è paese corso e certe valli intorno a Tempio hanno tipi così latini che sembrano medaglie antiche. Gli ultimi figli dei Romani etnograficamente son forse a cercarsi in Sardegna.

Nel sud della Sardegna, meno i figli di stranieri o di italiani d’altre provincie, tu non trovi mai occhi azzurri e capelli biondi, e ti accorgi di essere nel nord, quando ti incontri in pupille azzurrine, che non di raro però si accordano con capelli neri; anche questo ricordo romano. Quasi dovunque vedi barbe foltissime e capelli che durano anche sui capi più venerandi[8]. Perciò mi fece sorpresa il vedere in Siniscola quattro consiglieri comunali, due dei quali portavan parrucca ed un terzo era calvo.

In Sardegna è rarissimo trovar uomini contraffatti: non pellagra, non rachitide: nell’interno è quasi sconosciuta la sifilide.

La donna ora è più bella, ed ora men bella dell’uomo, secondo che la razza adatta meglio la fisonomia al tipo virile o al femminile. Così a Nuoro quei montanari hanno sopracciglia nere e foltissime, occhi corvini, naso diritto e non aquilino, labbra dal piglio altero, e questa fisonomia riesce troppo dura per la donna; è invece nell’uomo simpatica fierezza. Le donne si distinguono in moltissimi paesi della Sardegna, ma specialmente a Cabras, a Patadas e nella Barbagia per ricchissimo seno, a cui com’è naturale si associano sempre anche le linee posteriori di Venere Callipigia. Gli eleganti e pittoreschi costumi rialzano poi la bellezza non sempre perfetta delle linee del volto o nascondono quella troppo massiccia e selvaggia del corpo.

La Sardegna non ha proletarii, ha il vanto di non contare fra i suoi abitanti quel gregge umano che noi con beffarda statistica numeriamo fra i cittadini; che brulica stupido e inerte sulle glebe delle campagne o s’addensa sucido e sudato nelle officine della città. In Sardegna avete molti poveri, ma son quasi tutti proprietarii di campi o di greggi, di una capanna o di un albero; ma questa proprietà, che non li salva dalla fame, basta però per alzarli di cento gradini sul nostro colono che prima di nascere ha già dei debiti verso il padrone, e che fra la pallida minestra condita dal lardo e il pane duro e ammuffito in cui coll’alimento trova la pellagra, non ha altra poesia nella vita che quella che gli vende la superstizione. Il pastore sardo rimane più volte due o tre giorni senza cibo, ma è un uomo libero. Il contadino sardo vede spesso sotto i suoi occhi il suo pane divorato dalle cavallette; ma egli ha una zolla di terreno che può chiamar suo: In Sardegna, voi non trovate quei volti ebeti e poco umani dei nostri contadini, sui quali le rughe precoci non furono segnate che dalla fame o dalla stanchezza. Il sardo più povero ha un volto su cui le passioni hanno scritta la loro storia: ignorante, rozzo, spesso brutale, ha però una fibra ancor sana, ha una molla non ancor rotta che gli fa tener alto il capo: egli sente la dignità del possesso.

L’amor della terra è così appassionato nei Sardi da divenire una vera manìa; esso ha rovinato in più luoghi l’agricoltura, sminuzzando, polverizzando quasi la proprietà fondiaria. Nel Campidano i figli si dividono il campo, la selva, la casa del padre in tanti frammenti, ed ognuno di essi vuol avere la sua parte di campo, di selva, di casa; talchè s’arriva a coprire le terre di siepi e a sminuzzare la proprietà in parti così lillipuziane da potersi mettere in tasca. Si vedono campi, dove la terra è di un proprietario e le piante son di un suo fratello, e si vide in Oristano una camera con tre padroni; esempio raro ma non unico[9].

Il pastore della Sardegna non è quello degli idilli di Teocrito e di Gessner, è un uomo risoluto, fiero, che ha sempre sulle spalle un fucile e che lo adopera troppo volentieri. Abbronzito dal sole, indurito alla fame, alla sete, è un vero arabo che spesso fa da beduino; non ha della proprietà altrui idee molto precise, spesso apre le siepi col coltello per farvi entrare le sue pecore; e difende il sopruso a fucilate. Talvolta non si accontenta di ingrassare il suo gregge coll’erba, coll’orzo, col frumento dei campi altrui, ma miete anche le spighe non seminate da lui, raccoglie il frutto innestato da altri. Il pastore errante, bellissimo tipo per l’antropologo e per il romanziere, è la rovina della Sardegna; spesso è sinonimo di ladro. Si son visti alcuni, che dopo aver messo insieme colla elemosina di incauti generosi un gregge di 10 o 12 pecore, battevano la campagna, vivendo di furti e di rapine. Fonni, piccola borgata delle montagne del nord, manda ogni anno fin 500 pastori nel Campidano, che coprono dall’inverno fino al maggio intiere pianure coi loro armenti; con quanto frutto dell’agricoltura è facile immaginare. E sì che a Fonni si spergiura senza molto scrupolo nel nome di Dio, ma non mai in quello di sant’Antonio! È vero che a sant’Antonio si affidano i ladri dei greggi e a lui consacrano con voto una parte del bottino, quando le rapine riescon fortunate.

Quando la cresciuta civiltà avrà cancellato dalla Sardegna il pastore errante, quell’isola sarà uno dei paesi più morali del mondo; perchè se la facile impunità rende così comune il furto campestre, nelle città e nei villaggi i ladri son pochi. Nello scorso anno Sassari e Cagliari erano invase da migliaja di cenciosi venuti dai campi a chiedere il pane che le cavallette avevano loro divorato; le case erano tutte aperte e non si avevano furti. Il senso del giusto è incarnato nel sangue dei Sardi; i testimoni affermano il vero anche quando riesce loro pericoloso il farlo, e minuto popolo e alto si associa con vero entusiasmo nelle vie per arrestare un ladro e consegnarlo alla questura. Le stesse impressioni crudeli che provaron tutti in Sardegna quando si seppe che una diligenza era stata aggredita, mostra quanto quel fatto fosse raro e inaspettato. Trent’anni or sono un corriere a cavallo portava lettere e denari da Sassari a Cagliari e impiegava otto giorni in quella corsa, guadando fiumi senza ponti, attraversando boschi deserti senz’altr’armi che un pistolone rugginoso e una lastra d’ottone colle armi del re di Sardegna. Giammai fu torto un pelo a quel corriere e da tutti si sapeva che nella sua bisaccia fulva di pelle che portava ad armacollo stavano molte carte relative ai processi dei banditi erranti per la campagna.

Un’altra virtù dei Sardi è il rispetto all’autorità. Nel 1848 si volevano in Cagliari ammazzare i Gesuiti; e già si sentiva nel popolo accalcato per le vie quel muggito indistinto che precede una procella. I padri pallidi e quasi svenuti dalla paura attraversavano quelle masse; già già si stava per metter loro le mani addosso, quando un impiegato inerme si presenta e con voce alta grida: _Figliuoli, rispettateli_; e la procella si calmò.

I carabinieri si presentano più d’una volta in capanne deserte sui monti più alti, nel folto dei boschi e la donna di casa corre incontro a baciar loro la falda dell’abito, dicendo: _Vene lu re!..._ dacchè i Sardi del campo personificano ancora nel re ogni idea di autorità e di governo. In pochi paesi d’Italia le tasse son pagate con maggior scrupolo e con più serena rassegnazione. In Sardegna non si aveva la leva militare e il nuovo tributo di sangue non accrebbe di molto i banditi.

Il sardo si fa difficilmente operaio; è temperante, intelligente, ma come lo dicono i grossi intraprenditori di strade o di mine, lavora il trenta per cento meno dell’operaio del continente; mangia poco e sopratutto beve assai meno di questo. I fanciulli operai lascian spesso il pane per correr nei prati a cercarvi con istinto selvaggio erbe e radici e rosicchiarle con più selvaggia voluttà.

Nella classe media esser impiegato; aver il pane a giorno fisso e sicuro e lontana prospettiva di pensione e aver fissata l’ora e il lavoro da altro impiegato è l’ideale della vita; grossa e lurida magagna che i sardi hanno comune con molti italiani del continente; malattia cronica, scrofola vecchia che convien sanare col ferro e col fuoco. E nel mezzo ceto, la donna esercita troppo piccola influenza, anzi quasi nessuna; relegata com’è alle voluttà del talamo e alle noie delle cure domestiche; per cui essa cerca la poesia per cui è nata, nelle volte delle chiese e porge ai figliuoli un’educazione quasi sempre bigotta, piena sempre di ubbie e di pregiudizi. La donna sarda, sensibile, sensuale, intelligente, fantastica, ma incolta e messa dall’uomo in troppo umile posizione, passa lunghe ore al confessionale, affida al prete gran parte della sua anima; divide coll’uomo una profonda apatia della vita politica.

A Cagliari ho veduto processioni fatte con molto entusiasmo, con vero culto dell’arte; con grande accompagnamento di confraternite gialle, rosse, verdi, con cappelli di raso; e signore prostrate dinanzi a quegli arlecchini policromi, e udii gravi discussioni sulla bellezza maggiore o minore dei verdi, in confronto dei gialli e degli azzurri. Anche a Sassari avete ancora gli avanzi di antiche corporazioni, conosciute sotto il nome di _gremii_: avete quello degli _ortolani_, che coltivano il tabacco, e che nelle processioni vestono alla Don Basilio; avete quella dei _viandanti_ che una volta trasportavano lettere e merci e conservano un uniforme spagnuolo; avete il gremio dei _muratori_ che hanno il loro costume: avanzi del medio evo, con professioni che si trasmettono da padre in figlio senza diserzioni nè mutamenti.

I Sardi hanno un fondo di indomita e appassionata fierezza e in molti paesi ci troviamo ancora in pieno medio evo; dacchè ancora si preferisce rendersi giustizia sommaria da sè stessi e le rapine fatte alla luce del giorno e con molti combattenti hanno l’aria di conquiste più che di grassazioni.

Nuoro è paese terribile, dove il sangue corre ad ogni momento. Nel giugno dello scorso anno uomini a mano armata cambiarono il Municipio; e le truppe e i carabinieri non osarono combattere quei sollevati con forze troppo disuguali. Il rubare un paio di bovi, e l’esserne poi derubato di due paia e saldare i conti colle fucilate è cosa assai comune. Il sindaco di Posada fu ucciso a tradimento nell’ultimo gennaio, perchè aveva deposta la verità dinanzi al Tribunale. Il villaggio di Nule fu saccheggiato da venti o trenta armati; e il bottino fu diviso patriarcalmente dalle donne di quei disperati. Questi delitti sono i frutti di pianta antica; dacchè prima del 1830 si comperava l’impunità a pronti contanti.

A Nuoro si videro crescere le grassazioni dopo che fu introdotta la leva: ma i nuovi assassini non erano disertori, ma contadini che andavano a pigliare nelle saccoccie altrui il denaro per pagarsi il cambio. Avuta l’esenzione del tributo di sangue, il ladro ritornava all’aratro, alla vigna, all’amplesso della sua donna e de’ suoi bambini.

Dorgali, Orosei, Galteli, Irgoli, Loculi, Lula, Mamoiada, Saruli, Orali, Oroteli, Nules son tutti comuni, dove vi si racconta una storia di sangue, fresca di ieri: posdomani ve ne sarà una nuova. Anche qui l’assaltare, il rubare non costituiscono un mestiere, ma son cose d’occasione; e l’assassino, deposto il fucile omicida, ritorna pastore o contadino.

Ad Aggius avete ancora al dì d’oggi tre o quattro banditi: in tutta la Gallura gli odii di famiglia e le vendette corse durano ancora, benchè gran passo si sia fatto verso una vita più civile e più mite. Non son però rari gli incendi di foreste di sugheri fatti per vendetta (Tempio). A Lanusey anche al giorno d’oggi si hanno parecchi banditi, ma dopo esser stati condannati in contumacia, si tengono in buoni rapporti cogli abitanti del paese, onde non esser denunziati. Il bandito Manca Macco fu arrestato da poco tempo: era tra i più fieri ed è quello stesso che nel 1867 organizzò una banda armata che devastò il Campidano.

Anche Bono è paese di tremende memorie. Negli ultimi anni dello scorso secolo Bono si difese contro le truppe e a prenderlo convenne bombardarlo. Ora è poco, i bonesi attaccarono il villaggio di Nughedu per saccheggiarlo; ma respinti lasciarono sul terreno morti e feriti: scene di sangue comunissime in tutta Italia, or son pochi secoli, sopravissute ora e morenti in Sardegna.

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Quando in Sardegna odio e amore si chiudono in petto dello stesso uomo; la vendetta è sicura, è pronta, è spesso feroce. Eccovi alcuni bozzetti dell’amore crudele: e anche dove v’è più tradizione che storia, leggerete spiccato il carattere di quelli abitanti.

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Un giovane soldato fa la corte ad una bella sarda, le promette mano di sposa e ottiene sicure e precoci garanzie d’amore. Fatti i preliminari, l’ufficiale dimentica le promesse e di giorno in giorno differisce la ratifica del trattato. Riceve lettere anonime che dapprima cortesi e amichevoli lo consigliano a far il suo dovere; poi sempre più minacciose, promettono punizione alla colpa. Quel signorino non vuol diventar marito e dicendo d’imbarcarsi in un porto, attraversa tutta la Sardegna e si imbarca in un altro. È già nella barchetta con molti altri passaggeri che si dirigono al piroscafo postale; già sta per inviare l’ultimo saluto all’isola troppo esigente, quando s’ode un tiro di fucile e l’ufficiale cade morto nella barchetta.

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Un giovane carrettiere si innamora di una giovane; la visita, le parla; vuol sedurla; ma essa resiste ad ogni seduzione: un giorno l’innamorato è più ardente, è più esigente, ma la virtù della bella sarda è sempre salda come rocca. Quegli le dà una pistola carica, dicendole: _Se ti tradisco, se non ti faccio mia sposa, e tu con questa mi uccidi._ La cittadella è caduta, ma la pistola è accettata. — Alcuni mesi dopo di pieno giorno quel galante era in una bottega. La tradita vi entra anch’essa, lo saluta, gli ricorda la promessa e l’uccide. Fu a costituirsi essa stessa al giudice e fu assolta dai giurati.

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Non son molti anni che un ingegnere che aveva troppo promesso e poco mantenuto ad una graziosa vedovella; mentre galoppava verso Sassari, cadde morto per una fucilata; ed io coi miei occhi ho veduto i cespugli fra i quali giacque per alcuni giorni cadavere insepolto.

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