Profili e paesaggi della Sardegna
Part 5
In una chiesa solitaria della Gallura sopra i monti entrava un giorno un giovane cacciatore, per riposarsi dalla lunga corsa e respirarvi un’aria fresca. Un lamento quasi soffocato ma straziante sembra uscire dall’altare; un altro lamento più crudele gli tien dietro; e la chiesa è solitaria e deserta. Il cacciatore rimane stupito, ricorda i pregiudizi dell’infanzia; è sgomento; ma la voce della compassione grida in lui più forte di tutto e per la cappella segue le grida del lamento e trova una giovane donna che partorisce sul nudo marmo, senza una mano che la soccorra. Il cacciatore divien levatrice, salva a quell’infelice, e colpevole madre la vita, il bambino, l’onore; con nuovo e paziente eroismo nasconde il frutto d’un amore tradito, nasconde la traccia insanguinata del sacrilegio; diventa prima il medico, poi amico, amante, marito di quella donna. Due anni dopo nella sua capanna si udivano nuovi lamenti; era un figliuolo del cacciatore che stava per nascere; ma il parto era più doloroso che mai e la donna gridava in modo da straziare le orecchie degli astanti. Il cacciatore era in quel giorno poco cortese e dinanzi a molti esclamò: Tu non gridavi tanto or son due anni, in quella chiesa, quando partorivi il figlio di un altr’uomo. Quella povera donna guarda il marito con uno sguardo senza nome, gli dirige una mano supplichevole e rimane morta di dolore.
* * *
Un artista trova in Sardegna ricca messe di osservazioni nei costumi degli uomini e delle donne che si conservano inalterati da tanti secoli con isolana tenacità. La migliore descrizione dei vestimenti svariati dei Sardi non varrebbe quanto uno sguardo gettato sopra una raccolta di fotografie o sopra un atlante.
Il vestito degli uomini in Sardegna varia assai meno di quello della donna e il suo carattere generale è severo e selvaggio. Nel _collettu_ alcuni eruditi trovano ancora la _mastruca_ degli scrittori romani, ma è più probabile l’opinione che esso sia il _colobium_, il _thorax_ degli antichi. La gran pelliccia nera di pecora che portano i Sardi sulle spalle, fatta di quattro pelli di montone o di capra è uno degli abiti più antichi dell’uomo, e per cui ognuno può farsi sarto di sè stesso.
Col pelo all’infuori o all’indentro seconda le esigenze delle stagioni quest’abito è citato da Eliano: «_La Sardegna per quel che ne dice Ninfodoro, è ricchissima di pecore e di capre, e le loro pelli servono al vestito degli indigeni; di maniera che l’uomo che le indossa può, mettendone il pelo all’indentro riscaldarsi in inverno e col pelo all’infuori difendersi dall’eccessivo calore dell’estate._»
Nel vestito dei Sardi predomina la lana, e a noi fa paura il vederli sudare sotto pelliccie e grossi tessuti anche nelle più calde stagioni, ma quell’uso è pienamente giustificato dalla malaria e dai rapidi cambiamenti di temperatura. Quando a San Luri vedete i contadini recarsi al lavoro col loro grosso grembiale di cuoio, che copre loro quasi tutto il corpo e che sembra meglio una corazza che un vestito, colla pelliccia, col cappuccio in capo, colle loro lunghe zappette appoggiate alle spalle, quasi fucili o lance, voi vi trovate sotto gli occhi una scena originale, che sa dell’Oriente e del medio evo in una volta sola.
Il sardo si copre sempre il capo; se lo copre con amore, quasi con caldo furore; or con berrettoni di lana, or col cappuccio del mantello; ora con berrettone e cappuccio in una volta sola. Eppure hanno folte e lunghe capigliature e gli uomini calvi vi sono rarissimi.
Il sardo brilla in tutta l’estetica della natura e dell’arte, quando è a cavallo. È allora che la sua asciutta e bruna figura s’accorda col suo vestito severo e pittoresco; è allora che brillano la sua agilità, la sua forza, il suo coraggio, la sua natura indipendente, selvaggia, avida d’aria e di libertà. Le sue virtù si maritano con quelle del suo destriero: son due creature fatte l’una per l’altra che sommano insieme in un sol quadro pieno di vita le loro bellezze, le loro forze, vorrei quasi dire i loro pensieri.
Nell’Anglona ogni villaggio ci mandava ad incontrarci una squadra di cittadini a cavallo, tutti muniti del loro fucile a due colpi, tutti pronti a caracollare intorno a noi, e a mostrarci la stupenda pieghevolezza della loro cavalcatura. Noi ce li vedevamo venire incontro di lontano; e il grido degli evviva che ci salutava s’andava facendo sempre più vicino; finchè il sindaco del villaggio coi più saputi consiglieri ci veniva incontro a stringerci la mano e a darci il benvenuto. E così scortati come principi s’andava innanzi, finchè un’altra squadra ci veniva incontro e si univa alla prima: e così noi ci siam veduti intorno centocinquanta cavalieri, che ci facevano ala e scorta, facendoci credere per un momento sultani dell’estremo Oriente o condottieri del medio evo. La nostra vanità non era però puerilmente solleticata da quel corteggio; ma in noi batteva il cuore per un sentimento più nobile e più caldo. Io guardava quegli uomini, che eran tutti individui, tutti padroni del loro bellissimo cavallo, tutti armati, tutti intelligenti, vivacissimi e diceva: _sono italiani_; e poi aggiungeva un’altra cosa: _ecco un’armata, ecco l’armata dell’avvenire!_
Quasi ogni villaggio della Sardegna veste le sue donne in diverso modo e la tavolozza più tizianesca del mondo basterebbe appena a tanti quadri ricchi di colorito e di fantastiche combinazioni. Ad Osilo ho veduto le donne vestite a festa con insolita pompa, con fascette rosse tutte adorne di merletti, con gonne scarlatte, e sul capo una pezzuola scarlatta di panno, orlata di seta di vivaci colori. A Dorgali vedete il rosso, il bianco, l’oro intrecciarsi intorno alle forme di Eva che sembra ornare le bellezze della natura d’un culto sacro, ieratico; sicuramente orientale. Ad Aritzo gonnelle orlate, pezzuole rosse sul capo, fascetta variopinta con nastri di colori diversi dalla gonna e dalla fascetta, e maniche candidissime che escono da stoffe di vivi colori e orlate anch’esse. A Lanusey un grazioso panno rosso orlato d’azzurro che nasconde il capo in un nido d’amore; e una catenella d’argento che fa prigioniero il mento e il collo. In alcuni villaggi la donna veste come l’uomo colori bruni e tristi, e sembrerebbe una monaca, se la nessuna ipocrisia del sesso e il lampeggiar degli occhi non portassero l’osservatore a tutt’altro ordine di idee.
Per quanto svariati siano gli acconciamenti femminili della Sardegna, hanno però quasi tutti questi due caratteri essenziali: molta copertura del capo e una grazia infinita per lasciar indovinare il più che si può le bellissime bellezze del seno. Più d’una volta vedete intorno a quel nido d’amori un duplice, un triplice, un quadruplice sistema di baluardi, cortine, fossi, contrafforti e contraffossi: tutta una strategia di fascie, fascette, e camicie e merletti; un arsenale strategico che dovrebbe esser fatto alla difesa, ed è invece un’offesa continua, formidabile; tutto un labirinto di parapetti attraverso a cui gli occhi profani non dovrebbero neppure gettare uno sguardo; e dove invece e occhi e sguardi si ostinano ad entrare; tutto un’artificio di grazia che vuol molto nascondere e riesce invece a mostrare assai; tutto un sistema di graziosissima, castissima e provocantissima ipocrisia.
In molti paesi della Sardegna le donne si coprono oltre il capo anche la metà inferiore della faccia; od anche tutta la faccia meno gli occhi. Una volta fuggivano, quando giungeva un forestiere, lanciando dalle finestrelle dei loro occhi le freccie del Parto. Ora esse son divenute più umane o forse gli uomini si son fatti meno gelosi; sicchè a Nulvi, a Martes, a Laerru, quando s’entrava nei villaggi, le donne ci si facevan vicine, ci salutavano e in coro gridavano festose: _Bene sean bennidos!_ (Benvenuti).
La donna però in Sardegna, che va scoprendosi la faccia, man mano la civiltà toglie a lei un’ipocrisia e al marito una tirannide, rimane però ancora troppo segregata dal suo compagno. A Calangianus, dopo aver attraversato bellissimi boschi di sugheri e di lecci, le nostre carrozze furono circondate da cento cavalieri armati che ci venivano incontro. Entrati con essi nel villaggio, la guardia nazionale era sotto le armi, sventolavano per ogni parte bandiere tricolori, suonava il tamburo: e l’aria era rotta da proterve e capricciose fucilate. La festa era dedicata specialmente al Deputato Ferracciù, nato in quel paese. Un prete, maestro di scuola, con vero furore di entusiasmo, faceva sfilare a passo di carica innanzi e indietro di noi i suoi scolari, che al suono d’un tamburo tempestoso seguivano una bandiera tricolore che era presa anch’essa da tumultuoso entusiasmo: e quei ragazzi ad un cenno del prete gridavano a squarciagola. _Evviva la Commissione, evviva Ferracciù, evviva l’Istruzione!_ E noi si prendeva caffè, vini, chicche; tutto ciò che quella buona gente ci aveva apprestato, e anche noi si gridava in coro, perchè l’atmosfera dell’entusiasmo ci avvolgeva tutti quanti. Ebbene fra tante grida, in tanta febbre di feste, le donne del paese stavano a parte tutte sopra un promontorio, e là col capo coperto e facendo della pezzuola che le copriva una visiera al volto non ci mandavan che i baleni dei loro occhi; e là dove i nostri si fermavano più a lungo, chiedendo una risposta, quelle pudiche pezzuole ci rispondevano, aprendosi rapidamente, quasi a mostrarci che alla bellezza degli occhi il resto rispondeva. Quel gruppo di donne su quella rupe di Calangianus, di quelle donne mute e isolate in mezzo alla festa mi pareva un quadro vivente della donna euperea, fatto senza studio d’artista, e senz’arte di filosofo moralista; ma che nel suo silenzio era pur eloquente!
Quante bellezze non ha isterilito la moda francese, obbligando le donne d’ogni nazione che voglia chiamarsi civile a vestire nella stessa maniera, della stessa stoffa, degli stessi colori; curvando sotto lo stupido giogo d’un sarto parigino bionde e nere, alte e basse; tutto il variopinto e infinito stuolo delle donne d’ogni città, d’ogni borgata, d’ogni campagna. A questo io pensava più che mai, trovandomi la domenica delle Palme nella Cattedrale di Nuoro; dove stava ammirando un gruppo di ben cento donne colla gonna bruna e l’orlo rosso nel fondo; con una giacchetta scarlatta che copriva una fascietta azzurra quasi aperta e colle punte rivolte all’infuori, una camicia a merletti e una pezzuola o bianca o gialla sul capo. Com’eran più belle quelle donne che le poche signore vestite alla parigina! Com’eran graziosamente montanare! Com’era artistica quell’interpretazione dei monti! Il bruno maritato allo scarlatto; un bosco di pini con una chiesuola ornata di terra cotta: un castagno indorato dal rosso d’un tramonto alpino!
E questo basti per farvi venir la voglia di studiare cogli occhi vostri in Sardegna la bellezza degli acconciamenti femminili; a studiarla come pittore o come poeta; come etnografo o come un semplice _curiosus naturæ_.
Molti fra i viaggiatori della Sardegna, più maligni indagatori del male che sapienti osservatori, si guardano bene dall’ammirare la larga, la generosa ospitalità dei Sardi; e se voi insistete per avere da essi una pallida lode, vi rispondono sogghignando: _Questa non è virtù ma è dovere dei più elementari; è questa una virtù selvaggia e che non prova altro se non lo stato bambino della civiltà di quell’isola._ — Io invece che ingenuamente ammiro il bene dovunque lo trovo, io che ho trovato inospiti molti paesi selvaggi, non finisco nè rifinirò mai di ammirare la calda, la franca cortesia di quelli isolani; e se non cito nomi e se non ricordo squisitissime prove dell’ospitalità dei Sardi, è perchè avrei paura, tacendo qualche nome o qualche villaggio, di voler pagare colla penna un debito di riconoscenza che sarebbe poi coll’involontario silenzio un offesa per molti. Il sardo che in molte delle sue borgate non può offrire al viaggiatore nè una locanda, nè un bugigattolo, non subisce il dovere dell’ospitalità, ma l’accetta con gioia; e quando stringe la mano al suo ospite, è orgoglioso di dividere con lui il meglio della sua casa, il meglio della sua mensa. Le sue insistenze son forse troppo ingenue, ma son sempre cordiali; i suoi pranzi troppo splendidi sono le feste della sua ospitalità; egli ha l’entusiasmo, la passione, quasi vorrei dire il furore dell’ospitalità.
Perfin nei paesi dove vive ancora il medio evo, dove le donne eccitano i mariti al saccheggio d’un villaggio vicino, là dove la giustizia si rende colle fucilate, ed è quasi sinonimo di vendetta; anche là il forestiere è rispettato, e si considera quasi come cosa sacra. Nessun dolore è per il sardo più grande di quello che gli arreca il suo ospite quando troppo breve è il soggiorno ch’egli fa nella sua casa; quando non accetta cordialmente ciò che cordialmente gli è offerto. E noi, che per la gravità della nostra missione politica, avevamo a render conto severo del nostro tempo e perfino delle nostre ore, dei nostri minuti, abbiamo dovuto esser cento volte scortesi; e attraversare fuggendo villaggi che ci avevano apprestato una festa; e combatter palmo a palmo contro l’ospitalità sarda che ci tendeva ad ogni passo lacciuoli per arrestarci, ad ogni casa apparecchiando un caffè che era un pranzo; una colazione che era convitto splendidissimo e pranzi che eran cene luculliane.
Possano quei cortesi e cari nostri isolani, leggendo queste pagine, perdonare il nostro peccato; possano essi intendere il grosso sagrifizio che ci costava. E noi, ricordando quelle lotte singolari di viaggiatori fuggenti, stringiamo la mano caldamente e fortemente a quelli ospiti generosi.
* * *
In alcuni villaggi della Sardegna l’abitudine di dare ad ogni uomo un soprannome si coltiva con innocente passione e piglia carattere di uso nazionale. Così a P... un onorevolissimo cittadino, un vero padre del popolo, si chiamava _calzone_, perchè per il primo nella riforma della moda, osò affrontare il ridicolo universale, portando calzoni lunghi e neri; e quel brav’uomo aveva un figliuolo che si chiamava _buon appetito_; ed altri si chiamavano _tabarro_, _bancarota_, _pugnale_, _magangia_ (destrezza, astuzia), _perra_ (gemello), _mazzone_ (volpe).
I Sardi son quasi astemii, tanto son temperanti nel bere; ma sono invece ghiottoni. La loro cucina è ricca di succulenti vivande e i pranzi che offrono ai loro ospiti sono cene romane, dove molte volte il solo antipasto coi suoi pizzicanti e svariatissimi manicaretti può durare anche un’ora. L’intero pranzo poi dura tre o quattro ore e i piatti possono essere numerati più facilmente col metodo decimale che colle dita o coll’aiuto d’un abile memoria. È questo costume antico, dacchè fin dal tempo del dominio feudale spagnolesco, il barone Manno ci narra che in un convitto rusticale convennero 2500 persone, alle quali si imbandirono con rozza pompa 740 montoni, 22 vacche, 26 vitelli, 300 tra capretti, porcellini e agnelli, 600 galline, 3000 pesci, e si prodigarono nelli intingoli 50 libbre di pepe (Cattaneo).
Il _porceddu furria furria_ (porcellino di latte cotto sulla brace) è un cibo luculliano e a questa vivanda nazionale della Sardegna fan lieta ghirlanda i cignali, i cervi, i tordi lessati col mirto, e le confettare squisite e gli _amaretti_ e cent’altri cibi uno più saporito dell’altro. Talvolta il pranzo sardo è tutto una poesia; dacchè, per esempio, in una delle più alte città montanare, a Tempio, in paese alpino fra i graniti della Gallura, senza sospettare che mare esista in quei paesi, voi vedete imbandire alla mensa accanto al lepre e alle beccaccie, triglie di scoglio, grosse come il pugno e che pur poche ore prima guizzavano nel mare; e ostriche di Terranova così grosse che voi potete fare succulenta colazione con due di esse.
I pastori sardi sogliono fare un arrosto singolare che potrebbesi chiamare _sotterraneo_. Scavano nel terreno una fossa, vi adagiano un pezzo di carne od anche un animale intiero; lo ricoprono di terra e di questa fanno focolare; dopo alcune ore si scava e vi si trova un arrosto eccellente. Più d’una volta nell’inverno il proprietario di una pecorella smarrita, andando in volta per cercarla, si riscaldò ad un allegro focherello della campagna, dove a sua insaputa stava cocendo nelle viscere della terra quel ch’egli andava cercando.
Tra i cibi nazionali ricordo il _mediolatu_, che è latte coagulato e principal cibo dei pastori della Gallura, il _coco_ che è pasta non fermentata cotta sulla cenere; e il pane d’orzo di Patadas, sottile come un cartoncino, largo come un lenzuolo; vero cibo di biblica origine e di biblica semplicità.
In Ozieri mangiai capellini fatti a mano; e ad uno ad uno; al certo una delle più straordinarie e stravaganti prostituzioni del tempo e del lavoro.
Le due cose più curiose della gastronomia sarda sono però il _miele amaro e il pane di ghiande_.
Il miele amaro si trova specialmente a Monti, ma è proprio anche di altri paesi della Sardegna. È fatto dall’ape comune, ma dall’ape che si ciba d’assenzio e d’altri fiori amari. A chi ripugna dal dolce soverchio, il miele amaro riesce cibo saporito, ed io posso farne fede per mia esperienza. In Sardegna è stimato come cibo tonico e buon amico dei ventricoli stracchi e bislacchi. Questo miele era conosciuto fin dai tempi di Dioscoride, perch’egli parla del miele comune, del miele sardo, del miele pontico e del _Mel saccharum_ e ci dice che il miele sardo è amaro, perchè le api in quel paese succhiano l’assenzio. E davvero che anche al dì d’oggi, specialmente nel nord dell’isola, è questa erba comunissima. Anche Plinio ci racconta che in Corsica si aveva un miele amaro.
Il pane di ghiande è uno dei cibi più curiosi e che deve rannodarsi ad usi di popoli antichissimi; forse ai primi abitatori della Sardegna. Questo pane si prepara nell’Ogliastra, ma specialmente a Baunei, ad Urzulei e a Talana. Si fanno cuocere le ghiande della quercia comune o della quercia sughero per circa otto ore, aggiungendovi acqua in cui si è stemperata un’argilla rossa finissima. Così cotte si mangiano le ghiande sotto il nome di _a perra_ (metà del frutto) ed hanno un colore bruno nero; oppure si impastano con acqua di ceneri di vite e si fanno asciugare i pezzetti sopra lastre di sughero, ravvolgendoli poi in foglie d’arancio o d’altra pianta aromatica; e son queste le _ghiande a fette_. Tanto le ghiande cotte come il pane di ghiande hanno un sapore di _pattona_ o polenta di castagne della Toscana; certo che mangiandone io trovavo assai più ripugnante l’aspetto che il sapore di questa vivanda singolarissima. Pare che sia però cibo nutriente e salubre, dacchè specialmente a Baunei lo mangiano anche nelle annate d’abbondanza; nel resto dell’Ogliastra invece è cibo di riserva in tempo di carestia, e che ha salvato la vita in epoche diverse a migliaia di abitanti. Io m’ebbi di questo pane per la squisita cortesia del farmacista di Lanusey, signor Agostino Gaviano, abilissimo fabbricatore di vini; e ne ebbi anche dal cortese signor Giuseppe Zoccheddu, segretario comunale di Baunei, e qui li ringrazio del dono gentile e delle molte notizie che mi hanno dato sulla preparazione di questo pane.
CAPITOLO III.
I proverbi sardi. — Classificazione e statistica dei proverbi. — Le superstizioni studiate nel proverbio. — Virtù, vizi ed usi ricercati per questa via. — L’agricoltura, la medicina popolare e la meteorologia dei proverbi. — Corsa attraverso i proverbi morali, filosofici e satirici.
Nei proverbi e nella poesia popolare di un popolo sta gran parte del suo carattere, e chi volesse tentare una psicologia comparata delle razze umane troverebbe in essi preziosi elementi per tracciare le prime linee del suo ardito lavoro. Noi studieremo i proverbi e la poesia popolare in Sardegna e verremo così a conoscere più da vicino la natura di quelli italiani che nascono e vivono nell’antica Icnusa.
Nei proverbi d’un popolo voi avete sempre la sua sapienza e i suoi pregiudizi; la sua morale e la sua ironia; che è quanto dire che in questo evangelo inedito e anonimo d’una nazione voi potete trovare il pensiero colle sue malattie; il carattere coi suoi sali. Sia che il pensiero scatti come scintilla improvvisa dal cervello d’un uomo d’ingegno; sia che maturi lentamente come grano nella spiga del granaio; sia che guizzi come lampo nelle lotte amichevoli della conversazione o fra il tintinnio dei bicchieri; o sorga come grido di tutto un popolo dinanzi ad un grande avvenimento; il pensiero non diventa proverbio, se non quando passa di bocca in bocca e perde le asprezze o si aguzza, secondo che è aforismo di morale o arguzia di satira; non diventa proverbio, se non quando, perduto lo stampo dell’individuo, diviene patrimonio di un popolo intiero.
Un uomo di ingegno, innanzi morire, dice e scrive mille pensieri diversi, ma pochi fra questi diventano popolari, pochissimi passano alla gloria immortale del proverbio. Un pensiero di poeta o di filosofo non diventa proverbio, se non incarna in sè stesso una parte dello spirito nazionale, se non s’informa alle tendenze, alle glorie, alla storia intellettuale e morale d’una nazione. Allora dinanzi a questo sublime battesimo del consenso di tutti, il pensiero perde la sua firma e l’autore ne perde per sempre la proprietà; ma divien goccia di sangue che circola nell’organismo di un popolo; moneta che sdruscita dagli anni non porta più immagine di re o di console, ma ha un valore riconosciuto da tutti. I proverbi sono quindi fra i libri sacri d’una nazione, e tu trovi in essi l’aforismo del vecchio che in sè concentra l’esperienza di una lunga vita, l’ingenua parola dell’uomo bambino e la perla escita dalle rosee labbra d’una fanciulla in un bel mattino della sua primavera; tu trovi il morso della satira e l’amara ironia del giovane isterico o dell’uomo stanco d’aver troppo vissuto.
Il canonico Spano ci ha dato una buona raccolta di proverbj sardi, dove ci duole per la storia completa del pensiero di non trovare che pochissimi degli immorali, degli indecenti e dei superstiziosi. Io ne ho fatto una statistica e li ho potuti distribuire in questi gruppi naturali.
Proverbi filosofici 928 » satirici 905 » morali 383 » medici 102 » agricoli 38 » meteorologici 27 ————— 2383
Accanto a questi metterei sette od otto proverbj di pregiudizj che l’illustre Spano ci regalò nella sua preziosa raccolta, e che gli sfuggiron di mano, mentr’egli tentava invano di escluderli dai suoi studj.
E noi, quasi a punirlo della sua avarizia, incominciamo da questi.
_Bier de s’abba de sa billellera_: vuol dire un pazzo; e l’origine del proverbio è da Sorso, dove si crede esistesse quest’acqua, _billellera_, che alla sua volta potrebbe esser corrotto da elleboro.
_Sa luna est affacca ad s’isteddu_, _homine que bocchint_, _o cosa que succedit_. La luna è vicino alla stella, uomo ammazzano o disgrazia succede.
Ingenua espressione del sacro terrore che diffonde la luce misteriosa della luna.
_Qui naschet sa nocte de Nadale bardiat septe domus de su bighinadu._ Chi nasce la notte del Natale guarda dalle disgrazie sette case del vicinato.
Proverbio religioso che misura il rispetto per uno dei più santi giorni dell’anno.
_Deus nos bardet de oju de literadu._ Dio vi guardi d’occhio di letterato.
Dice lo Spano che questa è una superstizione che hanno i rozzi e le femminuccie che gli ammaliamenti dei letterati sono più potenti degli altri; ed io aggiungo che è questo un grido selvaggio che in ogni paese si eleva dai bassi fondi della società.
_Sonar campaneddas in s’orija_, suonar campanelle nell’orecchio.
Proverbio antico fondato nella credenza del volgo che dice, quando uno ha i zuffoli all’orecchio destro, ne dicono bene; al contrario se nell’orecchio sinistro. L’istesso credeva il popolo romano ai tempi di Plinio (Spano).