Profili e paesaggi della Sardegna

Part 3

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E la mia corsa nelle città e nelle borgate della Sardegna è ornai finita. Se avessi spazio dovrei ancora parlarvi di Cagliari fatta ad anfiteatro sopra la lava di spenti vulcani; di Sanluri, che ha storia gloriosa e campi fertili di biade; di Terranuova adagiata sull’antica Olbia, colla fisonomia prosaica di borgo mercantile e consolare; di Lanusey ricca d’acqua ottima e di vini deliziosi, famosa per salubrità; di Macomer fabbricata sul basalto, patria del celebre poeta e improvvisatore Melchiorre Murena, cieco dall’infanzia e che pagò con morte violenta le sue belle poesie satiriche; dovrei parlarvi di Oschiri, di Orosei, di cento altre borgate e villaggi che vanno scendendo la gran scalea della gerarchia che rannoda Cagliari e Sassari all’ultimo _stazzo_ della Gallura.

In Sardegna anche i contadini vivono agglomerati nei piccoli e nei grossi villaggi, ed è questa una fra le massime sventure pei campi che rimangono abbandonati alle rapine dei pastori nomadi, che rimangono vedovi dell’occhio paterno del padrone. È questa un’antica consuetudine venuta fino a noi e sorta in quei tempi, nei quali le continue e facili incursioni dei pirati rendevano pericoloso il vivere isolati in mezzo a campi deserti e smisurati.

V’è un gruppo di villaggi fra Cagliari e Iglesias che hanno una fisonomia così argentina da far credere al viaggiatore che egli si trovi nell’America Meridionale. Una lunga fila di case fatte di fango impastato colla paglia e battuto e che porta il nome latino di _ladderi_ (tapias degli Argentini). E quelle case bigie hanno tutte il solo piano terreno, e sulle mura che cingono il cortile e l’orto vedete piantati i cacti, d’un verde bigio anch’essi, e fra l’una e l’altra schiera di case di fango, vie larghe e piene di fango anch’esse; ora polverose e fetide; ora palustri e fetidissime. Altrove i villaggi sono meno tristi, ma sempre sucidi assai, con un immondo comunismo di bipedi e quadrupedi, di stalla e di cucina; spettacolo umiliante e triste. Convien però ricordare che quella gente vive più che può a ciel sereno, che fa de’ campi, dei monti, dei boschi la propria casa; e nella capanna s’accovaccia per dormire e macinarvi il grano. Anche l’uccello più pulito e più poetico s’accontenta di un nido piccino e fatto spesso di fango, perchè è padrone dell’aria infinita e chiama suoi i campi del Signore. Nell’uomo del nord il culto della casa non è soltanto prova di vita più civile, ma è anche il frutto del cielo inclemente e burrascoso.

All’infuori dei villaggi di _ladderi_ del Campidano che hanno fisonomia propria e caratteristica, gli altri pigliano contorni diversi secondo l’argilla o la pietra che l’uomo ha trovato vicino a sè per farsi la propria casa.

Gli _stazzi_ della Gallura son le case dei pastori che si raggruppano tra loro con forma di federazione naturale che chiamano _cussorgie_. Più d’una volta trovate nella stazzo mobilia pulita e qualche agio della vita, qualche crepuscolo d’arte; trovate sempre splendida ospitalità.

Da qualche tempo intorno allo _stazzo_ vi sorride un campo coltivato a biade o a patate, con qualche frutteto. È il pastore selvaggio che si fa agricoltore; primo passo verso una civiltà più matura, più feconda; terreno di transizione che riunisce due epoche geologiche nella storia dell’uomo.

CAPITOLO II.

La natura in Sardegna. — I boschi d’aranci di Millis. — Lande e foreste. — Fauna. — Gli uomini della Sardegna. — Etnografia sarda e tipi più salienti. — Le donne sarde. — Mancanza del proletario. — Carattere e costume dei Sardi. — Aneddoti di vendette e d’amori. — Foggie di vestire. — Ospitalità splendidissima dei Sardi. — Pranzi e gastronomia.

La Sardegna ha molte pianure vaste, deserte, malinconiche; ha lande che la ferrovia non ha ancora accorciate, che l’aratro non ha ancor rotte, e dove gli occhi stanchi e annoiati cercano invano un albero. Cisti dalle foglie rugose; lentischi troppo superbi per esser erbe, troppo nani per esser piante; asfodeli senza fine; qualche arbusto rachitico o spinoso, qualche oleastro bitorzoluto e coi rami contorti dalla lunga tortura della bufera marina. Mi ricordo che, andando da Nuramini per Villasor ed Uras verso Oristano, salutai il primo pioppo come un amico e mi fermai ad ascoltare il lieto mormorìo della brezza che cinguettava fra i suoi rami, fra le sue mille e mille foglie. Dopo gli _stecchi con tosco_ delle lande deserte avevo finalmente dinanzi a me un albero grande, sano, che mi pareva un essere felice. In molte lande presso Porto Scuso e fra Seui e Cagliari vidi molti cespugli di ramerino selvatico che rallegravano gli occhi coi loro mille fiori violetti e ridestavano le narici a ricordi gastronomici. Io lo cimentai alla prova della casseruola e lo trovai assai più aromatico di quello che coltiviamo nei nostri orti.

Dove la pianura fu solcata dall’aratro, la landa è divenuta campo; ma le infinite siepi di opunzie del Campidano e la povertà degli alberi non fanno troppo lieti quei paesaggi della Sardegna. Anche i rari boschi di mandorli son piante troppo cinericcie e che sembrano accordarsi col glauco monotono e triste del cacto. A molte campagne sarde manca la prima allegrezza della casa colonica, dei cento campanili che alzano il capo petulante in mezzo ad una tavolozza tutta verde e tutta allegrezza. Di vivo per molte e molte miglia non vedete spesso che un branco di pecore, nere anch’esse per la maggior parte e che rodono silenziose le erbe fra le pietre sparse anch’esse qua e là come pugno di cenere sul capo di un penitente.

Il più bel paesaggio che la Sardegna deve all’industria umana è la foresta di aranci di Millis. Se visitate Oristano non dimenticate quel paradiso terrestre e scriverete nel vostro libro d’oro una giornata delle più care della vita: intendo sempre, se avete cuore d’artista, se sentite il santo amore della natura. Il villaggio è come molti altri della Sardegna; ma dovete visitarvi il palazzo del Marchese Boys di Putifigari coi suoi cento antenati; dovete gettare uno sguardo amoroso ad una chiesuola circondata da alberi altissimi; chiesuola dalle tinte grigie e dal simpatico rossiccio della terra cotta; tutta quanta coperta di edere, che come fiamme di razzi convergenti la abbracciano con strettissimo amplesso. E poi e poi convien gettarsi a corpo perduto, a cavallo o a piedi in quella foresta d’aranci, dove vi inebbriate d’un profumo orientale e vi trovate sul capo, fra i piedi, dapertutto, una pleiade di milioni d’arancie squisite, che si vendono fin 25 e 15 centesimi al centinajo, degne rivali per profumo e dolcezza delle sorelle di Palermo. Nel bosco d’aranci che apparteneva al capitolo della cattedrale d’Oristano e ch’io trovai in vendita vi sono alberi che danno più di 5000 frutti. È però nel bosco del Marchese Boys che trovate l’arancio più colossale, chiamato il re degli aranci; un uomo non lo può abbracciare, ha maestà e dignità dei maggiori fra i nestori del regno vegetale. Sotto quelle ombre deliziose crescono più modesti, ma più profumati gli alberetti delle mandarine, ch’io trovai ottime fra quante ho mangiate in Sicilia, in Africa e in America. Eppure quei preziosi alberetti si posson contar sulle dita; eppure a Millis imputridiscono ogni anno milioni d’aranci per mancanza di uomini, di strade, di un industria attiva e perspicace. La natura è feconda e impunemente prodiga; e l’uomo povero in mezzo alle ricchezze.

La vita agricola della Sardegna vi presenta un altro quadro interessante ed è quello degli oliveti, e abbiam già avuto occasione di ammirare quei di Bosa e quei di Sassari.

La Sardegna potrebbe far concorrenza coi suoi olii ai migliori del continente e già furon premiati quelli della deserta e sconosciuta regione dell’Ogliastra. Eppure abbiamo foreste di olivastri colossali che nessuno innesta e cadon le ulive sul suolo deserto, preda ai cinghiali e alle capre. Eppure in antichi tempi si comandò per legge che nella terra ferace d’oleastri se ne innestassero almen dieci per anno e si offerse perfino la nobiltà a chiunque allevasse certo numero d’olivi.

Ed ora che vi ho mostrato il brutto convien volgere lo sguardo alle bellezze della Sardegna, che son molte. Avete colli mollemente ondulati e coltivati dal capo ai piedi; avete ruscelletti e fiumi che serpeggiano limpidi e rumorosi fra cespugli di leandri silvestri, veri mazzi di rose nei mesi dell’estate; avete poche, ma belle foreste, ultimi avanzi di un manto imperiale che un tempo copriva splendidamente gran parte dell’isola e che fu strappato lembo a lembo con feroce vandalismo dagli avidi speculatori, ch’io vorrei chiamare i guastatori della Sardegna. Le cifre raccolte dalla Commissione d’inchiesta mostreranno agli Italiani l’estensione di quelle stragi barbariche; a me conviene mettere il dito sul peccato e sul peccatore; alzare il grido d’allarme dell’uccello che vede il falco, lo denunzia ai compagni e tira via nel suo aereo cammino. Milioni e milioni di lecci, di quercie, di sugheri furon convertiti in carbone; una mina d’oro fu distrutta dalla scure spietata e i nipoti, vagando per quelle terre deserte, fra i tronchi monconi degli alberi distrutti malediranno i loro padri, imprevidenti scialacquatori di tanta ricchezza.

A Taquisara fra Lanusey e Seui ho veduto vergini foreste di elci, sicuramente fra le più belle che abbia incontrato nei miei viaggi. Alberi alti così che l’occhio deve cercar posizioni nuove e faticose per trovarne la cima; così folti da doversi intrecciare gli uni cogli altri; e qua e là il cadavere maestoso di un colosso fulminato dal cielo e fraternamente accolto fra le braccia degli alberi vicini che vivono da secoli in confidente famigliarità, in regime di repubblica, primitivo, senza noja di regolamenti, nè balzelli di tasse, nè tirannia di leggi. E fra i lecci giganti un mezzo ceto di corbezzoli dalle foglie lucenti, di tassi dal fiero cipiglio; e più giù un popolo minuto di eriche, di clematidi, di arbusti, di arboscelli, di erbe. E cascatelle di acqua chiacchierina che si lascia cadere e fa capriole fra graniti coperti di muschio, dove le goccie d’acqua fermate dal loro velluto son perle e dove il sole filtrato attraverso quella volta di verdura spande una penombra mite e silenziosa.

La Gallura è la Svizzera della Sardegna, e i graniti son così dislocati in cento modi, e giù per quella china di monti si son fermati mille e mille ciottoloni arrotondati in tante guise che tu crederesti vedere il campo abbandonato dai Giganti che vollero scalare il cielo. La natura coi graniti della Gallura ha saputo fare uno dei quadri più fantastici e bizzarri, dove il tragico e il grottesco si accordano stupendamente, e le forme pigmee e gigantesche dell’estetica minerale si trovan vicine e coi loro contrasti ci danno sensazioni nuove e non aspettate. Duolmi che le nevi e l’insolita inclemenza della primavera di quest’anno mi abbiano impedito di visitare il Gennargentu, il gigante dei monti sardi e che deve muovere colle sue foreste e i suoi macigni fortunata guerra alle bellezze per me carissime della Gallura.

Il cacciatore trova nella Sardegna il suo Eldorado, ed io coi miei occhi ho veduto tante allodole nei campi da poterne far bottino di un centinaio in una mattinata; e dalla mia carrozza ho seguito le pernici che correvan dinanzi ai miei cavalli; e a tiro di pistola ho veduto beccaccie e anitre e selvaggiume d’ogni maniera. Nei boschi poi e fra i cespugli hai tanti cignali, da poterne ammazzare quanti tu vuoi; e sugli alti monti puoi ancora, senz’esser principe, deliziarti della caccia principesca di cervi, di caprioli e di mufloni.

Quest’animale è interessante assai e in Italia non si trova che in Sardegna e in Corsica; ha figura di pecora ma col pelo del cervo, e ha corna che si attortigliano in modo molto pittoresco e che giungono a smisurata lunghezza. Io ne posseggo un pajo che mi fu regalato dai cortesissimi miei colleghi di Nuoro, dottori Alberto e Luigi Calamina, e che per il loro peso impedivano ogni rapido movimento all’animale che le portava; caso strano di corno suicida! Il muflone vive a stormi, salta come il camoscio, e ha carne saporitissima; ed io la trovai ottima anche senza il soccorso di magisteri culinari, cotta coll’acqua e il sale. Il muflone s’addomestica facilmente e si accoppia colla pecora; e i meticci meritano di essere studiati in quest’epoca di idee darviniane. Ho veduto anche molti meticci di cignale e di porco, ma il porco della Sardegna è così poco diverso dal suo fratello selvaggio da potersi confondere facilmente con esso.

Gli animali domestici della Sardegna son celebri per la loro piccolezza, e quell’isola ha cavalli, asini e porci nani. Le razze cavalline sono con torto di tutti (governo e sardi) troppo trascurate. La resistenza alla fatica e la sicurezza del piede del cavallo sardo son davvero sorprendenti, quasi miracolose. Io ho viaggiato per ore ed ore per erti dirupi con un cavallo magro e stecchito, a digiuno da un giorno; e quel cavallo, in ciò superiore alla moglie di Claudio imperatore, giungeva alla meta del viaggio, nè stanco nè sazio. Benchè abbia vissuto per quasi quattro anni sul dorso dei cavalli argentini quasi selvaggi, ho dovuto inorridire alla vista dei miei compagni di viaggio che dinanzi a me scendevano al trotto dalla ripida erta d’un monte d’argilla sdrucciolevole e sfatto dalla pioggia. Mi pareva veder quella gente e me stesso al suolo ad ogni momento; ma i cavalli sardi tiravan dritto e per misteri di un ignota meccanica spostavano ad ogni momento e ad ogni momento ritrovavano il loro centro di gravità. Il cavallo sardo ha tre grandi virtù cardinali: brio, sicurezza di piede, temperanza arabica; e conviene che l’arte, conservando queste virtù, le incarni in un tipo di forme eleganti e allora le razze cavalline sarde saranno fra le prime d’Europa.

I Sardi possono far molto per migliorare la loro razza di capre, animale che in pochi paesi d’Italia trova terreno più propizio che nella Sardegna. Essi devono incrociare le loro capre con quelle delle Isole Canarie; ed io coll’insistenza di un vecchio brontolone voglio ancora una volta ripetere che la capra delle Canarie è una vera specie darviniana, che per la straordinaria copia di latte squisitissimo che somministra deve essere introdotta fra noi. A Teneriffa molti stranieri trovano così squisito il latte e senz’ombra di sapore ircino o salato per cui portano al cielo le vacche di quel paese, ignorando che è invece latte caprino. Io ho veduto alcune capre con poppe così esuberanti da toccar quasi la terra e da rendere impossibile la corsa all’animale che le portava. Ai nostri moderni acclimatori e ai nostri ricchi oziosi possa questa pagina (che ristamperò colla insistenza di un apostolo ostinato e incorreggibile) fermare l’attenzione e far nascere l’idea di una gita amena e il proposito di un’opera buona. E chi può indovinare la squisitezza dei formaggi di latte di capre delle Canarie pascolanti sui monti della Sardegna?[4].

La Sardegna è ricca di pesci squisiti, ha tonni in tanta quantità da arricchire molti possessori di tonnare, ha sardelle, muggini, rombi, triglie e tutta una coorte di saporitissimi abitanti marini: mentre i torrenti di Patadas vi danno trote eccellenti. A Cabras fui testimonio di una pesca miracolosa, grazie alla squisita cortesia dei signori Carta, i quali mi condussero alla loro peschiera che vale più d’un milione.

Con sapiente malizia i Sardi hanno aperto ai pesci del mare ampli bacini d’acqua calda e tranquilla, dov’essi entrano confidenti e sicuri di trovare un nido ai loro fecondissimi amori. E là invece sono in un vasto carcere, dove possono dedicarsi alle delizie della famiglia, mangiare e ingrassarre; dove possono far tutto fuorchè fuggire. E là si aggirano per una lunga distesa di acque, passando d’uno in altro labirinto, finchè i più grossi e paffuti son spinti nella peschiera della morte. Io era sopra un piccolo argine che separava una peschiera dall’altra e guardavo sotto di me l’acqua torbida che appena mi lasciava vedere un profondo e oscuro brulichìo come di cosa viva che si movesse. Tre uomini giovani, belli e robusti ad un cenno del signor Carta si cambiarono in tanti Adami: si legarono intorno al corpo una lunga cordicella e fra essa e la pelle si piantarono una spada di legno, che sembrava piuttosto la spatola tradizionale d’Arlecchino. Gettatisi a capofitto nella laguna con quel legno e quel filo si diedero alla loro pesca che aveva del prodigioso, del magico. Ognuno d’essi si tuffava sotto le acque, e dopo pochi secondi esciva con un grosso muggine nelle mani, che apriva convulsivamente le branchie scarlatte, tentando di sfuggire da quella robusta presa; ma in quell’istante la spada d’Arlecchino dava due o tre colpi sul suo capo, e il pesce era infilato nella cordicella attaccata al corpo del pescatore. Un nuovo tonfo, un nuovo pesce, una nuova martellata sul capo e via così di seguito senza posa. Così mentre andavano rosseggiando quelle torbide acque, quei tre carnefici allungavano le loro filze, e quando si rizzavan dall’acqua guizzava intorno ad essi, quasi un serpente d’argento, il trofeo dei grossi e molti pesci presi, uccisi ed infilati. Non vidi mai una volta sola tuffarsi il pescatore e venir fuori senza il pesce nella mano; talvolta ne aveva due. Dopo otto minuti escirono dall’acqua, gettando ai nostri piedi il frutto della pesca; ed eran più di cinquanta chilogrammi di muggini. Qualche volta il pesce s’addensa in tali masse per quelle peschiere che convien far la _pesca alla pala_. S’entra allora nell’acqua, e con un gran cucchiajo di rete si getta sulla sponda una massa guizzante, fremente e scintillante di grossi pesci.

Gli operai della gran peschiera di Cabras lavorano assai, ma mangian moltissimo e tre volte al giorno. Son robusti e in mezzo alla malaria famosa di Oristano di raro soffron di febbri; ammogliati han molti figliuoli.

* * *

Quali uomini sono gli Italiani della Sardegna? son dessi bambini o decrepiti, sani o malati; s’hanno a scrivere nel bilancio attivo o nel bilancio passivo della nazione? A queste domande credo di poter rispondere subito; che i Sardi hanno dato fin qui poche pagine alla storia gloriosa della civiltà italiana per colpa dell’isolamento in cui son rimasti per secoli; per peccato del luogo più che per colpa degli uomini; essi sono un popolo giovinetto e non decrepito, hanno un povero passato ma un ricco avvenire; al lavoro sociale, alla patria comune essi porteranno due tesori, uno più prezioso dell’altro; un’ottima costituzione non domata neppure dalla malaria e un fondo di morale rimasto intatto anche con tanti secoli di impunità.

Non si può intendere il popolo sardo senza ricordare il lungo, l’incredibile isolamento in cui visse per tanti e tanti anni. Chiudete ad una nazione le vene che le apportano da ogni parte il sangue di altri popoli e di altre civiltà e vedrete di qual vita atrofica e rachitica dovrà vivere; fosse pure la nazione di temperamento più gagliardo, di mente più operosa. Le isole molto lontane dai continenti son fuori della grande corrente della civiltà e ridotte a vivere soltanto dei proprii frutti, delle proprie idee, a cuocere nel proprio succo, hanno isterilita la sorgente più feconda del progresso civile. E parlo di isole molto lontane, dacchè quelle che come la Sicilia e l’Inghilterra son vicinissime a grandi continenti, godono in una volta sola dei vantaggi della terra ferma e dell’isola; e vivendo insieme agli altri popoli della vita comune, difendono più facilmente degli altri, come in una fortezza naturale, i frutti della rapina o della conquista. Un popolo isolano gettato sopra una terra troppo lontana dai grandi centri civili non può salvarsi che a patto di farsi marinajo, e quando invece abborre dal mare e si accontenta di coltivare le zolle della propria isola, allora non può che intisichire e rimanere addietro nella gran corsa dei popoli verso l’_excelsior_. È davvero un problema che ha del logogrifo il non trovar in Sardegna marinaj, cantieri, navi; il non trovare metà di quel popolo divenuto anfibio; ma non è un fatto nuovo il vedere genti isolane nemiche del mare e ho discorso lungamente nei miei viaggi a Teneriffa di un popolo antico che non osava neppure attraversare un canale più stretto di uno dei nostri laghi.

L’isolamento e la ripugnanza all’onda salsa dei Sardi spiegan tutti i loro peccati e li assolvono. Leggete una pagina tacitiana di storia scritta dal Cattaneo:

«In quel secolo XI tutta l’Europa si sottraeva all’incubo dell’influenze barbariche. Le spedizioni trasmarine dei Toscani, dei Liguri, dei Veneti aprivano agli altri popoli il campo delle crociate. L’amore di un venturoso lucro, il genio militare e l’ardor religioso che si erano congiunti nell’impresa di Sardegna, si svolsero più vastamente nelle famose conquiste d’Inghilterra, di Sicilia e di Palestina. Le armi facevano strada al commercio, e questo rinnovava l’antica ricongiunzione dei popoli, operato primamente dalla sapienza romana. Il pontefice Ildebrando, lagnandosi che _li uomini della Sardegna fossero omai divenuti più stranieri a Roma che non li abitanti delli estremi confini della terra_, scriveva un imperiosa esortazione ai quattro giudici sardi, Onroco di Cagliari, Orsocorre d’Arborea, Mariano di Logudoro e Costantino di Gallura; e commendando il proposito di Onroco di recarsi a Roma, lo ammoniva a sottomettersi alla prescritta riforma, _essendochè molte richieste si facevano da varie genti alla sede romana per la concessione della provincia di Cagliari_.»

Saltiamo quattro secoli e vediamo ancora l’isolamento della Sardegna.

«Nei primi anni delli Aragonesi l’isola aveva commercio coi Pisani, Genovesi, Veneti, Anconitani, Napoletani, Marsigliesi, Greci e Israeliti di Barberia. Tutta quella gente sparì al cospetto del feudalismo aragonese. Nel 1479 si cacciarono dall’isola tutti i trafficanti corsi, nel 1492 si introdusse l’inquisizione; e furono espulse tutte le famiglie israelitiche, che omai da quindici secoli esercitavano l’oscura loro industria e noleggiavano il servizio dei loro risparmi ad un agricoltore a cui le usure stesse erano inestimabile beneficio. In breve nell’antico granaio del popolo romano mancò perfino la semente da spargere sugli ubertosi campi. Sassari, la seconda città del regno, si ridusse a meno di tremila abitanti; rimasero deserte molte ville che fiorivano nelli agitati tempi di Branca Doria e d’Ugolino; e furono abolite per mancanza di popolo dieci sedi vescovili. Fu troncato ogni vincolo colla madre Italia, quando appunto Colombo, Machiavello, Ariosto, Michelangelo vi rinnovellavano tutti i prodigi del pensiero. Il distacco dall’Italia fu tale, che li antichi statuti di Sassari, d’Iglesia, di Bosa venivano a preteso servizio della comune intelligenza, tradotti dalla lingua _straniera_, cioè dall’italica nella catalana....»

Facciamo un altro salto di due secoli.

«In mezzo a tanta esuberanza di derrate, in un’isola più ampia della Lombardia, tutte le merci esportate dal porto di Cagliari appena sommavano al valore di centomila scudi, e ad altrettanto quelle del porto d’Alghero. Nell’interno mancavano le poste, mancavano i corrieri delle lettere, non v’erano strade, e l’isolamento verso l’estero era tale che le carte del governo dirette alla Spagna si ricapitavano prima a Napoli, perchè viaggiassero a bell’agio con quelle delle altre provincie italiane.»