Profili e paesaggi della Sardegna

Part 2

Chapter 23,850 wordsPublic domain

Ho visitato anche la fontana di Rosello, celebre per la sua architettura; e pei suoi asinelli che portan l’acqua in città e che Valery, il dotto bibliotecario di Versailles, tentò di rendere immortali, descrivendoli con molto amore e cantandone le virtù infinite. Io confesso di non aver sentito l’eguale ammirazione nè l’egual compassione per quelle rachitiche creature, tutte pelo e ossa; e ho trovato che i Sassaresi, che chiamano ironicamente quelle bestioline col nome di _filumene_ (capinere), hanno più spirito del Valery.

I dintorni di Sassari sono belli assai; ed io li vidi bellissimi; perchè su quelle molli colline inargentate dagli ulivi ho potuto ammirare i cupi boschetti di aranci carichi di frutti; e perchè insieme all’oro delle arancie in quella stagione sorridevano i peschi fioriti e un profumo di calda primavera m’inebbriava i sensi e mi faceva innamorare di quella terra e di quel cielo.

Presso a questo quadro ridente a pochi passi da Sassari avete una scena malinconica e una severa lezione di storia. Se dopo aver ammirato i lieti giardini dei Sassaresi e le bianche e liete ville, voi vi dirigete a Porto-Torres; avete una landa sterile, che sente lo squallore e la malaria, e in mezzo a quella solitudine fra le erbe folte vedete rizzarsi gli archi spezzati d’un antico acquedotto romano. Il terreno è tristo, o bruciato dal sole o reso pantanoso dalle pioggie; pecore brulle e nere rodono gli arbusti spinosi e le erbe gialliccie; vi regna un’aria di povertà e di febbre; ma quella triste terra si apre e dal crepaccio alza il capo l’antica civiltà romana coi suoi archi e i suoi acquedotti. È un gigante mal sepolto; la terra divenuta piccina a stento può coprirne le ossa, e dalla tomba ne vedete escir fuori gli stinchi mal coperti. È l’Italia di Roma che sogghigna beffarda all’Italia dell’oggi. La lezione è dura e poco lieta; ma non è finita. Tirate avanti che la lezione continua.

A Porto-Torres poche case, fanciulli cenciosi, un porto che sembra stagno di rospi: eppure voi siete sul suolo dell’antica Torres, una delle maggiori fra le antiche città dell’isola; eppure voi vedete fra i giunchi della palude alzarsi le gigantesche rovine del tempio della Fortuna che con barbara parola chiamano _Palazzo del re barbaro_. A quelle rovine gloriose strapparono alcune colonne magnifiche che insieme ad altre d’origine romana fanno coro nella Basilica di san Gavino. Son ventotto colonne d’ogni stile e d’ogni pietra, di granito, di marmo bianco, di marmo grigio, di marmo cipollino. Il tetto di quella Basilica, che è tutta una poesia, è degno di quelle colonne, perchè è fatto di travi immensi di ginepro, come non ne sapreste trovare al dì d’oggi un sol tronco in tutta l’isola. Sopra i giganti dell’arte romana, i giganti della natura; membra spolpate del mondo antico, stinchi di marmo che sostengono cadaveri di tronchi dieci volte secolari, e duri e aromatici ancora; cresciuti nel pacifico silenzio dei deserti sardi, quando l’uomo fenicio, corridore dei mari, non vi aveva ancora messo il piede. Sotto quei cadaveri di ginepro; sotto quei cadaveri di marmo avete poi nel santuario sotterraneo tre altri cadaveri di santi martiri, san Gavino, san Proto e san Gianuario: tre cimiteri sovrapposti l’uno all’altro e che si tollerano l’un l’altro con eterna pazienza; il mondo della natura vergine, il mondo romano, il mondo cristiano: ginepri, grandi come le quercie e dopo tanti secoli non tarlati ancora; colonne di marmo; tombe onorate da cento fiammelle di cera. Quanta poesia e quanta storia in sì angusto terreno!

Udite a completare il quadro una pagina di storia:

«Gavinus o Gabinus discendeva dalla famiglia romana Papilia e da un Cajus Papilius Sabellus, e si chiamava Gabinus Sabellus. Esso era stato nominato dall’Imperatore Diocleziano comandante d’una corte di cavalleria, ed in questa qualità si trovava in Torres, dove ebbe occasione di ascoltare le predicazioni di San Proto e di San Gianuario ch’eran stati ordinati preti dal Papa Cajo. Questi, essendo stati accusati di sommuover il popolo, furono assoggettati a crudeli tormenti: come Gavino, per dovere della sua carica fu obbligato di assistere agli atti di barbarie, così fu sorpreso dalla loro costanza e promise di seguitare il loro esempio, e siccome queste due vittime destinate alla morte furono affidate a lui, così egli profittò di iniziarsi nella nuova fede e di battezzarsi; indi mise in libertà i due prigionieri e si presentò al preside Barbaro, dicendogli che anch’esso era cristiano. Fu tosto arrestato, e condotto all’orlo del mare, in un sito detto _Balai_, ivi venne decapitato; il di lui corpo colla testa fu gettato nelle onde, ma pietose persone raccolsero le spoglie e le depositarono in una tomba vicina scavata nelle roccie. Là pure furono collocati i corpi di San Proto e Gianuario, martirizzati nello stesso sito dopo poco tempo. Il martirio di San Gavino accadde nel 25 ottobre dell’anno 300.

«La principal festa di San Gavino occorre il secondo giorno di Pentecoste, e vi accorre molto popolo. È curioso il vedere le pratiche religiose alle quali si danno i divoti: alcuni fanno in ginocchio il giro delle colonne della Chiesa, e le bacian, come pure bacian il piede del cavallo di San Gavino di legno dipinto, come è la sua cavalcatura. Si crede nel paese che una di queste colonne fosse portata in questo luogo dal Santo, che la prese dal fondo del mare e la portò dritta nell’arcione della sella del suo cavallo. La festa è molto frequentata ed animata; vi si vedono i costumi di tutti i villaggi della parte settentrionale dell’isola. Allorchè la festa è finita, e che i visitatori parton nel martedì per restituirsi nei loro focolari, si vedono di quelli che colle loro donne alla groppa fanno entrare i loro cavalli nel mare sino al petto: ciò fanno coll’idea che i loro cavalli restano benedetti nell’uscir dell’acqua dove una volta furon gettati i corpi Santi, e dove San Gavino prese in seguito la colonna di cui sopra si è parlato. Nel 4 maggio vi si celebra un altra festa coll’intervento del corpo municipale di Sassari, come patrono della Chiesa: essa è meno frequentata che la precedente....»[2]

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Le città minori della Sardegna hanno tutte una fisonomia propria, e il lungo isolamento l’ha resa più saliente e durevole.

Quando voi avete attraversato a cavallo i monti e i boschi pittoreschi che separano Perfugas da Tempio, voi vi trovate dinanzi uno dei più bei panorama della Sardegna e dall’altipiano ricco di vigne e di seminati, in cui si adagia quella montana città, voi vi vedete dinanzi lo splendido monte di Limbara, uno dei più maestosi colossi di granito che abbia il nostro paese. Dopo aver passate lunghe ore a cavallo in mezzo a boschi deserti, a valli deserte, per burroni deserti, voi salutate i primi frutteti di Tempio con vera gioia, e affrettate il passo per salutare la città, di cui sentite già vicino il tiepido fiato. L’uomo non ama la solitudine che per vendetta o per malattia, non ama i deserti che per un ora, o quando il deserto è per lui un quadro agli occhi e non una casa o un soggiorno.

La città di Tempio colle sue case di pietre granitiche grigie senza intonaco bianco, e unite da argilla bigia; colle sue vie magnificamente lastricate di granito, ha un aspetto severo e malinconico e sopratutto un colore montano. Non vi vedete intorno che colori oscuri: case grigie, pavimenti grigi, chiese grigie; uomini dal cappuccio e dai calzoni neri; ma su quella città ride un cielo eternamente limpido e azzurro e per le vie e alle finestre vedete volti intelligenti, uomini gagliardi e donne dagli occhi neri e ardenti.

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Da Tempio, salto con voi ad Alghero, perchè, non scrivendo io una guida, nè un’itinerario, seguo il filo conduttore della statistica e rendo omaggio anch’io alla legge, che misura la potenza degli Stati, la felicità dei popoli, il prosperare delle città dal numero dei loro abitanti. Se Tempio coi suoi 10,447 abitanti sta dopo Sassari, Alghero vien subito dopo Tempio, perchè ne conta 8,573. Alghero chiusa fra il mare e una angusta cerchia di bastioni respira male, sente il miasma dei luoghi chiusi e aspira ardentemente a rompere la vecchia corazza che la cinge e la stringe, per respirare nelle campagne vicine un’aria più pura.

Ad Alghero il mare è bello e consola gli abitanti, tristi della strettura in cui li tengono i bastioni. Un golfo grande col Capo della Caccia e la sua famosa grotta di Alghero, una delle più belle e sgraziatamente più difficili grotte che si possano visitare; e dietro quel Capo, il Porto Conte, preparato stupendamente per un popolo di naviganti che non giunge ancora. Vedo nel porto schierate con ordine militare molte barche peschereccie e dinanzi ad esse quei trabocchetti di rete che chiaman _nasse_. Nel lontano orizzonte vedo una vela: è una barca corallina che coi suoi uomini di ferro fra stenti inauditi, strappa ai profondi scogli del mare, quel polipo porporino che andrà poi a posarsi invidiato sul collo delle belle signore d’Italia e sulle spalle delle odalische d’Oriente.

I pescatori di corallo che vengono ad Alghero con più di 200 barche ogni anno; son quasi tutti napoletani e toscani; fanno ottimi guadagni, ma menano una vita d’inferno. Dormono quattro ore al giorno, lottano col sole ardente, cogli aquiloni, colla fame, colle pioggie: le loro mani son rese così callose dal remo e dal maneggio dell’argano che alza e affonda l’ordigno pescatore che, se tu getti loro una moneta sul suolo, non possono spesso piegar le dita a raccoglierla; ma battendola con una mano la fanno balzare nell’altra. La pesca dura dal febbraio alla prima settimana di ottobre, e Alghero, letto di corallo, non dà alla pesca che 24 barche coralline. Eppure una _paranza_ corallina dà in un triennio un guadagno netto di 25 a 26 mila lire.

Nel porto di Alghero vedo molleggiarsi soavemente sull’onda un bel bastimento mercantile, domando a chi appartiene. È di un genovese che porta il soprannome di _Miseria_, soprannome onorevolissimo per lui. Era il più povero degli uomini; fu accolto in Alghero malato, per elemosina assistito e medicato; ora è milionario, è alla testa del commercio, possiede due case, molte navi. — Oh perchè l’Italia non è tutta Liguria?

Le case d’Alghero son bianche e qua e là alza sopra di esse il suo ciuffo maestoso una palma. Sopra la palma torreggia un campanile di bella architettura e la cattedrale è ricca di marmi d’ogni colore. Sopra la città s’innalza con triste cipiglio un altro grande edifizio: l’_Ergastolo_. La città ha però molte viuzze strette e sucide. Il teatro è bello e mi dissero che fu fatto specialmente per opera e col denaro dei canonici; dei quali formicola Alghero. È certo che i canonici vanno assiduamente al teatro, con minor ipocrisia che fra noi, e furon veduti con santa compunzione assistere alla _Traviata_, col libretto dell’opera fra le mani.

Gli abitanti di Alghero si dividono in tre grandi classi; pescatori e marinai; pastori e agricoltori; agiati che vivono sonnecchiando sulle loro rendite. Parlan tutti l’_algherese_, che è poi il dialetto catalano quasi puro. Questa lingua in tutta la Sardegna non si parla che ad Alghero e fin dal 1354, anno in cui la città venne assediata per terra e per mare dal Re D. Pietro _Il Ceremonioso_: l’assedio durò lungamente e fu poi convenuto che gli antichi abitanti sarebbero tutti usciti e fu occupata da una colonia di catalani. La fisonomia degli algheresi mi parve catalana e ligure, ma la razza è incrociata di elementi sardi, fors’anche napoletani e d’altre provincie italiane. La lingua non è sempre battesimo di sangue.

Se andate ad Alghero, dovete visitare il palazzo del Municipio, dopo aver letto una pagina di storia, che vi consolerà di esser nati tre secoli più tardi di Carlo V e vi farà tollerare con calma e pace serena le miserie dei nostri tempi.

»Questa è l’antica casa d’Albis, appartenente ora agli eredi del Conte Maramaldo della Minerva, vi si conserva la memoria del soggiorno di Carlo V, quando nel 1541 visitò la sua cara città di Alghero. I fatti che in allora vi succedettero nelle due giornate di _mezza festa e di mezzo saccheggio_, come dice il Valery, hanno un impronto dell’epoca tutta particolare.

»Il primo pensiero che si presero i cittadini d’Alghero all’annunzio dell’arrivo del loro sovrano, fu di radunare la più gran quantità di viveri che fosse possibile per farne regalo alla flotta che accompagnava l’Imperatore, questi prima di sbarcare accettò una partita di caccia nel vicino Monte Doglia, dove immantinenti un cinghiale ebbe l’onore di morire dalle mani auguste. Dopo questa illustre impresa si diresse verso la città, ma prima di entrare volle fare col suo battello il giro delle fortificazioni che riguardavano il mare. Davanti al molo si era preparato un ponte posticcio, perchè Sua Maestà Imperiale discendesse comodamente in terra e l’avevano ornato di ricche stoffe. Le persone che aspettavano l’Imperatore in questo sito, vedendo il battello diretto altrove, credettero che sbarcasse in altro punto della spiaggia, ed abbandonarono in un istante il posto, in allora i soldati di Cesare si lanciarono sopra il ponte, lo misero a ruba, e tolsero tutte le tappezzerie di cui era coperto. Questa scena fu lontana di disgustare Sua Maestà, la divertì molto. Egli montò subito sopra un magnifico cavallo che gli avevano offerto col quale fece il giro interno delle fortificazioni, poi entrò nella casa in discorso, che in allora apparteneva ad un certo D. Pietro di Ferrera. Là si affacciò alla finestra che dava alla strada, e fu testimonio allegro d’una scena, degno compimento di quella del saccheggio del ponte, che l’aveva divertito tanto. I soldati spagnuoli, discesi a terra coll’imperatore, principiarono a perseguitar e ad infilzare colle loro spade, sotto i suoi propri occhi, le bestie che si trovavano radunate in questa piazza e nelle strade vicine: queste bestie erano quelle destinate per regalo alla flotta, e furono scialacquate da una soldatesca sfrenata ed avida di saccheggio, sotto gli occhi del loro sovrano. Si racconta pure che uno degli uffiziali dell’Imperatore dimandò se era permesso di distaccare dalle muraglie le ricche tappezzerie in seta che ornavano l’interno della casa dove questo principe ricevette l’ospitalità, e si dice che Carlo V, rivolto al magistrato che l’accompagnava, gli dicesse ridendo: _Jurado, mirad que no hagan danos estos locos_ (Jurado, badate che questi pazzi non facciano danno).»

In quei tempi esser saccheggiato da una selvaggia soldatesca, servir di spasso ad un Imperatore eran delizie per un popolo. Vedete:

»Appena che Sua Maestà se ne partì, questa finestra fu diligentemente murata, come la è sino al presente, affinchè non fosse profanata da un altro mortale. La casa dove soggiornò il Principe per 48 ore, ha goduto da quell’epoca sino ai tempi a noi vicini, del diritto di asilo, una catena di ferro con due pilastrini collocati davanti alla porta d’ingresso serviva di rifugio alle persone inseguite dalla giustizia o minacciati d’essere arrestati. Il tempo finalmente ha fatto sparire questa scioccheria»[3].

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Ozieri è città pittoresca, che sembra accampata fra i monti che danno la mano da una parte ai colossi granitici di Alà e di Buddusò e dall’altra si legano colla catena di Monterasu. È città ad anfiteatro, colle case disposte a piani diversi. Di sera un cinguettìo e un coro di risa rumorose guidano i vostri passi ad una gran fontana messa nel centro della città e dove cento lavandaje d’ogni età a lume di candela lavano e battono spietatamente i panni e schiamazzano fino a tre ore dopo la mezzanotte.

Serberò finchè vivo lieta memoria di Ozieri, perchè vi ebbi la più lieta accoglienza del mondo e mi parve nell’industriosa attività di quelli abitanti di leggere uno splendido avvenire. Quando Terranova rannoderà la Sardegna al continente italiano, Ozieri diverrà una delle città più importanti dell’isola e i nuovi tesori del commercio faranno lieta compagnia alle ricchezze avite dell’agricoltura.

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Oristano è città antica, resa triste dalle sue lagune che la ravvolgon tutta quanta quasi in un funebre lenzuolo di miasmi e di febbri. Se venite da Uras, entrate nella città attraverso una porta antichissima con un castello pittoresco, antica residenza dei giudici di Arborea; se escite per la via che conduce a Sassari passate ancora attraverso un altra porta antica e un altro castello. Fra quell’entrata e quell’uscita da medio evo avete molte case vecchie anch’esse e con balconi pittoreschi e arabescati. Per le vie molti preti, molti accattoni; ad onta del freddo vedi molta gente minuta colle gambe e i piedi nudi e spesso montano a cavallo, legandosi lo sperone al piede nudo. Vedi passar uomini a cavallo con una cappa nera da beduino e un nero cappuccio sopra un volto nero e accigliato; veri arabi d’Italia.

Un sobborgo d’Oristano è tutto abitato dai _Congiolarius_, che di padre in figlio si trasmettono l’arte di far terraglie, e le impastano e le foggiano all’aria libera. La cosa più interessante d’Oristano è però il Museo privato di antichità sarde del giudice Spano, il più bizzarro, il più originale, il più galantuomo degli archeologi ch’io m’abbia conosciuto. Abita un vecchio castello, che fu forse casa della Giudichessa Eleonora; vive fra i suoi camei preziosissimi, fra i suoi vetri di Tharros dai mille colori, fra le sue urne cinerarie: una polvere secolare posa su quelle ricchezze e il Dio di quel tempio appena serba a sè stesso un posticino, il più modesto della casa, che non è casa; perchè è fortezza, è castello, è museo; qua e là nido di gufi. Il giudice Spano fra quelle rovine e fra quei tesori, in quel mondo di cose antichissime e in mezzo a quella polvere antichissima serba l’entusiasmo più giovanile e quando accende le sue candele per farvi ammirare i riflessi iridiscenti dei suoi vetri di Tharros, i suoi occhi fiammeggiano fra quelle urne e quelle ragnatele, come lampi di un uomo felice, di un uomo _terque quaterque_ felice; dacchè una nobile passione lo riscalda; ed egli toglie a sè gli agi della vita per lasciare una delle più splendide raccolte archeologiche che abbia l’Italia.

Oristano serba una gloriosa tradizione, quella della Giudichessa Eleonora, di cui potete vedere il ritratto in Cagliari, regalato dal Canonico Spano alla Biblioteca dell’Università. Quella donna fu soldato, fu generale, fu re, fu legislatore.

Non scrivo storie, ma vi invito a studiare la vita di quella sapiente e generosa principessa. Eccovi un solo tratto della finezza legislativa di Eleonora. Anche ai suoi tempi vi eran donne infedeli e uomini maldicenti: la Giudichessa sapiente per conservare la pace delle famiglie decretò che dovesse pagare lire 15 di multa chiunque avesse chiamato becco un cittadino dei suoi Stati e lire 30 se avesse provato che quel titolo gli era dovuto; e chi non volesse crederlo, legga la _Carta de logu della Giudichessa di Arborea Eleonora_.

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Bosa è fra le piccole città della Sardegna una delle più simpatiche: posta sulla sponda destra del Temo, il Temus di Tolomeo, ha vini; oggi nettare di pochi, ma destinati a glorie mondiali; vicina al mare e sopra un fiume che serpeggia fra colli e campagne fertilissime. Una gita in barca sul Temo è una delle passeggiate più deliziose che si possano fare: in alto sui monti, colonne di basalto che sembran rovine di città e di templi sepolti; in basso cotogni, e olivi e melagrani e aranci e palme che scendono fino a bagnarsi i piedi nell’onda del fiume. Bosa è al piede di una collina su cui si arrampica, ed è dominata dal Castello dei Malaspina, scena pittoresca, che completa la bellezza del quadro. Le lingue malediche vi dicono che a Bosa si beve molto; ma e chi non beverebbe di quei vini, degni fratelli del Xeres e del Tintilla di Rota? Le stesse lingue aggiungono che i preti sono in Bosa padroni di molte coscienze e di altre cose ancora; ma vi ho trovato già sul tramonto la loro influenza, un tempo davvero onnipotente; e vi dicono ancora che i Bosani sono egoisti; ma io non lo credo, tanto mi parvero splendidamente ospitali.

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Badate che nel presentarvi le città sarde seguo sempre i gradini della gerarchia numerica, e dopo Bosa vi presento Iglesias che ha una popolazione di più che 6000 abitanti e sempre crescente per la potente attrazione che esercitano la mine vicine di piombo e di zinco e delle quali il Sella ci darà una storia compiuta; fatta con lungo studio e molto amore.

Iglesias potrebbe lavarsi meglio la faccia e i piedi, ricca com’è di fontane e avendo quella di _Corradino_ e _Cixeddu_ e _Maimone_: ha vie molto strette, mal lastricate, sporche, dominate dalla cattedrale e da un palazzo arcivescovile nero nero. L’unico albergo della Vittoria è appena abitabile. Per le vie ad ogni passo tegami di terra pieni di carbone acceso: in molte case non v’è camino e si fa focolaio della via, sicchè quando soffia il vento vi schizzano fra le gambe faville d’ogni grandezza che appiccan frequenti incendii. Anche al primo piano del Palazzo Vescovile vidi una sera un di quei tegami infuocati, su cui il vento soffiava con tal forza da farlo sembrare un piccolo vulcano, e scintille e faville volavano per ogni parte.

Nelle vie più povere le case non sembran fatte per uomini; entrai in uno di quei covili ed era poco più alto d’un uomo. Nessuna sedia e nemmeno finestre; per la porta entravano la luce e l’aria e per un foro fatto nella parete di fango seccato (_ladderi_) esciva il fumo. In un angolo del fuoco e intorno intorno ammonticchiati dieci o dodici persone, accosciate per non rimaner spente dal fumo; eran bambini e fanciulli e donne e vecchi. In fondo a quella sala due buchi quadrati, uno più basso e più grande senza uscio, conduceva in una tana dove era un letto pei genitori: gli altri dormivano per terra in un mucchio. Sopra quel buco quadrato un altro più piccolo che s’apriva in un panteon domestico; dispensa, magazzino per tutto e per tutti. Coperto da una cassa di legno grugniva accanto al gruppo umano del focolare, un porchetto; il beniamino, il Dio penate della famiglia; me lo mostrarono con amore, lo abbracciarono con tenerezza: trovai anch’io che era grazioso e quasi parente prossimo di quei poverelli che pagavano per l’affitto di quella tana cento lire all’anno(!).

Sulla città di Iglesias pendono accigliate alcune rovine pisane che vi ricordano il conte Ugolino, una volta padrone e donno di tutta la città e del suo territorio. Deve essere cosa grande il leggere in quel castello il canto XXXIII dell’Inferno.

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Sopra un altipiano di granito alto 581 metri sul mare, trovate Nuoro, circondata da bellissimi monti e da valli fiorite; ha una bella e antica cattedrale, ma è più famosa per i suoi abitanti che per le sue industrie o i suoi monumenti; e ne parleremo più innanzi, quando dopo aver veduto le città e i villaggi entreremo nelle case a conoscere gli uomini.

Osilo è una delle più grosse borgate della Sardegna, e gli Osilesi hanno da secoli fama di fieri e di indomiti. Di essi si potrebbe dire anche oggi quel che Tacito scriveva dei Brettoni e Lamarmora ripeteva degli antichi Sardi: _jam domiti ut pareant, nondum ut serviant_. Il canonico Spano ci racconta che nei primi anni di questo secolo vi era ancora accesa una guerra tra due potenti famiglie di Osilo, i Serra e i Fadda. Anche le donne presero parte ai fatti che accaddero in quell’epoca e le rovine stesse del Castello servirono di rifugio e di fortezza ad uno dei partiti.

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