Profili e paesaggi della Sardegna

Part 1

Chapter 13,808 wordsPublic domain

PROFILI E PAESAGGI DELLA SARDEGNA

DI PAOLO MANTEGAZZA

MILANO PER L’EDITORE G. BRIGOLA. 1869

Proprietà Letteraria.

Milano. — Ditta Wilmant.

Man möchte glauben, dass diese Insel gar nicht in Europa läge, so wenig kümmert man sich um sie.

_Si potrebbe credere che quest’isola non fosse in Europa, tanto poco ce ne occupiamo._

BARONE DI MALTZAN.

UNA PAROLA AL LETTORE

_Questo scritterello tirato giù alla buona, più col cuore che colla squadra, era destinato ad uscire modestamente in qualche rivista: ma in questi nostri tempi anche le riviste hanno i loro regolamenti, le loro frontiere, le loro dogane; e il mio lavoro, già piccino per sè, fece il caparbio e il superbuzzo, nè volle rassegnarsi a comparir pei giornali tagliato a fette, nè ci son riuscito a condurlo a più modesti consigli. Ecco perchè un libro, che non è un libro, vi compare impaginato, col suo frontispizio e il suo indice, col nome dell’editore nella prima pagina e colla triste parola di_ fine _nell’ultima. Non badate però alla veste superba, perchè sotto la scorza c’è un galantuomo, che chiacchiera con voi senza pretensione di scrittore che voglia dir cose nuove o ripeter cose vecchie meglio degli altri._

_Amando il vero più che il brevetto d’invenzione, io godrò assai di ripetere sulla Sardegna cose già dette da altri; ma ad un patto solo, ch’io sia riuscito cioè a farvi amare un’isola bellissima e infelicissima, che noi altri italiani abbiamo il torto di dimenticar troppo e di amar troppo poco._

_Io poi vorrei dirvi un’altra parola che mi riguarda, e per farmela perdonare voglio rubarla al nostro Giusti. Voi sapete che l’Io è come le mosche, più le scacci e più ti ronzan d’intorno; sicchè devo confessare che ho scritto questo libro non libro per amor mio, per pagare almeno in parte un debito di riconoscenza verso i Sardi così cortesi, così ospitali, così delicatamente generosi. Mi parve che a saldare il conto non dovesse bastare quel po’ di lavoro utile che potrò fare in Palazzo Vecchio come membro della Commissione d’inchiesta e come deputato. Mi parve che fosse mio dovere scrivere una parola calda d’affetto per la Sardegna, farla conoscere anche a quei molti italiani che non possono leggere e studiare le grandi opere che son privilegio delle biblioteche e dei pochi signori che comprano i libri grossi e costosi._

_Può darsi che la mia parola riesca qua e là severa od acerba; ma son sicuro che i miei amici di Sardegna non vi troveranno ombra di fiele. Chi molto ama, molto castiga; ed io amo fortemente quell’isola, così povera di presente, così ricca d’avvenire; e in nome di questo affetto fraterno, confido che l’asprezza sarà interpretata come burbera tenerezza d’un galantuomo, come rabbuffo amoroso d’amico ad amico._

Rimini, 2 agosto 1869.

CAPITOLO I.

La Sardegna vuol essere amata. — Le città della Sardegna. — Cagliari. — I giardinetti e un pazzo di San Bartolomeo. — Sassari e una lezione di storia. — Le grandi e le piccole borgate della Sardegna. — I villaggi e gli stazzi.

Ho messo il piede in Sardegna con viva curiosità e dopo un lungo giro ho lasciato quell’isola con caldo amore: prima di conoscerla, era per me cosa curiosa; dopo averla conosciuta era per me cosa cara. Gli Italiani della penisola hanno un grave torto di dimenticare questa gemma del Mediterraneo; essi devono studiarla ed amarla; gli Italiani di Sardegna hanno il grave torto di spegnere la loro energia in queruli lamenti, cercando fuor di sè stessi l’origine e il rimedio dei loro mali. Or conviene che isola e penisola si perdonino a vicenda i loro peccati, e stringendosi in un potente amplesso, si preparino a tempi nuovi, e si mettano con forze comuni a fecondare una terra quasi deserta e che ha dinanzi a sè un avvenire senza confini, più splendido del suo passato ai tempi di Roma. Io sento nel cuore molti debiti verso la Sardegna e i suoi cortesi abitanti: come membro della Commissione d’inchiesta farò coi colleghi quanto sta in me, perchè il nostro lavoro non riesca infecondo; come operaio della penna vorrei con queste poche pagine far amare la Sardegna da tutti gli Italiani, invitarli a studiarla, ad accarezzarla. Io ho viaggiato gran parte del nostro pianeta e ho portato il piede in regioni quasi ignote a calcagno europeo: eppure ho trovato in questa italianissima nostra isola molte cose nuove, e belle e originali; e più d’una volta coi miei cari compagni di viaggio ho dovuto esclamare in coro: Oh perchè mai gli Italiani ignorano queste bellezze della loro patria? Oh perchè mai non vi portano i loro occhi per ammirare, le loro braccia per lavorare, il loro oro per raddoppiarlo?

La Sardegna è pur terra feconda e originale! Quasi ignota alle invasioni germaniche, è tesoro per l’etnografo e l’archeologo; e altrove non si saprebbero trovare alcuni tipi che in quell’isola rimasero purissimi, segregati dall’incrociamento moltiforme del medio evo. Un filologo e un antropologo troverebbero nello studio comparato dei dialetti e dei cranii sardi tali tesori da farne una scienza nuova e da ricostruire con facile e feconda fatica la fisiologia delle più antiche stirpi italiane. L’amante del bello trova in Sardegna paesaggi svariatissimi: coste dentellate come le foglie delle mimose; vergini foreste; pianure e stagni; colli e vere Alpi, dove il granito mostra i più bei fianchi ch’io m’abbia veduti al mondo. Costumi pittoreschi intatti da più secoli: tipi umani profondamente scolpiti; poesia popolare, passioni calde; rozze e ardenti nature poco o nulla mutate dagli attriti sociali, nè lisciate dalla pialla della moda francese; scene della natura geologica e umana, quali è difficile trovare altrove e ai tempi nostri; tutta una tavolozza di colori vivi e svariati che può dare materia d’opere immortali al poeta, allo scrittore, all’artista.

E poi in questo secolo affamato d’oro, tu trovi in Sardegna monti solcati da cento e mille filoni di piombo e sul piombo strati di zinco; e presso il piombo e lo zinco altri metalli che non aspettano che la mano del minatore per versare una larga vena di ricchezza nel sangue italiano. E su quei monti una terra che scalda e profuma i pampini delle vigne di Spagna e di Portogallo e promette in epoca non lontana una mina a fior di terra più ricca di quella metallica che s’addensa nelle viscere dei monti. E nel piano una terra che per ritornare ad essere granaio d’Italia, non aspetta che la magia d’una parola, _il drenaggio_.

Su questa terra benedetta dal sole, ricca di metalli, e di vino; di biade e di poesia, batte l’ali fuligginose un triste vampiro, la _malaria_; ma questa può e deve esser vinta dall’uomo, purchè il voglia. Nelle vene dei Sardi, intelligenti e morali, serpeggia un veleno più infesto della malaria alla salute di un popolo, ed è l’_inerzia_: malaria ed inerzia, le due grandi malattie della Sardegna; ma malattie curabili, perchè l’organismo è robusto e malgrado la ricca storia, ancor giovine; perchè quest’isola dà già segni di reazione della natura medicatrice; perchè quest’isola incomincia a voler essere medico di sè stessa. Anche Londra aveva la _malaria_ e per opera dell’uomo è fra le città più salubri del mondo: anche i Tedeschi furono per anni e secoli inerti; ma l’inerzia fu vinta; e la Germania, dopo essersi messa a capo della scienza, ha fatto Sadowa.

* * *

Cagliari e Sassari son le due gemme della Sardegna, e son gemme rivali, e di un’antica rivalità, come già lo scrisse Cattaneo col suo scalpello da scultore. «Il solo vincolo che unisce le città sarde, era quello della rivalità anzi dell’odio. La stessa mano che fomentava altrove i rancori tra Palermo e Messina, tra Milano e Pavia, opponeva studiosamente Cagliari e Sassari, Sassari e Alghero. In Alghero si fece statuto, che i Sassaresi non vi si potessero mostrare colla spada al fianco; e in Sassari vi si rispose argutamente, ordinando che li Algheresi non potessero venire a Sassari se non cinti di due spade. La vita delle nazioni era concentrata nei pochi municipi. Cagliari fondava un’Università, e Sassari non rimaneva indietro, e ne fondava un’altra.» — Ed io aggiungerò, che al dì d’oggi la rivalità fra le due prime città dell’isola non è astiosa, e va assottigliandosi di giorno in giorno coi contatti cresciuti; finchè le ferrovie la facciano sparire del tutto.

Del resto Cagliari non può essere confrontata a Sassari, così come una bella bruna non può compararsi con una bella bionda. Cagliari ha più pittoresca posizione e s’adagia in un panorama più grandioso; Sassari è più lieta e si circonda di più amena cornice di colli e di oliveti. La prima città è più severa, più accigliata e più sporca; Sassari è più vivace, più rumorosa, più pulita. Cagliari è città ufficiale, burocratica, con tinta soffusa di orientale e di spagnolesco; Sassari è città più italiana, d’aspetto più moderno, di tinta siciliana; e mi si perdoni il pericoloso confronto in nome dell’amor grandissimo che porto alla Sardegna. L’Italia è così ricca di belle e svariate città, che si dovrebbe poter ragionar senza fiele di ogni gemma che adorna il nostro ricco diadema.

Quando si contempla il golfo di Cagliari dall’alto del bellissimo giardino pubblico, o del castello, o meglio ancora dalla torre di San Pancrazio, si gode d’uno dei bellissimi fra i belli spettacoli che offrono al viaggiatore le cento città d’Italia. Un golfo ampio, dinanzi a cui l’uomo deve arrossire col microscopico porto che offre alle navi; e il faro lontano, e le saline, colle loro piramidi bianchissime, quasi tende di un guerresco accampamento; e gli stagni vicini, veri laghi, popolati da grosse borgate; e il promontorio di Sant’Elia col Bagno di San Bartolomeo; e la città che dal Castello scende a Stampace e alla Marina, quasi volesse imbarcarsi sul mare, e la vasta fascia di agavi americane che cingono il Castello d’una fortezza primitiva; e i lontani gruppi di palme e i tamarischi e le altre piante tropicali danno all’occhio infinita ricchezza di sensazioni; e l’occhio beato si riposa lungamente e amorosamente su quelle mille incantevoli bellezze.

Il Castello è il quartiere più alto e più salubre della città, e s’arrampica sopra un alto colle: ha vie dirette da nord a sud, poco larghe, ripide, con case alte. E strette sono anche le vie di Cagliari alla Marina: vecchia abitudine dei nostri padri, che, vivendo giorni e mesi all’aria libera, volevano nelle loro case ombra e frescura più che aria e luce. Nel quartiere del Castello avete la Cattedrale dedicata a Santa Cecilia e sette altre chiese.

Discendendo dal Castello per la piccola porta del Balice, vi trovate nel quartiere di Stampace, che è il centro del commercio e degli affari. Se per la via di Yenne vi dirigete verso il mare, guardando a destra e a manca le migliori botteghe della città, giungerete alla piazza di San Carlo, che si continua in quella del mercato; e là vi convien sorridere, ma di un sorriso senza amarezza, guardando sopra un gran piedestallo di granito, un re Carlo Felice, fatto di bronzo, con elmo, corazza e paludamento; graniti e bronzi e vesti romane che, davvero, poco convengono ad un re pacifico; due volte pacifico.

Quando siete in Stampace non avete a dimenticare il mercato, che è sempre uno dei quadri più importanti di una città. Vi troverete molto pesce; montagne di arancie dorate e profumate raccolte sotto capanne pittoresche, quasi indiane; vedrete il ricco e svariato selvaggiume della Sardegna. Vi offriranno una pernice per una lira, una beccaccia per dieci soldi; filze di otto tordi polputi e grassi, lessati nelle montagne e ravvolti nel mirto: filze degne di Nembrodde e di Lucullo e che i Sardi chiamano _taccole_. Fra le capanne dei venditori d’arancie, e le botteghe a ciel sereno dei pesciajuoli, dei salumieri e dei beccai vedrete aggirarsi la gente minuta coi suoi costumi variopinti, quasi sempre pieni di gusto.

Le case di Cagliari son popolate da cento balconi e in molte di esse ogni finestra è un balcone, ciò che non è bello a vedersi, ma è comodo assai per le fanciulle e le signore, che escono assai poco di casa e da quei loro osservatorii studiano il mondo esterno e fanno all’amore. L’amore onesto si fa anzi da una signora che guarda dal balcone e da un giovinotto che impavido e instancabile passa le ore inchiodato nella via come una statua, contemplando la fiamma del suo cuore. E come sia cosa seria il far l’innamorato in Sardegna, lo vedremo più innanzi.

Se dalle vie principali della città vi addentrate nei viottoli e più ancora se cercate i più poveri quartieri, il naso si arriccia e l’igiene pubblica fa sentire i suoi lamenti. Nel quartiere di Villanuova ho veduto le vie convertite in fogne, e anche in alcune case di Stampace ho veduto atrii che devono essere molto pericolosi agli uomini di corta vista. In Villanuova la vita del povero è pubblica nel senso più preciso della parola. Le case per lo più non hanno finestre; e l’aria, la luce e gli sguardi dei curiosi entrano liberissimamente a spiare i costumi degli abitanti. Quando il tempo è buono, non fa bisogno neppure di spinger lo sguardo oltre la soglia delle case, perchè tutta la famiglia si rovescia nella via, dove si lavora, si chiacchiera e si mangia. In Villanuova io mi credevo davvero in Africa, e le donne che mi parevan tutte sorelle, avean gli occhi orizzontali e piccoli, il colorito terreo e quella fisonomia di obelisco che ci hanno tramandati i monumenti egiziani.

E quella gente dal volto egiziano è cortese e sorride al forestiero. Colle migliori grazie del mondo mi lasciarono entrare in casa e mi accorsi che molte di quelle abitazioni sembravan fatte per una cosa sola, adatte ad una sola industria, quella del mugnaio. Le sedie son poche e spesso brillano per la loro assenza, e così dei tavoli e degli altri mobili; ma la nostra attenzione è tutta attratta da un asinello grullo grullo, arruffato, poco più grosso d’un mastino e che così poco rassomiglia a cosa viva da sembrar di legno, quando si arresta nel suo monotono, sempiterno giro intorno alla macina che muove. Quell’animaluccio, il dio penate, la prima ricchezza della casa, costa da cinque a dieci lire, è più parco di un arabo; e divide il tetto col padrone e i suoi figliuoli. Fabbrica il pane alla famiglia e produce spesso il piccolo frutto di macinar il grano ai vicini, industria rovinosa che speriamo veder scomparire dalle classi povere della Sardegna. Le donne della casa son occupate per tre e fin quattro giorni della settimana a fabbricare la farina che stacciano e raffinano con infinite cure per mezzo di crivelli e stacci puliti, fini ed eleganti, intrecciati a varii colori con cannucce di paglia e fibre di palma e che vedete appiccati al muro della casa, di cui insieme a qualche immagine di Santo formano l’unico ornamento.

Il mulino casalingo della Sardegna è la _mola asinaria_ o _machinaria_ degli antichi: poco diversa dalla χειρομύλη dei Greci. Potete vedere in Vaticano sopra un bassorilievo una _mola machinaria_ romana, dove anche il cavallo che la muove ha gli occhi coperti come i rachitici asinelli macinatori della Sardegna. Se son rachitici e nani, son però valenti e pazienti, perchè lavoran fin quindici e diciassette ore al giorno, e Matzan aggiunge, ridendo a proposito, che quei somarelli devono esser anche grandi filosofi, dacchè Pittaco di Mitilene passava molte ore, macinando colla χειρομύλη, movimento che aveva trovato favorevole alla meditazione.

Quando si pensa però che tutte le donne e spesso anche i fanciulli d’una famiglia sono occupati in null’altro che a far pane, è a desiderarsi che la legge del macinato abbia almeno in Sardegna questo vantaggio di far sparir la falsa e fatale industria dei mulini casalinghi.

Cagliari può vantarsi di possedere nel suo Museo un vero tesoro archeologico, a nessuno secondo e che è opera quasi intiera di un solo uomo, il Canonico Giovanni Spano, una delle prime glorie della Sardegna; più che instancabile, miracoloso nella sua attività e ardentissimo e innamoratissimo illustratore del suo paese.

L’Università di Cagliari e la sua minore sorella di Sassari sono una vera vergogna per l’Italia. Non è lecito ad un governo, per quanto povero, lasciare queste larve di insegnamento superiore, dove la povertà dei mezzi concessi alla scienza fiacca e avvilisce i migliori ingegni e la volontà dei buoni è spesso impotente e rabbiosa contro le lesinerie burocratiche dell’alta sfera governativa. Speriamo che per onor nostro questo obbrobrio sarà cancellato. Ho conosciuto a Cagliari e a Sassari ottimi uomini che pur vorrebbero studiare; giovani intelligenti e operosi che pur potrebbero far avanzare la scienza, ma li ho veduti aggirarsi come larve irrequiete per quei muti corridoj e quelle aule deserte che con superba parola si chiamano Università: veri _idalghi_ spagnuoli che domandano l’elemosina con piglio altero e i vestiti laceri.

La penna irata mi richiama alla mente un tristo ricordo di Cagliari, ed è la mia visita all’Ergastolo di San Bartolomeo; primo passo in una _via crucis_ che dovetti percorrere in Sardegna, visitando tutte le carceri e tutte le galere.

A San Bartolomeo si sta assai bene, molti assassini vi ingrassano a meraviglia, nel lavoro salubre delle saline, negli ampii dormitorii e con sani alimenti. In altre carceri però e specialmente a San Pancrazio in Cagliari e a Sassari e altrove sentii il tanfo di una lenta asfissia e mi si inchiodò nel capo un pensiero che non mi abbandona mai, ed è questo che la società si vendica col suo codice delle pene assai più spesso di quel che si difende; incrudelisce assai più di quello che educa.

Nell’Ergastolo di San Bartolomeo si fondò una colonia agricola penitenziaria che promette assai per l’avvenire. Dinanzi al palazzo della vendetta vedete giardini fioriti che appartengono agli impiegati della galera: ho veduto bambine rosee nel volto, coi nastri rosei pendenti da un lindo cappellino di paglia di Firenze correre per quelle aiuole fiorite dietro le farfalle; mentre uomini dalla faccia patibolare passavano dinanzi a quei giardinetti e coi loro sguardi contaminavano quelle bambine.

E quei galeotti avevano diversi berretti, dacchè anche fra essi v’ha una gerarchia. L’uomo è un animale da gerarchia e pur che ne abbiate tre riuniti avete subito: plebe, aristocrazia e mezzo ceto; è privilegio di tutte le bestie sociali e socievoli e possiamo menarne vanto. Il berretto rosso vuol dire _condanna a tempo_, berretto verde _condanna a vita_, fiocco nero _omicidio_ e così via. Le bambine dai nastri rosei conoscono tutte queste differenze e ve le spiegano; e il Procuratore del re, passeggiando col sorriso sul volto mi diceva: _stanno benissimo: la è gente fortunata, che mangia e lavora e gode di ottima salute. Nell’ultima epidemia di febbri miasmatiche in Cagliari ebbero tutti la febbre e questi galeotti si serbarono sanissimi_; ed egli rideva.

Io però, passeggiando nelle sale destinate ai malati, mi fermai dinanzi ad un volto che parea impietrito nel dolore; un Laocoonte del cuore; sempre vivo e sempre tormentato. Era melanconico e tormentato tratto tratto da accessi di delirio di persecuzione credeva che tutti lo volessero ammazzare. Era divorato dai rimorsi. Era un povero muratore, che, trovandosi senza pane, andò dal suo antico padrone, chiedendogli lavoro. Gli fu negato; ritornò più volte e sempre invano. Un giorno la fame era maggiore del solito: era rabbiosa; egli insiste nell’implorare il lavoro: _Ho sei figliuoli; signor padrone. — Oh va all’inferno, tu e i tuoi figliuoli._ — Una mazza era sul suolo fra vari attrezzi di muratore e un momento dopo il padrone era steso al suolo cadavere: e il povero muratore condannato nella galera di San Bartolomeo è pazzo di dolore e di rimorsi[1]. —

A San Bartolomeo però si sta bene e si ingrassa; e i giardinetti degli impiegati sono fioriti. Io vi ho vedute le più belle viole del mondo e vi ho colta una rosa più profumata di quelle d’Arabia; i bambini vi acchiappano le più brillanti farfalle; ma a due passi v’è un uomo pazzo di dolore, perchè la società si vendica più di quel che si difende. I nostri figliuoli, però, ne son sicuro, prepareranno ai posteri una giustizia più umana.

* * *

Quando voi avete percorso le noiose, lunghe e tristi lande sterili che separano Bosa da Macomer e avete attraversati i paesaggi poco interessanti di Torrealba e i rari boschi di quercie che trovate nella monotona pianura; voi vi accorgete di esser vicini a Sassari, quando la natura diviene ridente; quando i monti, rizzandosi più alti intorno a voi, frastagliano il cielo e la terra in modo da formare quadri svariati e pittoreschi. Ascendete un monte tutto pieno di magnifici olivi, coltivati colla stessa sollecitudine e tenerezza con cui si coltiva un orto cittadino. Io percorsi quei boschi d’argento nel tempo della raccolta e vidi liete schiere di fanciulle e di ragazzi che raccoglievano il frutto in lindi canestri, e a quando a quando interrompevano il lavoro per cantare e ballare. Parevano stormi di passerotti vivaci e protervi; e raccoglievano le olive colla stessa cura e lo stesso amore con cui si farebbe bottino di cosa carissima e preziosissima. E davvero che l’olivo è per Sassari una mina d’argento: mi si diceva che in quest’anno, fortunato fra gli altri, si farebbero 200,000 barili d’olio, che è quanto dire una bella cifra rotonda di sette ad otto milioni di lire. Di questa ricchezza mi accorsi anche entrando in Sassari, dove molte case nuove si stavano rizzando ed erano le olive trasformate in muri e marmi. L’olio di Sassari potrebbe esser fatto meglio: se ne manda a Nizza, dove raffinato cresce di valore e piglia un nome che per la sua squisitezza nativa ben si ha meritato. L’olivo dovrebbe anche esser difeso nei dintorni di Sassari dai cacciatori che spietatamente lo tormentano colle loro fucilate, quando vanno a far bottino di tordi: ma è difficile persuadere quei cacciatori che hanno torto di flagellare la prima ricchezza del paese, quando portano a casa fin sessanta e settanta tordi in una mattinata.

Sassari è città lieta e serena per la bellezza del suo cielo, per la pulita bianchezza di molte sue case, per la rumorosa vivacità dei suoi abitanti. In ogni guida voi troverete la descrizione delle chiese, delle piazze, del castello; ed io non mi son dato a voi per cicerone della Sardegna, e con voi soltanto voglio scorrere le pagine del mio portafoglio di viaggiatore, e voglio far nascere molti desiderii di curiosità e appagarne pochissimi, sicchè nasca in voi il desiderio di veder coi vostri occhi la Sardegna, di toccarla colle vostre mani. Per me la cosa più interessante di Sassari è il monumento di Azuni, nella piazza che ne porta il nome. Quando una città ha la fortuna di aver dato la luce ad un grand’uomo e di ornare una delle piazze colla sua statua, rammenta al viaggiatore una pagina gloriosa della sua storia e può andarne onestamente superba. È la civiltà moderna che demolisce il castello del feudatario e colle vecchie pietre rizza una nuova scuola; è la nuova generazione che ai santi del calendario sostituisce le statue dei santi del progresso. Nella biblioteca dell’Università ho guardato con commozione un manoscritto inedito di Azuni che portava un bel titolo: _Dei caratteri della natura umana_. Nell’Università ho veduto un altra cosa per me carissima: il rozzo tavolo anatomico su cui Rolando scrutò i misteriosi labirinti del cervello umano.