Prima di partire

Part 8

Chapter 83,784 wordsPublic domain

— Che idee!

— Ma sì; è naturale.... dev’essere uno spirito metodico la vostra signora Pasqua. Deve averla con me per la rivoluzione che ho portato nelle vostre abitudini.

Il professore seguitava a negare, ma in cuor suo riconosceva che la contessa Giorgina aveva colto nel segno. Che donna perspicace!

— In ogni modo, — egli insinuò timidamente, — dal tocco alle tre la Pasqua non c’è mai.

— Davvero?

— Sono le sue ore di libertà.... Non ci rinunzierebbe a nessun patto.

— Eh, allora.... chi sa che un bel giorno quando meno ve l’aspettate....

— Contessa, cara contessa, — esclamò Teofoli ingalluzzito. — Parla sul serio?

— Sicuro.

— E quando verrà?

— Oh questo poi.... Non ha da essere una sorpresa?

— No.... riflettendoci bene.... potrei aver gente.... potrei esser fuori.

— È giusto.... Allora vi avvertirò un giorno prima.... È inutile far chiacchiere intanto....

— Si figuri....

E il professore strinse con entusiasmo la mano che la Giorgina gli porse quasi a conferma della sua promessa.

La carrozza si fermò sotto la loggia coperta del teatro.

Teofoli aiutò la sua dama a scendere, e dandole il braccio attraversò pomposamente il vestibolo. Camminava con la testa alta, con passo leggero ed elastico; gli pareva di aver vent’anni.

Ma l’apparizione del giovine marchese di Montalto sul primo pianerottolo dello scalone gli fece l’effetto d’una doccia fredda. Il marchese si mise subito al fianco della contessa, ed entrò in palco con lei e col professore. Egli rivolse alla Giorgina mille complimenti sulla sua bellezza, sul buon gusto della sua _toilette_, e passando in rassegna col cannocchiale le varie signore che c’erano in teatro sentenziò che nessuna, proprio nessuna, poteva reggere al confronto di lei. Nella quale opinione Teofoli consentiva interamente; gli seccava però che la cosa fosse detta da Montalto, e più ancora che la Serlati mostrasse di gradirla tanto e scherzasse con quella testa di legno e gli concedesse una strana familiarità.

A poco a poco sopraggiunsero i soliti visitatori, i soliti cicisbei sguaiati, svenevoli con cui la Giorgina aveva il torto di ridere e di divertirsi.

— Ormai, — ella disse a Teofoli, — sono ben custodita, e non voglio tenervi prigioniero. Grazie della vostra cortesia.

Fatto si è che nel palco non ci si stava più e che il professore non poteva insistere per rimanere.

Al garbato congedo della contessa egli rispose:

— Scendo in platea.... Ripasserò sul tardi per sentire se le occorre nulla.

— Ma no, non vi disturbate, — ella insistè con un principio d’impazienza. — Che cosa deve occorrermi?

— Però.... se non venisse suo marito.... per riaccompagnarla in carrozza....

— Mio marito verrà certamente.

— In ogni caso ci siamo noi, — gridarono all’unissono i presenti.

— Vedete che i cavalieri non mi mancano, — soggiunse la Giorgina. — Buona notte, Teofoli, e grazie di nuovo.

E nel palco fu un coro di — Buona notte, professore, buona notte, — con certe inflessioni di voce che davano alla frase innocente il significato di: — Se ne vada, si spicci, non secchi più.

— Già, i cavalieri non le mancano, — borbottava l’ottimo professore scendendo le scale. — Voglio sperare ch’ella li stimi per quello che valgono. Con l’ingegno che ha non dovrebbe prender lucciole per lanterne.... Quel marito però è un gran minchione.

Giunto nell’atrio, Teofoli non seppe resistere alla tentazione di fermarsi alquanto in platea, ove, non avendo sedia chiusa, stette ritto in mezzo alla folla con gli occhi fissi al palco 24 di prima fila ch’era quello della Serlati.

Era un gran cicaleccio in quel palco, e di tratto in tratto dal basso salivano dei tss, tss prolungati all’indirizzo dei disturbatori. Due vicini del professore si sfogavano a sparlare di _quelle dame_ in generale e della Serlati in particolare che soggiornava da pochissimo tempo a X e quantunque fosse sposa da soli due anni faceva già discorrer sul conto suo come le _veterane_. Il nostro amico sudava freddo a sentir questi orrori, e avrebbe voluto ricacciar lo parole in gola a quei bifolchi. Ma come promuovere uno scandalo alla sua età, nella sua posizione sociale?... E poi non era peggio anche per la contessa Giorgina? Non era un dare il nome di lei in pascolo al pettegolezzo cittadino? No, no, era più savio consiglio l’andarsene.

Mentre Teofoli agitava in mente questi pensieri, al parapetto del palco N. 24 di prima fila s’affacciava il conte Serlati e con la sua presenza rimoveva gli ultimi scrupoli dall’animo del professore. Ormai c’era il marito, e di lui non si aveva più bisogno.

Egli uscì dunque dal teatro. Ne uscì con la testa confusa, col cuore in tumulto, con quello strano miscuglio d’impressioni e di sensazioni contrarie ch’egli provava sempre dopo esser stato con la Giorgina. Mai, mai una volta da poter dire senz’ambagi: — Oggi sono contento. — Ma fors’è così nella vita; ove c’è intensità di gioia c’è intensità di dolore.

Però, nel rifare la strada di casa e di mano in mano che l’aria fresca metteva un po’ d’ordine nelle sue idee, Teofoli diceva a sè stesso che quella sera egli aveva un gran torto di pensare ad altro che alla promessa dolcissima fattagli ripetutamente dall’amabile contessa; quella di venirlo a visitare nel suo studio. È vero che di quest’argomento s’era già discorso in passato, ma se n’era discorso per incidenza, nè egli stesso vi si era trattenuto più che tanto, nè vi aveva attribuito un grande significato. Adesso era tutt’altro, adesso la Giorgina s’era impegnata in modo solenne, e con una cert’aria di mistero che aggiungeva importanza alla cosa. Non c’è dubbio, la Serlati non veniva da lui come ci sarebbe venuta, per esempio, la Ermansi.... Ma come, come ci veniva? Con quali idee, con quali aspettazioni? Qui la mente del povero professore si smarriva in un pelago di congetture, ed egli sentiva alternarsi nell’anima audacie di leone e pusillanimità di coniglio, e avrebbe dati volentieri dieci degli anni che gli restavano a vivere per aver chiara e limpida davanti a sè la via da seguire. Ah, in fin dei conti, un po’ di pratica non è mai una disgrazia.

Insomma non è punto da far le maraviglie se dopo una serata così ricca di commozioni, il professore Clemente Teofoli non potè chiuder occhio per tutta la notte.

VII.

È una caratteristica delle civette quella di dare agli atti, alle parole più semplici un’apparenza che ne accresce la portata agli occhi degli ingenui. Ogni donna dice _buona sera_, _buon giorno_, _arrivederci_, ogni donna, se è stanca, accetta il braccio d’un cavaliere; se ha sete, lo prega di procurarle un bicchiere d’acqua; se le casca un guanto, lascia ch’egli lo raccolga; ma la civetta farà tutto ciò in un suo modo particolare. Nel _buon giorno_, nella _buona sera_ ci sarà un languore sentimentale; nell’_arrivederci_ ci sarà una promessa; nell’appoggiarsi ci sarà un molle abbandono; nel ringraziare d’un bicchier d’acqua portato, d’un guanto raccolto, ci sarà un’espressione tenera di riconoscenza piena di sottintesi.

Così, in via ordinaria, non v’è motivo di scandalo e di meraviglia nel fatto che una signora (e sia pur giovine e bella) vada una o più volte nello studio d’uno scienziato d’età matura e di reputazione illibata. E, in vero, abbiamo già detto che sulle prime il professore Teofoli non aveva messo malizia alcuna nella visita sperata della contessa Giorgina. Sarebbe stato certo un gran piacere per lui, ma la sua innocente galanteria non mirava più in là. Era stata la contessa con lo sue reticenze, col suo ordine di non dir nulla a nessuno che gli aveva messo il sangue in fermento. E come non aveva dormito la notte, così non seppe mettersi a lavorar di lena nei dì successivi. Dopo la sua lezione all’Università non riusciva a far altro. Nel suo insegnamento non si poteva scoprire il minimo sintomo di decadenza; la sua memoria, la sua dialettica erano sempre ammirabili, la sua parola era sempre limpida e colorita; anzi c’erano momenti ch’essa aveva un fascino maggiore dell’usato come di strumento a cui si sia aggiunta una nuova corda. Ma se il professore si manteneva all’altezza d’un tempo per ciò che riguardava le sue lezioni, lo scienziato non era più quello per l’assiduità nelle ricerche, per l’instancabile operosità del pensiero. E non era nemmeno più quello per la sollecitudine verso gli scolari dei quali una volta egli amava attorniarsi e che ora egli teneva sempre a una certa distanza. Peggio poi da quando aspettava la visita della Serlati. Bisognava assolutamente sviar quei ragazzi dal venirlo a cercare a casa. E se uno di loro gli diceva che sarebbe passato a disturbarlo per avere un libro in prestito, o per manifestargli alcuni suoi dubbi su qualche questiono un po’ controversa, egli aveva una sequela di ma, di se, di forse che scoraggiavano il sollecitatore. Ecco, in quanto al libro, gliene indicasse pure il titolo; glielo avrebbe fatto avere per mezzo del bidello. E circa ai dubbi che lo studente desiderava esporgli, s’eran tali da potersi risolvere lì per lì, valeva meglio spicciarsi subito; se no il giovine li mettesse in carta, ed egli avrebbe risposto nello stesso modo. Coi colleghi teneva un sistema analogo. S’isolava quanto più era possibile, insisteva sul suo gran da fare; suggeriva loro, se avevano da parlargli e non si sgomentavano dell’idea di aver fatto la strada inutilmente, di venir di sera, dalle sette allo otto.... _Per solito_, a quell’ora era in casa.

— Par d’essere nel deserto — borbottava la signora Pasqua. Ed ella che aveva in altri tempi molto brontolato pel continuo viavai della ragazzaglia, adesso brontolava perchè, a eccezione del postino, non c’era quasi nessuno che suonasse il campanello. E poi tutto andava alla peggio. Talvolta a metà della giornata, il professore annunziava che sarebbe stato a pranzo fuori, talvolta non si curava nemmeno di annunziar nulla, e all’ora del desinare non si faceva vedere. E non tollerava mica osservazioni. Oh sì. Era diventato un basilisco. — Se non v’accomoda, quella è la porta — ecco il suo ritornello.

Ah se la signora Pasqua non gli fosse stata affezionata, se non avesse trovato il suo tornaconto a stare al servizio d’un uomo solo! Non le restava altro conforto che quello di sfogarsi con le vicine e coi professori Frusti e Della Volpe, quando, venuti a cercar l’amico e non trovatolo avevano anch’essi la loro dose di fiele da versar nell’animo di qualcheduno. Già la signora Pasqua si conciliava subito la loro benevolenza col dir male delle donne. — Avevano ragione, avevano ragione da vendere. Le donne erano sempre la prima causa di tutti i mali. Non poteva rimaner dov’era, quel serpente, quella contessa che aveva reso irriconoscibile un uomo come il professore Teofoli?

Diceva ciò quasi a dipingerlo come la vittima di un incanto, di una malìa. Però i suoi interlocutori non ammettevano circostanze attenuanti. Se avesse avuto vent’anni, trent’anni, passi. Ma alla sua età? Non si è vittime quando non si vuol esser tali. Si fosse provata a civettar con loro, la signora contessa! Gli è che Teofoli aveva avuto sempre le sue debolezze per il bel sesso. Non aveva badato a chi gli presagiva che il salotto Ermansi sarebbe stato la sua rovina, aveva voluto girare intorno al fuoco e s’era bruciato le ali. Tanto peggio per lui!

Il più arrabbiato era il Della Volpe che non perdonava al collega di avergli fatto mangiare di magro a casa un venerdì inviandogli all’ultimo momento un biglietto per contrammandare il solito invito settimanale. Un’azionaccia, una vera azionaccia che lo aveva esposto ai sarcasmi della moglie e l’aveva costretto il giorno dopo a prendere il bicarbonato di soda per accomodarsi lo stomaco!

Del rimanente, anche quando i tre amici desinavano insieme, i loro ritrovi non avevano niente a che fare con quelli d’una volta. Le querimonie di Della Volpe contro la consorte viva e quelle di Frusti contro la defunta non sollevavano nessuna ilarità; alle galanterie di Teofoli non era lecito di fare il minimo accenno; i fatti della 19ª dinastia tebana e la rivalità di Carlo V e di Francesco I non riuscivano ad animare la conversazione; le virtù culinarie della signora Pasqua, per quanto apprezzate dai commensali, non ricevevano il debito tributo di lodi in causa dell’inappetenza dell’anfitrione. La signora Pasqua avvilita dal veder che il professore toccava appena le vivande, gettava sdegnosamente gli avanzi al gatto _Tocci_, dicendo che per poco che durasse così ell’avrebbe fatto la cucina soltanto per lui. — Ma già — ella proseguiva con aria sprezzante — tu non sei migliore del tuo padrone. Se ti salta qualche grillo, se la micia soriana dei nostri vicini ti fa qualche smorfia, pianti il cibo e la casa e corri dietro a quella poco di buono pegli orti e pei tetti. Bada però di non portartela qui dentro.... Se vi colgo state freschi.... Scandali non ne voglio.

La signora Pasqua, nel pronunciar queste gravi parole, non s’immaginava che il professore meditava appunto lo scandalo ch’ella non avrebbe perdonato a Tocci.

Erano trascorse due settimane dalla serata del teatro, nè la contessa Giorgina aveva più soggiunto una sillaba sul delicato argomento della sua visita. Dal canto suo il professore non osava interrogarla; cercava bensì che ne’ suoi occhi ci fosse la domanda che non osava salirgli alle labbra, ma non avrebbe potuto dire s’ella lo capiva o se voleva capirlo. Già, eravamo alle solite; ch’aveva sempre intorno a sè uno sciame d’oziosi, e, per quella sua benedetta fissazione d’esser cortese con tutti quanti, i vecchi amici si trovavano allo stesso livello dei nuovi arrivati. Teofoli non andava da lei senza dover subirsi una o due presentazioni. Il conte tale, il marchese tal altro. Bravissimi giovani piovuti dalle nuvole che a sentir il suo nome borghese chinavano appena la testa e a cui non passava neppure in mente che quel nome potess’essere più rispettabile e più conosciuto del loro. Che tirocinio d’umiltà deve fare un uomo d’ingegno allorchè si mette a corteggiare una donna galante!

Nondimeno, Teofoli era rassegnato a questo genere di mortificazioni. Ne avrebbe subìto in pace anche di maggiori se avesse potuto acquistar la certezza che la Serlati gli voleva un po’ di bene. Ma perchè quel contegno enigmatico? Perchè quel silenzio ostinato circa alla sua visita? Gliel’aveva o non gliel’aveva promessa? E come si può dimenticar così una promessa?

Ebbene, una sera nel venir via dalla conversazione dei Roncagli e proprio nel momento che il professore inghiottiva tanto veleno pensando alle paroline, ai sorrisi, alle occhiate che la contessa aveva scambiato fino allora con Montalto e con due o tre giovani ufficiali, ella colse un pretesto qualunque per avvicinarglisi e gli susurrò all’orecchio: — Aspettatemi domani, al tocco e mezzo.

Si pose il dito sulla bocca per intimargli silenzio, e senz’attender risposta diede il braccio a Montalto che l’accompagnò giù della scala fino alla carrozza.

Neppur volendo, Teofoli non avrebbe potuto rispondere. Era sbalordito, ammutolito, con la testa in combustione; sarebbe stato incapace di esprimere quel che provava. O fors’era simile al soldato che, dopo aver mostrato una grande impazienza di battersi, sente raddoppiar le pulsazioni del cuore nel vedere il nemico, e non è ben sicuro che quelle pulsazioni sian figlie tutte d’uno schietto entusiasmo.

VIII.

Il professore passò un’altra notte senza dormire (ormai la cosa gli accadeva spessissimo) e la mattina fu in piedi per tempo chiedendo a sè stesso se veramente fosse spuntato il giorno più memorabile della sua vita. In veste da camera entrò nello studio, quello studio ove al tocco e mezzo avrebbe ricevuto _lei_, ne aperse le imposte non badando al freddo, e quantunque il sole non fosse ancora visibile s’assicurò che il cielo era tutto sereno. Da questo lato dunque non c’era pericolo che sorgessero ostacoli alla visita della contessa. Naturalmente, se fosse piovuto, ella sarebbe rimasta a casa sua. Il buon Teofoli s’arrabbiò seco medesimo sorprendendo nel fondo del suo cuore una segreta e timida benevolenza verso la pioggia, la quale, in fin dei conti, gli avrebbe permesso di prepararsi meglio a questa specie d’esame.... Possibile ch’egli fosse un vigliacco?... S’armò d’un granatino e si diede a spolverar leggermente i mobili, i libri, e alcune fotografie appese a una delle pareti. Erano per lo più ritratti d’illustri contemporanei, italiani e stranieri, regalati in gran parte e portanti la firma autografa del donatore. Vi figuravano i principali cultori della storia, della filosofia e delle scienze in Italia; dei Tedeschi, il Mommsen, il Gregorovius, il Ranke, lo Strauss, il Virchow; dei Francesi, il Renan, il Littré, il Taine; degli Inglesi, il Darwin, lo Spencer, l’Huxley — i campioni insomma del pensiero moderno, dalle fronti ampie e severe ove la meditazione aveva segnato i suoi solchi, dagli occhi profondi che s’erano stancati nelle assidue ricerche. Teofoli che conosceva tanta parte delle loro opere avrebbe voluto in quel momento penetrar bene addentro nelle loro anime, sapere i loro segreti più intimi, chieder loro se si fossero mai trovati in condizioni simili a quella in cui egli si trovava, implorare il soccorso della loro esperienza. Ahimè, nè da loro nè dai libri allineati negli scaffali gli veniva lume a’ suoi dubbi. Ed egli era tentato di domandarsi a che servono le biblioteche se non danno una guida, un conforto nei casi difficili.

Frattanto macchinalmente, inconsciamente riordinava le carte e gli opuscoli che ingombravano il suo tavolino, apriva sul leggìo un magnifico atlante di Stieler, avvicinava alquanto alla finestra un bel mappamondo che aveva comperato l’anno addietro a Lipsia, metteva in mostra un volume di Spencer arrivatogli una settimana addietro con la dedica dell’autore. Molto di più avrebbe fatto, se non fosse stato il timore d’insospettire la signora Pasqua con le novità.

Ma la signora Pasqua venendo, come usava ogni giorno, alle nove a portare il caffè e ad accender la stufa non s’accorse di null’altro che della brutta cera del padrone il quale dovrebbe almeno, ella disse, rimanere in letto un’ora di più la mattina dopo che aveva preso l’abitudine di passare una parte della notte fuori di casa. — Se crede che le faccia bene, — ella soggiunse.

— Son fantasie vostre, cara Pasqua, — rispose il professore. — Io sto benissimo....

— Sarà.... Ma l’altr’anno stava molto meglio.

— Nemmeno per sogno, — replicò Teofoli, rimettendo la chicchera sul vassoio. — I miei vestiti sono pronti?

— Sissignore. E oggi è a casa tanto a colazione che a pranzo?

— Sì, sono a casa. Lasciatemi adesso, chè devo far qualche cosa prima d’andare all’Università.

Mezz’ora dopo, il professore Teofoli saliva in cattedra ed esponeva a’ suoi studenti con parola fluida e precisa il sistema di Augusto Comte, ciò che prova, a chi ne dubitasse, che molte funzioni anche intellettuali diventano con l’abitudine semplici funzioni meccaniche e che basta toccar certe corde per averne certe sonate. In realtà quella mattina il nostro professore non si curava nè di Augusto Comte nè della filosofia positiva e la sola impressione destata in lui dalla presenza della colta gioventù era quella che il più asino della classe avrebbe affrontato con maggior serenità e baldanza di spirito le vicende di un convegno galante.

A colazione egli fu altrettanto taciturno quanto la mattina, e la signora Pasqua non riuscì a cavargli di bocca che qualche monosillabo.

Questa taciturnità crescente del suo padrone non era l’ultima delle ragioni che spingevano la signora Pasqua ad approfittar delle sue due ore di libertà per andare a sfogarsi con le sue amiche. E anche quel giorno, alle dodici e cinquantacinque minuti, ella infilò la porta, liberando il professore dalla paura che per uno o un altro motivo ella s’indugiasse più dell’usato. Uscita lei, fu facile al nostro Teofoli di sbarazzarsi del ragazzo Fedele, un galoppino che stava sempre a sua disposizione e che una volta fuori del nido metteva un secolo a tornarci. È vero che ordinariamente Fedele si tratteneva in casa durante le assenze della signora Pasqua, ma egli non era uomo da far obbiezioni ad andarsene, e accettò con entusiasmo due o tre incarichi che gli fornivano un ottimo pretesto per stare in giro mezza giornata.

E così, all’una e pochi minuti il professore Clemente Teofoli fu solo.... aspettando. Non già nella camera da studio ch’era piuttosto appartata, ma nel salottino da pranzo che dava sulla strada. Ne aperse l’uscio per sentir meglio il campanello, sollevò alquanto il lembo d’una tendina e si mise in vedetta. Da che parte sarebbe venuta? Se veniva direttamente dalla sua abitazione sarebbe venuta dalla destra; ma era probabile che avesse fatto una diversione, che venisse dal lato opposto. Non importa; egli l’avrebbe vista a ogni modo. Ma come sarebbe venuta? A piedi o in carrozza? Certo non nella sua carrozza. Se no, come mantenere il segreto? Forse il meglio era ch’ell’avesse preso un fiacre a nolo. E vero che anche il fiacre lì fermo ad attenderla dinanzi alla porta aveva i suoi inconvenienti. Pazienza; gl’inconvenienti non si potevano evitare nè in carrozza nè a piedi.... Qui poi lo assaliva un dubbio più fiero.... S’ella non fosse venuta? S’egli l’avesse fraintesa? S’ell’avesse voluto fargli una burla? Ma perchè? Ma perchè?

Era l’una e un quarto. Anche s’ella fosse stata puntuale non avrebbe potuto esser da lui che tra un quarto d’ora; che ragione c’era ch’egli stesse con gli usci aperti a pigliarsi il fresco prima del tempo? Rientrò in camera da studio, non già per rimanervi, ma per dare un’occhiata alla stufa, per rifondervi della nuova legna. Subito dopo si rimise al suo osservatorio.

La strada era delle meno frequentate. Pochi pedoni; a lunghi intervalli una vettura. Ah, come il cuore gli balzava a ogni scalpitìo di zampe ferrate, a ogni romore di ruote, a ogni apparire in fondo alla via d’un cappellino e d’un vestito femminile! Ma non era lei, non poteva esser lei; mancavano dieci, mancavano cinque minuti all’ora prefissa.

Finalmente suonò la mezza, e da quell’istante le ansie dell’attesa raddoppiarono. Ogni secondo pareva un minuto, ogni minuto pareva un’ora. A un certo punto Teofoli ebbe una strana allucinazione. Vide da lontano un suo studente con una donna, e quella donna, nella sua fantasia riscaldata, pigliò l’aspetto della contessa Giorgina. Era possibile? L’incanto fu subito rotto. Quello era bensì uno studente, ed era in compagnia d’una ragazza, ma la ragazza, quantunque abbigliata con una certa eleganza, aveva l’aria di non esser altro che una crestaia. Ed egli aveva commesso il sacrilegio di scambiarla con la Serlati! La giovine coppia passò sotto le finestre di Teofoli senza nemmeno alzar la testa; lo scolaro ch’era venuto ripetutamente dal suo professore per ragioni di studio aveva adesso ben altro che il suo professore pel capo. Ah, come sembravano felici quei due! Come camminavano svelti, spediti, come ridevano e ciarlavano e si divoravano con gli occhi! Succedono pure di grandi trasformazioni in noi stessi. Alcuni mesi addietro, Teofoli avrebbe certo biasimato in cuor suo l’incauto discepolo che si lasciava adescare da una sguaiata, avrebbe fatto eco alle filippiche di Dalla Volpe e di Frusti contro le femmine; ora invece era pieno d’indulgenza pel sedotto e per la seduttrice e quasi quasi avrebbe voluto essere al loro posto.

— Ma! Gioventù! — egli sospirò quando la coppia si fu dileguata.

E con un secondo sospiro guardò l’orologio. La lancetta segnava l’una e tre quarti. Ah cattiva contessa; si sarebbe dunque presa gioco di lui?