Prima di partire

Part 7

Chapter 73,784 wordsPublic domain

Quest’era il caso della contessa Serlati. Per civetta era una civetta adorabile; se si fosse forzata a divenire una donna savia, assestata, casalinga, sarebbe parsa una creatura insignificante e melensa. Certo che non erano da invidiare coloro che si abbruciavano a’ suoi raggi, e il professore Clemente Teofoli era da invidiare meno di tutti. L’incontro della Serlati era stato per lui un colpo di sole ben più grave di quello che aveva minacciato l’esistenza del suo collega Dalla Volpe. Ella lo aveva sin dal primo istante domato con la sua bellezza e con la sua grazia, ell’aveva fatto vibrare in lui delle corde che non avevano vibrato mai, gli aveva aperto lo spiraglio d’un mondo ignoto al paragone del quale impallidivano anche le visioni luminose del vero in cui soltanto s’era fino allora appuntata la sua pupilla. Se si fosse chiesto a Teofoli che cosa desiderava, a che cosa credeva potesse approdare questa sua passione, egli non avrebbe saputo rispondere. O forse avrebbe risposto che non pretendeva nulla, che gli bastava viver presso a quella donna incantevole, pendere dalle sue labbra, inebbriarsi allo splendore de’ suoi occhi. E probabilmente, nell’entusiasmo che scalda i primordi dell’amore, avrebbe soggiunto che da quando la conosceva si sentiva la fantasia più feconda, l’intelligenza più alacre, e che l’opera da lui meditata nelle lunghe vigilie sarebbe giunta meglio a maturità ora che un dolce sorriso gli era in pari tempo inspirazione e compenso. Gl’innamorati cominciano col creder sempre così.

In quanto alla Serlati non c’era punto da maravigliarsi ch’ella accettasse gli omaggi di Teofoli come accettava quelli di tutti gli altri. E non era neanche così strano ch’ella mostrasse di aggradirli in modo speciale. La sua vanità era stata singolarmente lusingata dall’impressione fulminea ch’ella aveva prodotto sopra un uomo d’età matura, di costumi austeri, dedito interamente agli studi e celebre in Italia e fuori. Poichè le donne possono essere indifferenti alla dottrina e all’ingegno; non sono mai indifferenti alla celebrità. La contessa Giorgina pensava con ragione che di spasimanti della risma di Montalto ella ne avrebbe trovati a dozzine, ma che i Teofoli erano pochi e che non era piccola soddisfazione per lei l’averne uno aggiogato al proprio carro. Aggiungasi un’ultima particolarità della nostra bella contessa. Ell’aveva uno spirito leggero, superficiale; pur non si poteva negarle una certa prontezza e versatilità, una certa curiosità di sapere e d’apprendere. È poi naturale che queste doti non accoppiate a nessuna perseveranza, a nessuna fermezza riuscissero all’unico risultato di alloggiare nella sua povera testolina una serie di nozioni confuse e mal digerite.

Ecco, per esempio, a Parigi l’era venuto il ghiribizzo di studiar scienze fisiche e aveva preso alcune lezioni da uno scienziato che la corteggiava. Ma le prime difficoltà l’avevano sbigottita; se l’era presa col maestro che non sapeva insegnare, e gli aveva dato il ben servito e come professore e come galante. Più tardi, a Roma, era stata assalita da un nuovo capriccio. Avrebbe voluto imparare la pittura, ma avrebbe voluto impararla presto, non in modo da far dei quadri originali ma in modo da poter far delle copie. Non doveva esser così difficile il copiare. Un artista famoso che le bazzicava per casa ebbe l’insigne onore di dirigere quella mano gentile. Dopo qualche settimana la contessa perdette la pazienza. — Di questo passo, — ella esclamò infastidita, — ci vorranno cinquant’anni perchè io arrivi a dipingere passabilmente una testa.

L’artista, vedute le disposizioni della sua allieva, pensava che anzichè cinquanta gliene sarebbero voluti cento, e glielo fece intendere. Ma siccome aveva più spirito dello scienziato francese, glielo fece intender con garbo, offrendosi di avviarla in uno studio diverso, quello dell’archeologia.

La contessa accettò con trasporto. L’archeologia studiata a Roma, sotto una guida esperta e simpatica! Ma era una di quelle fortune da non lasciarsi scappare. E poi il dedicarsi all’archeologia era un prender due piccioni a una fava; era uno studiare, con la storia dei monumenti, la storia di Roma, senza noia di libri, nelle condizioni più propizie possibili, parte in carrozza, parte a piedi, quasi sempre all’aria aperta. In conseguenza di ciò la bella contessa fu vista tra i ruderi della città eterna, insieme col celebre artista, intenta a prender note sul suo taccuino, ora al Campidoglio, ora al Foro Romano, ora al Palazzo dei Cesari, o al Colosseo, o alle Catacombe, o alle Terme di Caracalla. Per i primi due giorni l’accompagnò il marito. Diavolo! Non era mica conveniente che una signora della sua età girasse sola per Roma con un estraneo. Ma que’ due giorni misero a troppo dura prova le forze del conte Serlati. Alzarsi presto la mattina, trascurare i suoi cavalli e il suo club per veder quattro sassi e sentir degli sproloqui sui primi abitatori del Lazio e sulla fusione dell’arte greca con l’arte romana? Ah, non era affare per lui. Ed egli tentò di persuader sua moglie che non sarebbe stato nemmeno affare per lei. Ma ella tenne fermo. Non era così volubile, sebbene la dicessero tale; non intendeva troncare uno studio così bene incominciato. In quanto a lui, chi lo costringeva a seguirla? Non credeva ch’ella sapesse custodirsi da sola? Riluttante sul principio, il conte finì col lasciarsi persuadere. E la eccentrica signora continuò le passeggiate archeologiche col suo cicerone. Continuò per un paio di settimane, miracolo di perseveranza, chi consideri il suo carattere. È vero che badando alle chiacchiere dei maligni, la bella contessa e il celebre artista non si occupavano soltanto di archeologia. A ogni modo, passate le due settimane, la contessa Giorgina dovette riconoscere che anche l’archeologia ha i suoi inconvenienti. O le bisognava trascurare i suoi alti doveri sociali, o rinunciare ad aver mai un momento di quiete. Arrivava dalle sue conoscenti ansante, trafelata; i suoi adoratori non la trovavano mai in casa; la sera, nei salotti, le accadeva di esser côlta da un’invincibile sonnolenza. Le amiche la canzonavano. Sei matta? Vuoi diventar socia dell’accademia dei Lincei? Non ti accorgi che per poco che la duri sarai la favola del paese? E non capisci che ti _comprometti_? Che ti si crede più invaghita dell’archeologo che dell’archeologia? Se vedessi poi come ti sciupi la pelle! Perdi ogni freschezza, finirai col farti la carnagione di quelli che stanno esposti all’aria ed al sole.

Questo pronostico recò il colpo di grazia alla vocazione della contessa per lo ricerche archeologiche.

Pareva anzi che si fossero acquetate in lei definitivamente le curiosità intellettuali e ch’ella fosse rassegnata a esercitar le sue forze soltanto nel campo della galanteria ove non c’era chi potesse contrastarle la palma. Ma l’incontro con Teofoli a Sant’Eufemia riaccese uno de’ suoi fuochi di paglia. Alcune parole ch’egli disse una sera intorno a Spinoza la invogliarono della filosofia. Quello doveva essere uno studio attraente, quando si potesse avere un professore come Teofoli, un uomo che rendeva chiari i soggetti più astrusi. O se Teofoli avesse voluto! Figuriamoci se non voleva! Sarebbe stato per lui un onore, una felicità. Egli si metteva a sua disposizione e adesso in campagna e più tardi in città, alle ore che lei desiderava, anche tutti i giorni.... anche tutto il giorno se a lei fosse piaciuto — egli concluse con enfasi e infiammandosi in volto.

Troppe grazie!... a lei bastava una infarinatura, quella che può occorrere a una donna, specialmente sulle dottrine di Spinoza.

Perchè a una donna dovesse occorrere specialmente la conoscenza, sia pure superficiale, delle dottrine di Spinoza è piuttosto difficile a intendere. Ma Teofoli non volle contraddire alla sua bella discepola e si accinse con molto fervore a spiegarle i principii cardinali su cui si appoggiano l’_Etica_ e il _Trattato teologico politico_ del sommo Olandese. Questi dotti colloqui succedevano per solito nel giardino degli Ermansi, nell’ora in cui gli altri usavano ritirarsi nelle proprie camere, e vi partecipava la cagnetta _Darling_, la quale aveva un debole per le gambe del professore, e non avrebbe rinunziato per tutto l’oro del mondo a mordergli almeno i calzoni. Onde accadeva sovente che i discorsi sull’Ente assoluto e sulla legge di causalità fossero interrotti dalle sommesse e quasi carezzevoli proteste del filosofo minacciato nella sua integrità personale e dalle rampogne più severe della contessa contro il poco rispettoso quadrupede. Talvolta c’erano altri motivi di distrazione. La Serlati aveva qualche suggerimento da dare al professore Teofoli circa alla sua _toilette_. Quella cravatta col fiocco fisso non era di buon gusto; quei polsini staccati dalla camicia non si usavano più; quei colletti troppo alti erano da notaio, eccetera, eccetera. L’ottimo professore pendeva dalle labbra della sua scolara e s’impegnava a seguirne in tutto e per tutto i consigli. — Chi non imparerebbe con una tal maestra? — egli diceva entusiasta. Ed ella replicava compiacente e lusinghiera: — È cosa reciproca, caro Teofoli, è cosa reciproca.... Mutuo insegnamento.

Quelle erano ore deliziose per Teofoli. C’era però il rovescio della medaglia. Quando la contessa era insieme col marchese di Montalto e con altri giovinastri della stessa risma, ospiti come lei degli Ermansi, ella dimenticava interamente la filosofia ed il filosofo. O se ne ricordava soltanto per scherzarne.... scherzi senza dubbio argutissimi, ma che il nostro egregio amico gustava limitatamente, quantunque egli si affrettasse a dichiarare che tutto stava bene su quella bocca di rosa.

Già, per disinvolto che volesse parere, alcune cose gli mettevano addosso un’inquietudine, un cruccio grandissimo. Si rodeva di non poter seguirla nelle sue cavalcate con quei capiscarichi, ma più di tutto si rodeva se nel dopo pranzo, allorchè l’intera compagnia era raccolta sul terrazzo, la bella donnina si allontanava in silenzio e scendeva in giardino con Montalto o con altri perdendosi in quei viali, in quei boschetti ove poche ore prima egli l’aveva intrattenuta in dotti ragionamenti frammezzati di silenzi, di sospiri, di discrete allusioni che dovevano farle capire la sua passione rispettosa e profonda. Chi sa se Montalto sarebbe stato così riservato? Il professore Teofoli se la prendeva col conte Ercole, il marito, il quale fumava tranquillamente discorrendo di cani e di cavalli con Ermansi senza neppur badare alla moglie. Ah mariti, mariti! Paion fatti apposta per tirarsi addosso le disgrazie. Però Teofoli non poteva a meno di fare in cuor suo qualche rimprovero anche alla contessa Giorgina. Che gusto doveva trovarci una donna come lei a prestare orecchio a dei libertini che non avevano nè ingegno, nè spirito, nè coltura? Oh, su questo punto Teofoli non s’ingannava. Egli aveva buon naso. Di Montalto, per esempio, egli parlava _ex informata conscientia_; avendolo avuto anni addietro per scolaro all’Università. Uno scolaro che non assisteva mai alle lezioni, che doveva ripeter tre o quattro volte gli esami e a cui si finiva coll’accordare il passaggio per non vederselo più davanti agli occhi. Ecco, la contessa Giorgina faceva male, proprio male a perdere il suo tempo con quel balordo.... Ah se Teofoli avesse potuto immaginarsi che Montalto dava del balordo a lui, e che, in quel momento, un giudice imparziale sarebbe stato in un bell’impiccio a dire chi dei due avesse ragione!

V.

Sarebbe un’offesa alla verità l’affermare che, dopo la villeggiatura, i colloqui filosofici della Serlati con Teofoli procedessero molto regolarmente. Le occupazioni della bella contessa non lo permettevano. Quantunque la sua dimora a X fosse piuttosto un esperimento che altro, ed ella si fosse accomodata provvisoriamente in un quartierino ammobigliato, ella non intendeva vivervi nell’ombra e aveva quindi da far visite e da riceverne, da conferire con la sarta, con la modista, col gioielliere, da prepararsi insomma a passar bene il prossimo carnevale. Inoltre, con tutto il rispetto per Spinoza, ella era forzata a confessare che lo trovava più noioso del bisogno. Non si sarebbe potuto, a tempo opportuno, occuparsi di Darwin, di Spencer?... Ma sicuro; il professore non desiderava di meglio. Egli ammirava que’ due illustri pensatori; anzi con Darwin era stato e con Spencer era in corrispondenza; figuriamoci se non si sarebbe volentieri fatto interprete del loro pensiero con la contessa Giorgina! — Va bene, va bene, — ella disse — sarà per la quaresima.

Se, per le gravi ragioni che sappiamo, la Serlati non si dedicava con fervore agli studi, è innegabile però ch’ella seguitava a mostrarsi singolarmente benevola al nostro professore. Gli aveva regalato una sua fotografia ch’egli custodiva come una reliquia dentro un cassetto per non esporla a sguardi profani; lo invitava a desinare da lei un paio di volte per settimana, lo riceveva anche di giorno, a qualunque ora, quand’era in casa, lo avvertiva delle sere ch’ella andava a teatro, lo eccitava a lasciarsi presentare a due o tre famiglie che avrebbero aperto i loro salotti in carnevale. Queste sollecitazioni trovavano in principio il Teofoli renitente; egli pensava alle sue care abitudini, alle sue serate tranquille, al suo studio, a’ suoi fidi compagni; ma d’altra parte se quello era l’unico modo di veder spesso la contessa Giorgina, se, rifiutando, si correva il pericolo di disgustarla? Ond’egli fece violenza alla sua indole e comparve qualche volta a teatro e consentì a frequentare qualche nuovo salotto. Non che vi si divertisse; ah questo no. A teatro egli badava poco alla scena; dal suo posto di platea guardava al palchetto della Serlati ch’era sfolgorante di bellezza e di grazia e intorno alla quale c’era un nugolo di adoratori. Per andare a salutarla egli avrebbe voluto cogliere un momento in cui non ci fosse nessuno, ma questo momento non capitava mai e gli conveniva pur risolversi a entrare nel palchetto pieno. E dopo esser riuscito con fatica a darle la mano sedeva in un angolo, assordato dal cinguettìo di tutta quella gioventù frivola ed elegante che discorreva di balli, di _toilettes_, di sposalizi, d’intrighi amorosi. Tuttavia la contessa Giorgina non lo dimenticava, e rivolgendosi a lui con la sua voce flautata gli chiedeva il suo parere sullo spettacolo. E siccome per poco ch’egli fosse stato attento era stato certo più attento di lei, egli si accingeva ad esprimere coscienziosamente i propri giudizi, ma gli era forza smetter subito, o perchè la sua interlocutrice passava ad altro argomento, o perchè la porta del palchetto s’apriva a nuovi visitatori. Naturalmente i primi arrivati dovevano cedere il posto, e così, a mano a mano, quelli giunti dopo si avanzavano dal fondo alla fronte del palco e si avvicinavano al posto d’onore. Ma non ci rimanevano un pezzo, cacciati com’erano dai sopravvenienti. Teofoli attendeva anch’egli il suo turno, sedeva per un istante a fianco o dirimpetto alla contessa, e poi se ne tornava alla sua poltroncina, o più sovente abbandonava addirittura il teatro, riportandone un misto d’impressioni dolci ed amare. Egli aveva un bel dire a sè stesso che una donnina come la Serlati non poteva a meno di aver una folla di relazioni, e ch’era da aspettarsi di vederla cinta da uno stuolo di spasimanti; aveva un bel dire che tutte lo signore giovani, avvenenti, ricche, spiritose sono quasi costrette a menar l’identica vita; ciò non bastava a calmar l’inquietudine de’ suoi nervi. La Giorgina (tra sè e sè egli la chiamava così) a ventidue o ventitrè anni appena avrebbe avuto necessità di una guida, non avrebbe dovuto esser lasciata esposta a tutte le tentazioni. Quel suo marito era d’una leggerezza! Non si curava nemmeno d’assumere informazioni sul conto di quelli ch’eran presentati a sua moglie! E ce n’erano d’ogni specie; ufficiali e forestieri per la massima parte, gente che di punto in bianco avrebbe preso il volo per lidi ignoti e che dalla instabilità del domicilio era resa pressochè irresponsabile.

In società Teofoli faceva le medesime riflessioni, aveva le medesime angustie che in teatro. Non era possibile giungere fino alla contessa che oltrepassando una barriera di galanti cosmopoliti. Con la sua innata affabilità che diceva: — Buona sera, Teofoli, — lo eccitava ad accostare una sedia, e a mettersi anch’egli nel suo circolo. Ma quand’egli cedeva alla tentazione non tardava a trovarsi a disagio, egli uomo più che maturo fra tanti giovani, egli uomo grave fra tanti scapati. Si vedeva squadrato dalla testa ai piedi, notava un fondo d’ironia perfino nella deferenza che gli si mostrava. Involontariamente correva col pensiero alla sua cameretta raccolta, alla sua solitudine pensosa, alla sua biblioteca, a’ suoi quaderni, alla sua grande opera storico-filosofica a cui le mutate abitudini gl’impedivano di attendere come avrebbe dovuto. E suo malgrado lo assaliva un rimpianto di quei tempi tranquilli, di quelle laboriose giornate che gli costavano tanto minor fatica delle distrazioni presenti. Allora le sue distrazioni si limitavano alle passeggiate con Dalla Volpe e con Frusti, che ormai gli tenevano il broncio, alle due sere per settimana passate dalla Ermansi, che diveniva sempre più fredda verso di lui, che non gli mandava neanche più le sue rose dopo che aveva saputo ch’esse andavano a finire dalla bella contessa Giorgina. Tutta, tutta la vita di Teofoli era cambiata. E per causa di chi? Per causa della Serlati.

A mente fredda egli formava mille propositi eroici. Avrebbe diradato le sue visite, avrebbe cercato di esonerarsi dagl’inviti a pranzo, non sarebbe andato nè a teatro, nè in società, luoghi che non erano fatti per lui. Oh sì. Proprio negl’istanti in cui la sua risoluzione pareva più salda, qualche incidente imprevisto lo costringeva a mutar consiglio. È più facile a un gran generale di perdere una battaglia che a una civetta sopraffina di perdere un adoratore. Un istinto infallibile l’avverte del pericolo e le suggerisce il rimedio. La contessa Giorgina non intendeva rinunziare agli omaggi di Teofoli, ch’era certo il più vecchio, il meno chic de’ suoi vagheggini, ma ch’era anche il più illustre, quello che forse le voleva più bene di tutti, quello a ogni modo che non badava ad altre donne che a lei. E allorchè le sembrava ch’egli mirasse a emanciparsi, ella lo legava a sè con uno sguardo, con un sorriso, con una parola, con una preferenza spiccata. Le preferenze femminili, già si sa, sono servigi richiesti a ciascuno secondo le sue attitudini. Un giorno ella gli mandò un bigliettino così concepito:

“Caro Teofoli. Potreste stasera accompagnarmi a teatro? Non si tratta che di accompagnarmi e di restare al massimo una mezz’oretta in palco con me fin che capiti qualcheduno. In ogni caso, sul tardi verrà mio marito che ha non so quale impegno subito dopo pranzo, ma sarà libero prima delle undici. Se non mi manderete a dir nulla in contrario, vi aspetterò per le otto e mezza a casa mia. Scusate e prendete la mia indiscrezione come una prova della mia amicizia.„

VI.

Il professore era a casa Serlati alle otto e un quarto. Sulle scale egli trovò il conte Ercole che lo salutò cordialmente. — Bravo, professore. Lo ringrazio anch’io della sua gentilezza. Alla Giorgina non sarebbero mancati i cavalieri, ma noi abbiamo preferito lei.

— È un onore, un onore grandissimo, — biascicava Teofoli.

Il conte Ercole sorrise. — Basterà che rimanga finchè principia il turno delle visite. Non avrà tanto da aspettare. Mia moglie conosce ormai mezza città.

— Pur troppo, — avrebbe voluto rispondere il professore. Ma si contentò di protestare ch’egli era ben lieto di consacrar l’intera serata alla sua ottima amica.

Su in casa lo s’introdusse in un salottino bene riscaldato, bene illuminato, pieno di ninnoli altrettanto inutili quanto eleganti, e lo si pregò di attendere. La contessa finiva di vestirsi.

Di lì a pochi minuti ella comparve abbottonandosi i guanti e seguita dalla cameriera che teneva spiegata una mantellina di stoffa bianca con guarnizione di cigno.

— Lo sapevo bene che su voi si può fare assegnamento, — ella gli disse stendendogli la mano. — Avete anticipato.

— Oh.... di qualche minuto.

Ella si affacciò allo specchio. — Ecco, per non lasciarvi solo son venuta a compier qui la mia toilette.

Si rivolse alla cameriera. — Maria, infilami la mantellina.

La contessa Serlati quella sera era proprio un amore, con le sue belle braccia nude, con l’abito di raso nero aperto sul davanti, con un monile di perle intorno al collo di neve, e senz’altro ornamento in testa che una camelia d’un color roseo pallido che faceva spiccare il castano scuro de’ suoi capelli.

— Mi par di leggervi in cuore, — ella disse mentre dava un’ultima occhiata allo specchio. — Queste donne non finiscono mai di lisciarsi, di contemplarsi.... Tutte un impasto di vanità....

— Oh contessa....

— No, no, in fondo avete ragione.... Ma se siamo fatte così? Se la cura della nostra persona e del nostro abbigliamento è parte del nostro decoro, della nostra dignità?

— Ed è naturale, — rispose con galanteria il professore. — Quando la persona è un’opera d’arte merita bene il conto di occuparsene.

— Sempre gentile, — ella soggiunse avvicinandosi.... — Io però credo d’esser delle più spiccie a vestirmi.... Me ne appello alla Maria.

La cameriera chinò il capo assentendo.

— La carrozza? — domandò la contessa.

— È pronta.

— Andiamo allora.

Il professore Teofoli era stato più volte in carrozza con la contessa, ma solo con lei, di sera, in un legno chiuso, non c’era stato mai. Si sentiva al tempo stesso orgoglioso e turbato di quella vicinanza, di quel tepore, di quel profumo che l’avvolgeva. Dai lampioni della strada entravano ogni tanto dei fasci di luce nel landau, ed egli vedeva quella testina adorabile voltata dalla sua parte, quei grandi occhi scintillanti, quelle labbra rosee fatte per sorridere e per baciare.... Oh com’egli capiva che per un bacio di quelle labbra rosee si desse la vita!... Se avesse osato?... Ma l’età dell’audacia era passata da un pezzo.... E poi egli non era stato giovine nemmeno a trenta, nemmeno a venti anni.... come poteva esser tale a cinquanta?

— Non avete niente da raccontarmi? — disse a un certo punto la Serlati. — A che pensate stasera?

— Penso, — replicò il professore, — al dottor Fausto che dopo esser invecchiato sui libri assimilandosi quasi tutto lo scibile umano, vendette l’anima al diavolo per tornar giovine e farsi amare da Margherita.

— E che c’entrano Fausto e Margherita in questo momento?

— Oh più di quello che non creda, contessa.

— Lasciamo stare Margherita. Sareste voi Fausto?

— Sono di quella famiglia.... Meno sapiente, s’intende.

— Meno vecchio piuttosto.

— Uno è vecchio appena ha cessato d’esser giovine.

— E vendereste l’anima al diavolo?

— Forse sarebbe inutile offrirgliela. Il diavolo è diventato più positivo e s’è accorto che le anime non valgono quello che costano.

— Però voi non credete al diavolo, — soggiunse maliziosamente la contessa.

— Credevo di non credervi.

— E avete mutato opinione?

— Sono problemi gravi.

— Ah Teofoli, — disse la Serlati con uno di quei bruschi passaggi di cui le donne hanno il segreto, — che ce n’è delle nostre conferenze di filosofia, del nostro Spinoza, del nostro Darwin, del nostro Spencer?

— Cara contessa, — ribattè il professore, — sa bene che dal canto mio....

— Lo so, lo so, non è colpa vostra.... Ma vedete voi pure se ho un momento di quiete.... V’avevo anche promesso di venir a vedere le fotografie di quegli omenoni nel vostro studio.

— Magari venisse! — proruppe Teofoli. — Non ardisco sperarlo.

— Avete torto.... Forse sarei venuta se non temessi di esser morsicata dal vostro Cerbero.

— Che Cerbero?

— La vostra governante, la vostra cuoca, quello che è insomma.

— La Pasqua?

— Si chiama Pasqua? Un nome stagionato, da persona matura.... Ebbene, scommetterei che quella donna lì non mi può soffrire....