Part 9
In quel momento gli occhi del professore Teofoli caddero sopra una persona la cui presenza gli recò una noia infinita. Dall’altra parte della strada, poco men che dirimpetto alle sue finestre, il conte Antonio Ermansi, spuntato non si sa di dove e fermo dinanzi alla mostra di un rigattiere, esaminava in tutti i sensi alcuni vecchi libri, mentre il padrone del negozio che stava sulla soglia in atto ossequioso cercava d’indovinare dall’espressione e dai gesti del bibliomane il valore della propria merce, da lui pagata a peso di carta.
— Cretino d’un Ermansi! — borbottava rabbiosamente il professore stringendo i pugni. — Aveva da venir qui giusto oggi.... E non si risolve mica ad andar via.... Oh sì.... Meno male che entra nella bottega.... E poi dev’esser miope.... Ah!...
_Ah_, dice il dizionario, è una _interiezione che si usa per esprimere diversi affetti_. Certo che adesso, in bocca del professore Clemente Teofoli, essa ne esprimeva moltissimi. Chè di là ond’erano venuti lo studente e la crestaia egli aveva visto sorgere (a lui era parso davvero che sorgesse dal suolo) una bella, agile figura di donna, avviluppata in una lunga pelliccia, con un cappellino di velluto color marrone con nastri azzurri, la veletta calata sul volto e le mani nascoste in un piccolo manicotto. Era lei, era lei. La cagnetta che l’accompagnava e che aveva tutti i connotati di _Darling_ bastava a rimuover gli ultimi dubbi.
IX.
L’andatura della contessa (poichè Teofoli non s’era ingannato) non tradiva la minima esitanza, il minimo imbarazzo; s’ella aveva il velo abbassato, s’ella studiava il passo, era pel freddo e non per la paura di esser sorpresa. Giunta all’abitazione del professore, di cui ella conosceva benissimo la facciata, ella infilò il portone che di giorno era sempre aperto, salì la prima branca della scala e si fermò sul pianerottolo. Ma non ebbe bisogno di suonare il campanello accanto al quale era inciso su una piastra d’ottone il nome _Teofoli_, chè l’uscio girò lentamente sui cardini e una voce soffocata disse dal di dentro: — Contessa, o contessa Giorgina.
— Buon giorno, Teofoli, — ella rispose entrando con molta calma e tranquillità.
— Com’è stata buona, com’è stata gentile! — esclamava il professore porgendole la destra mentre con l’altra mano andava quietando _Darling_ che gli saltava alle gambe. — Non osavo sperare.
La contessa fece una risatina che mise allo scoperto una doppia fila di denti bianchissimi, e domandò: — Cerbero non c’è?
— Nè Cerbero, nè nessuno, — replicò il professore con un accento che a lei parve fin troppo tenero.
— Bah! — ella soggiunse. — In fondo sarebbe stato lo stesso.
Teofoli che precedeva di qualche passo la bella visitatrice e aveva già aperto l’uscio della sua camera da studio non ebbe tempo di rilevare il senso di questa frase poco appassionata, essendo avvenuto in quel momento un singolare incidente.
Il gatto Tocci, avvertito dal suo fine odorato o dal tintinnio dei sonagli di _Darling_ della presenza di un quadrupede estraneo sotto il tetto domestico, si precipitò come un fulmine dal focolare della cucina ove faceva il suo chilo e piombò minaccioso sulla cagnetta, la quale, pusillanime per sua natura, evitò la pugna e inseguita dall’avversario corse a ripararsi nello studio del professore, sotto uno scaffale. _Tocci_, da animale che temperava l’audacia con la prudenza, non volle impegnare battaglia in condizioni sfavorevoli, ma col pelo arruffato, con la coda ingrossata si piantò dinanzi agli accampamenti dell’intruso esprimendo i suoi fieri propositi con certi rauchi e lunghi miagolii di non dubbio significato per chi conosce il linguaggio felino. Alle grida della contessa atterrita dal pericolo di _Darling_, Teofoli affrontò coraggiosamente il gatto belligero e dopo inutili sforzi per impadronirsene riuscì infine a cacciarlo dallo studio nell’andito e dall’andito nella camera della signora Pasqua di cui chiuse l’uscio con un colpo secco. Compiuta questa lodevole impresa, il filosofo tornò dalla Giorgina ch’egli trovò accovacciata sul tappeto e intenta a tirar fuori _Darling_ dal suo rifugio.
— Che bestie feroci tenete presso di voi? — ella gli disse in tuono di rimprovero.
— Oh per carità, contessa, mi perdoni, — balbettò il professore tutto confuso. — Se avessi potuto credere, se avessi potuto immaginare.... _Darling_, povera _Darling_, quell’animalaccio non ti ha mica fatto nulla?
— Paura le ha fatto.... Vedetela come trema.... Pur che non si ricominci da capo al momento di uscire.
— Nemmen per idea. Ho preso le mie precauzioni.
— Dovevate prenderle prima, — rimboccò la Serlati che s’era messa a sedere con la cagnetta in grembo e l’accarezzava come un bambino.
Il professore, umile e mortificato, non tentava nemmeno di difendersi. Ahimè, l’abboccamento galante principiava male.
A poco a poco la contessa si rabbonì, depose Darling in terra, e rivolgendosi a Teofoli disse: — Capisco, non ne avete colpa. — Indi soggiunse gettando via la pelliccia e il manicotto con un movimento rapido: — Fa un bel caldo qui.
— Se volesse levarsi anche il cappello? — egli propose timidamente.
— Non è affare.... Ci vuol troppo a rimetterlo.
— I guanti almeno....
— No, no.... Riallacciar tutti questi bottoni!...
Ella balzò in piedi nella grazia incantevole della elegante persona, e disse con un sorriso: — Orsù, Teofoli, fate gli onori di casa.... È pieno di luce il vostro studio.... Dove guarda?
— Su un giardino.... Oh non ci son finestre di fronte.... Può affacciarsi liberamente.
— E perchè no?... Ah capisco, — ella ripigliò in tuono leggero; — sono una donna che si compromette.
Quindi, dando un’occhiata intorno, — Quest’è, per voi altri dotti, quello ch’è il salotto per noi donne.... Invece di ninnoli inutili, di vasi, di stoffe, di tappeti appesi ai muri o gettati alla rinfusa sui mobili, libri, libri, e poi libri.... Mi piace.... Se fossi un uomo, vorrei anch’io.... Ah mio marito, poverino, non ha di questi gusti.... E scommetto neppur Montalto.... Lo studio di Montalto deve avere un aspetto affatto diverso del vostro. Sarei curioso di vederlo.... Che viso fate, Teofoli! — ella esclamò ridendo. — Non vi spaventate. Nello studio di Montalto non andrò.... Mi comprometterei di più.
Teofoli, così eloquente dalla sua cattedra, così piacevole anche nella conversazione ordinaria, non trovava parole. Ce n’erano due che gli bruciavano le labbra e ch’egli non ardiva pronunziare, due paroline piccole piccole — _Vi amo_ — che un pudore, un terrore invincibile non gli aveva in tanto tempo permesso di dire alla Giorgina. E sì che delle dichiarazioni gliene aveva fatte; delle dichiarazioni contorte, poetiche, arcadiche; ma quelle due paroline che hanno il merito di esser tanto chiare egli non gliele aveva dette mai. A dirgliele, chi sa, egli si sarebbe attirato da lei un rabbuffo, avrebbe per lo meno richiamato sulla sua bocca una di quelle risate rumorose che gli facevan male; non era meglio lasciar ch’ella le indovinasse da sè?... E poichè certo ella le aveva già indovinate e pur sentendo ch’egli l’amava era venuta nel suo studio, nel suo santuario, non si poteva dire che il metodo da lui seguito fino allora fosse interamente sbagliato. Adesso però, adesso in qual modo doveva regolarsi? Non era giunto l’istante di parlar chiaro?
Ebbene, non c’era caso, il coraggio gli mancava sul più bello.... Egli a cinquant’anni, ella a poco più di venti, egli uomo grave, dedito a una vita di pensiero, ella, donnina alla moda, avvenente, corteggiata, assetata di divertimenti e di svaghi!... Oh quanto meglio gli sarebbe stata la parte di padre che quella di damerino!... Ecco, pur dianzi, quando la Serlati accennava celiando allo studio di Montalto, Teofoli aveva provato una stretta al cuore, e sarebbe ingiusto il credere ch’egli non sentisse che il morso acuto della gelosia. La gelosia c’era senza dubbio, ma c’era anche un altro impulso più delicato e più casto; come una gentile pietà di quella giovinetta che nessuno guidava, che si lasciava esposta a tutte le tentazioni, che sarebbe stata capacissima di cedere, se non oggi, domani alla curiosità di visitar lo studio d’un libertino. Egli sentiva che avrebbe dovuto dirle: — Badi, Giorgina, è su una strada falsa. Lei scherza col fuoco e il fuoco la brucierà. Abbia giudizio per quelli che non ne hanno. Dia uno scopo serio alla vita. Se sarà madre, s’occupi de’ suoi figliuoli.... Le gioie della maternità la risarciranno di ciò che le è mancato come moglie.... Che se pure è destino che neanche a lei possa bastar la famiglia, aspetti almeno di ubbidire a una voce imperiosa del cuore. La passione attenua sempre e talora scusa e nobilita la colpa.... Ma sopratutto non sia una civetta volgare....
Ahi, poteva il professor Teofoli tener questo linguaggio alla contessa Serlati, egli che non badando alla differenza d’età le faceva il cascamorto, egli che s’era preparato a riceverla misteriosamente come usa un giovinotto quando ha una di quelle che si chiamano _buone fortune_?
Tutto ciò, si capisce, cresceva il suo impiccio che già non sarebbe stato piccolo in nessun modo. Non osava essere un amante, non sapeva essere un padre, non sapeva più nemmeno essere un amico. Le girava intorno inquieto, seguitando a ripeterle: — Cara contessa, Giorgina, s’accomodi.
E le additava un divano a molle ch’era in mezzo alla stanza.
— No, no, — replicava la contessa, — perchè volete farmi sedere? Sto benissimo così.
Pareva un uccellino che salta di frasca in frasca. Ferma un istante davanti agli scaffali, s’alzava in punta di piedi come se avesse l’intenzione di decifrare i titoli dei volumi addensati nei palchetti, ma appena il professore si accingeva a farle da cicerone, ella sguizzava da un’altra parte, ed eccola curva sul mappamondo quasi cercasse un punto importantissimo dell’orbe terracqueo.
Il professore le si accostava pieno di sollecitudine. — Che cerca?
— Niente, — rispondeva lei, alzando con un sorriso la sua bella testina.
E rivolgeva per pochi secondi la sua attenzione all’atlante che Teofoli aveva spiegato sul leggìo.
— Quest’atlante, — cominciava il professore, — è il più completo di quanti ci siano. Non si sa se più lodarne la nitidezza tipografica, oppure....
La contessa assentiva. — Bello. Sembra un messale.... Perù preferisco veder davvicino questi ritratti.... Di qualcheduno c’è il nome sotto.... Autografi preziosi.... Quello è Renan. Ne vidi la fotografia un’altra volta.... Che tipo singolare!... Come si vede ch’è stato prete.... C’è una frase latina.... _semel_.... _semel_.... ah finitela voi....
— _Semel abbas, semper abbas._
— Bravo.... E questi chi sono?
Teofoli glieli nominò ad uno ad uno.
— Tutti quanti illustri, — ella disse con aria convinta. — Non sarebbe male che fossero più giovani.
— Eh, cara Giorgina, in certi studi non si arriva così presto a farsi una celebrità.
— Ma nella poesia, nella musica, sì?
— Qualche volta.
— Ho visto i ritratti di Byron, di Mozart, di Bellini.... Non li avete mica?
— No.... Ma d’un altro ritratto non mi domanda conto? — egli soggiunse a mezza voce.
— Quale ritratto?
— Il suo.
— È vero.... Quello che vi diedi in campagna.... Dov’è?
Il professore aperse misteriosamente un cassetto.
— È qui.
— Lo custodite come una reliquia?
— _Per me_, è una reliquia....
— Dio, come siete sentimentale! Però è bene che non mi mettiate in mostra.... Prima di tutto non converrebbe.... E poi la fotografia non mi piace.... Spero che l’ultima di cui non ho ancora visto la prova sia riuscita meglio. Faremo il cambio.
— Se mi permette le terrò tutt’e due, — disse Teofoli.
Ella si strinse nelle spalle. — Accomodatevi pure.
Indi sedette dinanzi alla tavola del professore, sulla sua poltrona, e si diede a scartabellare i suoi fogli. — È qui che scrivete la vostra grande opera sulle religioni?
— È qui che dovrei scriverla, — egli rispose. — Ma chi sa quando ne verrò a capo.
Teofoli non osava confessare che dacchè l’aveva conosciuta non aveva lavorato un giorno solo di lena.
— Male! — sentenziò con gravità la contessa. — Bisogna venirne a capo presto. Siete già un uomo celebre, ma quel libro assoderà in modo definitivo la vostra riputazione.
Il professore ch’era ritto dietro a lei si chinò adagio adagio fino quasi a sfiorarle con le labbra una ciocca di capelli che le svolazzava sulla nuca, e susurrò: — Le preme dunque la mia riputazione?
Ella si voltò bruscamente. — Mi avete fatto paura. Sì che mi preme..... Ma perchè me lo domandate con quell’aria lugubre, sepolcrale, come d’uomo che mediti un delitto?
Anche questa volta i modi della Giorgina lo sconcertarono. Era lì lì per aver coraggio e non l’ebbe.
— Ebbene, Teofoli, — ella disse alzandosi in piedi; — non vi lagnerete di me.... Ho mantenuto la mia promessa, son venuta a trovarvi a rischio di far nascere chi sa quanti pettegolezzi.... e adesso vado via.... Ma dov’è _Darling_?
— Va via.... così! — esclamò il povero professore.
— Come volete che vada?... Se sapeste quante cose ho da fare.... Ma dove diamine è _Darling_?... _Darling_, o _Darling_.
La cagnetta, che s’era rifugiata di nuovo sotto lo scaffale, cacciò fuori il muso dal suo nascondiglio e volse in giro gli occhi spauriti.
— Ha ancora la tremarella alle gambe, — notò la Giorgina. — L’eroismo non è il suo forte.... Andiamo, _Darling_.... Non ci son più pericoli.... Qua, qua.
_Darling_, a passini piccoli e cauti e quasi strisciando col ventre per terra, s’avvicinò alla padrona che le disse minacciandola dolcemente col dito: — Non conviene esser così vigliacchi. Dovevi mostrare i denti, e chi sa che quell’altra bestiaccia non avrebbe fatto rodomontate.... Orsù, Teofoli, aiutatemi a infilar la pelliccia.
— Non sia cattiva, Giorgina, non abbia questa fretta, — insisteva il professore.
— Abbiate pazienza, amico mio.... Non posso aspettare un minuto di più.... Ho lasciato detto a casa che per le due e mezzo circa sarò di ritorno, e sono già le 2,35.... Poi debbo vestirmi per uscir alle tre in carrozza... Ho da far quattro visite... pur troppo.... Oh avete ragione, è una vita impossibile.... Ma non c’è rimedio.... Sfido per esempio a non andar oggi stesso da Mistress Gilbert.... A proposito.... riceverete dai Gilbert l’invito per un ballo in costume che daranno l’ultimo sabato di carnevale.
— Quei signori americani?... Se li conosco appena?
— Non importa.... Siete un luminare della scienza, e vi vogliono.... Così va bene.... grazie.
Quantunque a malincuore, Teofoli s’era rassegnato a metter la pelliccia sulle spalle della contessa.
— Sono grato ai signori Gilbert — egli rispose. — Ma andare a un ballo, e a un ballo in costume per giunta.... si figuri....
— Gran che! Temete di compromettere la vostra dignità?
— Non dico questo.... A ogni modo non è affare per me....
— Via via, vi lascierete persuadere.... Ne riparleremo. Intanto, vi prego, datemi anche il manicotto.... È lì sul divano.... Grazie.... E addio, Teofoli.... Badate che domani e doman l’altro non sono in casa nè di giorno nè di sera. Posdomani sera ci troveremo dai Roncagli.
Prima che il professore potesse far un ultimo tentativo di trattenerla, prima ch’egli potesse almeno carpirle la promessa di ritornare, ella era già nell’andito vicino alla porta della scala. Bisognò pur che Teofoli si decidesse ad aprirle.
— Buon giorno, — ella disse scendendo rapidamente gli scalini seguita da _Darling_ i cui sonagli mettevano un tintinnio argentino.
Teofoli tornò nel salotto da pranzo e si riaffacciò alla finestra da dove l’aveva vista venire. E dalla stessa finestra la vide allontanarsi e l’accompagnò con lo sguardo sinch’ell’ebbe svoltato il canto della via. Allora liberò il gatto _Tocci_ che miagolava e graffiava l’uscio della sua prigione, e ricondottosi nello studio s’abbandonò sul divano, stanco, sfinito come dopo una giornata campale.
X.
La brillante avventura del professore Teofoli non rimase a lungo celata.
Già sul far della sera la signora Pasqua venendo a portare il lume e a chiuder le imposte si fermò sui due piedi arricciando il naso e disse: — Che odore di muschio!
Il professore non rispose.
— Badi che si buscherà un’emicrania — ripigliò la governante, mentre perlustrava lo studio in tutti i suoi sensi. — A un tratto ella pronunziò queste gravi parole: — C’è stato un cane.
— Da quando in qua i cani hanno odore di muschio? — replicò Teofoli in tuono ironico.
La signora Pasqua insisteva dando un’occhiata di sbieco sotto uno degli scaffali: — Non parlo a caso. C’è stato un cane.
— Che cani, che cani? — riprese infastidito il padrone. — Dite piuttosto un gatto. Ho dovuto cacciar via il vostro dilettissimo _Tocci_ che s’era introdotto nella stanza.
— Sarà, — ripigliò impassibile la signora Pasqua, — ma c’è stato anche un cane.... E un cane maleducato — ella continuò accalorandosi nel discorso.
Teofoli perdette la pazienza. — Insomma cani o gatti, che cosa v’importa?
— Molto m’importa. Io non sono disposta a tenerle pulita la stanza perchè poi.... Ma come non sente il bisogno di spalancar le finestre?
— Io non sento niente.... Mettete giù il lume e lasciatemi in pace.
La signora Pasqua slanciò il cosidetto strale del Parto. — Non saranno mica i suoi studenti che verranno a trovarlo coi cani dietro e col muschio addosso. Ha ricevuto signore.
Al professore salirono le fiamme al viso. — Io ricevo chi mi pare e piace e non ho conti da rendervi.
A questa rude intimazione l’austera donna fece due passi verso l’uscio; poi voltandosi indietro e portando il grembiule agli occhi, disse: — Capisco bene che lei non ha più fiducia in me.... La prego di cercarsi prima della fine del mese chi prenda il mio posto.
Teofoli alzò la testa dalle sue carte. — Vi licenziate?
— Sissignore.... Io non sono una cameriera adattata per una casa dove vengono le contesse....
— Tacete, sciocca che non siete altro — gridò il professore. — E guardatevi bene dal ripetere queste fanfaluche.... In quanto al licenziamento, da oggi alla fine del mese avete tempo da riflettere.... Adesso andate a preparare il desinare.
L’illustre professore aveva mostrato una grande padronanza di sè, ma in fondo era più agitato della signora Pasqua e per tutta la notte non fece che voltarsi e rivoltarsi nelle coperte.
Dopo gli splendidi risultati della giornata non ci mancava altro che uno scandalo! E quella balorda era capacissima di farlo nascere se spargeva fra le sue conoscenti la notizia di ciò che aveva creduto indovinare. È vero ch’ella non aveva pronunziato alcun nome, ma evidentemente ella alludeva alla contessa Giorgina, e non era probabile che parlando con le sue amiche usasse la stessa discrezione che per prudenza aveva usato parlando con lui. Così, di bocca in bocca, la cosa sarebbe giunta senza dubbio fino agli orecchi del conte Serlati, il quale era un marito frivolo che della moglie non si curava punto; ma anche i mariti frivoli e noncuranti qualche volta s’accendono come fiammiferi.... Se fosse venuto a fargli una scena, a provocarlo?... Teofoli non era pusillanime; tuttavia alla sua età, nella sua posizione, con la sua inesperienza assoluta del maneggio d’ogni arma, non gli sorrideva punto l’idea d’un duello. Certo ch’egli poteva dare al conte le assicurazioni più tranquillanti.... pur troppo.... poteva giurargli sul proprio onore che la visita della Giorgina era stata innocentissima; sta a vedere però se colui ne sarebbe rimasto persuaso; se nella migliore ipotesi non avrebbe detto: — Caro professore, faccia di meno di venire a casa mia...? E d’altra parte, Santo Iddio, come regolarsi con la Pasqua? Rinnovarle più chiaramente l’intimazione di tacere? Oh sì era lo stesso che farla parlare di più. Prenderla con le buone, metterla nelle proprie confidenze, cercar insomma di avere in lei una complice così pel passato come per l’avvenire? Peggio che peggio. Questo sì sarebbe stato mutar una pulce in un elefante. In fin dei conti quelle della Pasqua si riducevano a semplici ipotesi, a congetture ch’era sempre lecito di smentir formalmente; col ricorrere alle moine o alle minaccie per ottenere il suo silenzio si dava corpo a’ suoi sospetti, si ammetteva di aver qualche magagna da nascondere. La conclusione si fu che il professore deliberò di non fare pel momento alcun passo con la sua donna di governo e di fingere che la disputa di poche ore prima non fosse nemmeno avvenuta. Senonchè, mentr’egli gustava per questo lato la calma relativa di chi ha preso un partito, buono o cattivo che sia, lo ripigliava un’altra inquietudine. Quell’imbecille del conte Ermansi aveva o non aveva vista la contessa Giorgina? È vero che all’ultimo momento egli era entrato nella bottega del rigattiere, ma anche dall’interno della bottega si poteva veder benissimo il portone della casa dirimpetto.... Basta; bisognava sperare che Ermansi non avesse visto nulla; se no quello lì chiacchierava sicuramente.
Teofoli, molto timido e peritoso, andò dai Roncagli la sera prossima, e con suo immenso terrore concepì subito il sospetto che la scappatella della contessa Giorgina fosse già conosciuta. Gli lodavano misteriosamente il suo studio, accennavano anche più misteriosamente alle visite di studenti e non studenti ch’egli vi riceveva, accompagnando i discorsi con risatine sardoniche e con significanti tentennatine di testa.
Spaventato, egli colse un istante propizio per mettere sull’avviso la contessa, che non aveva affatto l’aria di una persona sull’orlo d’un precipizio.
La risposta ch’ella gli diede lo fece rimanere intontito. — Sì — ella disse stringendosi nelle spalle — è il segreto di Pulcinella.... Chi poi sarà stato il pettegolo?... Voi no...?
— Io? — esclamò Teofoli portandosi una mano al cuore.
— Vi credo, vi credo.... Ma non vale la spesa di affannarsi alla ricerca del reo.... Alle prime avvisaglie ho subito parato il colpo. Ero andata a fare un’improvvisata a un buon amico, a un vecchio amico, a un amico rispettabile. Che cosa vi poteva esser di male?
— Niente — masticò fra i denti il professore, poco lusingato da tutti questi epiteti onorifici. — E il conte?
— Mio marito prese la cosa come doveva prenderla, come una delle mie tante eccentricità. Da quell’uomo savio ch’egli è — e la frase fu pronunziata con manifesta ironia — mi fece una piccola predica e poi si quetò.... Alla gente egli dice ch’era informatissimo della visita che dovevo farvi, che mi avrebbe accompagnata volentieri, ma che non potendolo mi lasciò andar sola.... Forse dirà lo stesso anche a voi.... _Tout est bien qui finit bien_ — ella concluse con un sorrisetto troncando un colloquio che durava già da un mezzo minuto.
Sul tardi il conte Serlati tenne a Teofoli su per giù il discorso che la Giorgina gli aveva pronunziato. E gli promise di capitar quando meno se l’aspettava a sorprenderlo nel suo studio, o solo, o con la moglie.... Sapeva ch’era uno studio così bello, così gaio....
A trovar la bonaccia assoluta dopo essersi preparato alla tempesta, Teofoli, anzichè esser contento, provò un senso di mortificazione e di rabbia. Ma dunque s’erano presi gioco di lui? Dunque nessuno pensava che una donna potesse compromettersi a venir sola a casa sua? E quell’imbecille di Serlati faceva lo spiritoso alle sue spalle? E quell’altro peregrino intelletto di Montalto sogghignava anche lui sotto i baffi? In verità non dovrebb’esser permesso ai cretini di pigliare un’aria di superiorità verso gli uomini d’ingegno.
Ah uomini d’ingegno, uomini d’ingegno! Per modesti che siano o fingano d’essere, l’orgoglio ch’è in loro fa capolino quando più converrebbe ch’esso restasse celato. Ogni volta ch’essi si mettono in una posizione falsa dando agli sciocchi il diritto di canzonarli, si lagnano se gli sciocchi ne approfittano e li canzonano.