Part 4
La signora Celeste affermò energicamente ch’io non dovevo partire che all’ultimo momento.... seppur partivo. È inutile; la signora Celeste non vuol rinunziare alla speranza ch’io rimanga a Venezia.
Fra una chiacchiera e l’altra si giunse a casa e ci scambiammo la buona notte. Il professore mi diede mia stretta di mano all’inglese.
Non avevo sonno e cominciai a fare il mio baule nel quale posi anche dieci o dodici libri che desidero portar meco; un piccolo Dante, un’edizione completa del Manzoni, la _Gerusalemme_, le _Odi barbare_ del Carducci, un volumetto di poesie dello Schiller tradotte da! Maffei, ecc., ecc. Il resto della mia minuscola biblioteca lo regalerò alla Norini, la lettrice infaticabile. È vero ch’ella mi rivolse un giorno questa singolare domanda: — Avresti da prestarmi un libro immorale? — E poichè io inarcavo le ciglia, ella insistè: — Sì, uno di quei libri che non si mettono in mano alle ragazze.... Non ti scandalizzare. Noi maestre siamo inzuppate fradicie di moralità.... I nostri manuali scolastici sono così noiosamente virtuosi.... I discorsi che facciamo alle nostre allieve, quelli che sentiamo farci dalle autorità competenti sono uno stillato di così sante massime, che qualche volta, per amor dei contrasti.... capisci....
Non so che dire; i libri che lascerò alla Norini non sono immorali.... S’ella non vorrà leggerli, pazienza.... Li serberà per memoria.
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Una futile ragione mi tenne alzata iersera più tardi del consueto. Sul punto di coricarmi mi parve che la mia camera avesse bisogno d’aria e spalancai le imposte. Naturalmente la luce interna si riflettè sulla muraglia sgretolata della casa dirimpetto, di là dalla calle ch’è larga forse un paio di metri, e vi segnò sul fondo scurissimo la sagoma rettangolare della finestra in mezzo alla quale spiccava la mia ombra. Nè ciò avrebbe fermato la mia attenzione; ma a sinistra, poco più in là, sulla stessa muraglia di fronte vidi un altro rettangolo luminoso e in mezzo ad esso un’altra ombra, come il busto di un uomo seduto e assorto in qualche grave occupazione. Sulle prime restai perplessa. O di dove veniva quella luce? E che corpo proiettava quell’ombra? Però non tardai a raccapezzarmi. Proprio alla sinistra, due stanze dopo la mia, c’era la camera del professor Verdani. È chiaro ch’egli era alzato com’ero io, e che aveva, come me, voluto prendere una boccata d’aria prima di mettersi a letto. L’ombra mutò posizione e anzichè d’una persona seduta parve quella d’una persona affacciata al davanzale. Noi non potevamo vederci, il professore ed io, chè ce lo avrebbe impedito anche di giorno la cappa d’un camino posta fra le due finestre; tuttavia giurerei che a due riprese egli abbia proteso la testa dalla mia parte. Del resto, io feci lo stesso. Di nuovo l’ombra si mosse e ora s’ingrandiva ora s’impiccioliva sul muro, come avviene d’un corpo che ora s’avvicini ora si discosti da un punto luminoso. Certo il professore camminava su e giù per la stanza. Tendendo l’orecchio nel silenzio profondo avrei giurato di sentire il suono de’ suoi passi. Due volte ebbi la tentazione di gridare: — Buona sera, professore; — due volte il saluto mi morì sulle labbra. Alle undici e tre quarti richiusi le imposte.
Mercoledì sera, 16 giugno.
Spese e visite, visite e spese; ecco il bilancio della giornata. Ho qui schierati sul mio tavolino cinque o sei gingilli che regalerò alle mie amiche; roba, s’intende, di poco valore, quale può essere donata da una povera diavola come sono io. In tempi ordinari i bottegai mi avrebbero servita con la massima flemma del mondo; oggi invece gareggiavano di zelo e di sollecitudine. È un piagnisteo generale.... Il paese è deserto; si apre e si chiude il negozio senza veder anima viva.... E tutti hanno bisogno di prendersela con qualcheduno; coi cittadini che partono o coi forestieri che non vengono, col Municipio, col Governo, coi bollettini sanitari, con le quarantene, coi medici e persino con gli ammalati. E, a rigore, gli ammalati sono i più colpevoli.... Se non ci fossero, loro!...
Oggi, a pranzo, il professore entrò in salotto ch’eravamo già sedute a tavola. Nel darmi la mano e nel prendere il suo posto fra la Giulia e me, egli arrossì visibilmente e son certa d’aver arrossito anch’io. Perchè? Ci vergognavamo forse d’esserci spiati a vicenda? Ero in procinto di dirgliene qualche cosa; ma la Sereni ci aveva piantato gli occhi addosso, e preferii di tacere.
Gran pedante quella Giulia Sereni! Da un paio di giorni, senza dubbio per farsi bella col professore il quale dichiarò sere addietro di non aver perduto ogni gusto per la poesia nemmeno dopo essersi consacrato agli studi scientifici, ella infarcisce i suoi discorsi di citazioni di versi. Se la zia non la fermava in tempo, oggi ci avrebbe data una vera accademia di declamazione. Per fortuna quand’ella intuonò il celebre sonetto del Carducci: _T’amo, o pio bove_, la signora Celeste, che non ne poteva più gridò: — Auff! Anche il manzo adesso.... Mangialo il manzo, e non ci romper le scatole!...
Quest’uscita molto prosaica e plebea tarpò l’ali della nostra Saffo.
È inutile ch’io lo nasconda, la Sereni mi va diventando proprio antipatica. Forse non le perdono l’effetto disastroso ch’ella produce sulle mie facoltà intellettuali. Non fui mai una ragazza prodigio, e tante disgrazie, e tante incertezze dell’avvenire e più di tutto quest’incubo di dover lasciar per sempre il mio paese son fatti apposta per smorzare in me ogni vivacità ed ogni brio; a ogni modo, non sono una stupida; ma in presenza della Sereni il mio spirito s’intorpidisce e la mia lingua s’inceppa. La sua gran parlantina mi rende muta. Peggio poi quand’ella colma Verdani di moine e d’elogi, quando approva clamorosamente ogni opinione ch’egli esprime. Allora il dispetto mi vince, ed è molto se si riesce a cavarmi di bocca un _sì_ o un _no_. Pur troppo m’accorgo che ho un pessimo carattere, cosa della quale non m’ero accorta sino a questo momento. È ben vero che il conoscere a fondo se stessi è tanto difficile quanto il conoscere a fondo gli altri.
Per esempio, il difetto della curiosità non credevo d’averlo. Eppure, solo una persona curiosa può fare ciò ch’io feci iersera.
Sulla mezzanotte, senz’accendere il lume, scesi dal letto, infilai la vestaglia, e dopo aver aperto delicatamente un’imposta insinuai pian pianino la testa fra i due battenti. Volevo vedere se il professore era desto, se aveva la finestra chiusa o spalancata, se lavorava.... E vidi infatti la luce che veniva dalla sua camera brillar sulla muraglia dirimpetto, e in quella luce muoversi l’ombra del mio vicino.... Su e giù, su e giù come la sera prima.... Curioso modo di studiare che ha il professor Verdoni!... E, come la sera prima, vi fu un momento in cui egli si affacciò al davanzale.... Istintivamente raccolsi intorno al petto le pieghe della mia vestaglia e trattenni il respiro finch’egli non si fu allontanato....
Giovedì sera, 17.
_Se fossi stato Lear, avrei preferito Cordelia._ Queste parole dette qualche ora fa da Verdani non mi possono uscir dalla mente. Le provocò la Giulia Sereni con la sua nullità e con la sua pedanteria. Oggi ella volle darci un altro saggio della sua erudizione di frontispizi citando lo Shakespeare.... Oh Shakespeare!... Il divino Shakespeare.... Pareva che fosse stato un suo amico d’infanzia.... E io sarei pronta a scommettere ch’è molto s’ella ha sentito il monologo dell’_Amleto_ recitato da un dilettante d’una delle nostre società filodrammatiche.
Il professore fece del suo meglio per lasciar cadere il discorso mostrando invece d’interessarsi grandemente alle spiegazioni date dalla signora Celeste sui diversi modi di preparar la salsa di pomidoro; ma l’insistenza della Sereni lo costrinse a uscire dal suo riserbo. E parlò dello Shakespeare come sa parlar lui; breve, chiaro, efficace. Io stavo a sentirlo incantata, ammirando sempre più quella sua cultura così varia e così ricca e nello stesso tempo così aliena da ogni ostentazione. Verdani non è soltanto un matematico; è anche un letterato e un artista. E quando s’accalora in un argomento, come l’ingegno gli brilla negli occhi, come la sua fisonomia non regolare diventa bella ed espressiva! Figuriamoci se la Giulia non andò in brodo di giuggiole! Ah che fortuna per una giovine desiderosa d’istruirsi il poter gustare di quando in quando la conversazione del professore! Ci s’imparava più che in tutte le scuole, più che da tutti i libri. Non c’era un dubbio ch’egli non sapesse risolvere, non c’era un soggetto su cui egli non gettasse un raggio di luce.
In fin dei conti quella disgraziata della Giulia non diceva nulla in cui io non convenissi con lei, ma, al solito, la sua enfasi da prima attrice chiudeva la bocca a me e m’impediva perfino di fare un moto d’assenso col capo. Me ne crucciavo in cuor mio inutilmente; c’era qualcosa che paralizzava la mia volontà.
La Sereni ebbe un sorrisetto da donna superiore. — Io compiango quelli che non sono accessibili all’entusiasmo.
All’allusione manifesta mi scossi, deliberata a difendermi; ma non n’ebbi il tempo; chè Verdani, senza rilevare, almeno apparentemente, la frase della sua interlocutrice, tornò a discorrere di Shakespeare.
— E il _Re Lear_! — egli chiese alla Sereni. — Conosce il _Re Lear_?
La Giulia non ebbe il coraggio che avrei avuto io di rispondere che non l’aveva neanche sentito a nominare, e disse che lo conosceva.... già.... un magnifico lavoro.... era però tanto tempo che l’aveva letto!
— _Lear!_ — ripigliò Verdani. — Una concezione superba.... Se ne ricorda?... Il vecchio re, sazio d’anni e di gloria, vuol liberarsi dalle cure di Stato e dividere i suoi domini fra le tre figliuole, Gonerilla, Regana e Cordelia. Senonchè egli desidera prima udir dalle loro labbra fino a qual punto esse l’amino. Gonerilla e Regana non hanno limiti nelle loro manifestazioni di tenerezza; esse protestano di amar l’autore dei loro giorni più della luce degli occhi, più della libertà, più della vita. Ma l’amore di Cordelia ha la verecondia degli affetti sinceri e sdegna queste iperboli bugiarde; ond’ella, la prediletta del padre, non sa che abbassare il capo e tacere. E Lear, accecato dalla vanità e dall’orgoglio, la priva del suo retaggio, la maledice, la scaccia da sè....
Verdani s’arrestò per pochi secondi; quindi soggiunse lentamente e quasi scandendo le sillabe: — Se fossi stato Lear, avrei preferito Cordelia.
Nel dir così, egli fissò il suo sguardo penetrante prima sulla Giulia e poscia su me. Ella si morse il labbro; io sentii un’ondata calda di sangue salirmi dal cuore alla faccia; sentii una dolcezza ineffabile corrermi per le vene. Non pronunziai parola, ma Verdani deve aver letto certo ne’ miei occhi la mia infinita riconoscenza.
Per oggi il vecchio Lear fu rimesso a dormire, e ignoro quali altre vicende gli siano toccate. Più che di lui mi premerebbe saper di Cordelia.... Le fu resa giustizia?
Venerdì, 18 giugno.
Verdani doveva partir questa sera alle 11; invece partì questa mattina per tempo lasciando alla Gegia un biglietto per me. — Il professore mi raccomandò caldamente di consegnarglielo in proprie mani — mi disse la Gegia con quell’aria misteriosa che sogliono assumer le serve nel fare un’ambasciata.
In quanto al biglietto esso non conteneva che poche righe: “Cara signorina Elena. Anticipo la partenza per poter anticipare il ritorno. Le comunicherò allora i motivi della mia improvvisa deliberazione. Pensi qualche volta a me in questi giorni, e mi creda suo affezionatissimo _Gustavo Verdani_.„
Perchè Verdani mi scrive? Perchè mi offre degli schiarimenti ch’io non ho alcun diritto di chiedere? E quel suo invito a pensare a lui è una pura formalità o è qualcosa di più? E che motivi saranno quelli a cui egli accenna?
Ecco le domande ch’io rivolgo a me stessa da questa mattina in poi e alle quali non mi vien fatto di rispondere. Il meglio sarebbe non curarsene più che tanto, e aspettar dalla bocca di Verdani la chiave dell’enigma. No, meglio ancora sarebbe non aspettar nulla, sfuggire delle spiegazioni inutili.... Dio buono! Io avrei bisogno di calma, avrei bisogno di chiamare a raccolta le mie forze per dare un addio triste, ma dignitoso alla patria e agli amici, e invece noto in me i segni precursori della tempesta.... Ma è possibile?... Io proverei per Verdani un sentimento diverso dalla semplice amicizia? Alla vigilia di partire per sempre io lascerei divampar quest’incendio nel mio cuore? Eppur fino a un paio di giorni fa io non lo consideravo che come un amico, un amico leale il cui ricordo pieno di soavità mi avrebbe accompagnata nell’esilio.... Mercoledì soltanto le sue parole, i suoi sguardi mi turbarono profondamente.... Oh s’egli lo sapesse, come se ne dorrebbe!... Egli è un onest’uomo, non può volere il male di nessuno.... Ma allora, perchè quel biglietto, perchè quella frase: _pensi qualche volta a me_?... Ch’io mi fossi ingannata sul conto suo, ch’egli fosse uno dei soliti libertini ai quali piace scherzare col fuoco, certi ch’esso abbrucia gli altri e non loro?... Ma io, io non sono forse la prima colpevole? Non dovevo accorgermi del pericolo che mi sovrastava? Non dovevo sapere, a venticinqu’anni compiuti, che questo povero cuore di donna è debole contro le insidie, è facile alle illusioni, e che, solo chiudendosi alteramente in sè stesso, può evitare di essere insidiato ed illuso? Non dovevo a ogni modo arrestarmi a tempo in una via senza uscita? Dalle mie inquietudini, dai miei dispetti, dalla mia avversione esagerata per la Giulia Sereni non dovevo capire che camminavo sopra un vulcano?
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Sono una sciocca. Ho riletto or ora il bigliettino del professore. Certo fu in lui un atto cortese lo scriverlo, ma egli ha riparato a questa esuberante gentilezza scrivendolo così asciutto, così conciso che ci vuol proprio uno sforzo di fantasia a supporvi un significato recondito.... Tanto meglio dunque.... O tanto peggio?... Dio mio, Dio mio.... Sono giunta al punto di non saper più ciò che devo desiderare e ciò che devo temere?
Mezzanotte.
Per distrarmi acconsentii ad andar in Piazza stasera con la signora Celeste per aspettarvi il ritorno dei bersaglieri dal Lido. Al Lido s’è festeggiato, come si festeggiava oggi in ogni distretto militare della penisola, il cinquantesimo anniversario della istituzione di questo Corpo divenuto così popolare in Italia.
Piovigginava e non c’era gran folla. I bersaglieri, approdati sul Molo, percorsero la Piazza con fiaccole accese fra gli applausi e i fuochi di bengala. Fu un divertimento che durò dieci minuti.
A ben altro spettacolo avevo assistito, di ben altro entusiasmo gli stessi bersaglieri avevano fatto palpitare il mio cuore di bimba il 19 ottobre 1866, all’ingresso delle truppe italiane a Venezia. È una delle memorie più vivaci della mia infanzia.
Mi par d’essere all’angolo delle Procuratie Nuove, in fianco del campanile, con la mamma e col babbo, in mezzo a una calca di gente ch’io vedevo muoversi e ondeggiare sotto di me, perchè il babbo, alto di statura, m’aveva presa in collo e messa a sedere sulla sua spalla. Io guardavo incantata i battaglioni che mi sfilavano dinanzi, guardavo le bandiere tricolori che gonfiate dal vento si svolgevano dalle antenne di San Marco in magnifici panneggiamenti, e le signore che dalle finestre agitavano i fazzoletti, e gridavo anch’io come gli altri: _Viva, viva!_ A un tratto s’udirono degli squilli di tromba e tutta quella moltitudine si agitò, muggì come un mare in burrasca e una voce corse per tutte le bocche: _I bersaglieri, i bersaglieri_. Fummo travolti dalla folla, sospinti di qua e di là, fin che ci trovammo, non so come, pigiati contro una colonna. Intesi dopo che s’era corso un gran pericolo; il babbo aveva temuto di non poter tenermi in equilibrio e la mamma che gli si aggrappava alle falde del vestito era stata sul punto di esser separata da noi e rovesciata a terra. Ma allora chi ci badava? Una vispa schiera di piccoli demoni (li ho sempre davanti agli occhi) dalla faccia abbronzita, dalle uniformi turchine, dai grandi cappelli piumati, si precipitava dal Molo in Piazzetta sollevando sul suo passaggio un urlo frenetico: _Viva, viva i bersaglieri!_ E io battevo le mie manine e ripetevo: _Viva, viva i bersaglieri!_... Ah chi direbbe che da quel tempo son passati quasi venti anni?... Povero babbo e povera mamma mia, voi non siete più adesso al mio fianco, e io sono alla vigilia di abbandonare le vostre tombe!
Questi pensieri mi si affollavano nella mente durante la pallida festa di questa sera. E pensavo anche: Quelli che vent’anni fa furono applauditi su questa piazza dove sono adesso? Quanti ne sopravvivono? E ove sono i plaudenti d’allora?... Gli edifizi sono rimasti immutati; forse persino le pietre del selciato sono le stesse; le cose morte sono quelle che cangiano meno.... Ma negli uomini è un continuo trasformarsi, un continuo sparire.
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Un capriccio. Ho qui sul tavolino, aperte tutt’e due, la lettera di mio fratello e quella del professore Verdani, e ho voluto confrontarle tra loro. La lettera di Odoardo con la sua calligrafia inglese, commerciale, nitidissima, mi dà un senso di freddo...; l’altra.... ho un bel dire ch’essa non significa nulla; l’altra con le sue frasi rotte, con la sua scrittura ineguale tradisce un’emozione che si comunica a me....
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A proposito: oggi la Giulia non ha desinato con noi. Era invitata da un’amica.
Sabato, 19 giugno.
Non credevo in verità che la prima persona dalla quale mi sarei congedata con tutte le regole sarebbe stato il colonnello Struzzi, il mio turbolento vicino. Avevo smesso d’occuparmi di lui; le sue sfuriate giornaliere con la Gegia, i suoi monologhi a voce alta non mi facevano più nessun effetto, come a chi abita presso una cascata finisce col non far nessun effetto lo scroscio dell’acqua. Figuriamoci se mi sarei curata di cercarlo prima di partire.... Ma questa mattina, proprio nel momento ch’io uscivo dalla mia camera, egli usciva dalla sua, e sfido io, bisognò salutarsi per forza. Benchè irritatissimo per la nappa del campanello che gli era rimasta in mano e ch’egli portava, come corpo del delitto, a mostrare alla signora Celeste o alla Gegia, il colonnello era, relativamente al solito, di umore mansueto.
— Signorina Giralda, — egli mi disse; — ho piacere d’incontrarla. Mi assenterò per un paio di settimane, e poichè al mio ritorno non la troverò più.... ho sentito ch’ella va a stabilirsi lontano.... le do oggi il buon viaggio.
Egli mi tese bruscamente la destra, e soggiunse: — Fa bene a lasciar Venezia.... Se potessi anch’io, anzichè per quindici giorni, andarmene per sempre!... Questa non è una città.... sarà forse un museo!... Qui non si mangia, qui non si digerisce, qui non si dorme;... insomma qui non si vive.... Beata lei, signorina.... Buon viaggio, buon viaggio.... e buona fortuna.... Passi, passi pure.... io vedrò _quelle femmine_ più tardi.
Chinò leggermente il capo, fece un mezzo giro con precisione militare e rientrò nella sua camera, tenendo sempre in mano la nappa del campanello.
Non lo vedrò più, ma la sua figura allampanata, i suoi modi strani, la sua voce rugginosa non mi fuggiranno così presto dalla memoria.
Nel pomeriggio capitarono visite. Vennero le Giglietti, madre e figlia, la figlia che al primo del mese farà gli esami di telegrafista, e non sa darsi pace che i regolamenti abbiano voluto proibire il matrimonio alle ragazze impiegate nei telegrafi; venne quell’originale della Norini; venne infine l’Augusta Dalla Riva in lutto strettissimo, ma trasfigurata dal suo amore felice. Mi parlò un poco della sua mamma defunta, mi parlò molto del suo Umberto, delle cure delicate ch’egli le prodiga, del quartierino ch’egli sta allestendo per lei.
Ah — esclamò l’Augusta al momento di prender commiato — io non meritavo questa fortuna.... Possibile che non tocchi nulla di simile a te che meriti tanto di più?... Se fossi un uomo, io!...
— Se tu fossi un uomo — risposi io sorridendo — non sposeresti il tuo Umberto.
L’argomento non ammetteva replica, ed ella dovette darmi ragione.
Ci vedremo ancora una volta, martedì, e mi riservo a consegnarle in quel giorno il ricordo che le ho destinato e che servirà per regalo di nozze.
Tutte le mie amiche mi promettono di scrivermi; tutte vogliono un’uguale promessa da me. Che corrispondenza avrebbe ad essere!...
Undici di sera.
Che cosa farà Verdani in questo momento?... — _Pensi a me qualche volta_ — egli mi scrisse.... Ecco, io ci penso. Egli è accanto alla sua mamma, in un salottino modesto, illuminato da una lampada a petrolio.... la sua mamma lavora (so ch’ella ha l’abitudine di lavorare);... egli le parla de’ suoi studi, della sua vita di Venezia;... se le parlasse anche di me?... Stupida che non son altro!... Il più probabile si è che a quest’ora egli sia già a letto e dorma profondamente.
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Oggi a otto sarò in alto mare, sola in una cabina di bastimento, slanciata contro all’ignoto.... Penserò alla patria, penserò alle persone care, penserò a _lui_.... È una pazzia, ma lo amo.
Domenica mattina, 20 giugno.
_Lo amo._ Furono l’ultime parole che scrissi iersera, sono le prime che scrivo stamane. Lo amo, provo una singolare dolcezza a ripeterlo. Fino a quando durerà questo stato dell’animo, questo delirio che mi fa trovare un’illusione di felicità in un sentimento che finirà forse coll’essere il cruccio della mia vita?... Mi accorgo di sognare, eppur la vaga coscienza della realtà non mi toglie la gioia del sogno. Sogno a volte l’ebbrezza dell’amore ricambiato, a volte m’esalto nell’idea del sacrifizio, nell’orgoglio d’una passione che si alimenta da sè, che non spera, che non chiede, che non vuole compensi.
È strano. Quand’ero più giovine, non ancora sbalestrata dalle sventure nel mondo senza mezzi di fortuna e senz’appoggi, ronzavano intorno a me pure i galanti. Ho sentito susurrarmi all’orecchio delle dolci paroline, ho visto degli occhi languidi fissarsi nei miei, ho ricevuto dei bigliettini teneri.... Ma ne ho riso: ho sempre indovinato ciò che v’era di poco serio in quelle calde proteste; non amai nessuno di quelli che dicevano di amarmi.... E oggi amo chi non mi disse nulla... o quasi nulla! È proprio vero che non si sa nè come si ama, nè perchè si ama.
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Egli potrebbe tornare oggi stesso.... Non mi scrisse di avere anticipato la partenza per anticipare il ritorno?... Io non uscirò dal mio riserbo; lo ringrazierò del suo biglietto senz’aggiungere una sillaba, senza domandargli le spiegazioni ch’egli mi promise. S’egli tacesse, tacerò anch’io.... Il diretto da Bologna arriva alle quattro e mezzo.
Tre ore.
Ho pregato la signora Celeste di lasciarmi sola nella mia camera, ho avvertito la Gegia che oggi non desideravo ricever nessuno, e dopo mezzogiorno mi son gettata sul canapè sperando di dormire.... Chiusi gli occhi, ma non dormii.