Part 3
Verdani tentennò la testa. — Non creda.... Restano egoisti.... O se fanno anch’essi dei sacrifizi non li fanno già per quelli che s’eran sacrificati per loro; li fanno per la scienza, la sirena che li affascina.... E poi chi può dire d’esser riuscito?... Ah badi, badi, signorina, spenga.
Il caffè, bollendo e gorgogliando era già salito fino all’orlo del recipiente di cristallo: il lucignolo che avrebbe dovuto spegnersi da sè ardeva ancora, e io non me n’ero accorta. Prima ch’io potessi riparare alla mia dimenticanza, il tappo, spinto dalla forza del vapore, fu slanciato in aria e una parte del caffè si rovesciò sulla tavola. Non so come nessuno abbia riportato delle scottature. Ma la piccola esplosione svegliò in sussulto la signora Celeste che gridò esterrefatta; — Misericordia! Il colonnello!
Quand’ella ebbe visto di che si trattava non tardò a ricomporsi ed esclamò in aria di persona liberata da un incubo: — Ah! non era che la macchina.... Dunque non si prende più il caffè per questa sera?
— Ce ne sarà rimasto abbastanza da riempire una tazza — risposi, guardando mortificata i segni del recente disastro; — una tazza da dividersi fra lei e il professore.... Io non merito nulla.
— Neppur io — protestò Verdani. — Son io che con le mie chiacchiere ho distratto la signorina Elena.
Ma la signora Celeste dichiarò che la maggior colpevole era lei. — Non dovevo prender sonno.... Un giovine e una giovine quando sono a tu per tu hanno da far di meglio che badare a una macchina da caffè.
Questo scherzo di cattivo genere mise in impiccio il professore e me e ci guastò la serata. Il dialogo si trascinò stentatamente per una mezz’ora; poi ognuno se ne andò dalla sua parte.
Venerdì, 11.
Giornata triste. Non chiusi occhio in tutta la notte. Avevo caldo, avevo freddo, avevo i nervi eccitati al massimo grado. Le parole insignificanti della signora Celeste mi suonavano sempre all’orecchio, come un avvertimento che la mia intimità col professore doveva finire appena nata. È destino; nessuno crederà mai ad un’amicizia semplice, schietta, franca tra un uomo e una donna.
Come saluto mattutino la Gegia, entrando in camera, mi disse: — La colerosa qui vicina, è morta.
Me lo aspettavo; eppure mi fece un certo senso....
Più tardi sentii una gran scampanellata e la voce del postino che gridava dalla strada: — _Elena Givalda!_ — il mio nome!
Mi si rimescolò il sangue. Era senza dubbio la lettera di Odoardo.
No, non era quella.... Era un foglio listato di nero, una partecipazione funebre, con l’indirizzo mio in una calligrafia che non m’era nuova. La signora Emilia Dalla Riva morì ieri a mezzogiorno. Avevo visto l’Augusta mercoledì e sapevo che una catastrofe era inevitabile, ma non la credevo imminente. I funerali si faranno domattina alle 9 antimeridiane, in chiesa San Salvatore. Ci andrò.
È ricomparsa a pranzo la Giulia Sereni e l’avremo per commensale fintantochè non sarà tornata sua madre che si recò a Verona a visitare una figliuola da parto. La Giulia ha ricominciato a far la smorfiosa e la saccente col professore. Pare uno scolaretto vicino al maestro, ma uno scolaretto che ci tiene a farsi valere come il primo della classe. Verdani s’annoia, è chiaro che s’annoia: tuttavia, non volendo essere assolutamente sgarbato, bisogna bene ch’egli si occupi un poco di chi si occupa tanto di lui.
Questa benedetta lettera d’Odoardo viene o non viene?... Quanto pagherei d’essere già partita!
Sabato notte.
Ero così stanca, così turbata, che mi son messa a letto alle nove, rinunziando per oggi ad aprir questo libro. Ma dopo inutili sforzi per pigliar sonno dovetti alzarmi di nuovo, e mentre a San Marco suona la campana di mezzanotte, io son qui al tavolino, assorta in questa cura giornaliera, che è divenuta quasi una necessità del mio spirito; tanto può l’abitudine!
La lettera d’Odoardo.... Ma procediamo con ordine.
Prima delle nove ero in chiesa San Salvatore per assistere ai funerali della signora Dalla Riva. Vi assistetti _incognito_, come si dice dei principi, seduta in disparte, col viso coperto da un fitto velo, impassibile in apparenza, ma forse più commossa delle dieci o dodici signore che, in lutto profondo, sfoggiavano il loro dolore ufficiale nei posti riservati ai parenti e agli amici. La cerimonia, semplicissima, durò poco, e alle dieci e un quarto ero già a casa.
La signora Celeste mi venne incontro con una lettera in mano.
— È per me? — chiesi, appoggiandomi alla ringhiera del pianerottolo.
— Per lei.... Una lettera con tanti bolli.
— Dia qui, signora Celeste, dia qui — ripigliai ansiosa.
— Temo che sia quella ch’ella aspettava — soggiunse la mia padrona di casa.... — Almeno suo fratello le scrivesse per mandar in fumo quello sciagurato viaggio!
Non le badai, ma corsi a chiudermi nella mia camera con la lettera, di cui avevo riconosciuto il carattere.
Poche righe, in stile commerciale. Lieto della mia risoluzione, mio fratello mi consigliava d’imbarcarmi a Trieste sul vapore del Lloyd l’ultimo o il penultimo venerdì di questo mese. Imbarcandomi a Venezia avrei dovuto scontare la contumacia; ritardando troppo si correva il rischio che il governo turco mettesse le quarantene anche per le provenienze da Trieste. A ogni modo telegrafassi al momento dell’imbarco, dirigendo il dispaccio a Costantinopoli presso il Consolato italiano. Inchiuso nella lettera c’era un _chèque_ di mille franchi su un banchiere di qui, a vista.
La mia paura che Odoardo non mi rimettesse che la somma strettamente necessaria pel viaggio era, come si vede, affatto infondata. Cinquecento lire mi bastano ad esuberanza per andar fino a Costantinopoli; le altre cinquecento potrò spenderle qui nel modo che stimerò più opportuno. Non ho mai avuto tanti quattrini disponibili.
Quanto pagherei d’esser già partita! — io scrivevo l’altro ieri su queste pagine.... Sì, sì, desidererei d’esser partita, d’essere arrivata a Costantinopoli, a Tiflis, in capo al mondo.... Sono, in complesso, d’un umore adattabile, finirò col rassegnarmi al mio nuovo soggiorno e al mio nuovo stato.... Ma questo periodo d’attesa m’è intollerabile.
Eppure non potrò imbarcarmi che il 25. Ho ancora troppe cose da sbrigare, ho troppe persone da vedere perchè mi sia dato essere a Trieste per venerdì prossimo.
La signora Celeste, piena di curiosità, picchiò all’uscio con un pretesto qualunque.
Io mi ricomposi in fretta, e senz’aspettare le sue interrogazioni dissi: — Cara signora Celeste, dunque ci lasceremo prima del 25.
Ella rimase sbalordita. — Ma siamo già al 12.
— Eh, come si fa?
Proprio la signora Celeste non sapeva darsene pace. Ero in casa sua da poco tempo, ma le pareva di conoscermi da dieci anni almeno, e aveva preso a volermi bene come a una figliuola.... La mia mancanza le avrebbe lasciato un vuoto, un vuoto!... Pazienza se avesse potuto esser tranquilla sul mio avvenire, se mi avesse vista appoggiata a qualcheduno del cui affetto per me non fosse lecito dubitare; ma questo fratello, che per anni e anni non s’era neanche rammentato ch’io esistessi, le inspirava una ben scarsa fiducia.... Era un gran salto nel buio quello ch’io facevo.
— È inutile, signora Celeste — io risposi. — Sono in mano della Provvidenza. Ormai bisogna ch’io segua il mio destino.
Ella soggiunse qualche parola sulla mia ostinazione, e se ne andò a malincuore.
— Coraggio — diss’io fra me. — Coraggio!
E cercai di raccogliere i miei pensieri, di fare un po’ di programma pei dieci o dodici giorni che avevo ancora da restare a Venezia, di stabilire a quali tra lo mie amiche dovevo lasciare un ricordo, quali tra i libri della mia piccola biblioteca dovevo portar meco, quali oggetti indispensabili dovevo comperare prima di mettermi in viaggio. Ma le idee più semplici mi s’ingarbugliavano nella testa, e giravo su e giù per la stanza a guisa di smemorata, aprendo ora un cassetto ora l’altro del mio armadio e domandandomi perchè lo avessi aperto, accingendomi a scrivere un nome, a fare un’annotazione, e rimanendo lì col lapis tra le dita senza poter richiamare alla mente il nome che volevo scrivere e l’annotazione che volevo fare.
Dopo qualche ora passata così mi risolvetti a uscir di casa e a recarmi dall’Angusta Dalla Riva.
— Grazie d’esser venuta — ella mi disse gettandomi le braccia al collo. Poi mi prese per mano e mi fece sedere su un canapè, accanto a lei.... Dopo i primi baci, dopo le prime parole che si scambiano in queste occasioni, ci fu, come accade sovente, un breve silenzio. Ella teneva gli occhi bassi; io la guardavo, e l’impressione provata nella mia ultima visita si rinnovava più vivace, più intensa. Non era possibile ch’io m’ingannassi per la seconda volta; in quel suo viso pallido che serbava le traccie delle veglie affannose, in quel suo viso atteggiato a un dolore sincero balenava ogni tanto come un raggio di luce, come la manifestazione timida, inconscia d’una gioia che si vergognava ancora di sè, ma che, invano rattenuta, saliva saliva dal fondo del cuore a raddolcire le lacrime, a frenare i singhiozzi.
— C’eri stamattina in chiesa? — mi domandò l’Augusta con qualche peritanza.
— Sì che c’ero.... Non ero però nei posti riservati.
— Dunque non hai visto nessuno? Nessuno ti ha parlato di me?
— Nessuno.
— Meglio così — ella soggiunse. — Meglio che tu sappia tutto dalla mia bocca.... E prima di giudicarmi, aspetta....
— Giudicarti? Ma tu, tu che sei tanto buona, avresti una colpa sulla coscienza?
— Non lo so.... So che ho perduta ier l’altro la mia mamma, la migliore delle madri, so che non dovrei pensare che a questo, che non dovrei veder sulla terra un raggio di luce.... e che invece..... oh mi pare un’enormità....
— Invece tu ami qualcheduno? — interruppi, chinandomi verso di lei con simpatia.
— Come hai capito?
Io sorrisi. — Eh, non ci vuol mica molto.... Ed è questo il tuo gran delitto?
— No, forse l’amar qualcheduno non è un delitto, nemmeno in un momento simile; gli è che da tre giorni soltanto ho la certezza d’essere amata, e questa certezza mi rende felice.... Ecco la profanazione.... Felice, con la mia mamma appena sepolta.... Però — soggiunse l’Augusta, impaziente d’attenuare il proprio fallo — però la mamma prima di morire fu messa a parte di tutto, e l’idea di affidarmi ad un uomo onesto.... un uomo a cui non avrei creduto mai di poter aspirare.... consolò la sua agonia.
La storia m’interessava davvero, e sollecitai l’Augusta a raccontarmi tutto.
Come render l’accento caloroso, appassionato, sincero che mi fece apparir così efficace, così eloquente la narrazione della mia amica?
Ella disse a un dipresso così: — Sono alla vigilia di sposare il dottor Val Sabbia, il bravo medico che a trentacinqu’anni è già primario dell’Ospitale e possiede una delle migliori clientele della città. Val Sabbia era stato sopracchiamato da Ranioli, il nostro vecchio dottore, ed essendosi Ranioli infermato subito dopo il consulto, cedette alle nostre preghiere e rimase lui stesso alla cura.... Non si può avere un’idea di ciò ch’egli ha fatto per la mamma. Senza dubbio ella lo aveva ammaliato co’ suoi modi soavi, con la sua rassegnazione angelica. Veniva di giorno, veniva di sera, veniva spontaneamente anche nel cuor della notte. A me diceva qualche volta che la _mia_ mamma gli ricordava la _sua_ mamma e che io gli ricordavo una sorella, maritata adesso a Firenze e nata per far la suora di carità.... Dio mio! Io non facevo più di quello che ogni figliuola avrebbe fatto al mio posto.... Mio fratello, che aveva la famiglia sulle spalle e non poteva trascurar gli affari, era ogni momento fuori di casa, fuori di città; così ci trovavamo spesso soli, il dottore ed io, soli accanto al letto dell’inferma, soli nell’aspettazione d’una crisi, soli durante un periodo di quiete ingannevole, desolati tutti e due, egli dell’impotenza della sua dottrina, io dell’impotenza del mio affetto... Erano lunghi, lunghi silenzi.... Di tratto in tratto i nostri occhi s’incontravano e io sentivo un fuoco corrermi per le vene.... Non osavo chiedere a me stessa se l’amavo; ma stavo così volentieri vicino a lui, ma il cuore mi balzava in petto alla sua scampanellata, al suono del suo passo, della sua voce.... In quanto a sperare ch’egli mi amasse, oh Elena, te lo giuro, non ci pensavo nemmeno.... Non avevo il diritto di esser tanto ambiziosa.... Da tre settimane era impossibile illudersi sullo stato della mamma, ed ella non s’illudeva.... Mercoledì sera, la sera del giorno che tu fosti da me, ella disse: — So bene che non c’è rimedio... Ma muoio con una gran riconoscenza per quelli che m’hanno assistita. — Strinse la mano a me ed a Val Sabbia e mormorò: — Come siete buoni! — Quella notte Umberto non volle lasciarci. Temeva un attacco più violento del solito e rimase su una poltrona nell’anticamera. L’attacco non venne; verso l’alba la mamma dormiva abbastanza tranquilla. — Vada a riposarsi, dottore — io gli dissi — e... grazie. — Egli parve disposto a seguire il mio consiglio e s’avvicinò all’uscio... Ma si fermò a un tratto, senza prendere il cappello ch’io gli porgevo. Aveva l’aria di un uomo che non sa cominciare un discorso.... Impacciato, lui, davanti a me?... Io stavo lì, immobile, col cappello fra le mani.... Egli si passò il fazzoletto sulla fronte, e principiò: Crede proprio che la sua mamma m’abbia in buon concetto? — Lo guardai stupita. — Che domanda mi fa? In che altro concetto potrebbe averlo dopo le prove...? — Umberto mi troncò la frase in bocca. — E crede che se le domandassi anch’io una prova.... una prova di fiducia, grande, illimitata.... me l’accorderebbe? — Ma per lei — esclamai — la mamma farebbe qualunque cosa.... ne son sicura.... Però, nella sua condizione presente, che cosa può fare? — Invece di rispondere, Val Sabbia seguitò a interrogare. — Ed ella, signorina Augusta, che opinione ha di me? — Dio, Dio, quale tortura!... Io non capivo più niente.... Ossia, credevo di capire.... Ma se poi m’ingannavo.... che colpo! — Non le domando l’opinione ch’ella ha di me come medico — egli ripigliò per meglio chiarire il suo concetto — ma come uomo. — Oh dottore — io balbettai — che può importarle dell’opinione di una povera ragazza quale io mi sono? — Molto me ne importa — egli replicò enfaticamente.
— Ma la voglio schietta, sincera. — A questo punto egli parve colto da un dubbio. — È una strana pretesa la mia, non è vero? Infatti, se anche pensasse male di me, a me non lo direbbe. — Non ne potevo più. Il mio cuore traboccava. — Ma perchè mi tormenta? Come può venirle in capo ch’io pensi male di lei? Non vede che se fosse così io sarei una creatura spregevole, indegna di quel po’ di stima ch’ella mi accorda? — La fisonomia grave d’Umberto s’illuminò tutta. — In tal caso — egli riprese — se appena la sua mamma si sveglia, io andassi da lei e la pregassi di concedermi in isposa la sua figliuola, e se la sua mamma accogliesse favorevolmente la mia richiesta, lei, Augusta, non direbbe di no?...
Oh Elena mia, che momento fu quello! Era possibile? Non era un’allucinazione dei sensi? L’uomo che avevo visto paziente, sagace, affettuoso, prodigar mille cure all’essere più caro che avessi al mondo, l’uomo che adoravo in segreto e di cui cento ragazze nobili e ricche sarebbero state superbe di portare il nome, quell’uomo presceglieva me, la più umile delle sue clienti, me, povera, oscura, senza nessun fascino di bellezza e d’ingegno!... La commozione mi tolse la parola, ma sembra che i miei sguardi esprimessero ciò che le mie labbra, non sapevano esprimere, perchè Umberto mi cinse delle sue braccia, e mi susurrò nell’orecchio: — Dunque, sì? — Di nuovo mi mancò la voce e dovetti contentarmi di fare un cenno affermativo col capo. — Mi ami? — egli proseguì. Con uno sforzo supremo riuscii a liberarmi da quella specie di paralisi che mi annodava la lingua e risposi: — Con tutta l’anima mia.... — Il resto già te lo immagini. T’immagini con quale entusiasmo la povera mamma accondiscese alla domanda di Umberto.... troppo entusiasmo forse, perch’ella era così debole e l’eccesso della commozione accelerò la sua fine. Pur serbò fino all’ultimo istante la lucidezza del suo spirito e con gli occhi già spenti e con le labbra già fredde ringraziava Umberto e mormorava il nome di lui e il mio.... Povera mamma! Povera mamma!
L’Augusta nascose la faccia sul mio petto e lasciò scorrer le sue lacrime.... Erano lacrime di dolore per la sciagura che l’aveva colpita, erano lacrime di gioia per la felicità che l’aspettava? Che mistero è la vita e che diverse correnti la solcano nella stessa ora, nello stesso minuto! Senza dubbio l’Augusta era altrettanto sincera nel suo dolore quanto nella sua gioia, e gioia e dolore si riflettevano nel suo viso, si ripercotevano nelle sue parole.... Io l’assicurai che ella non aveva nulla a rimproverarsi e che se il cielo aveva voluto mandarle una gran consolazione nei giorni dell’angoscia ella doveva accettarla con animo riconoscente e senza tema di offendere il culto delle memorie.... Ma in verità io predicavo a una convertita, e non potevo a meno di pensar fra me e me alla singolarità di questa visita ch’era principiata come visita di condoglianza e finiva come visita di congratulazione.
L’Augusta mi mostrò il ritratto del suo sposo. È un bell’uomo dalla fisonomia aperta, intelligente.
— E quando le nozze? — io chiesi.
— Di qui a sei mesi disse l’Augusta. — Avrei preferito compier l’anno di lutto, ma Umberto desidera spicciarsi e mio fratello gli dà ragione.... Che peccato che tu non debba essere qui!
— Ti manderò i miei auguri da Tiflis — soggiunsi nell’accommiatarmi.
Ah, la vita è un mistero, ma il cuore umano è mistero ancora più grande. Mi staccai dall’Augusta con l’animo riboccante di simpatia, lieta della sorte che l’era toccata; eppure di mano in mano che rifacevo la strada sentiva dentro di me qualcosa d’acre, d’amaro che modificava le mie impressioni. Mi pareva che _tante altre_ meritassero d’esser felici come l’Augusta e più dell’Augusta, non capivo perchè ella dovesse essere una preferita della fortuna. E sebbene arrossissi d’un sentimento a cui non volevo dar nome d’invidia e a cui non avrei saputo quale altro nome dare, non mi riuscì disperdere le nuvole che s’erano addensate sul mio spirito.
A pranzo fui sgarbata, irritabile, pronta a interpretar tutto sfavorevolmente. M’ero fitta in capo che l’annunzio positivo della mia partenza dovesse recare una gran soddisfazione alla Giulia Sereni, e guardandola con questa idea preconcetta credevo realmente di scorgerle sulle labbra un risolino di trionfo. Non ch’io fossi una rivale; ero un testimonio incomodo delle arti con cui ella tentava accalappiare l’ottimo professore. E lui? Oh gli uomini! Anche i migliori son vanitosi, e a forza di lodarlo, di lisciarlo, di corteggiarlo, la Giulia raggiungerà il suo intento.... A me oggi egli rivolse alcune parole cortesi di rammarico; poi nulla più. Invece la signora Celeste non la finiva con le sue lamentazioni, e lasciò perfino cader due grosse lacrime nella minestra.
Dio buono! Quante pagine ho riempiuto! E sono già le tre del mattino. Bisogna smettere.
Martedì, 15 giugno.
Nè ieri, nè ier l’altro non ho potuto metter penna in carta, tanto fui occupata tra visite, spese e brighe d’ogni maniera. Vidi domenica anche la Lucia Mazzuola, quella di cui la Norini dice che partorisce due volte all’anno. È innegabile che il suo esempio non invoglia al matrimonio. La trovai in mezzo a cinque marmocchi e incinta per giunta. E com’è mutata! Era tanto bellina, e adesso ha perduto gran parte dei suoi capelli, ha gli occhi smorti, le carni flosce e il colorito terreo. Ha pei suoi bimbi una tenerezza rabbiosa che si sfoga sgridandoli, sculacciandoli, urlando come un’ossessa a ogni birichinata che fanno, a ogni pericolo che corrono. — Non ne posso più — ella mi disse — non ho un’ora di pace, nè di giorno nè di notte.... E si stenta a vivere, sai, co’ bei guadagni che ci sono.... Pensare che ci son di quelli che han paura del colèra.... Per me, se mi capitasse, sarebbe una gran liberazione.... Quieto Mino;... Maria, non toccare quella sedia;... no, Tullio, non arrampicarti sul canapè;... ho detto di no.... e quell’altro che tira il cordone della tenda.... no, no.... ah Vergine Santissima, voi non ne avete avuti cinque figliuoli.... avete già tribolato abbastanza con uno solo.
E queste esclamazioni erano intermezzate da _pif puf_ a destra e a sinistra con l’inevitabile accompagnamento di pianti e singhiozzi infantili.
— La festa è peggio che mai — notò la Lucia — perchè non posso mandarne a scuola nessuno.
Non rimasi dalla mia amica che un quarto d’ora, quel tanto che bastava per informarla della mia partenza e congedarmi da lei. Ella non deve neanche aver capito ch’io vado così lontano. — Buon viaggio — mi disse. — Quando vieni a Venezia, se ti ricordi di me mi farai piacere.... Ma che sia di giorno di lavoro. Arrivederci.... E non ti maritare.
Iersera, dopo parecchi giorni piovigginosi, faceva bel tempo, e la signora Celeste mi propose di fare una passeggiata. Accompagnammo la Giulia Sereni a casa sua, e poi andammo noi due sole solette sul Molo. Imboccando la Piazzetta si vedeva attraverso l’arcata d’angolo del Palazzo Ducale il solco tremulo e argenteo segnato dalla luna sull’acqua; e la mole ardita e leggiadra dello stupendo Palazzo, e le colonne di Marco e Todero, e la biblioteca di Sansovino spiccavano maravigliosamente sull’azzurro limpidissimo del cielo. L’isola di San Giorgio, in fondo, chiudeva il quadro.... Ma dal Molo lo sguardo correva senza ostacoli fino alla punta dei Giardini e alla striscia sottile del Lido, abbracciando tutto il bacino della Laguna e tutta la Riva degli Schiavoni, nuotanti, per così dire, nel mite chiarore lunare. Era un silenzio, una quiete di città abbandonata; non un fischio di vapori, non un movimento di remi. Con le braccia incrociate sul davanti ai loro _pontili_ i barcaiuoli gridavano macchinalmente: _Gondola, gondola_. E nessuno rispondeva. Lontano, lontano, una barca dal _felze_ basso e chiuso, dall’aspetto sinistro, la barca che conduce i colerosi all’Ospitale di San Cosmo, s’avviava verso la Giudecca.
Dopo aver girato alquanto su e giù, sedemmo con la signora Celeste su una delle panchine di marmo vicine al ponticello che congiunge il Molo al Giardinetto. Non passava quasi anima viva; il caffè in capo al viale era muto, buio e deserto e metteva tristezza a vederlo, specialmente chi se lo ricordava negli anni addietro, in questa stagione, affollato, pieno di luce e di musica.
Comunque sia, anche nello squallore presente, la mia Venezia esercitava sopra di me un fascino irresistibile. Non mi sarei più mossa di lì; aspiravo per tutti i pori la voluttà segreta che dà lo spettacolo delle cose belle.
La signora Celeste rispettò per un poco il mio raccoglimento, facendomi il gran sacrifizio di serbare il silenzio; ma quando i Mori della Loggetta batterono le dieci, ella mi toccò la spalla e mi disse che era tardi e che bisognava rincasare. Mi alzai come un automa, girando gli occhi intorno ancora una volta, quasi per imprimermi nella pupilla la tinta del cielo e dell’acqua, la linea dei monumenti, e ogni particolare della scena incantevole che forse non avrei più riveduta.
In Merceria fummo raggiunti dal professore Verdani che rincasava anch’egli e che ci si pose al fianco. Era inquieto per l’inquietudine della sua mamma, la quale non voleva persuadersi che il colèra fosse in diminuzione, e insisteva per venire a Venezia presso il figliuolo.
— Questo non posso permetterlo — egli disse — ma capisco che mi toccherà domandare una licenza di due o tre giorni e fare una corsa a Bologna.
— Va via?... Quando? — esclamai, dolorosamente colpita dalla notizia.
— Oh! — rispose il professore. — Forse alla fine della settimana.... Lunedì sera al più tardi sarei di ritorno.... Ella non sarà mica partita?
— Io?... No.... non credo — balbettai confusa.
— No certo — egli soggiunse. — Basta che parta il giovedì.... Mi dorrebbe troppo ch’ella partisse senz’averla risalutata.