Part 5
Tra la veglia e il sonno mi venivano all’orecchio tutti i rumori della _calle_; le grida e il rincorrersi dei monelli, il chiaccherio delle comari che disputavano di lotto e di colèra, il borbottar noioso d’una mendicante ferma sulla cantonata. Poi, per la prima volta nell’anno, mi ferì la voce nota e triste d’una persona sconosciuta, la voce d’una venditrice di more, che fin dalla mia infanzia, in qualunque parte della città io abitassi, sentivo offrir la sua merce con le identiche parole e con l’identica cantilena, lenta, strascicata, patetica: — _More, bele more da morero e da giardin. More, chi vol more?_... — Non so dire e meno ancora saprei spiegare la malinconia che quella voce e quella cantilena mi han sempre messa nell’anima. Ma non avevo mai vista la venditrice di cui dimenticavo l’esistenza per nove mesi dell’anno. Ho voluto vederla oggi. È una contadina di mezza età, tozza della persona, con un cappellaccio nero a cencio, con un goffo vestito di traliccio _bleu_ su cui spicca una pettorina di tela che dovrebbe esser bianca, ma che il sugo delle more ha insudiciato di macchie tra il rosso cupo e il violetto; in somma, tutto ciò di più prosaico che si possa immaginare.... Valeva la pena d’alzarsi dal canapè per ammirare questo bel tipo. E nondimeno quando il ritornello riprese _More, bele more_, ecc.; e più ancora quando la voce andò via via allontanandosi, ebbi il solito stringimento di cuore, la solita voglia di piangere.
Era il vespero. Le campane di San Marco suonavano a distesa. Due colombi appollaiati sul tetto della casa di fronte spiccarono il volo verso la piazza.
Mezzanotte.
Il professore non è arrivato. Se non arrivasse neppur domani, neppur doman l’altro; se, invece di anticipare il suo ritorno come aveva promesso, lo differisse fin dopo la mia partenza; se fosse trattenuto da sua madre; se insomma io dovessi abbandonare Venezia senz’averlo più visto?... Perchè, ormai non c’è rimedio, bisogna ben ch’io m’imbarchi a Trieste il 25.... Con quale pretesto potrei tardare di più?... Per aspettar lui che non si cura di me?... Per rivelargli il mio amore?... Per mendicare il suo?... Ah no, no, sono troppo altera; piuttosto morrei.
Del resto, se pur Verdani non viene, è impossibile ch’egli non scriva. Non è soltanto un debito di cortesia, è un debito di lealtà. Mi scriverà per mandarmi un saluto, per chiedermi scusa.... e questa lettera fredda, cerimoniosa dovrà essere il mio conforto nelle amarezze dell’esilio!... Sciocca, sciocca, che questa mattina credevo possibile la felicità nella passione solitaria, ignorata da chi ne è l’oggetto.... Sarà il tarlo nelle viscere, sarà l’inferno nell’anima, sarà l’amore che si tramuta in odio....
La Giulia seguita a non comparire. Sembra che le amiche (tenere amiche) se la disputino per averla a pranzo con loro.... Oh, ma ricomparirà alla nostra tavola, ricomparirà certo appena torni Verdani.... Ella non deve mica essersi data per vinta.... E forse ha ragione a persistere, forse le sue grazie trionferanno delle ritrosie del professore, forse, nel Caucaso, mi giungerà l’annunzio di quelle auspicatissime nozze....
Che desinare allegro fu quello d’oggi! La signora Celeste voleva discorrere, ma io la scongiurai d’aver pietà della mia emicrania. Allora ella divenne grave, misteriosa, e disse con piglio solenne:
— L’emicrania.... Uhm!... Domani sarà passata.
Domenica, 4 luglio.
Riprendo la penna dopo quindici giorni per compiacere ad _un’altra persona_. Io avrei preferito attendere fin che avessi l’animo più calmo, più riposato, ma _quella persona_ mi sollecita a romper gl’indugi, e i desideri di lei sono ormai legge per me.
Quando penso alle disposizioni d’animo con le quali cominciai questo diario e alle disposizioni con cui lo finisco, non posso non domandare a me stessa se io, io che ne scrivo l’ultime pagine, sono l’identica Elena Giralda che ne scrisse le prime e se la vita serba realmente di queste sorprese, onde chi ieri ne invocò il termine come beneficio supremo possa oggi augurarsela eterna.
Ma non voglio perdermi in divagazioni inutili.
— Sa, il professore è venuto — mi disse la Gegia, entrando in camera col caffè la mattina di lunedì, il lunedì 21 giugno.... oh non c’è dubbio che mi scappi di mente la data. — È venuto con la prima corsa....
Avevo le palpebre gravi, l’ossa peste dalla notte insonne. Mi posi a sedere sul letto e dissimulando la mia agitazione quanto meglio potevo: — Ah! — replicai macchinalmente — è venuto?... E sta bene?
— Bene.... bene.... E non pareva punto stanco.... Avrà riposato un’ora al più.... poi, quando meno si credeva, si affacciò alla soglia della cucina e chiamò la padrona con la quale ebbe un colloquio lunghetto, e adesso è lì in salottino che aspetta....
— Aspetta?... Che cosa?...
La Gegia prese la chicchera del caffè dalle mie mani che tremavano, e rispose: — Ma!... sembra che aspetti lei....
— Perchè dovrebbe aspettarmi? — soggiunsi, sforzandomi di far l’indifferente.
— Questo poi non lo so.... Non ho inteso ciò che si dicessero con la signora; ho inteso soltanto le ultime parole del professore: _La vedrò appena alzata_.... Di chi altri poteva parlare?
Licenziai la Gegia e saltai giù dal letto. Avrei voluto esser vestita in un attimo, e invece la mia _toilette_ mi occupò una mezza oretta abbondante, sia che istintivamente vi ponessi più cura, sia che la smania di far presto riuscisse, come suole, all’effetto contrario. Rammento un nodo dovuto rinnovare tre volte, un bottone passato e ripassato in un occhiello che non era il suo, un riccio che s’ostinava a cadermi sulla fronte e mi tenne davanti allo specchio per un paio di minuti.
Quando fui pronta, esitai ad uscir dalla stanza; perchè, sebbene avessi una gran voglia di salutare Verdani, non volevo aver l’aria di cercarlo. D’altra parte però non era giusto ch’io rimanessi, contro le mie abitudini, chiusa in camera fino al momento della colazione. Uscii quindi in cappellino e mantiglia, deliberata ad andar fuori di casa per alcune spese dopo aver dato il solito buon giorno alla signora Celeste. Chi sa, del resto, che confusione s’era fatta la Gegia nella sua zucca vuota? Chi sa se Verdani si sognava neanche di attendermi?
Ma la Gegia aveva colto nel segno, e il professore mi attendeva davvero. Anzi egli doveva essere alle vedette, perchè appena sentì i miei passi mi venne incontro tendendomi tutt’e due le mani.
— Desideravo — egli principiò alquanto impacciato, e guardando il mio cappellino — desideravo dirle qualche cosa.... Ha urgenza di uscire? — E poichè io tardavo a rispondere, egli insistè: — Avrei urgenza io.
— Quand’è così — susurrai con un filo di voce.
Egli m’introdusse nel salottino ove la signora Celeste stava una parte del giorno a lavorar di calze o a leggere l’_Adriatico_ e il _Pettegolo_, e ove io venivo di tratto in tratto a farle compagnia con un ricamo o con un libro. Adesso la signora Celeste non c’era; eravamo soli, il professore ed io.
Verdani mi pregò di sedere. Egli si mise a camminare in su e in giù, come aveva camminato nella propria stanza quelle sere in cui io vedevo la sua ombra sul muro della casa dirimpetto. Dopo un paio di giri si fermò, s’appoggiò alla spalliera d’una seggiola e mi chiese senza preamboli: — Quando parte, signorina Elena?
— Quando parto?... Ma.... lo sa bene.... Non più tardi di giovedì mattina.... Se devo imbarcarmi venerdì....
— Ed è necessario, assolutamente necessario che s’imbarchi questa settimana?
— Mio fratello mi scrisse di prendere il vapore del 18 o del 25.... Quello del 18 non l’ho preso; dunque....
— E se domandasse una proroga?...
— Al punto in cui siamo?... Dopo aver fatto tutti i preparativi, dopo essermi accommiatata da quasi tutti i miei conoscenti?... No, no, nemmen per sogno....
— Se poi ha tanta premura di lasciarci! — egli interruppe con amarezza.
— O professore — esclamai, e sentivo un nodo alla gola — non sia ingiusto.... Crede che me ne vada fino al Caucaso per un capriccio?... Avrò avuto torto ad accettar con tanta precipitazione l’offerta di mio fratello, ma si metta al mio posto.... al posto d’una ragazza che non è coraggiosa, che non è forte, che non ha spirito d’iniziativa.... Vedevo non lontana la miseria, l’umiliazione di ricorrere alla carità degli estranei, e afferrai la prima tavola di salute che mi fu gettata.... Ormai....
— E non c’è nulla, nulla che potrebbe trattenerla? — seguitò Verdani con calore.
Mi sforzai a dissimulare con una facezia la mia crescente emozione. — Vuol che speri in una lotteria guadagnata senza biglietti, in un impiego ottenuto senza le cognizioni occorrenti per esercitarlo?
La fisonomia di Verdani ebbe una contrazione dolorosa. — Non c’è altro, non c’è proprio altro?
Dio mio! Che cos’è questo riserbo che c’impone di reprimere i nostri slanci, di nascondere i nostri sentimenti? È una virtù o è un vizio? Io _lo_ vedevo soffrire; potevo forse con una parola dissipar le sue sofferenze, infranger l’ultima tenue barriera che si ergeva fra noi e la felicità, e non osavo dir quella parola, non osavo neanche guardarlo in viso.
— Ebbene — ripigliò Verdani mutando posizione e venendo a sedermisi accanto — scriverò a mia madre che m’ero ingannato.
— Sua madre? Come c’entra la sua mamma?
— Oh se c’entra!... Avevo affrettato la mia gita a Bologna per questo. Volevo consultarla, lei che è tanto savia e buona; volevo comunicarle un mio disegno.... S’ella lo disapprovava avrei chinato il capo in silenzio, perchè non oserei far cosa di cui mia madre avesse a dolersi.... Ma ell’approvò tutto; ella mi disse con la sua solita, cieca fede in me: Ciò che tu fai è ben fatto; le persone che tu ami io le amo; c’è sempre posto per esse nel mio cuore e nella mia casa....
Io tremavo come una foglia.
— Professore.... — balbettai confusa.
— Non mi chiami così — egli proruppe con impeto abbandonando la mano ch’io avevo lasciata nella sua. E seguitò con voce raddolcita: — I miei amici mi chiamano Verdani, mi chiamano Gustavo. — Egli scosse tristamente il capo e soggiunse: — È vero ch’ella mi conosce appena. Le son vissuto accanto parecchie settimane senza occuparmi di lei, sfuggendola quasi.... Però, quando il caso ci avvicinò, quando ci scambiammo le prime confidenze, quando la seppi sul punto di prendere la via dell’esilio, provai dentro di me qualche cosa che non avevo provato mai.... La mia scuola, i miei studi aridi e gelati non mi bastavano più; sospiravo il momento d’incontrarla, sospiravo l’ora del pranzo.... Mi pareva che ci fosse una certa analogia fra i nostri caratteri; anch’ella era timida, era riservata come sono timido e riservato io, e la semplicità de’ suoi modi spiccava maggiormente per l’affettazione di altri.... sa bene a chi alludo.... di altri che s’era pur fitto in capo di piacermi.... O signorina, se fossi stato ricco, avrei ben vinto prima la mia ritrosia.... Ma come non esitare se non potevo offrirle, per ora almeno, che un nome oscuro, una vita modesta, fatta di privazioni e di sacrifizio? Ciò non ostante, lo vede, il coraggio lo avevo trovato; ma capisco ch’era un sogno.... un bel sogno....
Ah, in quell’istante trovai io pure il coraggio di dire a Verdani che il suo sogno era stato il mio sogno, che quello ch’egli mi offriva superava di molto ciò ch’io avessi osato chiedere alla fortuna, che lo amavo....
Egli mi strinse sul petto bisbigliando con accento ineffabile: — Elena, anima mia....
Allorchè mi sciolsi dalle sue braccia, mi sovvenne di Odoardo. — E mio fratello che m’aspetta, che mi ha mandato il denaro pel viaggio?
— Tuo fratello? — disse Gustavo. — Gli telegraferai che non puoi partire. Il resto glielo spiegheremo per lettera.... Ha vissuto tanti anni senza di te; si adatterà a vivere ancora.... In quanto al danaro, se non vorrà lasciarlo alla sorella come regalo di nozze, ho qualche risparmio, glielo restituirò io.... Sarà il dono che farò alla mia fidanzata.
Gustavo mi presentò come tale alla signora Celeste, la quale mi abbracciò con trasporto, vantandosi d’aver contribuito a questo lieto avvenimento.... Mai, mai le passò pel capo di far sposare ad un uomo come il professore quella caricatura della Giulia.... Sarà....
Quel giorno stesso, dopo pranzo, mi parve che una nuvola oscurasse la fronte di Gustavo, e gliene chiesi la ragione.
Egli mi rispose con un’altra domanda: — Sei ben sicura di non pentirti?
— O Gustavo....
— Fosti colta così di sorpresa!... Talvolta il cuore umano inganna sè medesimo.... Amandomi oggi, t’è parso d’avermi amato anche prima.... Se fosse un’illusione?
Non gli risposi; gli feci segno d’attendere, entrai nella mia camera e ne presi questo libro, che deposi sul tavolino davanti a lui.
Egli m’interrogò con lo sguardo.
— È un libro — io spiegai — da leggere questa notte.... in quiete.... Non subito.... no.
A malgrado del mio divieto. Gustavo aveva sollevato la coperta dell’album, e ne andava sfogliando le pagine.
— Una specie di diario?
— Appunto.
— Di tuo pugno?
— Di mio pugno.... Ma leggerai dopo... te ne prego.
Gustavo ubbidì a malincuore.
La mattina seguente lo vidi raggiante di contentezza. — O cara, cara — egli mi disse. — Ora non dubito più.... Non puoi immaginarti che gioia sia il sapere d’essere stati amati quando non s’era detto ancora che si amava.
Io sorrisi. — Sì che me l’immagino, poichè è quello che è toccato a me.
— Hai ragione — egli soggiunse abbracciandomi teneramente. — Adesso però convien scrivere l’epilogo.
Mi strinsi nelle spalle.
— Che importa? Questi sfoghi dell’anima s’addicono più ai giorni tristi che ai lieti.
— No, no — insistè Gustavo. — È una storia intima che non può rimanere incompiuta. Devi promettermi di finirla.
Glielo promisi. Ma non trovavo mai il verso di accingermi all’opera. Ieri egli me ne rimproverò con dolcezza. — Se tardi troppo scriverai di maniera. Scommetto che a quest’ora hai dimenticato molti particolari del colloquio che decise della nostra sorte.
— Non scommettere — replicai. — Perderesti.
Fra poco darò da leggere queste pagine a Gustavo, ed egli, leale com’è, sarà costretto a riconoscere che avrebbe perduto. Sono certa di non aver nulla dimenticato e nulla inventato; dalla prima all’ultima pagina la mia semplice cronaca non ha che un pregio, la sincerità.
FUORI DI TEMPO E FUORI DI POSTO.
I.
L’Università di X è da qualche tempo un po’ scaduta di credito; ma dieci anni or sono essa era certo tra le più riputate del Regno, e vi si contavano a dozzine i professori aventi un nome celebre nella scienza. Nella facoltà giuridica il Bertioli, il Soreni, il Mereghini, nella fisico-matematica il de Ziani e il Luserta, nella medico-chirurgica l’Astigiano e il Barelli, in quella di filosofia e lettere il Meravigli, il Dalla Volpe, il Frusti, il Teofoli, il Canavese, il Pontevecchi, ch’era anche rettore. È verissimo che molti di questi uomini insigni appartenevano alla classe dei professori che chiameremmo decorativi, perchè le loro relazioni con l’Università si limitavano a qualche lettera scritta al segretario economo per farsi mandar lo stipendio. Il Bertioli, per esempio, era senatore e i suoi doveri di cittadino lo costringevano a frequentare le sedute della Camera vitalizia; il Sereni e il Mereghini erano tutti e due deputati e avevano obblighi uguali verso la Camera elettiva; anzi il Mereghini, nel cui cranio capace alloggiavano comodamente le legislazioni di tutti i paesi del mondo, poteva considerarsi un’appendice del Ministero di grazia o giustizia, ove i successivi titolari dei portafogli si servivano di lui per l’eterno rimaneggiamento dei codici. Ciò non gl’impediva del resto di fare all’Università una lezione ogni dicembre annunziando la materia che avrebbe trattato e che naturalmente non trattava nel corso dell’anno. Il de Ziani e il Luserta, onore della facoltà matematica, ambidue senatori _in pectore_, erano anch’essi pieni di cariche, membri dell’Accademia dei Lincei, membri del Consiglio superiore dell’istruzione pubblica, ecc., ecc., autori di relazioni e di programmi di studi in perfetta contraddizione fra loro. Dell’Astigiano e del Barelli non si parla. Erano medici di fama europea e non potevano rifiutare l’opera loro a chi li chiamasse a consulto in Italia e fuori d’Italia. Spesso li si chiamava tutti e due in una volta, giacchè essendo l’Astigiano profondo nella diagnosi e il Barelli nella terapeutica poteva accadere che il primo, infallibile nel determinare la natura del morbo, sbagliasse nel suggerire la cura, e il secondo, senza rivali nella cura, prendesse in iscambio un male per l’altro.
Del rimanente questo stato di cose conciliava le vedute delle famiglie degli scolari con quelle degli scolari medesimi. Le famiglie si riempivano la bocca coi gran nomi dei professori dei loro figliuoli; i figliuoli esultavano delle continue assenze dei professori e mancavano regolarmente alle lezioni dei sostituti.
Il rettore Pontevecchi, celebre orientalista ma non energico uomo, si consolava pensando che nella facoltà di filosofia e lettere, ch’era proprio la sua, le cose procedevano alquanto diversamente. In tanti professori non c’era che un unico deputato, il Meravigli, e anche quello andava di rado alla Camera perchè l’aria di Roma non gli era propizia. Gli altri erano puramente uomini di studio e non volevano saperne della vita pubblica.
Primeggiava tra questi il Teofoli, professore di filosofia, spirito largo ed acuto, parlatore limpido ed efficacissimo, ammirato dalla scolaresca, stimato e rispettato da tutti i colleghi. Due di essi, il Dalla Volpe e il Frusti, lo seguivano come la sua ombra, e la gente, a forza di vedere quei tre sempre insieme, aveva preso a chiamarli per celia i tre _anabattisti_. Il Dalla Volpe aveva moglie, una moglie terribile fino a trentacinqu’anni per la sua galanteria, da trentacinqu’anni in poi per la sua devozione: il Frusti era vedovo e grande odiatore delle donne; il Teofoli pareva deliberato a rimaner scapolo, e sebbene non partecipasse ai pregiudizi del suo amico Frusti contro il bel sesso, preferiva tenersene alla larga e frequentava soltanto il salotto della contessa Ermansi, ch’era una signora matura.
Ben provveduto di mezzi di fortuna, il professore Clemente Teofoli aveva un bel quartierino, una magnifica biblioteca e un’ottima tavola a cui egli invitava spesso qualche collega, e, nelle grandi occasioni, anche qualche discepolo preferito. Pegli altri due anabattisti, non c’è bisogno di dirlo, c’era sempre un posto e una posata disponibile. Il Dalla Volpe in particolare si rifugiava dall’amico il venerdì e le altre vigilie, per evitare la cucina di magro che la sua degna consorte gli avrebbe inflitta inevitabilmente.
Quei pranzetti, che la signora Pasqua, governante del professore Teofoli, una virago baffuta e contro le tentazioni, sapeva ammannire con arte sopraffina, erano rallegrati da discussioni dottissime fra i tre inseparabili. Il Teofoli parlava volentieri dell’opera ch’egli stava maturando da più anni sul tema già trattato alla fine del secolo scorso dal Dupuis, _L’origine delle religioni_; il Frusti e il Dalla Volpe facevano il possibile per tirare il discorso l’uno sulla storia antica e l’altro sulla moderna o a meglio dire su quel periodo di storia antica e moderna ch’essi prediligevano. Poichè, a voler essere sinceri, i due amici brillavano piuttosto per la profondità che per la varietà delle ricerche. Il Frusti non si occupava volentieri, nella storia moderna, che della rivalità tra Carlo V e Francesco I, e il Dalla Volpe, nella storia antica, non aveva occhi che per le gesta della 19ª dinastia tebana le cui glorie cominciano con Setti I, soprannominato Merenaphtha o Menaphtha (caro a Phtah), le cui imprese però, come sanno anche gli studenti di ginnasio, furono confuse con quelle di Ramesse II, suo figlio. Una volta preso l’aire, il dotto uomo non si fermava più, salvo che qualcheduno non trovasse il modo di richiamarlo alla memoria delle sue tribolazioni coniugali. Allora egli dimenticava Menaphtha e Ramesse e sfoggiava una facondia mordace che agli spiriti frivoli poteva parer preferibile alla grave e ponderata eloquenza con la quale egli esponeva le vicende memorabili dell’Egitto.
— Ero un bel somaro a pigliarmi tanti fastidi in gioventù per le scappatelle della mia signora consorte, — egli diceva sovente. — Quelli eran tempi beati in confronto d’adesso. C’erano, sì, delle chiacchiere in paese; c’erano spesso tra i piedi dei seccatori; ma almeno la Luisa era d’un umore gaio, piacevole, ed era bellina, ciò che non guasta. Le vere calamità, son principiate dopo quel fatale vaiuolo che la lasciò tutta butterata. Non vedendosi più un cane intorno, le son spuntati i rimorsi, l’è venuto il bisogno imperioso di espiare le sue colpe e di rimettersi in grazia di Domeneddio. E vigilie, e digiuni, e ogni momento in chiesa, alla messa, ai vesperi, alla benedizione, al confessionale, e preti, e frati e monache in casa.... e, s’io arrischio una parola, mi sento a rispondere: — Se ho commesso dei falli non puoi dire ch’io non ne faccia penitenza. — Così ho il gusto di aver la confessione esplicita di mia moglie, e quello di far penitenza insieme con lei.... Ah le donne!
Il nostro Teofoli notava che quando si ha avuto la sfortuna d’incappar male non è lecito giudicar tutte le donne alla stregua di quelle che ci hanno fatto soffrire.
Ma questa ragionevole osservazione dava sui nervi al terzo commensale, il professore Frusti. — È falso. Anzi è precisamente l’opposto. I soli che possono esser indulgenti con le femmine sono quelli che incapparono male. A loro almeno è permesso di credere che ce ne siano d’una pasta diversa dalle poco di buono che conoscono. Chi ha conosciuto le migliori non ha più illusioni possibili. E la mia era una delle migliori. Tutti lo dicevano, tutti continuavano a dirlo.... anche quando non c’era più un dubbio al mondo ch’ella mi menasse pel naso. E io sono intimamente convinto che avessero ragione.... Ma era donna e faceva la sua parte di animale nocivo.
Dopo queste dichiarazioni ripetute ogni tanto su per giù con le stesse parole e la cui amarezza lasciava sospettare una ferita ancora sanguinante, il professor Frusti aveva l’abitudine di tracannare un bicchiere di vino. Qualche volta, se la signora Pasqua era presente (ed ella usava dar di quando in quando una capatina in salotto da pranzo per sentir lodare i suoi manicaretti), egli si appellava al giudizio di lei ch’era uno spirito assennato e non aveva mai voluto esser confusa con le persone del suo sesso.
E la signora Pasqua approvava energicamente. — Parole d’oro — ella diceva con la sua voce grossa. — Son tutte tagliate sul medesimo stampo.
Le dispute fra i tre amici si prolungavano sovente durante la passeggiata e s’inacerbivano nelle sere in cui Teofoli, invece di andare in birreria coi colleghi, si recava dalla contessa Ermansi.
Poichè Frusti e Dalla Volpe non gli potevano perdonare questa sua debolezza. Com’essi non avevano mai accettato gl’inviti di quel _bas bleu_ ch’era la Ermansi, così avrebbero preteso che non li accettasse lui e che non si prestasse gentilmente a far la parte di bestia rara nel _serraglio_ della contessa.
II.