Prima di partire

Part 19

Chapter 193,556 wordsPublic domain

Il dottore interrogò l’infermiere, interrogò la cameriera, ed essi, nel rispondergli, si rivolgevano a quella _terza persona_: — Non è vero, signora Giuseppina? — Allora Gelsi, non badando agli occhiacci della baronessa, preferì di far senz’altro le sue domande alla _signora_ Giuseppina. Ed ella gli rispondeva con una voce dolce, una di quelle voci che si raccomandano, rispondeva chiara, precisa; non una parola di più, non una parola di meno del necessario. — Capisco, capisco, — diceva il medico. Poi si chinò sull’infermo: — Signor Achille, come va, come si sente? — Il cavaliere mosse faticosamente il capo. — Ah, — ripigliò Gelsi come discorrendo fra sè — si è scosso, ha mostrato d’intendere. — Oh, — sospirò la Giuseppina — intende benissimo.... Se potesse esprimersi!

La baronessa Eleonora s’accostò al letto, dalla parte opposta a quella ove si trovava la Giuseppina. — Achille, Achille?... M’hai riconosciuto?... Sono Eleonora.... Eleonora.... Vuoi che resti a farti un po’ di compagnia _io?_ — E quell’_io_ sottolineato tradiva l’intimo pensiero della baronessa. Ella si offriva di vegliar qualche ora, nella certezza che insieme con lei l’_altra_ non avrebbe osato rimanere, o ch’ella in ogni modo avrebbe saputo mandarla via. Ma il malato ritorcendo il viso dalla sorella, fissò gli occhi sulla Giuseppina che tremava come una foglia e spinse verso di lei il braccio non colpito dalla paralisi. La giovine gli afferrò la mano e la strinse nella sua. Gelsi intervenne. — Signora baronessa, vedremo domani.... Per questa notte è meglio che in camera non ci sia gente nuova.

— Ma io....

— Ha ragione.... Ho sbagliato a dir gente nuova. Intendo dire gente che il signor Achille non abbia visto da un pezzo.... Gli altri, se credono, possono vegliar nella stanza vicina.... alternativamente.... Lei, signora baronessa, farebbe bene a riposare.... Dev’esser stanca dal viaggio.... Già, in caso di bisogno la chiamano.... E qui, com’è disposto il servizio per la notte?

Quest’ultima interrogazione fu rivolta alla Linda, la cameriera.

— Alle undici e mezzo, — rispose questa, — Battista e la cuoca verranno a dare il cambio all’infermiere ed a me.

— Io non mi muovo, — soggiunse semplicemente la Giuseppina.

Dopo alcune altre ordinazioni e istruzioni, il dottore uscì. — Non c’è peggioramento, — egli disse ai parenti ed amici. — Siamo stazionari.... Ma pur troppo la condizione è sempre grave, gravissima.... Basta, tornerò domattina alle sei. Buona sera, buona sera.

La baronessa lo accompagnò fuori del salotto. — Converrà meco, dottore, che la presenza di quella donna è uno scandalo.... Se avessi potuto immaginarmi una cosa simile le dò la mia parola che non sarei venuta.... Per ricever quell’accoglienza!... Poichè mio fratello, al punto a cui è ridotto, trova il modo di farmi capire che lo secco....

— Non creda.... non creda, — interruppe il medico. — Io mi spiego lo stato d’animo del cavaliere Achille. I malati, anche i più gravi, e forse per l’indebolimento stesso delle loro facoltà, non si fermano sull’idea della morte finchè un incidente qualunque non produca sopra di loro l’effetto d’una rivelazione improvvisa.... Il cavaliere si è reso conto del pericolo quando ha visto intorno a sè i parenti che non ha l’abitudine di vedere, quando ha visto lei che non veniva a Venezia da un pezzo.... E il pensiero d’esser vicini al gran passo turba perfino gli eroi....

La dotta disquisizione del dottor Gelsi persuase poco la baronessa. — No, no, — ella disse — gli è che, tra la sua sorella e la sua ganza, Achille preferisce la ganza.

Gelsi aveva fretta. — Cara baronessa, — egli concluse, — nella vita conviene armarsi di pazienza.... E coi vecchi, coi bambini, coi malati non si può ragionare.... Del resto, _quella donna_ è un’infermiera preziosa.... Vorrei averne molte all’ospitale.

IV.

I Rudeni, i Quaglia, i Minucci erano, bene o male, alloggiati in casa. Gli altri, alle undici, si congedarono. Ma la baronessa Eleonora pregò il cugino Raimondi e l’avvocato Rizzoli di trattenersi ancora un poco. Indi licenziò il marito, al quale non parve vero di ritirarsi in camera con la _Gazzetta_, e consigliò i nipoti Quaglia e Minucci di andarsene a letto per alcune ore. Se tutti restavano alzati contemporaneamente sarebbe poi giunto il momento in cui nessuno avrebbe più avuto la forza di reggersi in piedi. Per ultimo ella disse ai due cognati: — Voi due mi usate la cortesia di rimanere. Dobbiamo parlare.

Fu fatto come ella voleva. E allora ella cominciò a sfogarsi con Raimondi.... Raimondi era stato d’una leggerezza! Egli abitava a Venezia, egli era in buoni termini con Achille.... Doveva sapere, doveva avvertire.

Raimondi s’infastidiva. — Sapere che cosa? Avvertire di che cosa?

— Oh bella! Sapere questa tresca.... Avvertirne noi, i parenti.

— Ma scusi, Eleonora. Che ghiribizzi le saltano in testa? Gran che seppur sapevo che Achille aveva una relazione amorosa!... Un uomo scapolo, ricco, libero come lui?... O che dovevo mandar una circolare?

— Ah era dunque conveniente di lasciarci, senza preavviso, trovar occupato da un’estranea il posto che spetterebbe a noi soli, a noi di famiglia?... Per me, l’ho detto già al dottor Gelsi, se mi fossi immaginata che v’era una padrona di casa, nonostante tutto l’affetto che ho per mio fratello, sarei rimasta a Livorno.

— Non esageriamo — interpose il conte Quaglia ch’era un uomo calmo.

— Ma che padrona di casa? — replicò vivamente Raimondi. — Se la Giuseppina non era mai stata in casa?... È venuta ieri.... e chi poteva impedirglielo?... Era sicuro che Achille, se fosse stato in condizione di parlare o di scrivere, l’avrebbe mandata a chiamare.... e non saprei dargli torto quando vedo le cure che quella ragazza ha per lui.... Da ieri in poi, nè di giorno nè di notte, non s’è allontanata un minuto da quel letto.... Io non capisco come faccia.... Non mangia, non dorme....

La baronessa sogghignò. — Credete ai miracoli, voi. Tant’è che crediate anche al disinteresse della vostra Giuseppina.

— Certo che in caso d’una disgrazia ella perde tutto, — osservò Minucci.

— Che ingenuità! — esclamò la baronessa Eleonora. — Quelle non son femmine da lasciarsi cogliere alla sprovveduta.... Per esse l’amore è un mercato.... Tanto si guadagna, tanto si rischia.... E dei rischi voglion esser coperte.... Veda, avvocato Rizzoli, se l’ho pregato di rimanere....

In fatti Rizzoli non sapeva ancora perch’egli fosse lì ad assistere a questa disputa.

— Se l’ho pregato di rimanere, — proseguì la baronessa, — gli è perchè, oltre ad essere un amico di famiglia, ella è un valente legale e può consigliarci.

— Benedette donne! — pensò Rizzoli. — Non sanno ancora che i consulti agli avvocati si vengono a domandare nello studio. — A ogni modo, egli si limitò a chinare il capo in silenzio.

— Io metterei la mano nel fuoco che qui sotto c’è un grande imbroglio, — ripigliò in tuono misterioso la baronessa Eleonora. — Quando un uomo cade nei lacci d’un intrigante, egli non vede che per i suoi occhi, è pronto a dimenticare per lei fratelli, sorelle, nipoti, e, se ne avesse, persino i genitori e i figliuoli.... Alle corte, per me non c’è dubbio che la _signora_ Giuseppina ha carpito ad Achille un testamento a suo favore....

Quaglia e Minucci, che fino allora non avevano dato segno di commuoversi molto alle filippiche della cognata, esclamarono in coro: — Possibile?

Il cugino Raimondi protestò. — Nemmen per sogno.... La Giuseppina è una buona diavola, incapace di sotterfugi.... E Achille era le mille miglia lontano dall’idea di poter morire a quarant’anni....

— Voi, Raimondi, siete un uomo antidiluviano, — interruppe la baronessa. E continuò con aria contrita: — Mi ripugna, lo sa Iddio se mi ripugna il toccar questo tasto.... e volesse pure il cielo che mio fratello campasse ancora cent’anni.... io abborro le questioni d’interesse.... e infine per me.... non ho figliuoli.... e sarete persuasi che se parlo, parlo piuttosto per voi altri, — questa dichiarazione era fatta ai due cognati. — .... Ma le ingiustizie mi offendono, e pur troppo d’ingiustizie nella nostra famiglia ne furono commesse.... il povero babbo ha favorito Achille in un modo!... Basta, era l’unico maschio.... Insomma quello che volevo chiedere a lei, Rizzoli, è questo. Non sarà, ma supposto che la nuova ingiustizia sia realmente avvenuta, che i parenti più stretti siano stati sacrificati per una poco di buono.... la legge non provvede, non dà i mezzi di difendersi?

— Ecco, signora baronessa, — rispose l’avvocato, — il cavaliere Achille, non lasciando nè ascendenti nè discendenti, nè moglie, era in piena facoltà di disporre come meglio gli piacesse di tutta la sua sostanza.

— Di tutto?

— Eh sì; il Codice è chiaro.... Diritti intangibili non ne hanno appunto che gli ascendenti, i discendenti e il coniuge superstite.... Certo che un testamento di cui si potesse provare che fu carpito con la frode o con la violenza diverrebbe nullo.... Ma qui entriamo in un ginepraio; non sono cose delle quali si possa discorrere vagamente, a _priori_.... Bisogna vedere al caso pratico.... Del resto, — soggiunse Rizzoli guardando l’orologio ch’era posto sulla mensola e che segnava le undici e tre quarti, — sono anch’io d’opinione, come Raimondi, che il cavaliere Achille non abbia preso alcuna disposizione.... Un testamento per atto di notaio, a quanto mi consta, non c’è.... Potrebb’esserci in qualche cassetto un testamento olografo, ma non lo credo....

Dopo di ciò, l’avvocato chiese licenza. Aveva da discutere una causa la mattina e voleva esaminare certi documenti. Raimondi uscì con lui. — Parola d’onore, — egli disse appena giù delle scale, — a momenti finivo collo schiaffeggiare mia cugina, la baronessa.... Che cinismo!... Suo fratello non è ancora morto ed ella si è già prese le chiavi dei cassetti.... l’ho vista io a prendersele.... ed è tutta trepidante per la sua parte d’eredità.... E quegli scrupoli da santocchia.... lei!... Col suo passato!... E quella stramba pretesa ch’io la informassi degli amori d’Achille?... O per chi mi prende?... Son forse il suo salariato?... È vero, ho sempre avuto il torto di esser troppo servizievole con questi miei signori parenti.... Ma se si sognano d’abusarne!... Con quel sugo poi.... Anche in questa faccenda dell’eredità che c’entro io?... Che ci sia o che non ci sia testamento io non m’aspetto un centesimo.... Dunque perchè mi seccano? Sono pentito d’aver mandato io i telegrammi che misero in movimento questo sciame di corvi.

— Eh, caro mio, — notò Rizzoli con un risolino sardonico, — quando c’è di mezzo l’interesse, gli uomini, su per giù, sono tutti d’uno stampo.... Tu pure....

— Ti prego....

— Oh vorresti darmi ad intendere, per quanto bene tu voglia a tuo cugino Achille, che s’egli ti avesse legato centomila lire, non ti consoleresti più presto della sua perdita?

— Scettico incorreggibile! — borbottò Raimondi.

V.

Erano le cinque del mattino. Le due fiamme della lumiera a gaz del salotto erano abbassate. Nella stanza fra il salotto e la camera del malato ardeva una candela. Alle quattro la baronessa Eleonora, il conte Quaglia e Annibale Minucci erano andati a coricarsi; da un’ora vegliavano Minucci e Quaglia juniori. Vegliavano così per dire, giacchè s’erano addormentati tutti e due, il primo sopra una poltrona del salotto, il secondo sul canapè della stanza attigua. Destatisi contemporaneamente allo scoccar delle cinque, i due cugini si vennero incontro sbadigliando, col piglio annoiato di persone che adempiono mal volentieri a un ufficio antipatico.

— Se la zia Eleonora sapesse che abbiamo dormito, ci metterebbe sotto consiglio di guerra, — disse il contino Quaglia.

Minucci si strinse nelle spalle. — Per quello che c’è da fare!... La zia Eleonora è una visionaria.... A badare a lei, qui dovrebbe essere un continuo scassinare armadi, trafugar carte, e che so io ancora... Quasi quasi si correrebbe il pericolo di essere assaliti per le stanze.

— Sciocchezze! A proposito, l’hai vista la terribile Giuseppina?

— Come l’hai vista tu. Da lontano, dalla soglia, poichè confesso che l’entrar nella camera non mi seduce.... Ci fui ieri appena arrivato, e sarà stata un’idea mia, ma mi parve che lo zio Achille mi facesse certi occhiacci.

— Neppur io ci vado volentieri nella camera, — soggiunse Quaglia. — Ma la donna è bella, sai.

— È parso anche a me.... Briccone d’uno zio!... Ma adesso, poveretto, anche per lui è finita.... Potrebbe, tutt’al più, durar così qualche mese.

— Non è probabile.... E non è neanche da augurarglielo.

In quel punto, Battista, il servo che aveva vegliato fino allora presso il padrone, passò pel salotto ove si trovavano i due giovani.

— E come va? — essi gli chiesero.

Battista tentennò la testa. — Male.... Da mezzanotte in poi è stato d’un’inquietudine!... E non si può capir che cosa voglia.... È una pena....

Era giorno fatto e Battista aperse le imposte e spense i lumi. Poi disse officiosamente: — Di qui a cinque minuti porterò loro il caffè.

E uscì dissimulando con fine arte diplomatica la noia che gli dava in un momento simile la presenza di sei ospiti in casa.

1 due giovani s’affacciarono alla finestra. Non s’erano più visti dopo il Carnovalone di Milano, che Minucci aveva passato presso i suoi parenti Quaglia, e adesso, trovandosi insieme così inopinatamente, evocavano i ricordi di quei giorni di baldoria.

— Ti rammenti dell’ultimo veglione alla Scala?

— E delle cene in _buona compagnia_ al Rebecchino?

— A proposito, con la Vittoria ti trovi spesso?

— Non è più a Milano.... Ha seguito Angioletti che è di guarnigione a Napoli.

Battista ricomparve col caffè.

VI.

Era vero. Dalla mezzanotte, anzi da prima di mezzanotte, una strana inquietudine s’era impadronita del cavaliere Achille. Moveva continuamente le labbra senza poter mettere che suoni inarticolati, moveva il braccio smaniando, fissava gli occhi sulla Giuseppina con un certo sguardo supplichevole come a dirle: — Indovinami.

Povera Giuseppina! Che non avrebbe fatto per indovinarlo? Gli raccomodava i guanciali sotto la testa, gli porgeva da bere, e alle sue mute richieste rispondeva con altre interrogazioni: — Vuol questo? Vuol quello? — No, non c’era verso di coglier nel segno. A volte ella dimenticava i rispetti umani, non si curava della cuoca e di Battista ch’erano lì davanti, e gli dava del _tu_ e non lo chiamava più _signor Achille_, ma lo chiamava _Achille_ com’egli voleva esser chiamato da lei. — Achille, dimmi che cosa vuoi, dillo alla tua Giuseppina.

Nel vederlo ridotto così, le salivano le lacrime agli occhi, ma le ratteneva, ma si sforzava di sorridergli, di mostrargli una fisonomia ilare, confidente, piena di speranza.

Era sua da tre anni; però non aveva cominciato ad amarlo davvero che dopo qualche tempo. Sulle prime aveva ceduto a lui come una ragazza povera, cresciuta in un ambiente poco scrupoloso, cede a un uomo ricco che le assicura la pace, l’agiatezza, il modo di giovare alla famiglia. L’aveva amato più tardi quando s’era accorta che egli non la trattava con l’aria sprezzante con cui gli uomini trattano le donne di cui fanno lo strumento dei loro piaceri. L’aveva amato senza sognarsi nemmeno ch’egli potesse sposarla, godendo del presente come d’un bene superiore ai suoi meriti, mettendo il suo orgoglio, la sua dignità nel prevenire ogni desiderio di lui, nel rallegrargli col suo sorriso la vita. E anch’egli le si era affezionato a grado a grado. In principio era stata per esso uno svago e nulla più, poi aveva compreso ch’ella era molto dissimile da tante altre; aveva sentito, egli scapolo impenitente, che questa donna piena di abnegazione e di tenerezza riempiva un vuoto nella sua esistenza, che senza imporgli i legami, a suo modo di vedere, intollerabili del matrimonio, ella lo salvava dalla prosa delle tresche volgari. Le aveva ammobigliato un quartierino di poche stanze e veniva a passar qualche ora ogni giorno in quel nido tranquillo ov’ella, pure uscita dal popolo, spargeva un profumo d’eleganza e di distinzione nativa.

Misantropo per indole, disgustato de’ suoi parenti, e, quantunque nè sciocco nè ignorante, privo di ambizioni letterarie, scientifiche, politiche, il cavaliere Achille non istava volentieri che con la Giuseppina e con pochi amici. Ma nemmeno coi pochi amici egli usava discorrere de’ suoi amori, e poichè la Giuseppina aveva un uguale riserbo, si può dire che questa relazione rimaneva avvolta in un’ombra discreta.

Quella che la sapeva più lunga sull’argomento era la cagnetta _Bibì_, ordinaria compagna del padrone nelle sue passeggiate, ma _Bibì_ si limitava a far le sue confidenze ad altri individui della razza canina.

Comunque sia, in quell’istante supremo una cosa era certa. La persona, che al cavaliere Achille pesava di più di lasciar sulla terra, era la Giuseppina; e la Giuseppina era quella che sentiva più acerbo lo strazio della sua morte.

VII.

— Buon giorno, buon giorno — disse il dottor Gelsi entrando in camera col suo solito dondolamento di testa. — Si fece far dalla Giuseppina un rapporto particolareggiato della notte, ordinò che si aprissero meglio le imposte per aver più luce e poi si accinse a un esame minuzioso dell’infermo, di cui lo colpì la singolare eccitazione nervosa. — Sarà un affare serio dopo — egli pensò in cuor suo.

— Ah, se potesse indovinar lei ciò ch’egli vuole! — sospirò la Giuseppina, affranta da tanti tentativi inutili.

Dopo essercisi provato e riprovato senz’alcun frutto, il dottore allargò le braccia col gesto di chi si dà per vinto. — Scriverò la ricetta per un calmante.

E s’avviò verso il tavolino.

Ma la Giuseppina lo trattenne chiamandolo con voce soffocata: — Dottore, dottore.

— Che c’è?

— Guardi.

Gli occhi del malato s’erano dilatati nell’orbita, il suo braccio si moveva rapido da destra a sinistra, da sinistra a destra.

Il medico fece un gesto interrogativo.

La Giuseppina soggiunse: — Lo sguardo ha assunto quell’espressione, il movimento del braccio si è fatto così insistente quand’ella disse che avrebbe scritto una ricetta.

Gelsi si picchiò la fronte. — Scrivere!... Che sia questo ciò ch’egli vuole?... Non gli si era domandato?

— No, no.

— Presto allora... Non perdiamoci in chiacchiere.... Pur che sia in grado di scrivere!... Col lapis forse sarà meno difficile.

Si trovò sul tavolino un quinterno di carta da lettere; il lapis lo diede il dottore.

Il cavaliere Achille seguiva con impazienza angosciosa questi preparativi. La fissità della pupilla, la tensione dei muscoli tradivano in lui lo sforzo della mente e della volontà. Quando il lapis fu posto tra le sue dita, quando il quinterno di carta fu dalla Giuseppina collocato in modo ch’egli potesse scriverci, egli vi tracciò faticosamente alcuni segni, poi lasciò ricader la mano spossata sulle coperte.

— Dunque? — chiese il dottore allorchè la giovine, obbedendo a un cenno dell’infermo, ebbe preso il foglio.

Sulle prime quei geroglifici riuscirono incomprensibili alla Giuseppina, ma, avvicinatasi alla finestra, le linee confuse, aggrovigliate si riordinarono come per incanto sotto i suoi occhi e le permisero di leggere due parole. Quali parole fossero ella non disse; piegò il foglio e lo nascose in seno, si precipitò sul letto del moribondo, ne afferrò la mano e la coperse di baci e di lacrime. _Bibì_, sentendola piangere, venne a fregarsele attorno mugolando sommessamente.

In quel punto s’affacciò sul limitare dell’uscio la baronessa Eleonora la quale aveva ordinato che la chiamassero al giungere del medico. Era in vestaglia, molto _impreparata_, in quelle condizioni nelle quali i nipoti non avrebbero voluto vederla.

Gelsi le si fece incontro e le parlò piano. La Giuseppina s’era ricomposta, senza però allontanarsi dal letto; un istinto sicuro l’avvertiva che quello era il solo asilo inviolabile per lei, e che nonostante la protezione di Raimondi, l’indulgenza del medico, la simpatia della servitù, se si moveva dal suo posto non avrebbe più potuto tornarvi.

S’intese la voce della baronessa. — Come? Ha scritto e non è lecito saper che cosa ha scritto?

— Oh — rispose il medico — per quello che può aver scritto!... Ha fatto pochi segni confusi.... Del resto diede egli stesso la carta a.... quella giovine....

— _Quella giovine_ ne capì il senso.... Doveva comunicarlo....

— Perdoni.... Secondo i casi.... In ogni modo....

E l’onesto dottore, animato da uno spirito conciliativo, si accostò alla Giuseppina.

Ma ella, che aveva côlto una parte della conversazione era già sulle difese.

— Quella carta?... No, dottore.... non la dò a nessuno.... Le giuro per quanto ho di più caro che non c’è nulla che possa interessar nessuno.... altri che me....

E cedendo all’affanno che la soverchiava, continuò: — Dio mio, Dio mio.... Mi lascino stare.... che male faccio?... Per che ragione credono ch’io sia qui?... Ho delle colpe, ho dei peccati tanti.... ma questi sospetti non li merito.... Oh se quel poveretto potesse parlare!... Mi difenda lei, dottore, lei ch’è buono....

Gelsi le fece segno di quietarsi, di tacere, e si accinse a calmar gli spiriti belligeri della baronessa. Vedeva bene che non era lecito insistere.... non c’era stata frode, non c’era stato artifizio, non c’era stata violenza.... egli n’era buon testimonio, e il foglio si trovava in possesso della signora.... di quella giovine, per manifesto desiderio del cavaliere Achille.... S’era un segreto ch’ella voleva custodire nessuno aveva il diritto di strapparglielo.... Egli l’intendeva perfettamente, certe cose urtavano la suscettività della baronessa;.... ma come si fa?... A questo mondo bisogna tante volte sacrificarsi per evitar guai maggiori.... e in un momento simile....

La savia perorazione fu troncata da un gesto dell’infermiere.

Le condizioni del malato peggioravano di minuto in minuto. Al grande eccitamento di prima succedeva una grande prostrazione di forze, e i polsi declinavano rapidamente. Ciò era stato previsto fino a un certo punto dal dottore Gelsi; tuttavia egli supponeva la reazione meno subitanea, meno precipitosa. Così pure non illudendosi sull’esito finale, egli non aveva creduto a una catastrofe imminente. Adesso invece si presentavano sintomi tali da giustificare i più gravi pronostici, e il medico, dopo aver fatto tutto ciò che la sua arte gli suggeriva, stimò suo dovere di metter sull’avviso la baronessa Eleonora e gli altri parenti ch’erano alzati.

La Giuseppina non aveva bisogno d’essere avvertita da alcuno. Ella vedeva, ella sentiva spegnersi a oncia a oncia quella cara vita per la quale avrebbe dato con entusiasmo la vita propria.

VIII.

E di nuovo quella sera, come la sera addietro, l’intera famiglia era raccolta in salotto. D’estranei non c’era nessuno; oltre ai Rudeni, ai Quaglia, ai Minucci non c’era che il cugino Raimondi. Il dottor Gelsi, dopo una visita fatta alle sette, aveva promesso di tornare fra le dieci e le undici quantunque, pur troppo, l’opera sua fosse inutile; il cavaliere Achille non avrebbe passata la notte.