Prima di partire

Part 20

Chapter 203,732 wordsPublic domain

Un attacco di nervi avuto nella mattina aveva prostrato le forze della baronessa Eleonora. Ella aveva rinunziato alla lotta, e distesa su una poltrona e con una boccetta di sali sotto il naso, si contentava di gemere sul proprio destino e di querelarsi dell’immoralità di certe relazioni che turbano persino la santità dei lari domestici. Nondimeno, anche nella sua anima frivola ed egoista, vibrava di tratto in tratto qualche nota sincera di dolore. Pensava alla sua vecchia casa di cui fra poche ore non sarebbe sopravvissuta che lei. Morti i genitori, morte le sorelle, moribondo questo fratello nel pieno vigore degli anni. E lui, se lo ricordava fanciullo, biondo, ricciuto, accarezzato da tutti, alquanto selvatico forse ma ragionevole e buono. Perchè s’erano amati così tepidamente, perchè negli ultimi tempi s’eran visti così poco? Di chi era la colpa? Eppure, ella non poteva negarlo, in due o tre occasioni quando s’era ricorso a lui per uscir dagl’impicci nei quali il maledetto vizio del giuoco di Borsa aveva messo il barone James, egli aveva aperto il suo scrigno senza farsi troppo pregare. È vero che, dando il danaro, protestava di non voler immischiarsi in nient’altro. Non voleva ricever confidenze, non voleva che gli domandassero consigli, schivava gl’incontri e non incoraggiava le visite.... Ma già teneva l’identico sistema con tutti i parenti.... Possibile a ogni modo che avesse lasciato un testamento per spogliare la sorella, i nipoti, il suo sangue insomma?

Mentre la baronessa Eleonora piagnucolava sommessamente, gli uomini tacevano. _Darling_ movendosi sotto la tavola faceva ogni tanto tintinnare i sonaglini del suo collare d’ottone.

L’incidente della mattina era stato, durante la giornata, esaminato sotto tutti gli aspetti. Non c’era più nulla da dire e non c’era nessuna disposizione da prendere. Quali pur fossero le due o tre parole scritte dal cavaliere e da lui consegnate a Giuseppina, era chiaro ch’esse non potevano avere un valore legale. Potevano contenere un’indicazione, un nome; chi sa? S’era cosa importante la Giuseppina avrebbe cercato di servirsene, e allora si sarebbe visto quel che si doveva fare.

Fin dalle prime ore del pomeriggio il malato aveva perduto ogni conoscenza. Non apriva gli occhi che a lunghi intervalli, e quegli occhi erano vitrei, immobili; solo la Giuseppina s’illudeva ch’egli la ravvisasse ancora. Ormai anche il braccio destro giaceva inerte, la mano umida d’un freddo sudore non rispondeva più alle strette della gentile mano di donna che tentava scaldarla.

Dinanzi a quel corpo che s’irrigidiva a poco a poco nella sinistra fissità della morte la Giuseppina sembrava una statua. Non vedeva che lui, non sentiva che lui. S’accorgeva appena delle persone che entravano ed uscivano dalla stanza; le era apparsa come in un sogno una nera tonaca di prete, come in un sogno l’era giunto all’orecchio un mormorìo di preghiere ch’ella, macchinalmente, aveva accompagnato con parole salite al labbro dal fondo della memoria. Poi l’apparizione era svanita; era venuto di nuovo il medico per andarsene via senza ordinar nulla. Adesso (da quanto tempo? la Giuseppina non lo sapeva) il silenzio della camera non era rotto che da un rantolo affannoso.... Ah, finchè quel rantolo durava, il posto della Giuseppina era lì, sempre lì.

Al tocco dopo mezzanotte il rantolo cessò. La testa del moribondo si scosse per ricader sul guanciale.

— È finito, — disse l’infermiere.

Finito?... Ma allora?... Allora era finito anche per lei.... Ella non poteva più rimanere.

Raccolse le sue forze, represse i suoi gemiti, si alzò in piedi, baciò la fronte del morto, baciò gli occhi, baciò la bocca, ahi tante volte baciata, e prima che altri la cacciasse dalla camera e dalla casa, si dileguò inavvertita per l’uscio dello spogliatoio da cui era entrata circa quarantott’ore innanzi, appena saputa la malattia improvvisa del cavaliere Achille.

IX.

Due giorni dopo, i Quaglia, i Minucci e il barone James Rudeni, pacatamente e decorosamente afflitti, accompagnarono fino al cimitero la salma del loro amato congiunto, nè occorreva essere profondi psicologhi per legger loro in viso sotto il lutto ufficiale dei parenti la soddisfazione intima degli eredi. Il cugino Raimondi, l’ottimo cugino Raimondi, s’era apposto al vero. Il cavaliere Achille non aveva lasciato testamento; nei suoi cassetti frugati con la massima diligenza non s’era trovata neanche una riga che accennasse a disposizioni prese pel caso di morte. D’altra parte nessuno s’era fatto innanzi a vantar diritti, e per conseguenza la sostanza del defunto stimata quasi un milione andava divisa in tre parti tra la baronessa Rudeni, come sorella, e i due giovani Minucci e Quaglia, come figli di sorelle premorte. Era proprio il meglio che potesse succedere. Perchè dato un testamento, anche a favore della sorella e dei nipoti, ci sarebbero state certo delle prelevazioni da fare per legati, per beneficenze, ecc. Così invece non c’era nulla di obbligatorio e dell’elargizioni che si fossero fatte avrebbero avuto lode soltanto gli eredi. Ed eran preparati a farne in congrua misura e la sera stessa sarebbe comparsa ne’ fogli cittadini una bella lista d’offerte. Ma sicuro, bisognava onorar la memoria del caro estinto, bisognava mostrarsi generosi coi poveri. La maggior compiacenza che dà la ricchezza è quella di giovare ai diseredati dalla fortuna. Quei signori erano pieni di nobili sentimenti. Il barone James, prendendo il braccio dell’ottimo cugino Raimondi, gli aveva detto, in nome proprio e dell’Eleonora rimasta a casa indisposta, che si sarebbe domandato consiglio a lui su quel che si doveva fare per la servitù. Gente così affezionata al padrone! Gente che lo aveva assistito in quel modo! Non c’è dubbio che il povero Achille, se avesse avuto tempo da far testamento, se ne sarebbe ricordato. Ma! Come si muore! Oggi si è sani come pesci, domani.... _patatrac_.

E i giovani Minucci e Quaglia avevano anch’essi tirato in disparte il cugino Raimondi per sentire da lui in quali condizioni restava quella ragazza.... quella Giuseppina.... In quanto a loro.... seppur la zia non voleva saperne.... non sarebbero stati alieni.... per una volta tanto.... dal fare un sacrificio di qualche migliaio di lire.... s’intende che ciò non doveva costituire un precedente.... la ragazza non aveva diritti da accampare, s’intende.... era così per un impulso spontaneo.... In somma Raimondi aveva capito le loro idee; si regolasse da quell’uomo cauto e savio ch’egli era.

Raimondi aveva lasciato dire per creanza, ma poi aveva dichiarato che la Giuseppina sarebbe morta di fame prima d’accettare un centesimo, che la proposta l’avrebbe offesa, ch’egli non avrebbe certo osato di fargliela.

E i due cugini s’erano guardati dall’insistere, contentandosi di esternare la loro ammirazione pel disinteresse che si riscontra talvolta dove meno si supporrebbe. A ogni modo si sarebbe potuto discorrerne di nuovo dopo la cerimonia.

All’ultimo momento l’avvocato Rizzoli pronunziò brevi ed acconcie parole in nome dei congiunti troppo turbati da compiere essi quest’ufficio pietoso; un altro signore aggiunse un saluto per parte degli amici, e la bara fu calata nella fossa. Allora, sul triste margine, risuonò un ululato di cane. Era _Bibì_. O come mai era capitata in cimitero? In che barca s’era nascosta? L’allontanarono a forza, volevano prenderla, ma essa sguisciò via fra le tombe. Sul tumulo si deposero parecchie corone, fra cui tre splendidissime delle famiglie Quaglia, Minucci e Rudeni. Poi altre strette di mano, altri sospiri e condoglianze e ringraziamenti, e il corteggio si sciolse.

— Caro Raimondi, — disse il barone James, quando fu presso alla riva del cimitero, — se avete moneta spicciola date un soldo a quel povero vecchio che tiene la gondola..... Io non ho più rame in tasca.

. . . . . . .

La Giuseppina era venuta prima di tutti e aveva aspettato pazientemente in un’altra parte dell’ampio recinto. Se si fosse unita all’accompagnamento funebre l’avrebbero frustata come _Bibì_; ma già ella stessa non voleva unirsi a nessuno, voleva esser sola a pregare ed a piangere. S’inginocchiò sulla terra appena smossa, tolse di sotto alla mantiglia una semplice ghirlanda di semprevivi e la collocò fra quelle ghirlande sfarzose dai lunghi nastri di seta nera con ricami d’argento.... E pianse, e pianse, e pianse. E pregò pace a lui ch’era stato così buono, a lui che poche ore innanzi di morire aveva con la mano tremante scritto quelle due parole adorabili: _Giuseppina mia_. Perchè il misterioso foglio che aveva tanto sgomentato i parenti non conteneva di più.

Ed era questa l’eredità di Giuseppina.

Non l’unica però.

Ella credeva di esser sola e non era. Accanto a lei _Bibì_ raspava la terra e guaiva. — O _Bibì_, povera _Bibì_! — esclamò la Giuseppina. — Tu gli volevi bene.

Se la prese in grembo e la portò via seco.

IL NATALE DI NINETTA.

I.

Era la vigilia di Natale più fredda che si ricordasse da gran tempo in Venezia. Da tre o quattr’ore nevicava senza tregua, una neve fitta, sottile, che messa in giro vorticoso da un vento gelato batteva con un suono metallico sui muri delle case e sui vetri delle finestre.

Grave, impettito, solenne, col capo coperto da un berretto gallonato, le mani strette in un paio di guanti di pelle di dante, e la maestosa persona chiusa in un lungo soprabito dai bottoni d’argento, il signor Barnaba, il guardaportone della nobile famiglia Costi, passeggiava su e giù per l’ampia entratura del palazzo, illuminata da un gran fanale a gaz che pendeva dall’alto. Di tratto in tratto si suonava alla porta della riva. Allora un gondoliere andava ad aprire, ed il signor Barnaba, senza perder nulla della sua gravità diplomatica, moveva incontro ai nuovi arrivati, faceva loro un inchino silenzioso, e li accompagnava fino allo scalone di cui s’affrettava a richiudere l’uscio a vetri appena essi avessero posto il piede sul primo gradino. Qualcheduno veniva anche dalla parte di terra, ma erano persone di minor conto, almeno agli occhi del signor Barnaba, uomo incapace, sebbene spesso radicale in politica, di accordar la sua stima a della gente la quale non aveva gondola propria o non prendeva una gondola a nolo con una serata simile. E la faccia diplomatica dell’eminente funzionario si atteggiava a un sorrisetto ironico mentr’egli aiutava quei disgraziati a scuotersi di dosso la neve e riceveva l’ombrello dalle loro mani intirizzite.

— Che tempo, caro Barnaba, che tempo d’inferno! — esclamavano i poveri diavoli fatti espansivi dalla consolazione di trovarsi finalmente al coperto e dalla dolce prospettiva del pranzo che li aspettava.

— Brutte feste di Natale, — soggiungeva il signor Barnaba con la sua voce di basso profondo. — Peccato!

— E l’ombrello non serve a nulla.

— Già, col vento.

— In gondola dev’esser peggio ancora.

Nonostante quest’asserzione di quelli che venivano a piedi, la maggior parte degli invitati venivano in gondola. Del resto, non erano mica molte persone, una ventina al più. Si capisce che per la vigilia di Natale non si potevano invitare a pranzo che i parenti e quelli tra gli amici intimi che non avevano famiglia.

Dallo spiraglio dell’uscio della portineria una fanciulla di undici o dodici anni, magra, pallida, freddolosa, assisteva non vista al passar della gente, guardava con ammirazione quelle belle signore incappucciate (almeno ella se le figurava belle), quei signori avvolti nelle morbide pelliccie, quei bimbi e quelle bimbe (oh quelle bimbe sopratutto) così ben coperte, così ben vestite, con quei mantellini dalle tinte gaie come doveva esser la loro vita, come doveva esser la loro anima. E quand’esse erano scomparse a’ suoi occhi ella le seguiva con la fantasia; le seguiva su per lo scalone, nelle sale tiepide, dinanzi alla tavola scintillante di lumi, di cristalli, d’argenteria, dinanzi all’albero di Natale carico di tanti regali preparati apposta per loro.... O perchè ci dovevano esser dei bimbi così felici e degli altri invece che stentavano il pane e non avevano da aspettarsi che i rimbrotti e le busse?

II.

Dopo le sette non venne più nessuno e il signor Barnaba poteva ripromettersi qualche ora di quiete e riposare alquanto dalle sue gravi fatiche. Rientrato in portineria, egli non era più l’uomo dalla faccia decorosamente ossequiosa che i padroni e i visitatori erano avvezzi a vedere; come per incanto la sua fronte s’aggrinziva, le sue sopracciglia si corrugavano, le sue labbra prendevano un’espressione amara e disgustata, e la sua voce di basso profondo acquistava delle note stridule ed aspre. Gli è che il signor Barnaba, intimamente convinto che la società non rendesse giustizia ai suoi meriti, accumulava nella giornata una buona dose di fiele, ch’egli poi distribuiva in equa misura tra quelli che avevano la fortuna di avvicinarlo nell’intimità. Non che fosse proprio cattivo il signor Barnaba, ma era un povero cervello in cui le più matte idee cozzavano insieme. A volte pareva più aristocratico d’un Montmorency, a volte, specie dopo la lettura dei giornali, diventava giacobino e comunardo. In tutt’e due queste fasi, sua moglie, la mite e timida siora Marianna, aveva le sue grandi tribolazioni. Perchè quando suo marito faceva il demagogo ella temeva che le pazze sfuriate di lui arrivassero all’orecchio dei padroni; quando invece egli s’atteggiava a conservatore, a persona rispettosa delle regole gerarchiche, ell’era sicura ch’egli avrebbe finito col trovar l’equilibrio del suo spirito applicando una sua massima favorita: — La subordinazione è giusta, ma bisogna rifarsi sui più deboli delle umiliazioni che ci tocca subir dai più forti.

E il signor Barnaba si _rifaceva_ particolarmente sulla moglie e sulla Ninetta, ch’era quella bimba di cui abbiamo parlato prima. La Ninetta non era nè figlia nè parente del signor Barnaba e della _siora_ Marianna: era una povera orfana, la quale veniva di mattina e di sera a prestar dei piccoli servigi in portineria, ricevendone in compenso la colazione e il desinare ch’ella portava nel suo tugurio e divideva con uno zio, abile operaio, ma giuocatore e beone, il quale l’avrebbe cacciata di casa s’ella gli si fosse presentata davanti con le mani vuote. Non era una vita allegra quella della Ninetta, palleggiata fra la brutalità dello zio e la pedanteria meticolosa e loquace del signor Barnaba, ma ell’aveva indole buona e tranquilla e sopportava la sua sorte disgraziata con infinita pazienza. Del resto, i suoi umili uffici al palazzo Costi, oltre ai vantaggi economici le procuravano anche qualche momento di svago. Già le tre camerette della portineria, sebben piccole e scure, erano una reggia al paragone di quella specie di magazzino umido ov’ella passava la notte. E poi c’era la distrazione della gente che veniva a far visita, dei barcaiuoli che apparecchiavano o sparecchiavano la gondola, dei padroni e delle padroncine che uscivano di casa o rientravano lasciando dietro di sè quel profumo acuto _che hanno i signori_, come la Ninetta soleva dire; senza tener conto delle volte in cui per risparmiar la fatica al signor Barnaba la bimba saliva lei stessa le scale e portava nel piano nobile un’imbasciata, un pacco, una lettera. Allora, se le riusciva di dare una capatina nelle stanze, ella ridiscendeva rossa rossa in viso con l’impressione di esser stata in un soggiorno di fate.

III.

Quella sera il signor Barnaba era più bisbetico del consueto. Egli non sapeva capacitarsi che la vigilia di Natale un uomo suo pari, anzichè goder la sua piena libertà e banchettare gli amici, fosse costretto a misurar per lungo e per largo l’androne di un palazzo e ad aprir la porta a una ventina di parassiti d’ogni età e sesso. Il mondo era proprio fatto male, e ci voleva una rivoluzione per rinnovarlo _ab imis fundamentis_. — Per fortuna il 1889 non è lontano e quello sarà un gran centenario.

La _siora_ Marianna sbarrò tanto d’occhi, e il signor Barnaba soggiunse con disprezzo: — Ecco ciò che vuol dire non avere istruzione, non aver letto nulla.... E doveva toccare a me un’oca simile!.... Il 1889 è il centenario del 1789.... l’anno della grande Rivoluzione francese, quando s’è tagliata la testa ai re, ai nobili, ai preti....

— Zitto! — gridò la _siora_ Marianna spaventata.

— Ma che zitto! — replicò il consorte. — Qui nessuno mi sente.... E se anche mi sentissero e volessero far i gradassi... sono un uomo capace di anticipar di qualche anno il centenario, io.... E il primo che deve pagarmela è il signor Schmaus, il mastro di casa.... quel tedesco petulante che cerca il pelo nell’uovo.

A questo punto, nello spirito del signor Barnaba accadde un’improvvisa reazione in senso conservativo, ed egli trovò che, quantunque ingiustamente, il signor Schmaus era suo superiore in ordine gerarchico e non aveva tutti i torti di voler rifarsi sopra di lui delle risciacquate di capo prese dai padroni. Ma, come il solito, l’indulgenza verso i superiori rese il signor Barnaba più aspro cogl’inferiori. Se il signor Schmaus si rifaceva sopra di lui, il signor Barnaba aveva ben il diritto di rifarsi su qualchedun altro.... — È come nelle fabbriche, — egli diceva fra sè con bella similitudine. — Le pietre che stanno in alto pesano sulle pietre che stanno abbasso. — In omaggio al quale principio, egli strapazzò la moglie, strapazzò la Ninetta, e finalmente, guardando di punto in bianco l’orologio, ordinò alla fanciulla di fare un salto al _chiosco_ più vicino per prendergli il _Secolo_ che doveva essere arrivato.

La pietosa _siora_ Marianna arrischiò un ma....

— Che c’è? — ruggì il signor Barnaba.

— Niente.... niente.... Però la Ninetta ha da andar presto a casa sua.... e con questa neve... farle fare una strada di più....

Il marito diede un pugno sulla tavola. — Ah vorrei vedere anche questa!... Per un po’ di neve.... Come se fossero sassi.... Via, signora _delicatina_.... si metta il suo scialle e non perda tempo.... _Marsch!_

La _siora_ Marianna non fiatava più, ma guardava la Ninetta in un certo modo come a dire: — Abbi pazienza. È una bestia e non intende ragione.

E la Ninetta ubbidì in silenzio. Staccò da un chiodo lo scialletto di lana che le copriva appena le spalle, guardò con un sospiro le sue scarpe rattacconate, si fece dare un soldo dal signor Barnaba, aperse a fatica il portone e uscì in istrada. Nevicava sempre, nevicava fitto, e il vento s’ingolfava nella _calle_ con un urlo lungo, sinistro, somigliante a un gemito umano. Mal difesa dalla sua vesticciuola leggera, la povera fanciulla sentiva il freddo penetrarle nell’ossa, e studiava il passo segnando una piccola orma sul candido lenzuolo steso per terra.

La distanza dal palazzo Costi al primo _chiosco_ di giornali non era mica grande, ma quella sera, con quel tempo, con quelle vie solitarie, pareva alla Ninetta di dover percorrere un deserto immenso. Lungo tutta la via ella incontrò appena un paio di persone, imbacuccate nei loro cappotti, bianche e mute come fantasmi; solo attraversando un _Campielo_ chiamato _Campielo dei morti_ (ce n’è più d’uno di questi _Campieli_ in Venezia e il loro nome deriva dall’esservi stati secoli addietro in quei luoghi dei piccoli cimiteri) la ferì il miagolio lamentevole d’un gattino perduto in mezzo alla neve. Quando poi credeva di esser giunta alla meta, le toccò un’amara delusione. Il _chiosco_ era chiuso, forse a cagione del tempo, forse a cagione della festa. Che partito prendere? Tornarsene indietro a mani vuote, o andare in cerca d’un altro _chiosco_ a rischio di trovar chiuso anche quello? Però in quel punto ella sentì gridare in fondo alla strada: _il Secolo, appena arrivato il Secolo._ — _Secolo_, — ella gridò ripetutamente, correndo dietro al rivenditore. Ma questi non la intese o non le badò, nè a lei riuscì di raggiungerlo, finchè un passante impietosito che aveva la fortuna di possedere un vocione non ebbe tuonato due volte: — Ehi, del _Secolo_, siete sordo? — Il rivenditore si fermò con malagrazia, prese il soldo dalla mano della Ninetta, tirò fuori di sotto il soprabito un numero del giornale, e dopo averlo dato alla fanciulla si allontanò rapidamente ripetendo come un pappagallo: _Appena arrivato il Secolo. Con molte notizie il Secolo._

La Ninetta rifece il cammino di prima senza trovar anima viva, senza udire una voce umana che rompesse il silenzio; bensì nel _Campielo dei morti_ suonava ancora, ma più rauco, più flebile, il miagolìo del povero gattino smarrito, e una forma nera si dibatteva nella neve.

IV.

La _siora_ Marianna aveva preparata una bella scodella di roba da mangiare per la Ninetta, l’aveva coperta con un piatto, ravvolta in un tovagliuolo e riposta entro un paniere, quando la bimba ricomparve in portineria col giornale.

— In che stato sei! — esclamò impietosita la donna.

— Gran che! — borbottò il signor Barnaba che si dondolava sopra un seggiolone di paglia presso il camino. — Per quattro fiocchi di neve! La bella educazione che mia moglie avrebbe dato ai suoi figliuoli se ne avesse avuti!... Gira di più la chiavetta del gaz, che non ci vedo a leggere, — soggiunse il maestoso guardaportone aprendo il _Secolo_. — Una fiamma sola! E piccola per giunta.... Questi padroni sono d’una taccagneria....

Mentre il signor Barnaba succhiava avidamente il miele del foglio lombardo, la _siora_ Marianna parlava a bassa voce con la Ninetta.

— Mi fa pena che tu torni ad uscire con questo tempo.

— Non c’è rimedio....

— Se si potesse farti qui un letticciuolo provvisorio... per una notte.... Io credo che quell’orso, — e accennava a suo marito, — non ci troverebbe a ridire.... E neanche tuo zio....

— No, no, — rispose la bimba atterrita alla sola idea di poter cedere alla tentazione. — Se mio zio non mi trova a casa quando torna lui, sto fresca.

La _siora_ Marianna tentennò la testa. — Che peste questi uomini!

— Vado, — ripigliò la Ninetta, infilando il paniere nel braccio.

— Bevi almeno un sorso di vino, — insistè l’altra. — E gliene mescette un mezzo bicchiere.

Finalmente, togliendo dalle spalle della fanciulla lo scialletto tutto bagnato gliene prestò uno di suo, un po’ più grande e pesante. — Me lo riporterai domani.

— Auff! La terminerete con queste smorfie? — saltò su impazientito il signor Barnaba.

— Buona notte, buona notte, — disse la Ninetta. Ed uscì.

Uno dei barcaiuoli ch’era nell’entratura le aperse il portone di strada.

— E vai fino a Rialto?

— Sì.

— Bada che il vento non ti porti via.

No, il vento non la portava via, ma una tristezza invincibile le si addensava sull’anima mentr’ella per la terza volta s’inoltrava sulla via deserta. E di nuovo il suo pensiero correva involontariamente a quei bimbi eleganti e felici ch’ell’aveva visti entrare in palazzo e che adesso senza dubbio ridevano e saltavano davanti all’albero di Natale. Non era invidiosa per sua natura; era buona, tollerante, contenta di poco; i cattivi esempi non l’avevano ancora guastata.... Anzi la brutalità dello zio, brutalità cagionata specialmente dall’abuso dei liquori, le aveva inspirato il ribrezzo dell’intemperanza, la passione della vita sobria e massaia; e d’altra parte il freddo egoismo del signor Barnaba ripugnava profondamente al suo cuore disposto alla simpatia. Quella sera però ella domandava a sè stessa se suo zio non avesse ragione di annegare i suoi affanni nell’acquavite, e se non avesse ragione il signor Barnaba di mettere in pratica a casa propria quella massima, da lui ripetuta dieci volte al giorno, che bisogna rifarsi su qualcheduno. Rifarsi?.... Ma ella, per esempio, su chi avrebbe potuto rifarsi? Chi c’era al mondo di più debole, di più derelitta di lei?