Part 18
Durante questo tempo la signora Stella era stata sempre in piedi affaccendata intorno alla teiera; adesso il tè era fatto ed ella ne mescè una tazza al Gualberti, dicendogli:
— Mettete voi a vostro piacere lo zucchero, la panna e il rhum, e spifferate pure il vostro ultimo paradosso.... Perchè è l’ultimo; sono già le dieci e mezzo.
— Non baderà poi al minuto. Il mio paradosso è questo. La colpa che perdono meno alla donna è la civetteria.
— Misericordia! — gridò la padrona di casa alzando le mani al cielo. — A dir queste cose v’inimicherete l’intera corporazione.... S’è già passato in giudicato che siamo civette tutte quante?
Gualberti fece un moto vivace di protesta.
— Nemmen per sogno.... Ne conosco una per esempio....
La signora Marioli gli accennò con la mano di non continuare.
— Son io quella, s’intende.... Gualberti, stasera siete in vena d’originalità; non naufragate in un bicchier d’acqua.
— Le giuro che....
— Tiriamo via.... E invece di perdervi in cerimonie, spiegatevi meglio.... Per voi dunque la civetteria è un peccato mortale.
— Sarò ingiusto, sarò eccessivo.... Ma già me ne rifaccio con un eccesso d’indulgenza per altri peccati.
— Oh!... Per esempio?
— Io compatisco la sensualità, compatisco e spesso rispetto la passione, anche illegittima.
— E non compatite la civetteria?
— No. La sensualità ha qualche cosa d’irresponsabile, è una malattia del sangue, come la passione è una malattia, una nobile malattia, del cuore. Sensualità e passione sono necessariamente sincere; la civetteria non è che un artifizio; è un pervertimento dell’ingegno rivolto a miseri fini, è un gioco crudele che alla lunga spegne nell’animo di chi lo fa ogni lampo di gentilezza.... La donna può esercitarvisi per anni senza restar presa nei lacci che tende; non importa, ella è mille volte più corrotta, mille volte più condannabile di quella che ha ceduto all’amore, qualunque sia quest’amore....
— Onde alla signora Gualberti, se ci fosse, — ripigliò in tuono scherzevole la signora Stella — voi perdonereste un amante, due amanti....
— Come corre! Veda.... Bisogna distinguere. Quando una donna maritata ha un amante, il marito è un offeso, e chi è offeso non guarda tanto pel sottile; non considera il fatto in sè stesso, ma il danno, la vergogna, il ridicolo che ne deriva a lui.... È probabile ch’io sarei come gli altri, è possibile che scaccerei dal mio fianco la donna colpevole.... a’ miei occhi indubbiamente colpevole.... ma non credo che da una catastrofe di questo genere mi sentirei umiliato come dall’aver una moglie che tenesse a bada una dozzina di bellimbusti e girasse tutta la sua vita intorno all’adulterio senza cadervi mai.
— Avete finito?
— Ho finito.
— Ebbene, quantunque siano le dieci e tre quarti, voglio dire anch’io due parole.... Figuratevi se non protesto in nome del mio sesso contro le vostre esagerazioni.... Una seconda tazza di tè?
— Sì, grazie, — rispose Gualberti, il quale non domandava di meglio che di esser trattenuto.
— Nella vostra filippica ci può anche essere un fondo di vero — soggiunse la signora Stella mentre gli porgeva la tazza colma, — ma, santo Iddio, le cose che vi dispiacciono le vedete con una lente d’ingrandimento che vi muta una zanzara in un elefante. Non amo neppur io la civetta di professione, ma un po’ di civetteria non è poi quel delitto abbominevole che voi credete. È la nostra arma, la nostra difesa, la nostra vendetta contro voi altri.
— Una vendetta?
— Appunto, e non è difficile a intenderlo. Con voi uomini una donna che non sia nè vecchia nè brutta (e già le brutte e le vecchie le lasciate in disparte) non ha che tre vie da tenere. O consente a sacrificarvi la sua riputazione, o vi mette alla porta ch’è quello che meritereste spessissimo, o si prende argutamente gioco di voi.... Ora capirete che sacrificarvi la propria riputazione è novantanove volte su cento una follìa, e che il darvi lo sfratto ci condannerebbe all’isolamento. Non resta quindi che il terzo partito. Con che fronte venite ad accusarci di finzione, d’artifizio? Siete schietti, siete sinceri voi altri? Che cosa sono le vostre frasi sdolcinate, le vostre dichiarazioni patetiche? Sono la bandiera con cui tentate far passare di contrabbando un vostro desiderio, un vostro capriccio. Voi c’insultate, noi vi canzoniamo. Ve lo ripeto, io non amo le civette in genere, però quando sento che una civetta ha corbellato un libertino biasimo forse la donna, ma in quanto all’uomo dico: Bene gli sta.
— Ah, signora Stella, — replicò Gualberti deponendo la chicchera sulla tavola. — si capisce che c’è un grande spirito di solidarietà fra le donne se le migliori prendono con tanto fuoco le parti delle peggiori!... Cercar scuse alle civette, lei che non ha ombra di civetteria?
— Ne siete sicuro? E, in ogni caso, credete di farmi un elogio? Se fosse un difetto? Se per lo meno fosse una disgrazia?
— Come mai?
Ella soggiunse con un sorriso triste:
— Eh caro Gualberti, è quello che dicevo poco fa.... Non volersi compromettere con uno, non voler prendersi gioco di molti, è il vero modo di restar sole.
Le parve di essersi lasciata sfuggire qualche parola di troppo e si alzò bruscamente dalla seggiola.
— Basta così, ormai.... Voi mi avete sciorinato le vostre massime; io ho rintuzzato la vostra baldanza maschile.... vi ritenete sempre impeccabili voi uomini.... adesso non mi resta altro che darvi la felicissima notte e augurarvi buon divertimento dalla Vetturi.
Gualberti s’era alzato anche lui, e stava forse per accommiatarsi definitivamente, quando ad un tratto abbassò gli occhi sullo sparato della camicia e mise un piccolo grido.
— Che cos’è accaduto?
— È accaduto.... — rispose alquanto confuso Gualberti — che dalla Vetturi non ci posso andar più.
— E perchè?
— Perchè m’accorgo d’essermi fatta una macchia di tè sulla camicia.
La signora Stella non potè a meno di sorridere.
— Un altro giorno vi legherete la salvietta al collo.... Per fortuna avete ancora tempo di passar a casa vostra a mutarvi.
— Questo poi no. Far _toilette_ una volta, _transeat_, ma due? Non ho una vocazione così pronunciata per la società. Sia compiacente, signora Stella, e giacchè sono qui mi permetta di restarci ancora un pochino. È tanto più gustoso il discorrer con una donna d’ingegno e di cuore che l’andare a una festa a sentir le solite melensaggini.
Una nuvola si calò sulla fronte della signora Marioli; un sospetto lo balenò nell’animo. Le venne il dubbio che quella macchia non fosse accidentale, che Gualberti avesse lasciato cadere apposta una goccia di tè sulla camicia per avere un pretesto di prolungar la sua visita. E il pensiero di questo mezzuccio puerile l’offese, e l’insistenza per rimaner da lei a quell’ora inusata l’afflisse. Ecco, anche Gualberti del quale ella pregiava infinitamente lo spirito ed il carattere assumeva dei modi che a lei non potevano convenire.... Le sarebbe toccato metterlo a posto, forse non riceverlo più come non aveva ricevuto più tanti altri.... Era un gran dolore.... O forse l’aveva ella stessa trattato con soverchia familiarità?... Dio buono, che sia necessario di star sempre in sussiego, di adombrarsi d’ogni atto, d’ogni parola?... Che ogni minima deferenza debba bastare perchè un uomo manchi di rispetto?...
— Oh Gualberti — ella ripigliò; e l’intonazione della sua voce rivelava il suo animo commosso — non mi fate pentire di avervi perdonata la licenza che vi siete presa.... Perchè io non vi avevo mai, mai invitato a venire di sera.... Nè voi, nè altri, s’intende.... O scendo da mia madre, o vado da qualche amica, o rimango sola.... Non è poi la fine del mondo il rimaner sola.... Lo so — ella proseguì, quasi volendo spiegar a sè stessa la propria condotta — tanti avevano insistito perchè io ricevessi una sera per settimana.... A che pro?... Avrei forse potuto ricever soltanto quelli che desideravo?... No certo, mi sarebbe convenuto subir prima di tutti quelli che avevano fatto la proposta, i seccatori, gl’importuni, i balordi, quelli che stimerebbero fallire a un debito d’onore se non facessero la corte a una donna che non è un mostro, e che non ha nessuno che la difenda.... Ebbene, no, non era affare per me.... avete ragione, non sono abbastanza civetta.... D’altra parte, sfido io, una volta detto di non ricever la sera, come posso fare eccezioni?... Avete avuto torto di forzar la consegna.... Più torto ancora avete adesso a ricorrere a espedienti non degni di voi....
— Quali espedienti?
— Via, non fate l’ingenuo.... La vostra macchia di tè....
— Le dò la mia parola d’uomo d’onore....
— Inezie.... Non vi tengo mica il broncio.... E neppure voi lo terrete a me, non è vero?... Amici come prima... E arrivederci, Gualberti, arrivederci di giorno....
E gli tese la mano agitata da un leggero tremito.
Avvezzo a vederla così calma, così serena, così padrona di sè, Gualberti fu colpito dal turbamento che le si scorgeva nel viso e che l’insolito abbandono, l’insolita sconnessione del suo discorso tradiva.
— Oh signora Stella, signora Stella — egli esclamò con accento appassionato — torno a darle la mia parola d’onore che la fanciullaggine di cui ella m’accusa non l’ho commessa. Ma benedico l’equivoco se ci aiuta a uscire dal circolo incantato in cui ci aggiriamo da tanto tempo.
— Non vi capisco. Spiegatevi....
— Mi spiegherò.... Ma la scongiuro, mi lasci dire; non m’interrompa.... Quando avrò finito andrò via, e se vorrà andrò via per sempre.... E soprattutto non accolga nemmeno per un istante l’idea ch’io abbia avuto in animo di offenderla, di compromettere la sua riputazione.... Non mi giudichi capace di una bassezza simile.... Ho vissuto molto in società, è vero, in quella triste società che guasta e corrompe; pur credo di non essermici interamente guasto e corrotto; i suoi idoli non sono i miei idoli, i suoi trionfi non sono i trionfi a cui miro.
— Lo so, Gualberti, lo so.
— Quand’ero giovine, i miei amici.... amici di club.... avevano la bontà-di dire che possedevo delle qualità naturali per riuscir nella galanteria... il grande scopo della loro esistenza... ma che prendevo le cose troppo sul serio... che talvolta ero troppo schizzinoso nella scelta della piazza da espugnare... chiamiamola così.... talvolta ero troppo scrupoloso nei mezzi.... Fatto si è che fui sempre un povero seduttore.... anche quand’ero giovine.... Si figuri adesso....
— Ebbene, amico mio — soggiunse la signora Marioli — se qualche mia frase ha potuto farvi supporre ch’io vi mettessi a livello dei don Giovanni da dozzina, ve ne domando perdono....
— Non è questo, signora Stella; son io in ogni caso che devo implorare la sua indulgenza.... Sono stato indiscreto, goffo, petulante.... Gli è che avevo un bisogno immenso di vederla.... di vederla sola.... E proprio nell’ora che mi vestivo per quello stupido ballo, questo bisogno diventava prepotente, irresistibile.... Mi son trovato alla sua porta, sulle sue scale, qui, nel suo salotto, al cospetto di lei.... Poi un po’ le sue osservazioni, un po’ il timore di aver realmente commesso una sconvenienza mi hanno sconcertato, inasprito.... si è sempre inaspriti con gli altri quando si ha qualche cosa da rimproverare a sè stessi.... e allora ho cominciato a infilare una serie di paradossi di cui le assicuro che non sono responsabile che in piccola parte.... essi mi salivano alle labbra, e io non potevo fermarli.... Mi sembrava di rassomigliare a un pirotecnico inesperto che veda partire a caso i suoi razzi.... Non importa; mentre la bocca affastellava frasi su frasi la mia anima acquistava una lucidezza maggior dell’usato, leggevo dentro di me più chiaro ch’io non avessi mai letto, mi convincevo ch’era assurdo il voler soffocare, il voler nasconder sotto un finto nome i miei sentimenti per lei.... Oh non mi faccia segno di tacere.... Non posso e non debbo.... L’amo, signora Stella, l’amo da un pezzo. Da un pezzo, ed è la miglior prova ch’io l’amo, m’è divenuto increscioso ogni altro pensiero; ovunque io sia la mia mente corre a questa casa, a questo salottino, alla donna gentile che vi abita.... Perchè ho tardato tanto a parlare?... Temevo una sua ripulsa, non osavo giocar tutto sopra una carta.... Dacchè la conosco davvicino, e son quasi tre anni, ho visto ronzargliene intorno dei vagheggini, e li ho visti pur dileguarsi, scoraggiati da lei, e quelli la cui corte era un oltraggio e quelli che le offrivano ciò che solo è lecito offrirle.... Avrò la medesima sorte?... io chiedevo a me stesso.... E forse volevo esser ben sicuro di me, sicuro contro ogni pentimento, contro ogni rimpianto delle mie abitudini di scapolo.... Oggi, signora Stella, di questi dubbi non ne ho più. Oggi sento il pregio inestimabile d’un’affezione tranquilla, d’una vita raccolta, e l’affezione a cui aspiro è la sua, e la vita che sogno è al suo fianco.... Siamo liberi entrambi, abbiamo, più che non paia, gusti, opinioni, ideali comuni; perchè non dobbiamo restare uniti, perchè non vorrà accettare la mia mano, il mio nome?... Ella è molto più giovine di me, ma i dolori valgono gli anni e le prove attraverso le quali ella è passata attenuano la distanza che c’è fra noi.... Non mi respinga, signora Stella.... non rivolga il viso da un’altra parte.... mi assicuri che non è andata in collera....
Ella s’era rimessa a sedere col gomito appoggiato al tavolino, con la fronte appoggiata alla palma, e quella dichiarazione in cui vibrava l’accento della verità le scendeva nell’anima come una musica divina. Altre dichiarazioni l’era toccato ascoltare, o bugiarde, o interessate, o ridicole, e tutte quante le avevano dato il mezzo di sbarazzarsi con gioia di corteggiatori importuni, di riaffermare la sua libertà che le pareva un bene così prezioso; oggi per riaffermare quella libertà una volta di più le sarebbe convenuto perdere il suo migliore amico;.... oh il prezzo era troppo caro. Della sincerità di Gualberti era sicura come di esistere.... egli che non aveva mentito mai, egli che la cingeva da tanto tempo di una tenerezza rispettosa e discreta, egli ch’era così alieno da ogni artifizio da domandarle di esser sua moglie, appena mezz’ora dopo averle esposte delle massime coniugali che avrebbero sgomentato una donna volgare....
La signora Marioli levò verso di lui i suoi occhi dolci e buoni. — Non vi avrei lasciato parlare dieci minuti di fila se fossi andata in collera.... Che cosa fate adesso?... Alzatevi, Gualberti.... Non siamo due ragazzi.... Siamo due persone serie, mature.... Su, via....
E si alzò per la prima, sorridendo in mezzo al suo finto corruccio.
Egli non le dava retta e baciava i lembi del suo vestito e balbettava: — Amor mio, amor mio.
— Su, Gualberti, su.... Non ho mica detto ancora di sì.
— L’ho veduto scritto sulla sua.... sulla tua fronte quel sì.... E poi me lo dirai, non è vero?
— Ebbene.... tornate.... torna domani.
Ebbro di gioia, egli la strinse un istante fra le sue braccia, e si decise finalmente a prendere il suo cappello.
L’orologio suonò la mezzanotte.
— Che ora impossibile! — esclamò la signora mentre premeva il bottone del campanello elettrico. E soggiunse maliziosamente: — Sarà tardi pel ballo della Vetturi....
— Cattiva!... Il ballo della Vetturi....
Entrò il servo.
— Buona notte, signora Stella.
— Buona notte, Gualberti.... A domani, dunque.... A qualunque ora.... Resto tutto il giorno in casa.
— Grazie. A domani.
Gualberti fece in quattro salti le scale. E seguitava a dire al domestico che gli veniva dietro col lume: — Ci vedo, ci vedo benissimo.
Era buio pesto, ma l’amore, ch’è cieco, ci vede anche al buio.
L’EREDITÀ DI GIUSEPPINA.
I.
Nel salottino che una lumiera a gaz rischiarava dall’alto e che una sola stanza divideva dalla camera del malato erano raccolte dieci o dodici persone, quali sedute, quali in piedi, quali appoggiate al davanzale d’una finestra aperta per respirare un po’ d’aria libera. Sulla tavola, in mezzo ad alcuni album di fotografie e strenne e gingilli, un gran vassoio con parecchi bicchieri d’acqua, un altro più piccolo con una dozzina di bicchierini da liquori e una bottiglia smerigliata di _Cognac fine Champagne_; infine una vaschetta piena di pezzi di ghiaccio e con un cucchiaio di cristallo.
Di tratto in tratto qualcheduno infilava in silenzio l’uscio a sinistra, stava fuori del salotto un paio di minuti e poi vi rientrava con aria contrita.
— Nulla di nuovo? — si chiedeva da più parti.
— Nulla.... sempre nel medesimo stato.... Piuttosto inquieto.
Di quelle dieci o dodici persone sei erano li da poche ore, accorse alla chiamata telegrafica. Erano i parenti più vicini, i probabili eredi del cavaliere Achille, nessuno dei quali abitava in Venezia. L’unica sorella superstite, la baronessa Rudeni, stava ordinariamente a Firenze, ma il dispaccio l’aveva raggiunta a Livorno ov’ella faceva i bagni di mare, ed ella, in compagnia del marito barone James e della cagnetta _Darling_, aveva preso il primo treno per l’Alta Italia; i Minucci, venivano da Torino, i Quaglia da Milano. 1 Minucci, padre e figlio, erano cognato e nipote del cavaliere; così pure i Quaglia.
Tutti, come si vede, avevano risposto all’appello con meravigliosa sollecitudine. E in vero il tenore del dispaccio spedito dal cugino Raimondi per consiglio del medico non ammetteva indugi.
_Nostro Achille colpito apoplessia. Condizione allarmante. Desiderabile vostra presenza._
Era stato un fulmine a ciel sereno. Chi poteva immaginarsi che il cavaliere Achille morisse d’apoplessia a quarant’anni?
Tra il cavaliere e i parenti di lui non c’era mai stata una grande intimità. Passavano dei mesi, passava un anno intiero senza che si vedessero, perchè egli non andava a cercarli e preferiva di far i suoi viaggetti all’estero ed essi capitavano di rado a Venezia. Una volta, dopo alcune perdite fatte alla Borsa dal barone James, la baronessa moglie aveva scritto al fratello manifestandogli l’idea di tornare a stabilirsi in patria, presso di lui, che così non sarebbe rimasto tanto solo. Il cavaliere l’aveva dissuasa dal suo proposito. Se ne ricordasse; ella diceva sempre che lo scirocco di Venezia le faceva male. Di lui non si prendesse pensiero; la solitudine non lo sgomentava. Coi Minucci e coi Quaglia le relazioni erano ancora più fredde. A ogni modo i nipoti non mancavano di scrivere allo zio una toccante lettera pel capo d’anno, a cui egli, che aveva mediocri disposizioni per lo stile epistolare, rispondeva con poche righe che principiavano invariabilmente così: — _Caro nipote — Gratissimo fummi tuo foglio_, ecc., ecc.
II.
È facile immaginare che questi amorosi parenti, appena giunti, avevano tempestato di domande il cugino Raimondi. E anche adesso, ogni momento, egli doveva ripetere per la centesima volta l’identica storia. — Stava bene, stava benissimo. Avevamo passeggiato insieme l’altra sera sotto le Procuratie per mezz’ora. E ieri mattina aveva fatto colazione con eccellente appetito.
— Voi, però, non c’eravate mica? — chiese Annibale Minucci, il cognato del cavaliere.
— Io no.... Fu un puro caso che mi trovassi qui vicino quando Battista, il servitore, correva in traccia del medico.
— E siete venuto subito subito?
— Sfido io.... Quelle povere donne non sapevano dove dare il capo.
— Quali donne? — domandò severamente la baronessa Rudeni agitandosi sulla poltrona.
— Le due donne di casa, la cuoca e la cameriera.
— E vi ha riconosciuto? — seguitò Minucci.
— Senza dubbio.... Riconosce anche adesso.... La coscienza non l’ha perduta.... ma non può parlare.... non può muovere che il braccio destro.
— Ma! — sospirò la baronessa. E a questa esclamazione patetica ne succedette una iraconda accompagnata dal suono secco d’uno schiaffo: — Maledette bestie!
_Darling,_ ch’era accovacciata sotto il tavolino, credendo che qualcheduno avesse percosso la sua padrona, le si avvicinò guaiolando. Ma la baronessa aveva schiaffeggiato sè medesima per accoppare una zanzara.
— Cara Eleonora, — disse con accento flebile Ippolito Meroni, un vecchio galante sulla sessantina, tinto e impomatato, — se vi darete uno schiaffo a ogni zanzara che vi ronza attorno starete fresca.
Meroni assumeva volontieri un tuono confidenziale con le donne alle quali aveva _in illo tempore_ fatto la corte. E si diceva che la baronessa Rudeni fosse stata una delle sue fiamme.
— Ad abitar lontana da Venezia m’ero disavvezzata da questa piaga, — rispose la baronessa. — Quieta, _Darling_.
— Non c’erano zanzare adesso a Livorno?
— Che!
Ippolito Meroni colse il destro per evocare il ricordo del passato. E abbassando la voce: — Ve ne rammentate della stagione del 1860 all’Ardenza?
La baronessa aggrottò le ciglia. — Ma che 1860?... Io non c’ero....
— Sarà stato nel 1865.
— Io non fui all’Ardenza prima del 1870, — replicò dispettosamente la baronessa Eleonora, e alzandosi in piedi lasciò in asso il suo vetusto adoratore.
Che età avesse la baronessa Rudeni non si poteva sapere con precisione; certo superava di una decina d’anni il fratello Achille ch’era il più giovine della famiglia. Non era stata brutta.... nè inesorabile, — dicevano le male lingue; ma dacchè gli uomini la trascuravano era divenuta d’una virtù arcigna.
— Ti piace la zia? — susurrò Minucci juniore nell’orecchio del cugino.
— Non vorrei vederla senza busto, — rispose il contino Quaglia.
L’altro si mise a ridere. — Che sconquasso dev’essere!
Ippolito Meroni, piantato dalla baronessa, si accostò al barone il quale leggeva la _Gazzetta_.
— Quel Battemberg, che ve ne pare?
— Io però o non sarei tornato a Sofia o vi sarei rimasto _coûte que coûte._
— Eh son cose presto dette.... Ma contro la Russia....
— Chi non risica non rosica.
— Quel dispaccio dello Czar è d’una prepotenza!
— Non me ne parlate, caro Meroni, non me ne parlate. E l’Europa che tollera! E noi che tolleriamo!... Siamo liberali o non siamo liberali?
Un’occhiata della moglie avvertì il barone che quello non era il luogo di approfondire un tale argomento.
La baronessa s’era riunita al crocchio numeroso che stava accanto alla finestra: Annibale Minucci, il conte Ercole Quaglia, l’avvocato Rizzoli e qualche altro amico di famiglia. Così, in via accademica, si calcolava a quanto potesse ascendere la fortuna del cavaliere Achille.
— Intanto il padre gli ha lasciato tutta la disponibile, — notò Quaglia.
— Sicuro. Poi ebbe un legato da quello zio che viveva a Londra, — soggiunse Minucci.
— E le azioni del Canale di Suez che aveva comperate a 350 franchi e che rivendette a tremila!
Quest’enumerazione fu interrotta dall’arrivo del dottore.
III.
Il dottor Gelsi, un uomo maturo, un po’ curvo, giallo di carnagione, calvo, miope, salutò a destra, salutò a sinistra, — _buona sera, buona sera,_ — chiese di volo che novità ci fossero dopo la sua ultima visita e si diresse verso la camera del cavaliere Achille, preceduto da Raimondi. La baronessa Eleonora gli tenne dietro, non senza aver ordinato al marito di custodire la cagnetta _Darling_, perchè bisognava assolutamente evitare la ripetizione delle scene spiacevoli avvenute fra lei e _Bibì_, la cagnetta di casa. In fatti, quando _Darling_ aveva voluto accompagnare la baronessa nella stanza del fratello, _Bibì_, gelosissima de’ suoi diritti, era uscita digrignando i denti dal suo nascondiglio sotto il letto del padrone e le si sarebbe slanciata contro se la pronta intromissione dei presenti non glielo avesse impedito.
Con la testa immobile sprofondata nei guanciali, con una vescica di ghiaccio sulla fronte, il cavaliere Achille giaceva pressocchè inerte sul suo letto conservando un resto di vita soltanto nel braccio destro che si ostinava a uscir fuori dalle coperte, e negli occhi che giravano lentamente nell’orbita. Vigilavano assidui al suo capezzale la cameriera, un infermiere dell’ospedale e una terza persona, una donna giovine, bella, decorosamente vestita, il cui sguardo ansioso, sollecito, non si staccava mai un istante dall’ammalato.