Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)
Part 2
È a questo punto che mi richiama la speciale attenzione il Museo Nazionale di Napoli, dove colle armi e cogli attrezzi militari e guerreschi di varii altri musei privati, o rinvenuti altrove, si accolsero quelli che si trovarono negli scavi d’Ercolano e di Pompei. Nel dire di questa parte interessantissima del napoletano Museo, mi varrò dell’accurato Catalogo, che come degli altri oggetti tutti riguardanti altre classi, così di questa diligentissimamente delle armi, compilò l’illustre Commendatore Fiorelli, del quale non è parola che basti a dir quanto delle preziosità pompejane ed ercolanesi sia benemerito, e che fu da lui pubblicato in Napoli nell’anno 1869 nella Tipografia Italiana del Liceo Vittorio Emanuele.
Giovi premettere un cenno storico intorno all’ordinamento di tale Raccolta, quale il Fiorelli fe’ precedere al suo Catalogo.
Innanzi che si ponesse mano ad un più ragionevole ordinamento del Museo, le armi antiche che si possedevano erano confuse agli utensili domestici di bronzo: il _galerus_, l’_ocrea_, la _fibula_, i _pugiones_, e le _parmæ_, oggetti d’abbigliamento o stromenti militari, trovavansi in buona compagnia coi _cacabi_, e i _lebetes_, gli _ahena_, i _clibani_ e gli _infundibula_. Argomenti il lettore qual relazione vi avessero, oltre l’avere comune il metallo ond’erano formati, cioè il bronzo.
Ora le Armi Antiche hanno una distinta collocazione, divisa la raccolta in tre classi.
La prima è delle armi greche, le quali provenute da sepolcri di remota antichità, e per lo più ricchi di vasi dipinti, appartengono ai Greci dell’Italia Meridionale anteriori al dominio di Roma, trovate nei luoghi di Ruvo, di Pesto, di Locri, di Egnazia e Canosa; ma siccome esse punto non riguardano Pompei ed Ercolano e neppure quell’epoca che l’opera mia prese a dichiarare, affin di non uscire dal campo nostro, non ne terrò parola.
La seconda classe è delle armi romane ed italiche, rinvenute nelle tombe della Campania e nei campi del Sannio e segnatamente alle pendici del monte Saraceno presso l’antica _Bovianum vetus_, oggi denominata _Pietrabbondante_; e fra queste pur talune vennero offerte dagli scavi di Ercolano e Pompei.
Queste _galeæ_, od elmi, che per essere tutti di bronzo, a stretto rigore dovrebbero dirsi _casses_, perocchè dapprima la voce _galea_ venisse adoperata a designare un elmo di pelle o cuojo, pel contrapposto di _cassis_ che indicava un elmo di metallo, appartengono a Pompei. L’una (n. 57 del Catalogo speciale e 3474 del generale) ha breve _projectura_ o visiera nella parte posteriore, ove è un foro per attaccarvi la crista, con altro sulla sommità per contenere il piede del cimiero (_apex_), che addita avere già per avventura spettato a centurione, cui, per autorità di Polibio e di Vegezio, fregiava l’elmo un cimiero, che mancava in quello di semplice soldato. Nei lati di questa _galea_ due cerniere sostenevano le paragnatidi (_bucculæ_) ora mancanti. La seconda (n. 59 — 3000) appare alterata ed ha avanzi di cerchio di ferro, adattatovi all’intorno, perchè evidentemente adoperata come utensile di cucina. Egualmente si conosce essere stata mutata in _trulla_ la terza _galea_ (n. 62 — 3473), per l’aggiunta di un manico di ferro.
Due _galeæ_ di bronzo (nn. 60, 61 — 2842, 2880) con frontale e _bucculæ_, aventi sul vertice una piccola falera bucata per immettervi l’_apex_ e dietro un uncino per fermare la _crista_ con le falde posteriori aggiunte e tenute da chiodi, vennero invece raccolte negli scavi d’Ercolano.
Una cuspide di bronzo (n. 80 — 3459); due gladii di ferro (81, 82 — 3459, 9618) due lame di gladio in bronzo (n. 83, 84 — 3461, 3462) furono pur di Pompei; così due teste d’aquila in bronzo, impugnature di gladio (85, 86 — 3458, 12883); un frammento di _lorica squamea_ (93 — 3456) consistente in novantuno pezzetti di osso in forma di squamme, ciascuno con due buchi, ne’ quali passava un filo che li univa tra loro sopra un torace di lino.
La terza classe è delle armi gladiatorie di Pompei e d’Ercolano, credute da molti armi di guerra e per la singolarità delle loro forme cagione di gravissimi errori sulla natura dell’armamento dei legionarii romani, ai quali però queste armi erano affatto estranee, perchè solo destinate ai ludi ed alle pompe dell’Anfiteatro.
Io per altro ho creduto di riserbarne il cenno in questo capitolo, per non iscindere in diverse parti l’argomento delle armi.
Dodici sono le _galeæ_, di cui una sola di ferro, le altre tutte di bronzo che si trassero dagli scavi di Pompei (nn. 268, 269, 271, 274, 275, 276, 277, 278, 279, 280, 282, 284). Sono degne di considerazione speciale: quella al n. 275 adorna di figure in rilievo rappresentanti cinque muse sulla parte anteriore, il dio Pane nel dinanzi della _crista_, con trofeo di cimbali, tirsi, tibie, e di una lira graffiti, e due amorini nella visiera, quelle ai nn. 276 e 278 a varii bassi rilievi e quella al n. 282 che ha sulla fronte in rilievo la figura di Roma galeata, che calcando una prora di nave regge nella sinistra il gladio chiuso nella vagina, con due figure virili avanti di sè prosternate e altri gruppi ai lati.
Cinque sono le _galeæ_ di Ercolano, delle quali una di ferro, le altre in bronzo (270, 272, 273, 281, 283). La prima è adorna di bassi rilievi che ritraggono sulla fronte un simulacro di Priapo avvolto in ampia clamide, avente ai lati due guerrieri, con altri fregi minori nelle restanti parti. Quella al n. 283 è veramente insigne, essendo interamente ornata di figure a rilievo esprimenti gli ultimi fatti della guerra di Troja.
Una _parma_ o scudo circolare di bronzo (n. 288) trovata in Pompei ha nel mezzo di argento ed in rilievo il Gorgonio circondato da ghirlanda di olivo, e così un mezzo scudo (n. 287) o _galerus_, con figure marine.
È di Ercolano un mezzo scudo eguale (n. 286), ma di bronzo e atto alla difesa della testa, venendo per lo più applicato all’omero nelle lotte dei gladiatori Reziarii.
Tredici _ocreæ_ di bronzo (290, 291, 293, 294, 295, 296, 297, 298, 299, 300, 301, 302, 303, 304) son di Pompei, la più parte figurate e le ultime due, simili affatto tra loro, servir dovevano certo ad un solo combattente.
Priva di ornamenti è la sola ocrea di bronzo rinvenuta in Ercolano.
Sei cuspidi di bronzo per lancia offriron pure gli scavi pompejani (305, 307, 308, 309, 310, 311) e una tricuspide (n. 306) che armava forse l’estremità dell’asta di un Bestiario.
I medesimi scavi diedero tre pugnali di ferro, _pugiones_ (312 — 4) con manici d’osso; due frammenti di cingolo di bronzo (315) in cui alternatamente stavano in rilievo borchie con protomi bacchiche e di altre divinità, con calici di fiori aperti, frammezzati di rami d’edera scolpiti a puntini; con balteo di cuojo (316) a borchie di bronzo, e sei dischi dello stesso metallo con protomi in rilievo; e finalmente due corni (521 — 2) o trombe di bronzo che si suonavano dal _cornicen_, di che verrò più sotto, quando sarà il discorso degli istrumenti musicali della milizia, a parlare.
Tre fibule d’argento (317 — 9) servienti a baltei di cuoio provengono da Ercolano.
È indubitabile che gli scavi che si verranno ad operare nel _Pagus Augustus Felix_ trarranno in luce molte e molte altre armi; perocchè quello fosse il luogo ove dimorava la colonia militare statavi per ben due volte dedotta da Roma.
Enumerate le armi di Pompei ed Ercolano, che si hanno nel Museo napoletano, vengo adesso ad assegnare quello che si aveva ciascun milite facente parte dell’esercito romano.
Ho già detto che i veliti erano quasi inermi; la loro armatura infatti era assai leggiera: un cimiero, _galea_ o _galeus_, di pelle o lana per coprire il capo; una spada, _gladius_; un’asta, _hasta_; una specie di scudo, _parma_, di legno ricoperto di cuoio e la frombola e con essa avanti l’armata facevano in guerra le prime provocazioni contro l’inimico.
Gli astati avevano un cimiero, _galea ærea_, di ferro senza visiera, onde Cesare nella pugna farsalica avendo di contro i bellimbusti di Roma che parteggiavano per Pompeo, potè consigliare i suoi colle parole: _Faciem ferite_, mirate alla faccia, sicuro che per non essere sfregiati al volto avrebbero volte le spalle. Sull’elmo portavano creste e penne; avevano un gladio, uno scudo, _scutum_, il più spesso ovale, qualche volta curvo come un canale od embrice; onde dicevasi _imbricatum_, largo due piedi e mezzo della superficie, e quattro di larghezza, costruito di più legni leggieri, come il fico e il salice, ricoperti di pelli coi margini di ferro: vestivano la corazza, _lorica_, di cuojo o di ferro e armavansi di una specie di giavellotto, _pilum_, di ferro e pesante, il quale, diretto con arte, trapassava il nemico scudo ed anche i suoi loricati cavalieri; e finalmente avevano la gambiera, _ocrea_, di ferro, che, secondo Vegezio nel suo trattato _De Re Militari_, i veliti frombolatori, _funditores_, portavano alla gamba sinistra, e i _legionarii_ alla destra, dandone la ragione in ciò che nella pugna i primi dovessero atteggiarsi ponendo il sinistro piede avanti, mentre i militi avanzassero invece il destro.
I veliti frombolatori armavano le loro frombe di ghiande missili (_glandes_), o grosse palle di piombo, in luogo di pietre, delle quali più spesso servivansi. Esse portavano incise lettere allusive, come FIR, per FIRMITER, quasi a dire _scaglia forte_, o FERI ROMA, cioè colpisci o Roma, e il _Catalogo delle Armi Antiche_ succitato, ricorda le ghiande missili dell’assedio di Ascoli (a. u. c. 664, 665) e quelle della Guerra Civile (a. u. c. 705) colle diverse leggende, tra cui nell’ultime FERI POMP. e FERI MAG. cioè, _colpisci Pompeo, colpisci il Magno_, cioè il medesimo Pompeo, perocchè appunto dovesse questo gran capitano nel 705 occupare il Piceno per opporsi alle armi di Cesare. Il Museo Nazionale possiede 39 di queste ghiande dell’Assedio d’Ascoli, e 9 della Guerra Civile.
Le armi dei Principi e dei Triarii erano simili a quelle degli Astati; solo i Triarii, a vece dei pili, o giavellotti, portavano le aste, di che valevansi principalmente formandone selve dirette contro le cariche della cavalleria nemica, come si farebbero oggidì al medesimo intento i quadrati alla bajonetta.
Di talune di tali armi fornirono esempi gli scavi pompejani, come più sopra si è detto.
I soldati di cavalleria dapprima non portavano lorica, affin d’essere più spediti, ma una semplice vesta, ed anzi per questa speditezza maggiore, s’accostumavano i cavalli stessi a piegar le gambe e prostrarsi. Pare che non avessero sella, ma qualcosa che le somigliasse onde seder più sofice. Avevan asta più gracile, scudo o parma di cuoio; e quando poi imitarono l’armatura greca, ebbero gladio ed asta più grande e cuspidata, ossia appuntata, scudo, e nella faretra tre o più giavellotti, con cuspide larga, cimiero e lorica.
Ogni legione aveva i suoi maestri delle armi per ammaestrare i soldati. Primo esercizio era il camminare celere, eguale e giusto; quindi era la _Palaria_, per la quale combattendo contro un palo confitto in terra con armi pesanti, si addestravano a maneggiar le vere con agilità; altri eran: la lotta, il nuoto, il salto, il cavalcare, la marcia che spingevano fino a ventiquattro miglia in sei ore, e il porto dei fardelli. Avevan questi fin sessanta libbre di peso, senza tener conto delle armi, considerate queste come membra del soldato, secondo s’esprime Cicerone: _Nostri exercitus primum, unde nomen habeant, vides; deinde qui labor, et quantus agminis ferre plus dimidiati mensis cibaria: ferre si quis ad usum velint: ferre vallum, nam scutum, gladium, galeam nostri milites in onere non plus numerant, quam humerus, lacertus, manus. Arma enim membra esse militis dicunt, quæ quidem ita geruntur apte, ut si usus foret, abiectis oneribus, expeditis armis, ut membris pugnare possint_[12]. In tasche di cuojo, portavano frumento bastevole per venti giorni e Tito Livio dice fino per trenta[13], a cui dopo sostituirono il biscotto, che dicevan _bucellatum_[14].
I Romani non ebbero cavalleria leggiera, ma dopo aver patito a causa della cavalleria leggiera numidica, di essa se ne valsero di poi. Questi feroci soldati pugnavano nudi ed inermi, all’infuori d’una mazza, che maneggiavano con grandissima arte. Erano poi questi barbari di una maravigliosa destrezza nel saltare da un cavallo all’altro. Sul qual proposito rammenterà il lettore come Omero nell’_Iliade_ accennasse alla somma destrezza de’ suoi eroi perfin su quattro cavalli. Teutobocco re dei Teutoni era solito saltar alternativamente su quattro ed anco su di sei cavalli.
Dovendo or dire degli accampamenti, o campi fortificati, _castra_, comincerò per segnalarne la disposizione, notevole per l’ordine e per l’arte. Essi, se permanenti, chiamavansi _castra stativa_ e il campo si faceva in forma quadrata circondato da fossato, _fossa_, e da un parapetto, _agger_, costituente insieme ciò che veniva detto _vallum_, con palizzate chiamate _sudes_, come al verso di Virgilio:
_Quadrifidasque sudes, et acuto robore vallos_[15].
Si formavano all’accampamento quattro porte: _prætoria_, era la porta che fronteggiava il nemico; _decumana_, quella della parte opposta e per la quale si conducevan i soldati colti in delitto per essere puniti: le altre, dei lati, dicevansi _principales_ coll’aggiuntivo di _destra_, o _sinistra_. Il campo si divideva poi in due parti: la superiore conteneva il quartiere del generale, _prætorium_, presso alla porta per ciò appellata _prætoria_, alla cui destra il luogo del questore, _quæstorium_, e alla sinistra i luogotenenti generali. Nella parte inferiore erano, nel mezzo la cavalleria, e dai lati di essa i Triarii, i Principi, gli Alabardieri e gli alleati.
L’interno era diviso in sette viali, il più largo dei quali correndo in dritta linea tra le due porte laterali e subito di fronte alla tenda del generale, era largo metri 3,04 e chiamavasi _via principalis_. Più innanzi, ma parallela, vi era un’altra strada detta _via quintana_, larga metri 3,52 e divideva l’intera parte superiore del campo in due eguali scompartimenti, e questi erano pure suddivisi in cinque altre strade della stessa larghezza.
Fra i Tribuni e Prefetti e dirimpetto alle due porte laterali eravi la parte più sacra degli accampamenti e dicevasi _Principia_, de’ quali già toccai in addietro. Ivi erano le statue e le principali insegne, vi si ergevano gli altari e si celebravano i sacrificj, a un di presso come nel Medio Evo si immaginò nelle città italiane il Carroccio. Nei Principii si tenevano i consigli dei duci, si amministrava dai tribuni militari la giustizia: _tribunos jura reddere in principiis sinebant_, come lasciò scritto Tito Livio[16].
Nota Giusto Lipsio che nel campo si inalberavano le banderuole, dalle quali ognuno conosceva il proprio posto.
La milizia aveva poi speciali insegne nel campo, come avverte Lucano in quel verso della Farsaglia:
. . . . . _infestisque obvia signis_ _Signa pares aquilas et pila minantia pilis_[17].
Più sopra ho ricordato che la legione aveva l’aquila per insegna, ed era essa d’oro o d’argento, inalberata su di un’asta e si figgeva, in terra, e quei che la portava dicevasi _aquilifer_. Il manipolo aveva la sua insegna: fu dapprima in un piccol fascio di fieno, posto sulla sommità d’una pertica, donde venne il nome di manipolo, come nota Ovidio nel Lib. III. de’ _Fasti_:
_Illaque de foeno: sed erat reverentia foeno_ _Quantum nunc aquilas cernis habere tuas._ _Pertica suspensos portabat longa maniplos_ _Unde Maniplaris nomina miles habet_[18].
Più avanti fu sostituito il fascio di fieno da un’asta, con un traverso di legno alla sommità e su di esso una mano. Vi si misero anche imagini di numi, poi di imperatori, e l’adulazione vi fe’ collocare anche l’imagine di Sejano al tempo di Tiberio. I portatori di queste insegne furono chiamati _imagiferi_.
Ogni Centuria aveva la sua bandiera distinta, su cui ponevansi iscrizioni, o ricamavansi le figure dell’Aquila, del Minotauro, del cavallo o del cignale[19].
La cavalleria, alla sua volta, aveva in ogni turma un vessillo consistente in una picca con un traverso nella sommità, al quale s’accomandava un drappo su cui era tessuto a lettere d’oro il nome del generale[20].
Ogni parte del campo aveva a difesa una turma con tre manipoli, o una coorte con veliti, come si evince da Giulio Cesare, _De Bello Civili_[21]. Al quartiere de’ cavalieri v’erano i triarii, e Sallustio ci fa sapere che alla guardia del Console fosse un manipolo[22] ed una turma d’alleati straordinarii; a quella de’ legati fossero quattro astati ed altrettanti principi; a quella del questore tre.
Le guardie diurne di sentinella dicevansi _excubiæ_, quelle di notte _vigiliæ_. _Tessera_ appellavasi la parola d’ordine, perchè consegnavasi alla sentinella una tavoletta di contrassegno in cui era scritto il manipolo al quale ciascuna guardia apparteneva e la veglia che gli toccava, come leggesi in Stazio:
_Dat tessera signum_ _Excubiis positæ vices_[23].
Venivano le sentinelle estratte a sorte dai tergoduttori e si conducevano avanti il tribuno di guardia: distribuite poi a’ rispettivi posti di guardia, vi venivano rilevate a suon di corno[24]. Un soldato, chiamato tesserario, riceveva dai tribuni la tessera al tramontar del giorno, e nella quale era scritto il motto, ed egli alla sua volta la consegnava, in presenza di testimoni, al suo manipolo od alla turma.
Marco Porcio Catone, sulla fede di Festo, insegna che _Procubitores_ si chiamassero poi que’ soldati armati alla leggiera, che facevano di notte la scolta dinanzi agli alloggiamenti, quando questi erano vicini a quelli dei nemici.
Anche allora v’erano istromenti militari, de’ quali valevasi in diverse occasioni la milizia: la _buccina_, corno di caccia proprio dapprima de’ pastori, era stata poscia adottata negli eserciti; onde Properzio così notò tal passaggio:
_Nunc intra muros pastoris buccina lenti_ _Cantat_[25] e Virgilio, nell’_Eneide_, ne disse l’uso guerresco:
_Bello dat signum rauca cruentum_ _Buccina_[26].
Il suon della buccina muoveva le insegne; la _tuba_, più piccola e simile alla nostra trombetta dava il segno dell’attacco e della ritirata: quella era a più giri, questa invece retta, giusta quanto avverte Ovidio:
_Non tuba directi, non æris cornua flexi_[27].
Il _lituus_ era una trombetta più piccola, più dolce e curva, il _cornu_ era di bufalo, legato in oro, con suono acuto e distinto: così accenna Seneca nell’_Edipo_ ad entrambi questi istrumenti:
_Sonuit reflexo classicum cornu,_ _Lituusque aduncos, stridulo cantus_ _Elisit ære_[28].
Poco in uso era il tamburo, _timpanum_, di cui si servivano i Parti nel dar il segno della battaglia e se ne valevano i Romani a imitazione di essi, talvolta per distinguere in guerra i segni delle nuove evoluzioni, come più sensibili, giusta il verso di Stazio;
_Tum plurima buxus,_ _Æraque taurinos sonitu vincentia pulsus_[29].
Questo tamburo pare fosse formato da una caldaja di rame, _lebes_, sulla cui periferia era tesa una pelle come sono i timballi delle nostre odierne orchestre: nondimeno i Parti ebbero anche il lungo tamburo, come si rileva da Plutarco (_In Crasso_ 23); ma allora sembra si chiamasse con greco nome _symphonia_.
_Tubicen_ veniva detto il suonator della tromba; _liticen_ quello del lituo; _cornicen_ quello del corno, e _tympanotriba_ quello del tamburo.
Detto della formazione della milizia e dei loro capi, tocchiamo brevemente degli stipendj. — Da prima è certo che nessuno stipendio si accordasse ai soldati, come che fosse tenuto obbligo naturale di libero cittadino di portar l’arme a difesa della patria; poi lo si ammise e fu di triplice natura; in denaro, in frumento e in vestiario. In denaro si diedero prima due oboli al giorno; ma Cesare, per tenersi il soldato affezionato, ne duplicò il soldo; altri imperatori, pe’medesimi interessi, l’accrebbero. Ho già detto come poi al frumento si sostituisse il biscotto.
Dopo ciò seguiamo la milizia all’azione.
Siccome tanto in Grecia che in Roma non vi aveva per avventura atto della vita pubblica nel quale non si invocasse auspice la divinità, tanto che in Roma non seguisse adunanza pubblica se prima gli auguri non avessero assicurato propizii i numi, e l’assemblea non avesse ripetuta la preghiera pronunziata dall’augure, ed anzi il luogo di riunione pel Senato fosse un tempio e fossero multate di nullità le decisioni deliberate in luogo non sacro. Così non sarebbesi potuto muovere la milizia alla guerra senza l’intervento della religione.
A tale effetto trovasi ricordato in Dionigi d’Alicarnasso[30] e nello Scoliaste di Virgilio[31] come nelle città italiche fossero istituiti collegi di Feciali, i quali presiedevano a tutte le cerimonie sacre cui davano luogo le relazioni internazionali. Gli speciali uffici di questi sacerdoti ho già raccontato ne’ capitoli della storia[32] e detto come ad essi incombesse pronunciar la formula sacramentale della guerra. Un tal rito egli compiva colla testa velata, e una corona sulla testa. Quindi il Console in abito sacerdotale apriva solennemente il tempio di Giano e faceva il sacrificio a propiziare il Dio. Le viscere della vittima immolata venivano dall’aruspice esaminate, e se favorevoli riuscivano i segni, il console riconoscendo che gli Dei permettevan la pugna, dava gli ordini della stessa.
E ciò che il Console faceva allo intimarsi della guerra, ripeteva il sommo duce, sagrificando cioè e pronunciando solenni preghiere, e così ad ogni campale battaglia facevasi precedere la consultazione delle viscere degli animali sagrificati.
Era insomma nè più nè meno di quello che si faceva nella più remota antichità anche in Grecia, ciò che prova la comune origine delle due nazioni. Restò famoso quanto intervenne alla battaglia di Platea. Gli Spartani erano già ordinati in battaglia; ognuno trovavasi al suo posto e la corona in testa udivano i suoni dei tibicini che accompagnavano gli inni religiosi. Dietro le file il re attendeva al sacrificio, ma le viscere delle vittime non presentavano i favorevoli auspici; epperò rinnovavasi il sacrificio. Più vittime vennero immolate; ma intanto la cavalleria persiana avanza, scaglia i suoi dardi e fa cadere gran numero di Lacedemoni. Ma questi rimangono immobili, lo scudo al piede, sotto la grandine nemica in aspettazione del segnale degli Dei. Questo finalmente è manifestato e allora i militi spartani imbracciano gli scudi, danno mano alla spada, gittansi animosi sull’inimico, lo combattono fieramente, lo sbaragliano e riportano la più gloriosa vittoria.
Eschilo, nei _Sette a Tebe_, così fa pregare, prima della battaglia gli Dei:
O voi possenti, o prodi Voi divi e dee beate, Di questo suol custodi, Della città non date Preda a nimico di sermon diverso Esaudite di vergini Il prego a voi con tesa man converso.
Deh la città secura, Amici Dei, ne renda Il favor vostro, e cura Pur del sacro vi prenda Popolar culto; e rimembrate, o numi, L’are, che a voi di vittime Arder Tebe fe’ sempre, e di profumi[33].
Anche in Euripide, nei _Fenicii_, è detta consimile preghiera.
Da qui il costume che cogli àuguri seguissero l’esercito romano anche i _pullarii_, che dal pasto dei polli traevano gli auspici[34], e dei quali doveva essere frequente e rispettato l’ufficio, se ogni legione l’avesse[36], se Planco scrivendo a Cicerone seriamente dicessegli: _Pullariorum admonitu, non satis diligenter eum auspiciis operam dedisse_[37].