Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

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POMPEI E LE SUE ROVINE

PER L’AVVOCATO PIER AMBROGIO CURTI

GIÀ DEPUTATO AL PARLAMENTO NAZIONALE DIRETTORE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI ARCHEOLOGIA E DI BELLE LETTERE IN MILANO

VOLUME TERZO

1874 MILANO F. SANVITO, EDITORE NAPOLI DETKEN E ROCHOLL.

Proprietà letteraria.

Legge 25 Giugno 1865. Tip. Guglielmini.

CAPITOLO XIX.

Il quartiere de’ soldati e il _Pagus Augustus Felix_.

Quartiere de’ soldati, o Ludo gladiatorio? — _Pagus Augustus Felix_ — Ordinamenti militari di Roma — Inclinazioni agricole — Qualità militari — Valore personale — Formazione della milizia — La leva — Refrattari — Cause d’esenzione — Leva tumultuaria — Cavalleria — Giuramento — Gli evocati e i conquisitori — Fanteria: Veliti, Astati, Principi, Triarii — Centurie, manipoli, coorti, legioni — Denominazione delle legioni — Ordini della cavalleria: torme, decurie — Duci: propri e comuni — Centurioni — _Uragi, Succenturiones, Accenti, Tergoductores, Decani_ — Signiferi — Primopilo — Tribuni — Decurioni nella cavalleria — Prefetti dei Confederati — Legati — Imperatore — Armi — Raccolta d’armi antiche nel Museo Nazionale di Napoli — Catalogo del comm. Fiorelli — Cenno storico — Armi trovate negli scavi d’Ercolano e Pompei — Armi dei Veliti, degli Astati, dei Principi, dei Triarii, della cavalleria — Maestri delle armi — Esercizj: passo, palaria, lotta, nuoto, salto, marce — Fardelli e loro peso — _Bucellatum_ — Cavalleria numidica — Accampamenti — _Castra stativa_ — Forma del campo — _Principia_ — Banderuole — Insegne — _Aquilifer_ — Insegna del Manipolo — Bandiera delle Centurie — Vessillo della Cavalleria — Guardie del campo — _Excubiæ_ e _Vigiliæ_ — Tessera di consegna — Sentinelle — _Procubitores_ — Istrumenti militari: _buccina, tuba, lituus, cornu, timpanum_ — _Tibicen, liticen, timpanotriba_ — Stipendj militari — I Feciali, gli Auguri, gli Aruspici e i _pullarii_ — Sacrifici e preghiere — Dello schierarsi in battaglia — Sistema di fortificazioni — Macchine guerresche: _Poliorcetiæ_: terrapieno, torre mobile, testuggine, ariete, balista, tollenone, altalena, elepoli, terebra, galleria, vigna — Arringhe — La vittoria, inni e sacrificj — Premj: asta pura, monili, braccialetti, catene — Corone: civica, murale, castrense o vallare, navale o rostrale, ossidionale, trionfale, ovale — Altre distinzioni — Spoglia opima — Preda bellica — Il trionfo — Veste palmata — Trionfo della veste palmata — In Campidoglio — Banchetto pubblico — Trionfo navale — Ovazione — Onori del trionfatore — Pene militari: decimazione, vigesimazione e centesimazione, _fustinarium_, taglio della mano, crocifissione, fustigazione leggiera, multa, _censio hastaria_ — Pene minori — Congedo.

Nel capitolo di quest’opera _I Fori_, dicendo del Foro nundinario o venale, toccai dell’opinione manifestata da molti che anzi essere un simile foro, quel luogo fosse invece un quartiere di soldati, e venni osservando come da essi si avesse per avventura a scambiare la parte per il tutto, riconoscendo io con altri come in tal foro si ritrovasse un quartiere sia di soldati, sia di gladiatori, come forse meglio sembrasse al Padre Garrucci.

Bréton, malgrado le dimostrazioni fatte da quest’ultimo scrittore, e malgrado che sia tratto a riconoscere ch’egli abbia nella maniera la più positiva stabilito in una dissertazione inserta nel numero tredicesimo del _Bollettino Archeologico napolitano_ del gennajo 1855, che si trattasse in questo luogo di un di que’ _Ludi gladiatorii_, di cui parla Giusto Lipsio[1], non sa risolversi ancora a non ritenerlo per un quartiere di soldati.

«Io non so in verità, scrive egli, perchè siasi cercato di sostituire questa denominazione di foro nundinario a quella di _Quartiere de’ Soldati_, che venne a siffatto luogo fin dall’origine assegnato. È evidente che una città dell’importanza di Pompei, una città fortificata, dovesse avere una guarnigione e, per alloggiarla, una caserma. Perchè dunque cercare questa caserma altrove e non nel monumento il più piano e così conforme alla sua destinazione? Le porte strette e poco numerose sarebbero state incommodissime e perfino dannose per un mercato dove una folla numerosa si sarebbe pigiata in disordine, mentre che esse potevano perfettamente bastare a soldati che marciavano per due e regolarmente. Una bardatura di cavallo da sella, armi, cimieri, _memidi_ o calzari di bronzo vennero qui trovati, che a dir vero sono più proprii di gladiatori, che non di soldati; ma che conchiuderne per ciò? Che gladiatori di passaggio a Pompei presero alloggio nella caserma, ciò che è più naturale che prender alloggio nel mercato. Nelle camere non si rinvennero letti: ma si sa che i soldati giacevano per lo più sulla paglia. Il solo grande appartamento che esiste dovette essere destinato al capo della guarnigione. Una sola cucina sarebbe stata insufficiente se il nutrimento di tutti non fosse stato ammanito in comune, e noi vediamo che quella del quartiere de’ soldati era evidentemente destinata alla preparazione degli alimenti d’una gran quantità di persone. Finalmente, quale sarebbe stata in un mercato la destinazione di una prigione così severa come quella che qui vi fu riconosciuta? S’arroge che in nessun luogo della città si rinvenne una così grande quantità di scheletri, non essendosene contati meno di sessantatrè, ripartiti principalmente nelle camere del primo piano. Non è egli quindi supponibile che taluni motivi di disciplina abbiano ritenuto i soldati al loro posto troppo lungo tempo per permettere a tutti di sottrarsi alla morte?»[2]

Questi sono gli speciosi argomenti di Bréton, che potrebbero ben anco essere conformi a verità, se quelli addotti dal Garrucci non fossero stati buoni del pari e convincenti, per conchiudere che dovesse essere invece un ludo gladiatorio. Io non presumo di mettere innanzi un perentorio giudizio; solo permettendomi di ricordare che ho già esternato l’avviso mio che inclina all’ipotesi del Garrucci. Se non che al mio presente argomento ciò che preme di stabilire si è che alla vita romana in Pompei non potesse mancare quanto aveva tratto alla vita militare, e quindi dovevan esistere e una caserma, se forse non ve n’erano anche di più, e posti e stazioni; che infatti alla Porta di Ercolano si trovò morta, l’alabarda in pugno, la sentinella, che fida alla sua consegna, anzichè mancarvi, e cercare come tutti gli altri cittadini lo scampo nella fuga, erasi lasciata soffocare dall’aere graveolenta e seppellire sotto le ceneri e i lapilli.

Ma se qui non erano alloggiati i soldati, se questa non era la caserma, ma un ludo gladiatorio, o locali attinenti solo al foro venale, e dove trovar dovevansi soldati, posto che Pompei, come non è contraddetto, fosse città importante, e di una importanza ben anco militare, avesse mura, saracinesche, opere di fortificazione, e se anzi ben due volte vi furono dedotte colonie militari, l’una volta al tempo e per gli ordini di Silla e l’altra per quelli di Augusto?

Potrebbesi rispondere a siffatta domanda con quei dati storici che Bréton medesimo prepose all’opera sua: «Silla ordonna que Pompei fût reduite en colonie militaire sous le double nom de _Colonia Veneria, Cornelia_, emprunté aux noms du dictateur et de la divinité protectrice de la ville. Il y envoya des troupes sous le commandement de son neveu Publius Sylla: mais les Pompéiens, regardant ces colons comme des étrangers, leur refusèrent les droits de cité...»

E più sotto:

«Quoiqu’il en soit, les colons furent forcés d’habiter hors de la ville dans un faubourg, qui, lorsque plus tard, Auguste eut envoyé une nouvelle colonie de vétérans, prit le nom de Pagus Augusto-Felix[3].»

Da queste nozioni di storia pompeiana, che sono conformi a quelle che ho pur io date nei capitoli del primo volume di quest’opera, inferisco: a che dunque cercar in città caserme e stazioni militari, se i soldati dovevano rimanere fuori della città? Vero è che quanto è scoperto del Pagus Augustus-Felix non ha rivelato quartiere di sorta, ma solo quella parte che l’attraversa ed è la Via delle Tombe e che percorreremo nell’ultimo capitolo di quest’opera; ma rammentiamoci altresì che ancor molto rimane a trarre in luce e che gli scavi ulteriori ponno co’ loro risultamenti diradare ogni dubbio e risolvere la quistione.

Dopo ciò, dinnanzi al fatto delle sentinelle summentovate e dopo le diverse guerre e fazioni guerresche narrate in quest’opera nei capitoli della storia, a soddisfare agli intenti dell’opera ed a chiudere di essa quanto ha riferimento alla vita publica romana, riprodotta in Pompei, entrerò a dire degli ordinamenti militari e di quanto ha tratto all’armamento; ben francando la spesa il conoscere siccome fossero, perocchè non di poco avessero a contribuire a quei trionfali successi ch’ebbero sempre le armi romane. Gli scavi di Ercolano e di Pompei portarono discreto contributo all’archeologia per farci conoscere armi ed attrezzi militari e guerreschi, ed io di questi più innanzi ne tratterò il meglio che mi sarà dato.

Ho già provato, trattando del commercio de’ Romani, che lungi costoro dall’essere, come si crede erroneamente dall’universale, un popolo soldato per istinto, lo fosse invece costretto dalla necessità, e conquistando l’universo non lo facesse che per proteggere la sua indipendenza o per difendersi, che non pugnò insomma che vagheggiando le dolcezze della pace, alla quale, appena il poteva, si abbandonava. Orazio compendia le aspirazioni de’ Romani quando esclama:

_O rus quando ego te aspiciam_[4]?

I Romani in fatti ebbero a preservarsi dai Sabini, dagli Etruschi, dai Latini, dai Sanniti, in tutti i quali erano elementi di grandissima resistenza; onde Properzio, che tutto abbracciava il sentimento dell’antichità, era nel vero giudicando l’Italia in quel verso che già m’avvenne di dover riferire:

_Armis apta magis tellus quam commoda noxæ_[5],

più propria, cioè, alle armi, che non alla aggressione e distruzione. Se dunque al soldato romano si può rimproverare un sol vizio, l’avarizia, perchè l’orgoglio è più spesso nel soldato una virtù; di ricambio ebbe l’onor militare come noi l’intendiamo pure oggidì, il rispetto al giuramento, la devozione al suo capo, il gusto della disciplina. I Romani vinsero il mondo con la tattica, la disciplina, la forza d’insieme, la costanza e il sentimento d’essere Romani. Gli altri popoli usavano di armi straordinarie e di macchine, il popolo romano della spada. Anche contro i Germani, individualmente sì bravi e sì forti, era colla pugna corpo a corpo e colla spada che i Romani avevano la vittoria; onde Germanico così poteva dire alle sue truppe: _Non enim immensa barbarorum scuta, enormes hastas inter truncos arborum et enata humo virgulta, perinde haberi quam pila et gladios, et hærentia corporis tegmina. Densarent ictus, ora mucronibus quærerent_[6]. Potrebbesi e vizio e virtù che ho mentovati, comprovare coi fatti alla mano; ma la storia di Roma è troppo notoria per avere d’uopo di ricorrere a ciò.

Piuttosto m’occuperò qui ad informare il lettore della formazione di questa famosa milizia conquistatrice dell’universo.

E prima devesi portar l’attenzione sulla scelta, _dilectus_, che era il raccogliere e l’iscrivere i soldati in codici o matricole. Tale scelta veniva fatta tra cittadini e socj o confederati; — rado avvenne che si ricorresse ai poveri ed agli schiavi, — e venivano poi ascritti o a’ fanti o a’ cavalieri. Nella milizia navale si accoglievano anche le persone più abbiette e i libertini.

Il principio della milizia era al diciassettesimo anno, la fine al cinquantesimo. Chi per altro serviva di continuo, terminava i suoi obblighi a’ trentasette anni; gli altri, dove non avessero compiuto il lor servizio al quarantesimo sesto anno, non n’erano liberati e si potevano costringere finchè non avessero compiuti i cinquant’anni. Altro requisito della milizia era il censo, solo volendovisi i ricchi, gli onesti e coloro i quali, avendo beni tutti proprii, in certo modo presentassero solidarietà d’interessi colla cosa publica.

La leva, o coscrizione, delle truppe, testimonio Dionigio d’Alicarnasso[7], si faceva ogni anno, designandosi all’uopo due consoli, che alla loro volta, congiuntamente al popolo, creavano ventiquattro tribuni per capi di quattro legioni.

La cernita si faceva, previa publicazione dell’editto a mezzo del banditore, dai tribuni in Campidoglio, estraendo a sorte dalle tribù e classi, alla presenza dei consoli assisi nelle sedie curuli. I refrattarj che si sottraevano alla milizia, i consoli comandavano venissero ricercati e tradotti in carcere, talvolta puniti di verghe, venduti i loro beni e qualche volta benanco multati dell’estremo supplizio o della morte civile, venduti cioè pubblicamente schiavi o notati d’infamia.

Tre giuste cause sottrar potevano al servizio: la prima era la dispensa, _vacatio_, per l’età, se già raggiunto il cinquantesimo anno; per onore, se fosse taluno nella magistratura o nel sacerdozio; per beneficio se il Senato e il Popolo consentivano: la seconda causa dicevasi _emeritum_, ed era per chi aveva compiuti venti stipendj: la terza era vizio o malattia, come i mancini, i gracili, chi mancasse di pollici o altre dita, gli inetti a reggere scudo o gladio.

Nella leva così detta _tumultuaria_, od anche _subitaria_[8], che seguiva nell’imminenza di qualche pericolo, non si osservavano grandi formalità, esentandosi soltanto quelli ch’erano gravemente infermi od inabili affatto.

Per ciò che riguardava la cavalleria, spettava ai censori il determinare chi vi dovesse appartenere. Duplice poi era il corpo da’ cavalieri, l’uno costituivasi di quelli che ottenevano dal publico il cavallo e il suo mantenimento, ed erano i soli che una volta dicevansi cavalieri, _equites_; l’altro di coloro che non l’ottenevano. Costoro potevano allora servire tra i pedoni, _pedites_. Riguardavasi molto a’ costumi per concedersi il cavallo, e però spettavane la decisione al censore. Dopo, tal facoltà si arrogarono i principi.

Finita la coscrizione, i tribuni congregavano i militi delle rispettive legioni e lor facevano prestare giuramento. Ignorasi però se giurassero uno per uno, o se insieme. Consisteva la formula nel giurare: sarebbero per seguire i consoli a qualunque guerra fossero essi per chiamarli, non mai tentar cosa contraria al popolo, non disertar mai le bandiere, raccogliersi al cenno de’ consoli, nè partir mai senza l’ordine loro.

Eranvi poi gli _evocati_, che formavano spesso la forza degli eserciti, quasi assunti dietro preghiera o domanda, ed erano per lo più veterani, esperti e prudenti della milizia, che comunque avessero assolti i loro servizj, li riassumevano tuttavia in grazia de’ consoli o de’ capitani. Gli evocati venivano dispensati da certe opere faticose, come del vallo e degli accampamenti e tenuti in maggior onore, spesso considerati quasi centurioni.

I _conquisitori_ erano coloro che si mandavano nelle campagne ad ingaggiare la gioventù per la milizia od a scoprire i refrattarj che vi si tenevan nascosti ed a persuaderli di costituirsi.

Toccato fin qui della cernita, veggiamo dell’ordine della milizia.

Vario era esso sia ne’ militi che ne’ duci: Giusto Lipsio lo considera e distingue, rispetto ai primi, in generi e in parti.

Generi dei pedoni erano i Veliti, gli Astati, i Principi e i Triarj. Veliti coloro che per poca età e ricchezza venivano assegnati a questo infimo genere, e quasi inermi venivano esposti di fronte al nemico; astati perchè dapprima combattevano colle aste, dopo poi, serbando sempre lo stesso nome, combattevano coi pili, specie di giavellotti, e coi gladii; principi, perchè nello schierarsi dell’esercito venivano nel terzo ordine. Parrebbe tuttavia dal loro nome dovessero trovarsi invece nella prima.

Parti della fanteria erano poi queste, nelle quali i generi si dividevano dai tribuni e dai centurioni i militi pedoni, eccettuati i veliti: la _Centuria_, che si componeva di sessanta militi ed era assegnata ad un centurione; il _Manipolo_, che si costituiva di due centurie; la _Coorte_, composta di tre manipoli ed aveva astati, principi o triarii, ed anche per consueto i veliti. Scipione Africano istituì anche la Coorte Pretoria, nella quale s’ascrivevano i volontarii e gli amici e che mai si dipartiva dal Pretore, ad imitazione della Coorte Regia presso i Macedoni; finalmente la _Legione_, perchè comprendeva tutti gli altri ordini. Romolo l’istituì di tremila uomini; cacciati i Re, crebbe a quattromila; a cinquemila montò nella guerra contro Annibale ed a seimila la portò Scipione quando passò in Africa.

Essendo molte le legioni, — perchè se prima sotto i consoli furono quattro, nella seconda guerra Punica ascesero a venticinque, nella guerra civile fra Cesare e Pompeo se ne contarono quaranta e nell’assedio di Modena cinquanta — ebbero diversa denominazione: il più spesso si distinsero col numero progressivo come _prima, secunda, tertia_; talvolta col nome del fondatore, come _Augusta, Claudiana_; alcune dal nome degli Dei, di Marte, di Minerva, di Apollo; altre dalle provincie trionfate, come _Italica, Gallica, Cirenaica_; ed altre finalmente da qualche onorifica qualità, come la Vittrice, la Fulminante, la Valente, la Ferrea, la Pudica, la Fedele[9].

Gli ordini della cavalleria, erano le torme e le decurie. Dividevansi in dieci corpi. Ogni legione aveva dieci torme tricenarie, ossia tremila cavalieri. Le ale, erano così chiamate a motivo della loro posizione nella battaglia; onde dicevasi ala destra ed ala sinistra, componevansi di soci e di confederati; le torme o compagnie suddividevansi in tre decurie o brigate di dieci uomini.

Tito Livio ne fa sapere, come nel principio della seconda guerra Punica, i Romani, veduta l’inferiorità della loro cavalleria rimpetto a quella de’ Cartaginesi, usassero dei veliti come arcieri e frombolieri per appiccar zuffa avanti le linee e spazzar la via all’esercito[10].

Questa era, per usare del linguaggio militare, la bassa forza: essa per altro si completava coi suonatori di militari strumenti, con operai armajuoli e costruttori di macchine guerresche, _tormenta bellica et impedimenta_, e conduttori di bagagli, pel trasporto de’ quali non si faceva uso, come di presente, di carriaggi, ma di bestie da soma, perchè di minor impaccio e di servizio più pronto.

Ora dei duci.

Questi pure erano di due generi: proprii, quelli che erano preposti ad una o a qualche parte dell’esercito, come i centurioni, e i tribuni; comuni, coloro che erano preposti a tutti, come i legati e il comandante in capo, _imperator_.

I centurioni venivan, d’ordine o consenso dei consoli, eletti dai tribuni fra quelli della loro classe: sovente però si toglievano anche da classi superiori, ma per segnalati meriti, massime per militari, distinti. L’elezione dei centurioni era duplice. Nella prima se ne eleggevano trenta, ed altrettanti nella seconda. Il primo eletto denominavasi Primopilo ed era nel suo diritto di intervenire nei consigli militari, in un coi tribuni e coi legati. Talvolta accadde, più per qualche occasione e volontà del duce, che per diritto o costume, che tutti i centurioni venissero ammessi nel consiglio. Insegna poi dei centurioni era un baston di vite, di cui si valevano a punizione de’ soldati.

I centurioni già eletti si eleggono pure alla loro volta gli uffiziali, _uragi_, o più veramente chiamati _optiones_. Quando venivano creati dai tribuni, dicevansi _accensi_; ma quando la loro nomina fu devoluta ai centurioni, ebbero quel nome di _optiones_ ed anche di sottocenturioni, _succenturiones_. _Tergoductores_ erano que’ sott’uffiziali che compivano le funzioni che or sarebbero de’ sargenti; _decani_ quelli che or si direbbero caporali.

In mezzo a’ centurioni si trasceglievano due, prestanti per vigoria d’animo e di corpo, per essere signiferi, o portatori del vessillo; perocchè quantunque un solo fosse il vessillo, due tuttavia erano i vessillarii o signiferi, acciò l’uno succedesse all’altro in caso di fatica, essendo i vessilli pesanti, od anche all’evenienza di malattia.

Il Primopilo, _primopilus_ ed anche _primipilus_, era il capo di tutti i centurioni, come il prefetto e principe delle legioni. Egli aveva autorità anche sul collega suo Primopilo sinistro e la tutela dell’aquila, che era lo stendardo principale della legione[11], tanto così che si dicesse aquila come sinonimo di primopilato.

Come i centurioni eran preposti ai manipoli, così i tribuni della milizia erano a tutta la legione che ne aveva sei. Li istituì Romolo, li mantennero i Re ed i Consoli; ma il popolo se ne avocò il diritto e il suffragio, poi esclusa ancora la facoltà nel popolo, e questi volendola rivendicare, restò convenuto che parte ne avesse il popolo e un numero eguale i consoli; i primi detti anche _comitiati_, avuti in maggior onore; gli altri detti _Rutili_ o _Rufuli_. I tribuni erano eziandio di due sorta, cavalieri e plebei. Spettava ai tribuni render giustizia e conoscere delle cause capitali, dare il segnale alle guardie e sentinelle, curare le veglie, vigilare le munizioni, provvedere agli esercizi tutti. Portavano l’anello d’oro, gli altri militi non potendolo portar che di ferro.

La cavalleria dividendosi in dieci turme, si pigliavano tre cavalieri per ciascuna turma, e così si avevano trenta duci. Erano insomma tante turme nella cavalleria quante erano nella fanteria le coorti; tante le decurie quanti i manipoli: e per conseguenza altrettanti i duci; con questo solo divario che nella turma ve ne era un solo, mentre nel manipolo ve n’erano due. Nella turma erano tre le decurie e l’uffiziale che comandava la decuria appellavasi decurione. Ciascuna turma aveva un solo vessillo. Spettava ai duci delle turme la nomina degli _uragi_ od _optiones_; come nella fanteria.

I soci o confederati, in luogo dei tribuni, che solo spettavano ai militi cittadini, avevano i prefetti e venivano costituiti dai consoli, pari nel resto nei diritti e nella podestà ai tribuni. I Legati erano applicati agli imperatori o comandanti in capo, non tanto per comandare, quanto per giovar di consiglio, ed era il Senato che li destinava come pratici della milizia presso del capo. Era grande dignità codesta, perocchè col potere dell’imperatore avesse altresì diritto alla venerazione dovuta ai sacerdoti. Cicerone li chiamava numi di pace e di guerra, curatori, interpreti, autori di bellici consigli, ministri del provinciale interesse. Il loro potere per altro era subordinato a quello del comandante. Incerto era il numero loro, talvolta destinato uno per legione, sempre come sembrava conveniente al Senato. Quelli ch’eran preposti a tutto l’esercito, dicevansi consolari: pretorii quelli assegnati alle legioni.

Il supremo comandante era poi, come dissi, l’Imperatore, _imperator_, a cui obbedivano cittadini e confederati, cavalieri e fanti. Insegna della carica erano i littori coi fasci: aveva il paludamento, la clamide, e i suoi cavalli portavano fregi militari, bardature ricche d’oro e stragulo scarlatto.

Veniamo ora a trattare delle armi, le quali si dicevano _tela_ se erano per offesa, _arma_ se per difesa.