Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Part 3

Chapter 33,435 wordsPublic domain

L’armata si schierava in battaglia in due o tre battaglioni; le legioni romane erano sempre nel mezzo; ai fianchi, a formar le ale, le legioni alleate. La cavalleria, per consueto, alle spalle della fanteria, e Tito Livio nota che venisse anche collocata in coda, ad impedire che l’oste nemica non circondasse l’armata. Ho già detto come i Veliti fossero i primi ad aprir la pugna, seguissero poscia gli Astati e appresso i Principi; la vanguardia si componeva di quaranta compagnie. Il generale stava fra i Triari e i Principi, e a lato aveva la guardia pretoria, gli evocati ed un tribuno di ogni legione. Il prefetto della cavalleria comandava alle dieci turme, come il decurione più vecchio sovrastava a ciascuna turma.

I Romani poi sapevano mirabilmente fortificarsi, munendo le loro città di torri, di muraglie merlate e di larghi e profondi fossati. L’ingresso in città era per porte praticate nel piede delle torri con ponti levatoj e saracinesche, come già ci accadde di vedere a Pompei. Tutto un sistema di torri le cingeva, ed a cagion d’esempio, nelle carte topografiche antiche di Milano pur colonia romana, detta anzi _altera Roma_, si vedeva che fra una torre e l’altra non correvano più di cento piedi. Le piazze-forti approvvigionavano, in previsione di assedio, di viveri e di armi e d’ogni cosa atta ad offendere, siccome bitume, solfo e pece. In caso invece di investimento di una città, vi si praticavano intorno linee di circonvallazione e trincee; e se fosse sembrata impresa non grave, usavasi riempirla di una linea di soldati che chiamavano corona, giusta quanto vedesi ricordato nel seguente verso di Silio Italico:

_Mœnia flexa sinu, spissa vallata corona_ _Alligat_[38],

od anche nello storico Giuseppe Ebreo, _De Bello Iudaico_ si legge: _Duplici peditum corona urbem cingunt et tertiam seriem equitum exterius ponunt_[39].

All’espugnazione poi servivasi di una infinità di macchine dette _Poliorcetiæ_, dal loro inventore Demetrio Poliorcete. Comprendevasi nel numero di esse il terrapieno fatto di terra, pali e fascine onde porvi le torri e battere in breccia. La torre mobile a diversi piani, perfino di quaranta piedi d’altezza e montata su ruote; la testuggine, specie di tettoja di legno coperta di pelle bovina onde metterla al coperto dagli assalitori, facevasi cogli scudi sulla testa quando correvano insieme all’assalto onde difendersi da’ proiettili nemici; l’ariete, trave lunga e grossa guernita all’estremità di una testa di ferro che, sostenuta da’ soldati stessi coperti dalla testuggine, veniva violentemente spinta contro le muraglie; la catapulta, macchina, secondo Vitruvio[40], di due braccia atta a scagliar dardi di molta grandezza, materie infiammate e sassi; la balista, mossa da nervi allo stesso scopo di scagliar pietre; il tollenone, o trave in terra confitta con altra alla cima, così collocata traversalmente che abbassandosi l’un de’ capi, l’altro s’inalzava, ed a questi capi erano adattati certi graticci entro cui s’ascondevano i soldati e dai quali offendevano l’inimico; e l’altalena, macchina movibile da cui s’alzava il ponte fino all’altezza delle mura assediate e da cui gittavasi la scala munita di uncini onde aggrapparla al parapetto e compire la scalata. L’elepoli, la terebra, la galleria, la vigna, con o senza ruote, erano altrettante testudini di diversa fattura; chi poi volesse avere di questi bellici strumenti l’idea più esatta, ricorra al libro X di Vitruvio che ne discorre ampiamente. Tutte queste macchine poi trattavano i Romani con somma destrezza e agilità.

Quando si accingevano ad impresa di molto momento e alla battaglia, o quando trattavasi di comporre una spedizione militare, il comandante arringava i soldati, e Tito Livio nelle sue storie ci fornì magnifici esempi di militare eloquenza, e se l’entusiasmo de’ soldati rispondeva alle parole di lui, Ammiano disse che lo si esprimeva col percuotere gli scudi e colle acclamazioni: _Hac fiducia miles, hastis feriendo clypeo, sonitu adsurgens ingenti, uno propemodum ore dictis favebat et cœptis_[41]; ma se l’arringa non trovava approvazione, facevasi intendere una confusa mormorazione od opponevasi il più assoluto silenzio; onde più tardi potea dirsi con istorica allusione che il silenzio fosse la lezione dei re.

Il comandante, dopo la battaglia e la vittoria, assolte le pubbliche e solenni cerimonie del sacrificio, pel quale processionalmente portavasi al tempio principale della città, fra i canti guerreschi de’ soldati incoronati che lo seguivano, e le grida _Io triumphe_[42], dinanzi alla fronte del suo esercito, lo ringraziava, particolarmente facendo onorevole menzione di coloro che meglio si fossero distinti e distribuiva i premj secondo le diverse qualità di essi. Chi avesse combattuto corpo a corpo col nemico, o presolo, od ammazzato, otteneva l’_asta pura_, o mezza picca tutta di legno, così rammentata da Virgilio:

_Ille vides pura juvenis, qui nititur hasta_[43].

Ottenevano monili d’oro o d’argento, braccialetti o catene coloro che avessero reso segnalato servizio.

Più ambite per altro erano le corone. Davasi la _civica_, ed era guarnita di quercia, a chi avesse salvo un cittadino; onde Claudiano, nelle lodi di Stilicone, cantò:

_Mos erat in veterum castris, ut tempora quercu_ _Velaret, validis fuso qui viribus hoste_ _Casurum potuit, morti subducerem civem_[44].

Concedevasi la _murale_ d’oro, perchè foggiata a muro e baluardi, a chi primo avesse scalato le mura:

. . . . . _Cape victor honorem_ _Tempora murali cinctus turrita corona_[45].

La _castrense_ o _vallare_, ed era d’oro formata come di palizzate di vallo, per colui che primo avesse occupato il campo nemico; la _navale_ o _rostrale_ a chi primo fosse saltato sulla nave nemica; l’_ossidionale_ o graminea, intesta d’erba colta nel luogo assediato, al capitano che avesse costretto il nemico a levar l’assedio: la _trionfale_, che fu prima di alloro, poi d’oro, al capo supremo dopo una segnalata vittoria, e finalmente la _ovale_ di mirto a chi riportasse ovazione, o trionfo minore.

Erano altre distinzioni militari: l’intervento ai publici ludi fregiato dei riportati premj, l’esposizione delle spoglie nemiche alle pareti esterne delle case con divieto di levarnele anche per vendita delle medesime, e Tibullo vi accenna in quel distico:

_Te bellare decet terra, Messala, marique,_ _Ut domus hostiles præferat exuvios_[46].

Il supremo comandante, che ucciso il comandante nemico, ne lo avesse spogliato, la spoglia, detta opima, sospendevasi nel tempo di Giove Feretrio. Tre soli conseguirono questo onore: Romolo uccidendo Acrone re de’ Cicimei, Cornelio Cosso ammazzando Tolunnio re de’ Tusci, e Marcello spegnendo Viridomaro re de’ Galli[47].

Ai primi tempi di Roma la preda bellica ripartivasi fra coloro che avevano preso parte alla guerra; dopo venne qualche volta promessa ai soldati per incuorarli alla pugna; il più spesso spettava alla Repubblica e l’impadronirsi di essa costituiva perfino reato di peculato.

Ma l’onore maggiore e che importava il più superbo e solenne spettacolo, era il trionfo, che veniva accordato a quel supremo capitano che avesse riportata alcuna insigne vittoria; ma solo vi poteano aspirare i dittatori, i consoli e i pretori; sì che citisi come singolar privilegio l’averlo ottenuto Cn. Pompeo di soli 24 anni, ed essendo appena cavaliere. Per aver diritto e chiederlo, era mestieri avere in una sola battaglia sbaragliato almeno cinquemila nemici, deporsi dal comando dell’armata e, restando fuori di Roma, domandarlo per lettera involta in foglie d’alloro, indirizzata al Senato, che venuto nel tempio di Bellona, leggevala e trovato giusto quell’onore, lo concedeva, riconfermandolo imperatore.

Per essere stato rifiutato l’onor del trionfo ai Consoli Valerio ed Orazio, il tribuno Icilio ne appellò al popolo, che loro lo accordò, onde quindinnanzi ne nacque spesso conflitto di autorità. Fu per tale conflitto che Claudia vestale, saputo che disturbar volevasi il trionfo del proprio padre Claudio, e farlo scendere in mezzo ad esso dal carro, a ciò impedire, montò ella stessa il carro con lui; perocchè nessuno sarebbesi attentato portar la mano su d’una vestale.

Il supremo duce, cui era decretato il trionfo della veste _palmata_, ossia tessuta a frondi d’alloro, che si mutò nel seguito in porpora tessuta d’oro, cingeva le tempia d’una corona d’alloro, che poi fu d’oro, e nell’una mano stringendo uno scettro eburneo sulla cui cima era un’aquila d’oro, nell’altra invece un ramoscello d’alloro, attendeva il Senato, che gli moveva incontro seguito da’ littori co’ fasci ornati di frondi pure di lauro e incominciava la pompa del trionfo. Precedevano i tibicini e trombettieri suonando concenti di battaglia. Venivano poscia i bianchi tori coperti da gualdrappe di porpora ricamata d’oro, e dorate le corna, destinati ad essere sagrificati, e condotti dai vittimarj stringenti ciascuno una lancia, susseguiti da’ sacerdoti. Tenevano dietro i molti carri colle imagini delle nazioni e castella debellate; onde il popolo, giusta quanto cantò Ovidio:

_Ergo omnis populus poterit spectare triumphos_ _Cumque ducum titulis oppida capta leget_[48].

Quindi i carri recanti le spoglie dei nemici, le armi, l’argento, il danaro, i vasi, le insegne e le macchine guerresche conquistate.

Dietro di essi camminavano i re, i capitani e i prigionieri colla testa rasa in segno di loro schiavitù, e carichi di catene:

_Vinclaquæ captiva reges cervice gerentes_ _Ante coronatos ire videbit equos_[49]

e finalmente arrivava maestoso su di un carro, ricco d’avorio ed incrostato d’oro e tratto da quattro bianchi corsieri, attelati tutti di fronte, il trionfatore:

_Portabit niveis currus eburnus equis_[50].

Nei tempi ultimi della republica, Pompeo ai cavalli sostituì gli elefanti, Marcantonio i leoni, Nerone giumenti ermafroditi, Eliogabalo le tigri, e Aureliano le renne.

I figli dei trionfatori o stavano sui cavalli del carro trionfale, come praticò Paolo Emilio, o sovra il carro stesso, o immediatamente venivano dietro di esso.

Tertulliano poi nota, che uno schiavo sostenesse la corona del trionfatore e a tratti gli gridasse: _Respice post te, hominem esse memento_.

Entrando il trionfatore per la porta Capena, per la quale si andava al Campidoglio, meta del trionfo, il popolo lo acclamava colle grida _Io triumphe_, e la formula del popolare entusiasmo, quasi sacramentale, è suggellata nelle odi di Orazio, in quella a Giulio Antonio, ne’ seguenti versi:

_Teque dum procedis, Io Triumphe_ _Non semel dicemus, Io Triumphe_ _Civitas omnis: dabimusque Divis_ _Thura benignis_[51].

Arrivato tra plausi al Campidoglio, dimessa la toga trionfale, volgevasi agli Dei con questa preghiera: _Gratias tibi, Iupiter Optime Maxime, tibique Junoni Reginæ et cæteris huius custodibus, Habitatoribusque arcis Diis, lubens lætusque ago, Re Romana in hanc diem et horam per manus quod voluistis meas, servata, bene gestaque, eamdem et servate, ut facitis, fovete, protegite propitiati, supplex oro_[52].

Si immolavano allora le vittime e compivansi i sacrifici: il trionfatore deponeva l’alloro nelle mani della statua di Giove; quindi i prigionieri venivano tradotti al carcere Tulliano dove si facevano miseramente morire[53].

Si chiudeva l’augusta cerimonia con un lauto banchetto a spesa publica, e vi intervenivano i maggiorenti della città, all’infuor de’ consoli, acciò, osserva Valerio Massimo, il trionfatore vi serbasse la preminenza[54]. Alla plebe poi si distribuiva in segno d’allegrezza denaro. V’ebbero trionfi che durarono tre giorni, come quello di Paolo Emilio, nel quale porse commovente spettacolo il re Perseo in catene co’ suoi figliuoli, inscii, per la tenera età, della loro immensa sventura. Quello di Giulio Cesare, descrittoci da Dione Cassio, durò quattro giorni.

Il trionfo navale era suppergiù il medesimo. Solo facevasene precedere la domanda colla spedizione di una nave ricca di spoglie ed adorna d’alloro.

Il minor trionfo che dicevasi ovazione, perchè esigeva il sagrificio d’una pecora, ovis, compivasi andando il supremo duce, al quale era aggiudicato, o a piedi od a cavallo al Campidoglio, con corona di mirto in capo, con toga bianca orlata di porpora e con ramo d’ulivo in mano. Accordavasi a chi avesse riportata una vittoria su nemico disuguale, come pirati, schiavi, transfughi. Eran nella procession trionfale i tibicini, portavansi le insegne militari, le spoglie, le armi, il denaro.

I trionfatori ottenevano talvolta l’onore delle statue o dell’erezione di colonne o di un arco, l’uso della corona e della veste trionfale, il diritto alla sedia curule e cento altre prerogative.

Ma pari alla grandiosità de’ premj, era la gravità delle pene che s’infligevano a’ delinquenti militari. Severissima era la militar disciplina, e si comprende allora come la sentinella pompejana, neppur davanti ai pericoli ed all’orrore del terribile cataclisma avesse violata la consegna, ma, rimasta al suo posto, vi perisse; e la disciplina non v’ha chi ignori essere la virtù e la forza precipua degli eserciti.

Già ne’ capitoli della storia ho ricordato il formidabile esempio del giovane Manlio Torquato dannato a morte dal padre, per essersi, contro divieto, battuto con Geminio Mezio, che lo aveva sfidato; nè altrimenti aveva operato Giunio Bruto co’ proprj figliuoli, fatti trucidare da lui pel sospetto di essersi ammutinati nel campo affin di rimettere in trono i Tarquinj.

La sedizion militare e la fuga di un corpo di milizia punivasi colla decimazione, cioè collo estrarre a sorte dieci soldati in cento e mandarli a morte; e la ragione di tal pena è fornita da Cicerone: _Stuatuerunt itaque majores nostri, ut si a multis esset flagitium rei militaris admissum, sortione in quosdam anima deterreretur: ut metus videlicet ad omnes, pœna ad paucos pervenerit_[55]. Eravi anche la vigesimazione e la centesimazione. Se il soldato abbandonava il suo posto di guardia, se disertava per tre volte, se rendevasi colpevole di nefando delitto, di spergiuro o di falsa testimonianza, veniva dal Tribuno e da un consiglio di guerra, sempre adunato in causa capitale, condannato a morte colle verghe, e questo genere di morte chiamavasi _fustinarium_. _Fustem capiens Tribunus_, scrive Polibio, _condemnatum leviter tangit et delibat. Quo facto, omnes qui in castris sunt, ferientes alius fustibus, alius lapidibus, plerosque in ipsis occidunt_[56].

Il latrocinio, al dir di Frontino, si puniva col taglio della mano del colpevole, e quindi gli si eseguiva la pena del _fustinarium_.

Si usò ne’ delitti gravi il taglio della testa colla scure; i disertori anche coll’affissione in croce.

Pene minori erano la fustigazione leggiera con dieci, venti o cento battiture, e si applicavano per codardia o per mancanze; la multa e, dove non pagata, il pegno, privandosi il soldato di parte delle armi, che doveva provvedersi con denaro proprio e si chiamava _censio hastaria_.

Erano del pari punizioni militari: l’orzo dato a vece del frumento, quasi ritenuti indegni dell’alimento umano, perchè l’orzo davano a’ giumenti; la sospensione del soldo, e il soldato dicevasi allora _ære dirutus_; l’attendarsi fuor del vallo o del campo, e lasciato quindi più esposto al nemico; l’abito vile, o disciolto; il mutar di milizia e talvolta il rilegamento fra i bellici impedimenti ed alla custodia dei prigionieri; lo star in piedi alla cena, solendo in tempo di essa i soldati romani star seduti, e va dicendo.

Compiuta la sua ferma, o come dicevasi dai Romani, _confecta stipendia_, il soldato veniva congedato, e il congedo, _missio_, era poi di duplice natura. Dicevasi onesto, _honesta missio_, a chi aveva ultimato il servizio militare; causario, _causaria missio_, se motivato da vizio, difetto o morbo.

Era poi detto grazioso, se accordato al milite da’ comandanti per favore, ma poteva revocarsi da’ censori; ignominioso, se fosse stato determinato da crimine o delitto.

Sotto di Augusto poi vi ebbe quella specie di congedo che appellavasi _exauctoratio_, ed era il congedo a servizio militare compiuto, che non obbligava ad altro onere di milizia, se non alla pugna contro il nemico, e in tal caso dicevansi veterani sifatti soldati.

Questi che ho riassunti in breve erano gli ordinamenti della romana milizia, che a compimento del quadro della vita publica de’ romani e delle città, come Pompei, che s’erano alle leggi ed alle costumanze de’ romani conformate, dovevo far conoscere al lettore.

CAPITOLO XX.

Le Case.

Differenza tra le case pompejane e romane — Regioni ed Isole — Cosa fosse il _vestibulum_ e perchè mancasse alle case pompejane — Piani — _Solarium_ — Finestre — Distribuzione delle parti della casa — Casa di Pansa — Facciata — La bottega del _dispensator_ — _Postes, aulæ, antepagmenta_ — _Janua_ — Il portinajo — _Prothyrum_ — _Cavædium_ — _Compluvium_ ed _impluvium_ — _Puteal_ — Ara dei Lari — I Penati — _Cellæ_, o _contubernia_ — _Tablinum, cubicula, fauces, perystilium, procœton, exedra, œcus, triclinium_ — _Officia antelucana_ — _Trichila_ — Lusso de’ triclinii — Cucina — Utensili di cucina — Inservienti di cucina — Camino: v’erano camini allora? — Latrina — Lo xisto — Il crittoportico — Lo _sphæristerium_, la _pinacoteca_ — Il _balineum_ — L’_Alæatorium_ — La _cella vinaria_ — Piani superiori e recentissima scoperta — _Cœnacula_ — _La Casa a tre piani_ — I balconi e la _Casa del Balcone pensile_ — Case principali in Pompei — Casa di villeggiatura di M. Arrio Diomede — La famiglia — Principio costitutivo di essa — La nascita del figlio — Cerimonie — La nascita della figlia — _Potestas, manus, mancipium_ — _Minima, media, maxima diminutio capitis_ — Matrimonii: per confarreazione, uso, coempzione — _Trinoctium usurpatio_ — Diritti della _potestas_, della _manus_, del _mancipium_ — _Agnati, consanguinei_ — _Cognatio_ — _Matrimonium, connubium_ — _Sponsali_ — Età del matrimonio — Il matrimonio e la sua importanza — Bigamia — Impedimenti — Concubinato — Divorzio — Separazione — _Diffarreatio_ — _Repudium_ — La dote — _Donatio propter nuptias_ — Nozioni sulla patria podestà — _Jus trium liberorum_ — Adozione — Tutela — Curatela — Gli schiavi — Cerimonia religiosa nel loro ingresso in famiglia — _Contubernium_ — Miglioramento della condizione servile — Come si divenisse schiavo — Mercato di schiavi — Diverse classi di schiavi — Trattamento di essi — Numero — Come si cessasse di essere schiavi — I clienti — Pasti e banchetti romani — Invocazioni al focolare — Ghiottornie — Leggi alla gola — Lucullo e le sue cene — Cene degli imperatori — _Jentaculum, prandium, merenda, cœna, commissatio_ — Conviti publici — Cene sacerdotali — Cene de’ magistrati — Cene de’ trionfanti — Cene degli imperatori — Banchetti di cerimonia — _Triumviri æpulones_ — _Dapes_ — Triclinio — Le mense — Suppellettili — _Fercula_ — Pioggie odorose — Abito e toletta da tavola — Tovaglie e tovaglioli — Il re del banchetto — Tricliniarca — _Coena recta_ — Primo servito — _Secunda mensa_ — Pasticcerie e confetture — Le posate — Arte culinaria — Apicio — Manicaretto di perle — Vini — Novellio Torquato milanese — Servi della tavola: _Coquus, lectisterniator, nomenclator, prægustator, structor, scissor, carptor, pincerna, pocillator_ — Musica alle mense — Ballerine — Gladiatori — Gli avanzi della cena — Le lanterne di Cartagine — La partenza de’ convitati — La toletta d’una pompejana — Le _cubiculares_, le _cosmetæ_, le _calamistræ, ciniflones, cinerarii_, la _psecas_ — I denti — La capigliatura — Lo specchio — Punizioni della toaletta — Le ugne — I profumi — _Mundus muliebris_ — I _salutigeruli_ — Le _Venereæ_ — _Sandaligerulæ, vestisplicæ, ornatrices_ — Abiti e abbigliamenti — Vestiario degli uomini — Abito de’ fanciulli — La _bulla_ — Vestito degli schiavi — I lavori del gineceo.

Conosciuta che abbiamo la vita publica de’ Romani, se non desunta interamente da quanto offrirono gli scavi di Pompei, certo tuttavia avvalorata e grandemente da essi, facciamoci ora a chiedere ai medesimi tutto quanto ha tratto alla vita privata. Entriamo nelle case di Pansa e di Sirico, di Cornelio Rufo e di Caprasio Primo, di Olconio e di Giulia Felice, non che de’ molti altri facoltosi pompejani: affacciamoci anche alle più modeste ed a quelle dell’uomo del popolo e interroghiamo. Quelle mute rovine ne avranno di eloquenti rivelazioni a fare. Collo ajuto degli scrittori di quel tempo indovineremo l’uso d’ogni singola stanza, come con essi ci siam resa ragione d’ogni altra cosa, che siam venuti fin qui discorrendo, e risaliam dopo alle più elevate considerazioni toccanti la famiglia e il costume, gli usi e le consuetudini. Ampio è codesto argomento che piglio a svolgere; ma vedrò modo di rapidamente farlo.

Avanti tutto, esaminiamo, o lettore, la casa, nel suo materiale.

La prima osservazione che si presenta è quella, che abbiamo insieme già fatta, parlando nel capitolo dell’Arti dell’Architettura: la piccolezza cioè, di esse, della quale a stento possiamo capacitarci, accostumati come siamo ad ammirare la vastità de’ palazzi de’ nostri grandi, e l’ampiezza pur delle nostre case. Ricorderà il lettore che non solo credetti attribuire questa piccolezza delle case pompejane alla vita che que’ cittadini facevano frequentemente in istrada e in piazza, ma piuttosto alle abitudini, alle tradizioni ed al gusto de’ Greci che vi si conservavano. Ecco perchè mai si terrebbe ad esempio una casa pompejana, per formarsi un’esatta idea di una casa romana. I Greci studiarono più presto le bellezze delle forme architettoniche, che lo splendore della grandezza seguìta da’ Romani. Questi d’altronde non avrebbero potuto colle anguste abitazioni greche mantenere il costume superbo d’essere sempre seguiti e corteggiati da una folla di clienti, d’essere sempre assistiti e serviti da una quantità di servi. Alla finezza del gusto finalmente sopperirono i Romani colla magnificenza.

Colle case pompejane pertanto argomentiamo in quelle vece solamente come potessero essere le case di Pericle e di Aristide, di Socrate e di Platone, di Atene, di Sparta e di Corinto.

Contuttociò, la distribuzione delle parti puossi dire comune tanto alle case greche che alle romane; suppergiù una casa pompejana è distribuita come era una casa romana, eccettuata l’ampiezza maggiore di quest’ultima; come pure si possa dire che visitata una casa, siensi visitate tutte, perocchè a un di presso siano tutte egualmente conformate: nelle sole decorazioni consistendo per avventura la differenza.

Un’altra diversità si riscontra per avventura nel mancare le case pompejane di _vestibulum_. Tal nome non davasi già a quella parte della casa che così designiamo oggidì, ma bensì come raccogliesi da Vitruvio e da Aulo Gellio[57], a quella corte o piazza che stava avanti alla casa, od a qualunque altro grandioso edificio, subito sulla fronte dell’entrata principale, lo che ottenevasi col prolungare le mura laterali al di là della facciata dell’edifizio, come del resto suole, di frequentemente vedersi massime ne’ palazzi di campagna, chiuse per lo più cotali corti o piazzali da muri o cancellate, od anche determinate da albereti. In Pompei, città di terz’ordine, adagiata su d’un pendio, che non poteva disporre di larghi spazi, che le case erano piccolette, non vi potevano essere vestiboli nel senso che assegnavasi allora ad essi, convenienti questi ad edifici piuttosto grandiosi. Pare per altro dal luogo stesso di Vitruvio che in greco dicendosi _prothyra_ i vestiboli che sono avanti alle porte, e _prothyra_ da’ Romani quelli che in greco si dice _diathyra_, cioè cancello o riparo, vestibolo potesse essere detta pur quella parte subito successiva dove stava l’ara o focolare, di cui dirò fra breve, se si deve aggiunger fede ad Ovidio:

_Huic quoque vestibulum dici reor: inde precando_ _Adfamur Vestam; quæ loca prima tenes_[58].