Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 9

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Una cortigiana venuta di poi, denominata Flora, che volle appropriarsi il nome d’Acca Larenzia, in memoria della prima, chiamava erede de’ molti suoi beni, frutto di sua vita sciupata, il popolo romano, il quale riconoscente la collocò nel novero delle sue divinità, e le eresse un tempio rimpetto al Campidoglio; onde avvenne che, istituendosi a suo onore de’ pubblici giuochi quali si dissero florali, venissero facilmente confusi con quelli innocenti della prima Flora.

Invocata nelle intemperie delle stagioni, o quando lo imponevano i libri sibillini, se ne celebravano i giuochi, i quali poi nel 580 di Roma, in occasione di calamitosa sterilità durata per molti anni, diventarono annuali, per decreto del Senato.

Come i Lupercali, che ho testè ricordati, celebravansi pure i Florali dapprima a notte al chiaror delle faci, nella strada Patrizia, ove trovavasi un circo di sufficiente grandezza. Quivi erano cantate le più oscene canzoni; quivi cori di ignude cortigiane, che con procaci movimenti compivano svergognate le più ributtanti lascivie e si prostituivano, plaudente il popolo, a uomini brutali che, parimenti ignudi, si erano a suon di trombe precipitati nell’arena.

Narrano le storie come un giorno Catone, l’austero, fosse comparso nel circo in occasione appunto che stavano i giuochi florali per incominciare, perocchè gli edili avessero già fatto dare il segno. La presenza del gran cittadino impedì che l’orgia scoppiasse: le meretrici, per reverenza si strinsero nelle vesti loro, tacquero le trombe, il popolo ammutì. Chiedea Catone onde sì improvvisa sospensione, e avutone in risposta esserne causa la sua presenza, egli alzatosi prontamente allora e recatosi alla fronte il lembo della toga, uscì dal circo. Il popolo applaudì, caddero subito le vesti alle sciupate, squillarono le trombe e lo spettacolo ebbe il suo corso.

Fu per avventura ad una di queste feste, che, regnando Nerone, venne offerto l’infame spettacolo nel circo, che Svetonio ricorda e che Marziale fe’ subbietto al sesto Epigramma del Lib. I. che basterà di per sè a stigmatizzare il costume di quel tempo.

_Iunctam Pasiphaën Dictaeo credite tauro,_ _Vidimus: accepit fabula prisca fidem._ _Nec se miratur, Cæsar, longaeva vetustas:_ _Quidquid fama canit, donat arena tibi_[154].

Per l’eguale ragione che mi parve dover intrattenere il lettore de’ Giuochi Florali, credo qualche parola consacrare eziandio agli spettacoli di Naumachia.

La circostanza d’essere Pompei città in riva al mare, siffatti spettacoli davanti all’imponente maestà della pianura equorea sarebbero apparsi così meschini, da non eccitare interesse di sorta; e però non posso ritenere che naumachie si tentassero mai nell’anfiteatro pompeiano. La misura della sua elissi non credo fosse tampoco propria a congeneri ludi. Se tal sorta quindi di divertimento da magistrati o doviziosi si fosse voluto dare, siccome d’altronde per lo più gli spettacoli dati da costoro erano, come vedemmo, gratuiti, avrebbero a teatro eletto il mare stesso e con sicurezza di miglior effetto.

Non era così altrove e massime in Roma. Che le naumachie fossero nei gusti de’ maggiorenti e del popolo non può recarsi in dubbio; superiormente trattando de’ Gladiatori, menzionai quella offerta da Claudio sul lago Fùcino. Svetonio, nel dire di essa, ricorda la particolarità che si vedessero l’una contro l’altra urtarsi una flotta di Sicilia ed un’altra di Rodi, composta ciascuna di dodici triremi, fra lo strepito della tromba d’un tritone d’argento che un congegno praticato nel mezzo del lago faceva a un tratto scattar fuori[155].

Naumachia, derivanda dalle due voci greche ναῦς, nave, e μαχη, pugna, esprime già di per sè il proprio significato. A questi navali combattimenti si trovò modo di dar luogo, facendo entrare ne’ teatri, a mezzo di celati condotti, le acque, e così vi si poterono far figurare mostri marini, flotte e simulate battaglie di navi.

Lo Storico de’ Cesari summentovato fa cenno della naumachia data da Nerone in Roma, dove pare si fosse all’uopo eretto apposito luogo, ed anzi, se si vuole stare a Frontino, nell’opera sua sugli Acquedotti, sin cinque o sei naumachie si sarebbero contate nel circondario di Roma. In quella adunque offerta da Nerone si videro appunto nuotare nell’acqua marina de’ mostri: _exhibuit naumachiam, marina aqua innantibus belluis_[156]. Un’altra battaglia navale ne rammenta, data nella vecchia naumachia da Tito, con intervento di Gladiatori[157] ed una ancora offerta da Domiziano[158]. Era forse di quest’ultima che Marziale intese parlare nel 31 Epigramma del lib. degli spettacoli, e la quale egli chiamò superiore a tutte le antecedenti:

_Quidquid et in Circo spectatur et Amphiteatro_ _Dives Caesarea præstitit unda tibi._ _Fucinus et pigri taceantur signa Neronis:_ — _Hanc norint unam sæcula Naumachiam_[159].

Il suddetto storico Svetonio attribuir vorrebbe ad Ottaviano Augusto il vanto d’essere stato il primo a dare ai Romani spettacolo di un finto combattimento navale in un bacino scavato appresso al Tevere[160]; ma Servio, scoliaste di Virgilio, ne ammonisce avere i Romani, al tempo della prima guerra Punica, istituita la naumachia, dappoichè si fossero accorti che le nazioni straniere avessero nelle pugne navali non leggiero valore[161].

Ma forse prima d’Augusto queste naumachie potevano limitarsi ad esercitazioni de’ _classiarii_, o militi appartenenti alle flotte, nell’intento appunto di addestrarli a’ navali combattimenti, e solo averli poi questo Cesare ordinati a pubblico divertimento.

Ma basti intorno ad esse.

Or mi resta a parlare delle cacce di animali, _venationes_, che si davano così spesso negli anfiteatri romani e che sì frequenti pure ci dicono i surriferiti affissi seguissero in quello di Pompei.

Desiderosi coloro che davano gli spettacoli di solleticare con isvariate illecebre gli appetiti del publico, immaginarono, a rendere più interessanti queste cacce, di convertire l’Arena in selva, presentando, cioè, la più illudente immagine delle cacce germaniche, che si volevano arieggiare. Facevasi dunque a tale intento sollevare ne’ boschi da’ soldati delle grosse piante fino dalle radici e trasferire nell’Anfiteatro, dove confitte nel suolo e assicurate con travi e sovrapposta la terra si mutava l’arena in una foresta. Nè l’arena così conformavasi soltanto, ma anche i _cataboli_, stanze di custodia, da cui, come da antri e spelonche, sbucavano, quasi da’ naturali lor covi, le fiere. La natura era pertanto fedelmente imitata.

E quel che in Roma facevasi ed era in voga, afferma Giusto Lipsio essersi nelle provincie subitamente emulato, e le caccie dovevano però tosto adottarsi e suscitare il più vivo interesse.

In due maniere si compivano queste cacce: o facendo combattere fra loro le fiere, o facendole combattere con gladiatori o con condannati. Eranvi però delle volte in cui per la rarità dell’animale, che non si voleva uccidere, limitavansi ad ammaestrarlo facendolo passare avanti gli spettatori, o stretto in catene, ovveramente chiuso in una gabbia. Le cacce più consuete, perchè meno dispendiose, erano di orsi e cinghiali. Erano straordinarie e di lusso quelle di leoni, elefanti, pantere ed altre belve rare.

I combattimenti degli animali vorrebbe Seneca che avessero luogo per la prima volta in Roma, nel settimo secolo di sua fondazione, al tempo di Pompeo. Questi medesimo, nella inaugurazione del suo teatro, fece combattere nel circo gli elefanti, che Plinio dice essere stati in numero di venti, e i quali diedero tal prova d’intelligenza da destare perfino la compassione: strana cosa in vero, da che non la sapessero eccitare gli uomini in quel tempo! Così Cicerone infatti parla di quelle feste scrivendone a Marco Mario, alleato di sua famiglia:

«Per cinque giorni v’ebbero stupende cacce, e chi lo nega? Ma un uomo serio qual piacere può avere dal vedere o un uomo debole sbranato da una fortissima belva, o una superba fiera trapassata da un cacciatore? L’ultimo giorno comparvero gli elefanti, di cui il volgo e la turba fecero le maraviglie: ma voluttà non vi fu, anzi destò una tal qual compassione e si pensò che quell’animale avesse una cotale affinità colla stirpe umana»[162].

Ma Seneca nella summentovata sua sentenza è smentito da altri non meno autorevoli scrittori. Tito Livio, a cagion d’esempio, ne fa sapere che, fin dall’anno 568 della fondazione di Roma, Marco Fulvio celebrasse giuochi che passarono famosi nella storia, per compiere un voto fatto nella guerra d’Italia, e ne’ quali si fecero combattere pantere e leoni: _et venatio data leonum et pantherarum_[163].

Diciasett’anni dopo, cioè nel 585, gli edili curuli P. Cornelio Scipione Nasica e P. Lentulo, per la guerra contro Perseo, facevano combattere nei giuochi del Circo sessantatrè tigri, e quaranta orsi ed elefanti. Quinto Scevola, nel 689, fe’ combattere leoni; e Lucio Silla, per la prima volta, due anni dopo, offrì combattimento di cento leoni, della varietà che si chiamava giubbata, o colla chioma non ricciuta.

Lucio e Marco Lucullo, essendo essi pure edili curuli, nel 678, fecero combattere elefanti contro tori, per aizzare i quali ultimi conveniva far uso del fuoco, come Marziale ci avverte:

_Qui modo per totam flammis stimulatus, arenam,_ _Sustulerat raptas taurus in astra pilas,_ _Occubuit tandem cornuto ardore petitus,_ _Dum facile tolli sic elephanta putat_[164].

Passata questa caccia di tori, combattuta però dagli uomini, come nelle altre provincie dell’orbe romano, così eziandio nella Spagna, anche quando la civiltà tolse affatto di mezzo questi barbari divertimenti, essa non se ne volle disfare non solo, ma tanto la smania delle caccie del toro si è innestata al suo costume, che pure a’ nostri giorni si continui tra la frenesia di pubblici entusiasmi, i plausi e le dimostrazioni di leggiadre dame; e _toreros_ e _matadores_, _picadores_ e _banderilleros_ e tutto il gregge gladiatorio insomma che partecipano a queste se la campano egregiamente e son ben anco tenuti in conto. Si potrebbero in oggi citare più nomi di celebri toreri, come a Roma in antico si ripeteva da ognuno il nome de’ più famosi gladiatori, conservati poi alla memoria de’ posteri dagli storici e da’ poeti.

Ma rivengo a dire delle caccie romane.

Cento orsi della Nubia e cento cacciatori venuti dall’Etiopia combatterono l’anno 693 per cura di Domizio Enobarbo edile; e tre anni dopo, Marco Emilio Scauro, tra’ vari altri giuochi circensi, quello spettacolo offerì pure dello scheletro di enorme cetaceo, lungo quaranta metri, più alto di un elefante indiano, che si spacciò dai ciurmadori essere stato quello medesimo al quale era stata esposta Andromeda: un ippopotamo, che Plinio afferma essere stato il primo veduto in Roma, di cinque coccodrilli e di centocinquanta tigri di ogni specie.

Ritornando sulla caccia data agli elefanti sotto Pompeo, che Plutarco dice essere riuscito uno spettacolo di spavento, Dione Cassio reca le seguenti particolarità, che piacemi riferire. «Si fecero combattere con uomini armati 18 elefanti; gli uni perivano nel combattimento, altri più dopo; perchè il popolo anche in onta a Pompeo, ebbe pietà di alcuni, quando li vide fuggire colpiti di ferite, percorrenti l’arena, colle trombe dirette verso il cielo e mandando lamentevoli grida: il che fece credere che essi non agivano così per avventura, ma che attestavano coi loro barriti la violazione della promessa fatta loro con giuramento nel trasportarli dall’Africa, e che imploravano la vendetta celeste. Si narra veramente che essi non avessero consentito a salire sulle navi, se non dopo che i conduttori ebbero loro promesso con giuramento di preservarli da qualunque duro trattamento. Il fatto è certo, o non l’è? È quanto ignoro.»

Del resto si sa, soggiunge Mongez, che tal passo riporta pure in una sua memoria, di cui mi son valso, che gli antichi credevano che gli elefanti avessero un’anima intelligente, e tale opinione si è conservata fra i popoli dell’India.

In questi giuochi da Pompeo dati per cinque giorni, a solennizzare la dedica del suo teatro, fra le molte fiere cacciate nel circo, oltre i suddetti elefanti, Plinio ricorda seicento leoni, dei quali trecentoquindici giubbati, e quattrocentodieci tigri d’ogni specie.

Giulio Cesare nel 708 volle superare nella magnificenza de’ suoi giuochi quelli dati dal suo emulo e mostrò per la prima volta in Roma le giraffe e i combattimenti dei tori e fe’ comparire nel circo due eserciti composti di fanti, di cavalieri e di elefanti. «Si diedero cacce per cinque giorni, scrive Svetonio, e per terminare lo spettacolo si divisero i combattenti su due schiere composte ciascuna di cinquecento fanti, di venti elefanti e di trecento cavalieri, si fecero combattere gli uni contro gli altri»[165].

Succedutogli Augusto, a lui si volle dar vanto d’aver fatto uccidere, a divertimento del popolo, tremila e cinquecento animali.

Sarebbe lungo soverchio parlare degli animali nostrali e addomesticati; ma si può argomentarlo dalla passione che si aveva per tali divertimenti. Non lascerò tuttavia di narrare come il più volte citato Plinio abbia scritto che nei giuochi dati da Germanico si vedessero alcuni elefanti moversi in cadenza a guisa di danzanti[166]; Svetonio in quelli dati da Galba comparissero elefanti funamboli[167], in quelli di Nerone, Sifilino dice di un elefante che salì sulla cima della scena, camminando sopra una corda e portando sopra di sè un cavaliere[168]; e Marziale parla dell’aquila addestrata a portar in sull’aria un fanciullo, nel seguente distico di un suo epigramma:

_Æthereas aquila puerum portante per auras_ _Illæsum timidis unguibus hæsit onus_[169]

e altrove sullo stesso fatto:

_Dic mihi quem portes, volucrum regina? Tonantem_[170]

perchè il fanciullo era vestito da Giove.

Le cacce e gli spettacoli gladiatorii si facevano nel circo nelle ore mattutine; ma, nell’814, Domiziano volle invertire l’ordine consueto e celebrò tali giuochi a notte, collo splendore delle faci; e Svetonio che ciò racconta nella vita di questo Cesare, aggiunge che in questi combattimenti di bestie e di gladiatori prendevano parte non uomini soltanto, ma femmine benanco[171].

Le caccie più ordinarie erano, giusta quanto già dissi, d’orsi e di cignali, come quelle più favorite e di cui anche in Pompei si ha argomento di prova per pitture e bassorilievi rinvenuti: e i cacciatori, _venatores_, vi figuravano a piedi ed a cavallo. Usavano costoro di apposita lancia, _venebalum_, dell’arco, _arcus_, dei cani, _canes venatici_.

Le lotte degli uomini colle fiere venivano eseguite da appositi gladiatori, designati piuttosto col nome di _bestiarii_ e considerati meno de’ gladiatori proprii e spesso anche da infelici schiavi a ciò costretti da snaturati padroni. Dapprima si accordò a tale effetto ad essi elmo, scudo, spada o coltello e schiniere o schermi alle gambe; poscia, sotto il regno di Claudio, non si videro combattere che difesi da fasciature attorno alle gambe ed alle braccia armati di spiedo o di spada soltanto, con un brandello di stoffa colorata, il più spesso in rosso, nella manca mano.

Di queste caccie e lotte diverse coi diversi animali ci lasciò memoria ed intrattenne lungamente Marziale nel suo _Libellus De Spectaculis_: io non vi spicco ora che il seguente epigramma, il quale volge intorno alla pugna delle donne colle fiere, perchè si vegga come ne’ ludi gladiatorj il così detto sesso gentile, non pago pure di misurarsi cogli uomini in quegli esercizj efferati, non volesse anche nel resto rimaner addietro degli uomini in alcun modo:

_Belliger invictis quod Mars tibi sævit in armis;_ _Non satis est Cæsar: sævit et ipsa Venus._ _Prostratum Nemes et vasta in valle leonem,_ _Nobile et Herculeum fama canebat opus._ _Prisca fides taceat: nam post tua munera, Cæsar,_ _Hæc jam feminea vidimus acta manu_[172].

Così si ebbero anche le _bestiariæ_.

Eppure il lettore non ha certo obliato come sotto la porta principale dell’anfiteatro di Pompei nella iscrizione a sinistra dedicata a Cajo Cuspio Pansa padre, si faccia cenno d’una legge Petronia, della quale l’illustre magistrato pompejano sarebbe stato rigido osservatore.

Questa legge, così chiamata da Petronio Turpiliano suo autore, che era console in Roma, nell’anno 813 (61 dell’E. V.), unitamente a Cajo Giunio Cesonio Peto, soccorse alla misera condizione de’ servi, provvedendo che dove accadesse una eguale disparità di voti in un giudizio intorno la manumissione di un servo, decretar si dovesse in favore della sua libertà (L. 24. ff. _de manumiss._), e proibendo agli inumani padroni di condannare a loro arbitrio i servi al combattimento colle bestie feroci, se prima non fossero stati giudicati meritevoli di questa pena con un formale giudizio. Ma intorno a questa legge, perchè memorata nella pure da me riferita lapide pompejana, lungamente dissertò il marchese Arditi, che fu ne’ primi anni del secolo sovrintendente agli scavi di Pompei, ed alla quale rinvio chi desideri saperne di più.

È implicitamente così detto che al combattimento colle fiere venissero condannati unicamente servi ed altri colpevoli. Ma, oltre ciò, altri, rei di parridicio o d’empietà, venivano condannati alla esposizione delle fiere nell’anfiteatro; ragione per cui la storia dei primitivi tempi del Cristianesimo segna a migliaja cosiffatte condanne dei neofiti cristiani, che gli imperatori si ostinavano a considerare come nemici dello Stato, malgrado pur sapessero che nelle loro agapi e catacombe e in ogni istituzione avessero in obbligo la preghiera per essi, l’obbedienza alle leggi e il perdono a’ nemici. Codeste persecuzioni durarono a questi miti ed entusiasti credenti, che da noi sono chiamati martiri della fede e però designati alla venerazione nostra.

Uno de’ precetti della filosofia stoica era: non ammirate gli spettacoli; i Cristiani, nello ispirarne l’aborrimento, avevano così una ragione maggiore.

Ecco un esempio di codesti ludi pantomimici, nei quali la catastrofe aveva veramente umani sagrificj, combinando così l’applicazione d’una vera pena col pubblico divertimento.

Ancora il più volte citato Marziale, nel suddetto _Libellus_, descrive di tal guisa lo spettacolo pantomimico, nel quale, Laureolo, schiavo, che per aver ucciso il padrone, era stato, come colpevole di parricidio, condannato alla croce ed alle fiere, era lo sventurato protagonista:

_Qualiter in scythica relegatus rupe Prometheus_ _Assiduam vivo viscere pascit avem:_ _Nuda Caledonio sic pectora præbuit urso,_ _Non falsa pendens in cruce Laureolus._ _Vivebant laceri membris stillantibus artus,_ _Inque omni nusquam corpore corpus erat_ _Denique supplicium dederat necis ille paternæ;_ _Vel domini jugulum foderat ense nocens,_ _Templa vel arcano demens spoliaverat auro,_ _Subdiderat sævas vel tibi, Roma, faces._ _Vicerat antiquæ sceleratus crimina famæ,_ _In quo, quæ fuerat fabula, pœna fuit_[173].

Il Colosseo di Roma fu singolarmente teatro a questi barbari spettacoli, dove un popolo sitibondo di sangue forzava la mano al principe sovente, massime quando erano incominciate le persecuzioni cristiane, gridando contro i nuovi credenti: alle fiere! alle fiere! perocchè al nuovo culto e ai nuovi credenti, dagli astuti sacerdoti pagani si attribuissero le publiche calamità per lo sdegno degli offesi Numi.

Nè da meno inoltre attendere si doveva in un’epoca di piena degradazione morale. Non paga la prostituzione d’esercitarsi ne’ lupanari, nelle case de’ privati, nella reggia e pubblicamente, perfino nei cómpiti e quadrivii, essa versavasi ne’ teatri e nei circhi, dove più copiosa trovava la messe. Legga il lettore Marziale, legga Giovenale, poeti che son pur troppo forzato a citar di soverchio, e raccapriccierà dall’orrore di tanta spudoratezza e bassezza di popolo. I lupanari divennero quasi parte integrante di questi clamorosi ritrovi, vi si fabbricavano all’uopo apposite celle, e vi si eressero temporaneamente alla evenienza di grandi spettacoli, e le sciupate traevano però all’anfiteatro, più certamente in cerca di lussuria che di altro spettacolo.

Ma si oda su di ciò il Dufour.

«Non v’era eccezione nelle ore assegnate alla libera pratica dei pubblici luoghi e piaceri, che nei giorni di festa solenne, quando il popolo era invitato agli spettacoli del circo. In tali giorni la prostituzione veniva trasportata dov’era il popolo, e mentre i lupanari chiusi restavano deserti nella città, quelli del circo si aprivano nel tempo stesso dei ludi; e sotto ai gradini ove affollavansi gli spettatori, i lenoni organizzavano cellette e tende, ed ivi era una continua processione di cortigiane e di libertini attirati da queste al loro seguito. Mentre le tigri, i leoni e le bestie feroci mordevano le barriere delle loro gabbie di ferro; mentre pugnavano e morivano i gladiatori; mentre l’uditorio scuoteva l’immenso edifizio con grida ed applausi, le _meretrices_, adagiate sopra sedie particolari, distinte per l’alta pettinatura e per le vesti corte, leggiere ed aperte, facevano appello continuo alle brame del pubblico, e non aspettavano per soddisfarle che gli spettacoli fossero terminati. Tali cortigiane lasciavano non interrottamente il posto loro, succedendosi a vicenda durante tutto il tempo de’ giuochi. I portici esterni del circo non più bastando a quest’incredibile mercato di prostituzione, tutte le taverne, tutte le osterie delle vicinanze rigurgitavan di gente. Bene inteso che la prostituzione in quei giorni era libera assolutamente e che gli apparitori dell’edile non osavano inquisire sulle qualità delle femmine che esercitavano colà l’infame mestiere. Ecco perchè Salviano dicesse di queste orgie popolari: _si offre un culto a Minerva nei ginnasi; a Venere nei teatri, ed altrove quanto v’ha di osceno, si pratica nei teatri; quanto v’ha di disordinato, nelle palestre_... Gli edili quindi non si dovevano occupare della prostituzione dei teatri, come se tale prostituzione completasse i ludi dati al popolo. Generalmente d’altronde (può almeno supporsi da’ varii luoghi della _Istoria Augusta_), i teatri erano messi in opera da una specie di femmine, che alloggiavano sotto i portici e nelle gallerie arcate di questi edifizj: avevano per mezzani, o per mariti, i banditori del teatro, i quali vedevansi circolare incessantemente di gradino in gradino durante la rappresentazione. Questi banditori non si contentavano di vendere al popolo, o distribuire gratuitamente alle spese del personaggio che dava i giuochi, acqua e ceci: servivano principalmente di messaggieri e d’interpreti per agevolare la dissolutezza. Con ragione dunque il cristiano Tertulliano chiamava il circo e il teatro _concistoria libidinum_»[174].

Come allora maravigliarsi dei sanguinarj giuochi dell’anfiteatro; come sorprendersi della generale ferocia degli spettatori?

Parini, il poeta mio concittadino, filosoficamente e a tutta ragione ebbe a cantare:

Così, poi che dagli animi, Ogni pudor disciolse, Vigor dalla libidine La crudeltà raccolse[175].

Ma la gloria di far iscomparire dalla terra queste vere vergogne dell’umanità, che furono i giuochi gladiatorj, in cui la vita dell’uomo era offerta al ludibrio ed al capriccio della plebe, spettar doveva alla nuova dottrina del Cristo, che si andava per l’orbe diffondendo. Sarei nel dire di questo importantissimo argomento fuori veramente dell’epoca cui deve restringersi l’opera mia; ma, come dissimularlo? come, dopo avere turbato l’animo del lettore col ricordo di tanti strazii, non segnalargli poi il tempo in cui ebbero fine, e più ancora come non segnalare il principio, al quale andò debitrice di tanto beneficio la povera e depressa umanità?