Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 8

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Questo Ludo adunque è un vasto parallelogramma, nel quale i gladiatori venivano istruiti a combattere da un _lanista_ o maestro di scherma. Era questi o il proprietario d’una compagnia di tali uomini, che li locava a chi volesse offrire uno spettacolo gladiatorio; od anche solo l’istruttore de’ gladiatori appartenenti allo stato, e perciò detti _cæsarei_. Tale parallelogramma era tutto circondato di portici e d’architettura dorica a due piani, sostenuti da sessantaquattro colonne di tufo rivestite di stucco e scannellate nella parte inferiore.

Nel giro del portico terreno vi sono molte camere, ed in quelle verso il lato occidentale si trovarono i suddetti istrumenti di punizione. Nell’interno del portico, sulle colonne e nelle camere erano graffite parecchie iscrizioni, fra le quali è riportata da tutti e non per anco decifrata con soddisfazione, e per me affatto di colore oscuro, la seguente:

VHI . K . FEBR . TABVLAS POSITAS IN MVSCARIO CCC . VIIII . SS . CCCC . XXX .

Dal pianterreno si ascendeva per mezzo d’una scala in angolo presso le camere ad uso di prigione al piano superiore. Non fa ora all’argomento mio di tener conto degli oggetti, fra’ quali molti muliebri, qui rinvenuti negli scavi: perocchè debba affrettarmi ad entrare più spiccio nel tema di questi gladiatori.

Roma aveva parecchi di questi ludi, e furon noti il _Ludus Gallicus_, il _Dacicus_, il _Magnus_, il _Mamertinus_, l’_Æmilius_. A questi non eran preposti soltanto i lanista ma de’ _procuratores_, tratti dalle classi cittadine più distinte, ed avevano inoltre proprj medici e chirurghi per curarne l’esistenza e la prestanza, come farebbesi di polli che si vengano nutricando per le delizie de’ banchetti. Tacito però non a torto chiamò il ludo _sagina gladiatoria_[136], _ingrassamento gladiatorio_. Nè meno celebri furono i ludi di Capua e di Ravenna; dal primo eruppe Spartaco e sappiam com’egli fosse il capo della rivoluzion servile: al secondo, di proprietà dello stato, appartiene il _Gladiatore_ che è il protagonista della bella tragedia dell’Halm, tradotta dall’egregio prof. dott. Giuseppe Rota, d’alcun brano della quale, a chiarimento del mio soggetto, infiorerò tra poco queste pagine.

Quale si avessero origine i Gladiatori, esporrò sotto brevità.

I funerali e la religione li produssero. Gli Etruschi gli usarono ne’ funerali, essendo loro credenza che l’anime de’ morti coll’uman sangue si propiziassero. Epperò i captivi di guerra, gli schiavi tristi e colpevoli, comperati, si immolavano nelle funebri pompe. Dagli Etruschi venne il costume a’ Romani, prima però che a questi, passò con determinate modificazioni ne’ riti, a’ popoli della Campania.

Fu nell’anno 490 della fondazione di Roma, che Marco e Decimo Bruto offersero pubblicamente in Roma nel Foro Boario spettacolo di gladiatori, in occasione della morte di Giunio, loro padre: i tre figli di Emilio Lepido, augure, ne fecero lottare undici coppie nel foro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino; indi crebbero vieppiù. Già vedemmo di Lucio Silla, come i ludi gladiatorii ordinasse per testamento nelle sue esequie. Cesare, in memoria della figlia, ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano, l’amico di Plinio, per centoventitrè, offerendo duemila combattenti.

Nè fu più ragione il funerale o la religione soltanto a siffatti spettacoli; ma i gladiatori si diedero ben anco a semplice titolo di divertimento, e i magistrati primarj entrando in carica, a ingrazianarsi il popolo, glieli offrivano a spettacolo; onde perfino tale divertimento stesso gladiatorio si appellasse _munus_, sia che intender si volesse dato gratuitamente, sia perchè dato per l’officio.

È fatto menzione da Svetonio, nella vita di Claudio, come questo Cesare, prima di disseccare il lago Fùcino, vi volesse dare uno spettacolo di naumachia, e che i gladiatori che vi dovevano combattere, passando prima d’innanzi all’imperatore gridando: _Ave, Imperator, morituri te salutant:_ — _Salve, o Imperatore, que’ che vanno a morire ti salutano_, — Claudio lor rispondesse: _Avete vos_, — state sani; ond’essi, il saluto interpretando come un perdono e una dispensa dal battersi, più non volessero infatti pugnare; tal che Claudio, indegnato, rimanesse in forse se farli tutti perire di ferro e di fuoco; ma poi lanciandosi dal suo seggio e girando intorno il lago d’un passo tremante e ridicolo, un po’ con minacce, un po’ con promesse, li obbligasse a combattere.

Era dunque una vera frenesia per codesti giuochi e così fu spinta, che tali combattimenti diventarono presto un mestiere, e il popolo sovrano a pagarli e fin le dame a carezzarne i campioni.

Or chi erano questi sciagurati che mettevano a prezzo il loro sangue, la loro vita?

Due specie vi avevano di gladiatori: la prima di coloro che venivano astretti ad assumere siffatto mestiere; l’altra di coloro che volontariamente lo esercitavano. Venivano essi, cioè, della prima specie, trascelti fra diverse classi della società, o erano schiavi che a tal uopo vendevansi o prigionieri di guerra, che dopo aver servito a decorare i trionfi de’ comandanti vittoriosi, riservavansi ai pubblici giuochi; o finalmente colpevoli di crimini o condannati per causa di ribellione.

Tuttavia accadde, — ed ecco come avvenisse che vi fossero atleti della seconda specie, — che si vedessero scendere ne’ circhi a combattere co’ gladiatori anche liberi cittadini, sia che fossero spinti a così degradarsi dall’ingordigia del danaro, ed appellavansi _auctorati_, sia che fossero mossi da una stolta ambizione.

La degradazione era necessaria conseguenza della professione da chiunque venisse essa abbracciata; perocchè, comunque liberi, questi _auctorati_ erano tenuti ad un solenne giuramento, che ben valeva una verace schiavitù. La formula di tal giuramento si può leggere nei frammenti di Petronio Arbitro: _In verba juravimus, uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus jussisset: tanquam legitimi gladiatores, domino corpora animosque religiosissime addicimus_[137]. Essere uccisi dal ferro, cioè, quando cadevano vinti che dovevano allora sommettersi all’ultimo e mortale colpo del vincitore; abbruciati o flagellati, quando avessero timidamente pugnato o si fossero vilmente sottratti al ferro. A questo fine nell’arena e sulla scena erano sempre i _Lorarii_, o _Mastigofori_ altramente detti, schiavi destinati ad infliggere loro le summentovate pene.

Erano inoltre diverse le classi de’ gladiatori. V’erano i _secutores_, inseguitori addestrati a combattere coi _retiarii_, prendendo il nome dal modo onde inseguivano l’avversario, che avendo tentato di gittar su di essi la sua rete, senza esservi riuscito, era costretto fuggire, finchè gli fosse dato di ricuperar la rete, di cui si valeva. Così sappiamo de’ _retiarii_, altri gladiatori che, oltre la rete colla quale cercavano avvolgere i _secutores_, erano pure armati d’un forcone a tre rebbi, _tridentes_. — _Myrmillones_ chiamavansi que’ gladiatori che ponevansi a pugnare contro i _retiarii_ o contro i _Traci_, _thraces_, gladiatori pur questi armati di coltello con arma ricurva, come Spartaco che vuolsi appunto nativo di Tracia, che combattevano alla foggia del loro paese. I _Myrmillones_ portavano l’elmetto gallico con l’immagine d’un pesce per cresta. In una tomba presso la porta Ercolano in Pompei si trovò scolpita una figura di essi. Giovenale così delle prime tre sorta di gladiatori fa cenno, staffilando i nobili degenerati del suo tempo, che spudoratamente a questo infame mestiere si erano dati.

... _hæc ultra quid erit nisi ludus? Et illud_ _Dedecus Urbis habes: nec mirmillonis in armis_ _Nec clypeo Gracchum pugnantem, aut falce supina_ _(Damnat enim tales habitus; sed damnat et odit):_ _Nec galea frontem abscondit: movet ecce tridentem,_ _Postquam librata pendentia retia dextra_ _Nequidquam effudit, nudum ad spectacula vultum_ _Erigit et tota fugit agnoscendus arena._ _Credamus tunicæ, de faucibus aurea quum se_ _Porrigat, et longo jactetur spira Galero._ _Ergo ignominiam graviorem pertulit omni_ _Vulnere, cum Graccho jussus pugnare secutor_[138].

Gli scavi di Pompei offersero del pari, in un basso rilievo in istucco su d’una tomba, la figura d’un’altra specie di gladiatori, detti _Samnites_, la cui origine ci è svelata da Tito Livio in quel passo cui già accennai nel capitolo della Storia: _Campani odio Samnitium gladiatores eo ornatu armarunt, samniticumque nomina appellarunt_[139].

Questi Sanniti credesi anche si chiamassero col nome di _hoplomachi_, se pure non fossero designati con questo nome altri differenti atleti: ed erano essi gladiatori codesti che pugnavano armati da capo a’ piedi.

_Essedarii_ dicevansi coloro che combattevano dall’essedo, veicolo da me già spiegato nel capitolo _Le Vie_; _Andabati_ quelli che battevansi sui cavalli; _Dimachœri_ che usavano di due gladii, o spade; _Laquearii_ che cercavano abbattere il proprio competitore col laccio; _Supposititii_ o _surrogati_, che subentravano al gladiator vinto, misurandosi col vincitore per contendergli la definitiva vittoria; _Pegmares_ quelli che servivano nell’anfiteatro a subitanee trasformazioni, da _pegma_ ch’erano appunto macchinismi scenici; _Postulatitii_ coloro ch’erano dati nello spettacolo in soprappiù del numero regolare indicato nell’annuncio, a fine di soddisfare la richiesta (_postulata_) del publico; e _Meridiani_, finalmente, certi gladiatori armati alla leggiera, che combattevano per modo d’interludio, a mezzo giorno, dopo terminati i combattimenti colle fiere.

Nè certo ho con questi menzionati i nomi tutti delle tante specie di gladiatori, che nella frenesia di que’ spettacoli si vennero studiosamente immaginando.

Più tardi adunque, come già ci avvertirono i succitati versi di Giovenale, superando ogni ritegno e pregiudizio, scesero nell’arena cavalieri perfino e senatori. Come s’è veduto avvenire che uomini dell’ordine equestre montassero la scena sotto di Giulio Cesare; fu pur sotto di esso che in Roma primi obliassero il decoro del loro ordine Furio Leptino e Aulo Caleno, senatori; ma rotto il freno e precipitando ognor più la pubblica moralità in basso, si vedevano offerirsi a indecente e brutto spettacolo di nudità e di degradazione nel circo nani e pigmei, donne e fra queste anche matrone.

Il perchè Giovenale così flagella l’inverecondo costume:

_Endromidas Tyrias et femineum ceroma_ _Quis nescit? vel quis non vidit vulnera pali?_ _Quem cavat assiduis sudibus scutoque lacessit,_ _Atque omnes implet numeros, dignissima prorsus_ _Florali matrona tuba; nisi si quid in illo_ _Pectore plus agitat, veræque paratur arenæ._ _Quem præstare potest mulier galeata pudorem_ _Quæ fugit a sexu? Vires amat_[140].

Pare, ed a ragione, così di troppo conculcata la dignità umana; ma che si dirà dinanzi il fatto di Nerone che fe’ pugnare in un giorno nell’Anfiteatro 40 senatori e 60 cavalieri? Dopo l’umiliazion della donna, succedeva quella dell’autorità. Che rimaneva omai di venerando e sacro?

Quelli nondimeno che fra tutti costoro destavano maggior pietà, erano indubbiamente i prigionieri di guerra, ai quali Tertulliano concede l’epiteto d’innocenti, per distinguerli da’ gladiatori di mestiere.

Nessuna guerra, dice Giusto Lipsio, non fu giammai più distruttiva pel genere umano quanto i giuochi del circo. Infatti si sa da Plinio il Giovane che fin da’ suoi tempi e da lui e da altri prestantissimi uomini se ne gridasse all’abolizione.

L’universale delirio per questi giuochi giadiatorj, l’affluenza del pubblico, l’intervento del principe e de’ magistrati, la descrizione di queste pugne e l’interessamento dovunque ad esse per parte d’ogni classe di persone, non escluso il sesso che suolsi appellare gentile, io dirò meglio colla viva dipintura che ne fa l’illustre poeta tedesco Federico Halm, ossia, per togliergli il velo della pseudonimia lacerato non ha guari da morte, il barone Münch Bellinghausen, nella sua tragedia _Il Gladiatore di Ravenna_, la quale abbiamo la fortuna d’avere egregiamente recata in italiani versi da quel chiarissimo letterato che è il prof. dottor Giuseppe Rota:

Allor che Roma pompeggiando lieta Come a festivo dì tutta s’adorna, E Cesare e il Senato e i cavalieri In solenne corteo traggono al circo, Onde gli spazii smisurati occupa Di figure e di voci all’ondeggiante Pelago fragoroso; allor che al cenno Aspettato di Cesare le sbarre S’aprono ai combattenti e un tal silenzio Sorge improvviso che nessun più vedi Trar fiato, bocca aprire, o batter occhio; Ed ecco il segno squilla, i colpi cadono, L’uno innanzi si fa, l’altro retrogrado Gitta all’elmetto del rival con rapido Moto la rete, cotestui districasi, Poi di nuovo s’intrica, i colpi accumula, Poi percosso egli pur vacilla e sanguina, Presenta il petto, anche cadendo, all’emulo, Riceve il colpo e muore; e allor che i soniti D’immensi plausi a quella vista scoppiano Simile a folgor che scoscende nuvola, E par la terra vacillar dai cardini, Sull’ebbro capo al vincitore piovono Rose e lauri a gran nembo, accenna Cesare Del viva il segno e mille bocche il suonano Al vincitor sì che vi echeggia l’aere....[141]

Quando un gladiatore aveva ferito il suo avversario, gridava: _habet_, cioè l’ha tocco. Il ferito, gettando l’arme allora, si portava presso gli spettatori, alzando il dito per supplicare la grazia. Dov’egli avesse ben combattuto, il popolo l’accordava premendo il pollice e lo salvava: in caso diverso, od anche dove gli spettatori non si sentisser disposti a di lui favore, essi abbassavano il pollice e il gladiatore vittorioso imponeva senz’altro al vinto: _recipe ferrum, ricevi il pugnale_, e questi veniva immolato. A tale barbarico uso del popolo di abbassar il pollice perchè valesse d’ordine al gladiatore vincitore di dar il colpo di grazia, segando la gola al vinto, han tratto questi versi dello stesso Giovenale nella satira terza:

_Quondam hi cornicines et municipalis arenæ_ _Perpetui comites, notæque per oppida buccæ,_ _Munera nunc edunt, et verso pollice vulgi_ _Quem libet occidunt populariter_[142]

Questo crudel decreto di morte osava, — tanta era l’efferatezza dei tempi — la vergine vestale stessa bene spesso pronunciarlo, come Prudenzio, _De Vestalibus_, ce lo attesta:

. . . . . . . _pectusque jacentis_ _Virgo modesta jubet, converso pollice, rumpi_[143]

Stava tuttavia ne’ precetti dell’arte gladiatoria il saper cader bene ed atteggiarsi pittorescamente nel presentare la gola o il petto ond’essere trafitto dal vincitore; e cosiffatto artificio poteva conciliar talvolta al gladiatore il perdono della vita. Nella succitata tragedia di Halm, ecco come Glabrione, rettore della scuola gladiatoria in Ravenna, ciò rammenti a Tumelico, il protagonista del componimento, insieme ad altri consigli.

GLABRIONE.

Non io di sferza Nè di buone parole a te mi parco: Tu dunque bada a farmi onor: m’intendi? Impassibile mostrati e sicuro: La coscïenza di vittoria è mezza Già la vittoria: tieni gli occhi agli occhi Del tuo rivale e dove intenda avverti Pria ch’ei muova la man.

TUMELICO.

Lo so, il so bene,

GLABRIONE.

Un altro avviso ancora.

TUMELICO.

E qual?

GLABRIONE.

Nel caso.... Intendi ben.... ciò non sarà, ma pure Esser potria.... nel caso che abbattuto, Gravemente ferito.... egli è un supposto... Tu ti sentissi, allor fa di cadere Sovra il manco ginocchio e fuor protesa La destra gamba e del sinistro braccio Fatto puntello, declinato indietro, Grazïoso a vedersi e pittoresco, Statti aspettando il colpo estremo[144].

Talvolta il popolo era tanto feroce che dava tumultuosi segni d’impazienza quando il combattimento durava un po’ più dell’usato, senza che alcuno dei due campioni fosse rimasto ucciso o ferito.

V’eran tuttavia degli intervalli di riposo in queste lotte di gladiatori e si chiamavano _deludia_: Orazio usò nell’Epistola XIX la frase _deludia posco_, per dire chieggo un armistizio, togliendola a prestanza dallo stile gladiatorio e dall’anfiteatro.

La presenza dell’imperatore faceva d’ordinario accordare la vita al vinto, e fu ricordato come un esempio di crudeltà il fatto di Caracalla, che a Nicomedia, in uno spettacolo gladiatorio, avesse licenziato coloro che eran venuti ad implorarne la vita, sotto pretesto d’interrogarne il popolo; lo che si ritenne quanto l’ordine di trucidarli.

Byron, l’immortale poeta del _Corsaro_, di _Lara_ e di _Don Juan_, nel _Pellegrinaggio di Childe-Harold_, dinnanzi al capo d’opera di Ctesilao, il _Gladiatore morente_, da lui veduto in Roma, e del quale Plinio il Vecchio aveva detto che l’artefice _vulneratum deficientem fecit in quo possit intelligi quantum restat animæ_[145], così lo descrisse e gli prestò tal sentimento da sembrare che le barbare orde settentrionali e le sventure tutte piombate poi sull’Italia e Roma, non altro fossero che la giusta espiazione del sangue sparso da’ poveri e innocenti prigionieri di guerra condannati in sollazzo pubblico a’ cruenti spettacoli dell’Anfiteatro.

Così alla meglio tento di rendere in italiano i bellissimi versi inglesi:

Ecco il vegg’io prostrato in sul terreno, Colla man regge il capo il gladiatore: Col guardo esprime, di fierezza pieno, Ch’ei frena l’ineffabile dolore; La testa piega e il lacerato seno Geme l’ultime stille del suo core, Che ad una ad una cadon lentamente Come le prime di uragan fremente. Romba l’arena intorno a lui..... ma spira Prima che il plauso al vincitor suo cessi: Egli lo intende e non per ciò sospira; L’occhio ed il cor lungi di qui son essi; La vittoria o la vita non l’attira, Ma come avanti a lui li abbiano messi, Vede il Danubio, la capanna e i suoi Presso la madre folleggiar figliuoi. Ed ei frattanto, a rallegrar le feste Della superba Roma, è presso a morte.... Questo pensier si mesce a le funeste Strette dell’agonia orrendo e forte.... — Ma non avran vendetta mai codeste Supreme angosce?.... Or su, genti del Norte, Su levatevi tutte e qui correte Del furor vostro a soddisfar la sete.[146]

Nè la morte dell’infelice gladiatore bastava a calmare bene spesso l’immane ferità del pubblico, perocchè fosse accaduto che esso ingiungesse senza pietà la ripetizione de’ colpi sui vinti e l’inferocir contro i cadaveri, per tema di essere frodato dall’artificio di simulata morte, come ce lo attesta Seneca: _injuriam putat quod non libenter pereunt_[147]; nè mancò talvolta chi osasse mettere la mano dentro la ferita e perfino ne bevesse il sangue ancora caldo e fumante, tratto da superstizioso pensiero che fosse a certi mali, come l’epilessia, farmaco salutare e certo.

Il cadavere del gladiatore veniva tratto di poi, come ricorda Lampridio nella Vita di Commodo, col mezzo d’un gancio nella camera, che pur si vede nell’anfiteatro di Pompei, la quale veniva detta lo spoliario: _gladiatoris cadaver unco trahatur et in spoliario ponatur_[148].

Ogni anfiteatro poi aveva la porta Libitinense, dalla dea Libitina, nel cui tempio custodivansi gli apparati funebri, e da cui, collocati dentro la _sandapila_, o bara, escivano, a spettacolo compiuto, i morti corpi per trasportarsi al carnajo.

I gladiatori invece ch’erano riusciti vittoriosi nell’arena ottenevano duplice premio: la palma e il denaro: altri ne avevano pur dai privati, massime per le vinte scommesse, e a tale crebbero che dovette il principe intervenire a moderare le donazioni.

Ai veterani concedevasi la bacchetta, _rudis_, quasi in segno di magistero: anche a’ nuovi era essa accordata per alcun fatto cospicuo e per acclamazione di popolo, impetrata spesso dal gladiatore medesimo. Effetto della stessa era d’essere liberati nello avvenire dall’obbligo della arena, e gli _auctorati_ d’essere restituiti alla prima libertà. Questi privilegiati della bacchetta denominavansi _Rudiarii_; ed assolti da’ combattimenti ulteriori, sospendevano le loro armi nel tempio di Ercole, che si reputava essere il nume che presiedeva ai gladiatori.

Un’altra razza di gente che offerivasi in ispettacolo nel circo erano le _Ambubaje_. Oriunde queste della Siria, o come qualche altro scrittore pretende, derivate da Baja nel golfo di Napoli, onde avessero dedotto il nome, perchè le donne di quel luogo, — celebre per le sue terme, a cui nella state affluivano le eleganti e lussuriose femmine dell’Urbe e gli uomini più rotti alla scostumatezza, — solevano pur concorrere in Roma ad esercitarvi la lascivia e sonando e cantando[149] campavano la errabonda vita, suonando cioè le tibie, e cantando ballate. La bellezza e procacità loro, cui lo spettacolo aggiungeva rilievo e prestigio maggiori, del modo stesso che ballerine e mime pur oggidì sono meglio appetite da’ nostri ricchi fanulloni, le rendeva ambite dalla libidine de’ facoltosi, cui e nel circo e in posti di pubblico ritrovo si concedevano, ed a questa passione per esse allude il seguente passo della Satira III di Giovenale, che già ne occorse di conoscere come il pittore più accentuato dei costumi romani del proprio tempo:

_Quæ nunc divitibus gens acceptissima nostris,_ _Et quos præcipue fugiam, properabo fateri;_ _Nec pudor ostabit. Non possum ferre qui vites,_ _Græcam urbem: quamvis quota portio faecis Achei?_ _Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,_ _Et linguam et mores et eum tibicine cordas_ _Obliquas, nec non gentilia tympana secum_ _Vexit et ad Circum jussas prostare puellas._ _Ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra._[150]

Orazio, prima ancora di Giovenale, aveva le ambubaje ravvolte tra la spregevole canaglia, nella Satira II del Lib. 1.

_Ambubajarum collegia, pharmacopolæ,_ _Mendici, mimi, balatrones; hoc genus omne_ _Mœstum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli._ _Quippe benignus erat_[151].

Le quali Ambubaje vogliono essere distinte dalle _Ludie_, che erano bensì donne che ballavano e recitavano in pubblico, ma non nei circhi e anfiteatri, sibbene nei teatri, come l’uomo _ludius_, che vedemmo nell’antecedente capitolo. Ricordo per altro qui ancora le _ludie_ in altro senso, perchè più tardi infatti esse significassero le mogli de’ gladiatori, essendo che la scuola di costoro si appellasse, come ho già più d’una volta notato, _ludus_. Giovenale ancora in questo senso parla della _ludia_, nella Satira VI.

_Dicite vos neptes Lepidi, coecive Metelli,_ _Gurgitis aut Fabii, quæ ludia sumserit umquam_ _Hos habitus?_[153]

Un breve cenno or debbo fare dei giuochi Florali, i quali si celebravano in Roma nelle Calende di marzo di ciascun anno. Se può esser vero che non egualmente si festeggiassero in Pompei, nondimeno, siccome ho detto che lo studio di questa città ci trae a conoscere la vita romana, parmi così non dover passare sotto silenzio questi giuochi speciali, che nel quadro dei giuochi circensi reclamano indubbiamente un posto, per il forte rilievo che danno al degenere costume di quel popolo.

I Sabini, da cui tanto dedussero di costumanze e di riti i primi Romani, ebbero in onore il culto di Flora, questa ninfa che, sposa a Zeffiro, ebbe da lui in dote l’impero de’ fiori. Essi lo trasmisero ai Romani a’ tempi di Tazio loro re, e se la gentilezza e purità del regno di questa Dea avrebbe dovuto informare i suoi adoratori a leggiadri riti, vuol esser detto perchè invece fossero essi in Roma non meno impudici ed osceni de’ Lupercali, che per le sue vie in altro tempo venivano celebrati in onore della _Lupa_, ossia della cortigiana Acca Larenzia, con quel nome designata per cagione de’ suoi sfrenati costumi, la qual raccolse ed allattò Romolo e Remo.