Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 7

Chapter 73,544 wordsPublic domain

MAG . PAG . AVG . F . S . PRO . LVD . EX . D . D . T . ATVLLIVS . C . F . CELER . II . VIR . PRO . LVD . LV . CVN C . F . C . EX . D . D L . SAGINIVS . II . VIR . I . D . PRO . LV . LV . EX . D . D . CVN N . ISTACIDIVS . N . F . CILIX . II . VIR . PRO . LVD. LVM A . AVDIVS A . F . . RVFVS . II . VIR . PRO . LVD . P . CAESETIVS . SEX . F . CAPITO . II . VIR . PRO . LVD . LVM M. CANTRIVS. M F. MARCELLVS. II. VIR. LVD LVM CVNEOS. III F. C. EX. D D.[123]

Importa che io qui traduca una nota che Bréton appone a queste interessanti iscrizioni.

«Queste iscrizioni, scrive egli, presentano un enigma assai difficile a sciogliere. Che vogliono esse dire queste parole PRO LVD, _pro ludis_? Si è creduto dover tradurre per i giuochi, e scorgere quindi nell’iscrizione la menzione dei giuochi che venivan celebrati nell’anfiteatro[124] da certi magistrati. Questa interpretazione sarebbe stata accettabile, se nella terza iscrizione non si trovassero le parole PRO LVD . LVM . che il P. Garrucci legge _pro ludorum luminatione_, per l’illuminazione dei giuochi, e Mommsen _pro ludorum luminibus_; per i lumi dei giuochi. Questa spiegazione non essendoci sembrata in tutto soddisfacente noi abbiamo consultato uno de’ nostri dotti colleghi, il signor Léon Rénier, noto per gli studj speciali che ha fatti dell’epigrafia antica. I nostri lettori saran lieti di trovar qui le sue risposte, delle quali abbiamo creduto adottare le conclusioni così ben motivate.

«L’interpretazione del P. Garrucci, e quella di Mommsen, dice Léon Rénier, proverebbero, se si fosse costretti d’attenervisi, che si davan dei giuochi con illuminazione nell’anfiteatro di Pompei, ciò che non mi pare da ammettere. Ecco come io interpreto il passo dell’iscrizione: M_arcus_ CANTRIVS, M_arci_ F_ilius_ MARCELLVS _duum_ VIR PRO LVD_is_ LVM_inatione_, CVNEOS III F_aciendos_ C_uravit_ EX D_ecreto_ D_ecurionum_. PRO LUD_is_, LVM_inatione_, cioè _in luogo dei giuochi e dell’illuminazione_, ch’ei doveva dare nell’occasione della sua elezione alle funzioni di Duumviro. L’elissi della congiunzione _et_ non ha nulla che debba sorprenderci: era essa di regola nello stile epigrafico. (Ved. Morcelli, _De Stylo inscr._ p. 4486 ed. Rom.) Gli onori municipali si pagavano ordinariamente con giuochi, spettacoli, distribuzioni di sparsioni, ecc.: spese improduttive che si scontravano talvolta come qui, con altre spese equivalenti il cui effetto era più durevole. In una iscrizione di Djemilah (l’antica _Colonia Cuiculitanorum_), che io ho pubblicato in una memoria che fa parte dell’ultimo volume della Società degli Antiquari di Francia, si vede un magistrato di questa città erigere una basilica, _in luogo_ d’uno spettacolo di gladiatori ch’ei doveva dare. Si potrebbero citare molti esempi analoghi.

«Le interpretazioni del P. Garrucci e di Mommsen sono affatto congetturali; la mia si appoggia sopra esempj che mi sembrano concludenti. Il primo ne è fornito da un’iscrizione di Roma edita dal Fabretti _Inscript. Domestic._ p. 243 n. 556, e da Orelli p. 3324, la quale termina così: POPVLO VISCERATI_onem_ GLADIATORES DEDIT LVMINA_tionem_ LVDOS _Junoni_ S_ospitæ_ M_agnæ_ R_eginæ_ SOLIS FECIT.

«Il secondo si trova in un’iscrizione della raccolta di Muratori pl. 652. n. 6, nella quale si legge:

..... VS . SPORTVLAS ITEM FIERI ET ..... PVERIS NVCES SPARGI DIE _Suprascripto_ ET LVMINATIONE

«Quest’ultima iscrizione è un’iscrizione funeraria, nella quale non v’ha questione nè di giuochi nè di spettacoli, ciò che mi fa pensare che in quella dell’anfiteatro di Pompei non vi sia connessità fra le parole LVD e LUM; queste parole designano due spettacoli differenti, che i nuovi magistrati dovevano dare al popolo e da cui un decreto dei decurioni gli aveva dispensati, loro imponendo l’obbligo di applicare alla costruzione dell’anfiteatro una somma almeno equivalente a quella ch’essi avevano così economizzata»[125].

Per quanto ragionate codeste conclusioni, non mi so risolvere ad accettarle; perocchè fin quando io trovi, come in questa iscrizione di Marco Cantrio, che _cuneos tres faciendos curavit_, che, cioè, veggo menzionata un’opera, allora ben posso spiegarmi il _pro ludis_ del modo che interpretò Rénier, vale a dire in sostituzione dei giuochi; ma quando trovo il _pro ludis_ come nell’iscrizione

M . OCULATIUS M . F . VERVS II VIR PRO LUDIS

che ho riferita nel Capitolo precedente del Teatro Comico e che stava sulla soglia del medesimo in lettere di bronzo, senz’altra indicazione che m’additi cosa siasi dato o fatto _in luogo dei giuochi_, allora mi è permesso di dubitare che l’interpretazione di Rénier abbia sciolto l’enigma e di credere piuttosto che possa intendersi il _pro ludis_, come magistrato sopra i giuochi, cioè sovrintendente degli spettacoli.

E tanto più mi confermo in ciò, in quanto io non abbia rinvenuto autorità che mi convinca che gli spettacoli dati dai nuovi magistrati, fossero un verace obbligo inerente alla loro nomina; anzi che una liberalità, quantunque forzata, e che però potesse intervenire decreto di decurioni a sostituire ad una spesa obbligatoria un’altra spesa.

Ritornando ora alla difesa del podio, vuolsi osservare come anche un canal d’acqua vi corresse lungh’esso; onde così non fosse permesso alle fiere di accostarvisi di troppo.

La cavea era regolata e distribuita del modo stesso che accennai, parlando de’ teatri, nei capitoli antecedenti, partita cioè in tre zone col mezzo di due gallerie. La più bassa riserbata, come pur testè ho detto, ai principali magistrati, ai capi della colonia, a’ sacerdoti e sacerdotesse ed il posto che ognun d’essi occupava sopra i gradini era circoscritto in due linee col corrispondente numero distinto in rosso; e quel numero doveva corrispondere alla tessera che si presentava entrando all’impiegato denominato _Locarius_, o pigionante di sedili. Il quale occupava prima i posti negli spettacoli, o li accaparrava per cederli poi a chi giungesse tardi, contro determinato prezzo.

L’affaccendarsi di costui era singolarmente per le dame, imitate pur dalle moderne, che ultime sempre giungevano allo spettacolo, trattenute dalle lunghe e studiate toelette; onde il nostro Savioli, facendo allusione nella sua Ode _Il Teatro_ a siffatta consuetudine, cantava:

Tardi ai roman’ spettacoli L’altera Giulia venne, Ma i primi onor del Lazio Su l’altre belle ottenne.

Marziale, ne’ suoi epigrammi, parla di questi locarii nel verso:

_Hermes divitiæ locariorum_[126];

ed io, tenendo conto di tali inservienti de’ pubblici trattenimenti, addito origini di pratiche pur oggidì sussistenti, e riconfermo il concetto del Savio, che disse nulla essere nuovo sotto il sole.

Questa prima cavea dell’anfiteatro era divisa da una precinzione di pietre di tufo dall’altra cavea superiore e conteneva diversi muri traversali che ripartivano il podio stesso. Così aveva quattro ripartimenti, due verso le porte di cinque gradini, e due altri nel mezzo del giro di quattro gradini assai più larghi e spaziosi, aventi poi ognuno le proprie porte separate.

La media, o seconda cavea era assegnata ai cittadini distinti, e più agiati, ai diversi collegi e ai militari ed aveva trenta gradini.

Termina finalmente colla _summa cavea_ costituita di diciotto fila di gradini ed era riserbata al popolo e dietro di esso si collocava la plebe, dopo la quale, in bell’ordine di archi sorgevano le logge per le donne, che si formavano degli archi stessi sorretti da colonne, alle quali logge, per essere coperte, Calpurnio chiamò col nome di cattedre ne’ versi in cui rammenta di aver dovuto ascendere fin su su nell’ultima fila dell’Anfiteatro, per essere la infima e media cavea occupate da magistrati e cavalieri:

_Venimus ad sedes, ubi pulla sordida veste_ _Inter femineas spectabat turba cathedras,_ _Nam quæcumque patent sub aperta libera cœlo,_ _Aut eques aut nivei loca densavere tribuni_[127].

Tutta la cavea ha quaranta scaglioni con altrettanti vomitorj per i quali gli spettatori entravano ed uscivano ordinatamente; solo le donne avevano una separata gradinata onde accedere ai loro posti; lo che dinota ancora un riguardo che a’ dì nostri non si serba al gentil sesso ne’ teatri, e ciò malgrado che allora fosse dal diritto romano considerata la donna poco più di cosa, e adesso si pretenda che i costumi illeggiadriti ne abbiano senza confronti migliorate le condizioni.

Abbiamo già veduto nel precedente capitolo, come a temprare agli spettatori del Teatro Tragico gli ardori canicolari, fosse stato in Pompei e nelle altre città della Campania, prima che altrove, immaginato il velario, cagione di tanto scandalo a’ puritani scrittori di allora: or bene l’Anfiteatro pompeiano usava esso pure il più sovente di questa salutare costumanza. Dirò di più: la distesa del velario era tanto desiderata e voluta, che il _Theatropola_, od impresario di teatro, o chi dava le feste, si affrettava, nel pubblico annunzio che scrivevasi sui muri delle principali vie o de’ luoghi più affluiti di gente ad indicare che le vele e le tende non sarebbero mancate. Ho già recato nel capitolo nel quale parlai delle vie e degli affissi, quello in cui Valente Flamine perpetuo di Nerone, avvertendo che ai 28 marzo (V. _Kal. aprilis_) si darebbe una caccia, si dà premura di soggiungere che vi sarebbero i velarii, _et vela erunt_: ora, a meglio constatare la buona usanza, ne recherò due altri.

Un _Ottavio_, od un _Onesimo_, procuratore, poichè gli scrittori non sanno leggere che questi due nomi sotto la lettera _O_ della seguente iscrizione, così annunzia una caccia, _venatio_, che darebbe a’ 29 di ottobre la famiglia gladiatoria di Numerio Popidio Rufo, che a’ 20 Aprile si alzerebbero le antenne, _mala_, ed i velarii, _vela_, nell’anfiteatro.

N . POPIDI RVFI . FAM . GLAD . IV . K . NOV . POMPEIS VENATIONE ET . XII . K . MAI MALA . ET . VELA . ERVNT Q . PROCVRATOR . FELICITAS .[128]

Si argomenta da tale avviso che i velarii si rizzassero nell’anfiteatro appena che il caldo incominciasse vivamente a farsi sentire e a dar fastidio la sferza del sole e che, se si credeva avvertire una caccia gladiatoria, ancorchè lontana, perchè più spettacolosa, non toglieva che prima si facessero altri minori divertimenti nell’anfiteatro; senza di che non avrebbe senso il dirsi che si rizzerebbero antenne a vele nell’aprile, per una caccia che dovesse seguire sei mesi nell’ottobre.

L’altro manifesto che si lesse su d’un muro della Basilica si esprime così:

N . FESTI AMPLIATI FAMILIA . GLADIATORIA . PVGNA . ITERVM PUGNA . XVI . X IVN VENAT . VELA.[129]

Or bene, nel cornicione dell’anfiteatro sì avvisano ancora alcune pietre aventi dei fori, ne’ quali si infliggevano le aste od antenne (_mali_, o _mala_ come è scritto nella surriferita iscrizione) a cui venivano raccomandati i capi del velario e le funi che lo sostenevano.

Abbiam veduto superiormente come alle due estremità della elissi dell’anfiteatro vi fossero due porte: noterò ora che un’altra più piccola ve ne fosse, la quale era detta _Libitinense_, il cui scopo avverrà di conoscere più avanti, parlando de’ gladiatori.

Per questa porticina entravano poi le bestie feroci, le quali, per l’angustia di essa, non avrebbero potuto ritornare indietro o volgersi dai lati. Una cameretta vi è presso, forse lo _spoliario_, luogo nel quale i gladiatori uccisi venivano spogliati delle loro armi e delle loro vestimenta, come troviam ricordato in Seneca ed in Lampridio[130]: in essa si trovarono le ossa d’un leone. Questa circostanza e l’altra che già ricordai di eguali avanzi di leoni rinvenuti nelle vicinanze avvalorano l’affermazione di chi scrisse che il cataclisma sorprendesse i Pompejani intenti ai giuochi dell’anfiteatro. Per lo meno ci provano che recenti ne dovessero essere stati i divertimenti.

In quanto a me, non sono alieno del dividere l’opinione di coloro che osservarono che il novissimo giorno fosse pure un dì a’ ludi circensi destinato, confermandone altresì il fatto d’essersi trovati verso l’ingresso e ne’ corridoi dell’anfiteatro sei scheletri, a fianco di essi due braccialetti, due anelli, una moneta ed altri frammenti d’oro, quattro belle monete di bronzo, un involto di drappi ed una lampada. Perchè avrebbero dovuto rinvenirsi questi scheletri e questi oggetti in luogo ordinariamente chiuso, oltre che all’estremità della città, se non per essere stato in quel giorno aperto a pubblico divertimento? Non si potranno ad ogni modo per questi dati abbastanza significanti, avere per sognatori coloro che la detta opinione sostennero.

Altre piccole camere vi sono ai lati delle due porte principali ed erano i _cataboli_, o stalle in cui le belve attendevano d’essere lanciate nell’anfiteatro.

Finalmente chiuderò la descrizione dell’anfiteatro pompejano col far cenno del _triclinio_, che di contro al principale ingresso di esso si vede. Era uso presso gli antichi che il giorno innanzi l’esecuzione dei condannati a morte si imbandisse loro un publico banchetto, chiamato _libero_. In cotale occasione si largheggiava ad essi di ogni ricercata vivanda. Chateaubriand, che di tal costume favella ne’ suoi _Martyrs_, non può trattenersi dallo scagliarsi contro di esso, come di raffinamento della legge e come brutale clemenza del paganesimo; l’una, perchè voleva rendere la vita cara a quelli che dovevano perderla; l’altra, che non considerando l’uomo che fatto per i piaceri, ne lo voleva colmare nel mentre che spirava. Anche i gladiatori, devoti a morte, poichè non avvenisse mai che talun d’essi non restasse sull’arena, avevan diritto, prima del giorno dello spettacolo, a questo publico pasto. Era poi nella piazza cinta di muro, in prossimità al triclinio, che i gladiatori attendevano l’ora di entrare alla lotta nell’anfiteatro.

Ora poichè conosciamo il luogo che in Pompei serviva d’arringo a’ giuochi circensi, e coll’anfiteatro di questa città, possiam dire di conoscere quelli pure delle altre e anche quello più famoso di Roma; passiamo a trattare de’ ludi, che più frequentemente solevano celebrarsi in essi, e delle persone che vi pigliavano parte.

I più consueti e desiderati spettacoli dell’Anfiteatro erano le corse, che prima si facevano, come già vedemmo, nel Circo; i ludi gladiatorj e le cacce, che son le _venationes_ che abbiamo in più affissi veduto annunziate in Pompei. Le danze, le pantomime, i canti e i suoni dei tibicini e dei fidicini erano divertimenti minori a’ quali prestavasi bensì l’anfiteatro, ma piuttosto a riempire gli intermezzi e ad illudere l’impazienza del publico che stava attendendo i principali spettacoli annunziati, anzi che a costituire di per sè un vero trattenimento.

Le Corse, o fazioni degli Auriga, il lettore s’è accorto essere state introdotte fin dai primordj di Roma, per aver io al principio ricordato il giuoco de’ Trojani: il qual non fosse infatti che un armeggiamento a cavallo. Molto più in onore in Grecia erano tenute le Corse, dove i vincitori ne’ giuochi olimpici vennero consegnati alla immortalità dagli inni di Pindaro. Colà, per responso della Pizia, a’ siffatti giuochi annettevasi la salute della Grecia. Furono perfino misurate le epoche dalle olimpiadi, ogni olimpiade essendo lo spazio de’ quattro anni che scorrevano fra due celebrazioni de’ giuochi olimpici. Dall’una all’altra olimpiade si contavano cinque anni, benchè non fossero se non se quattro compiuti. Presso gli storici la prima olimpiade comincia nel 776 prima di G. C. e 24 avanti la fondazione di Roma. Dopo la 340.ª olimpiade, che finì coll’anno 440 dell’Era Volgare, più non si trovano gli anni calcolati per mezzo delle olimpiadi.

Or si fu nella vigesima quinta olimpiade che presso quella nazione ebbe luogo la corsa del carro a due cavalli; nella ventottesima quella dei cavalli da sella; nella novantottesima corse con due cavalli da maneggio nello stadio, e nella susseguente si attaccarono ad un carro due giovani puledri condotti a mano ed un’altra corsa di un puledro montato a guisa d’un cavallo da sella.

In Roma e nelle città italiane, dove massime negli ultimi tempi della republica ed in quelli dell’impero si grecizzava, era più che ovvio che que’ giuochi si importassero con quelle discipline e seguissero nel circo dapprima e poi nell’anfiteatro e s’introducessero le corse dei cocchi o de’ carri, _currus_, detti anche bighe se tirate da una coppia di cavalli, quadrighe se da quattro. Dione nel lib. XXIX, cap. 28, parla delle corse dei cavalli che fecero parte dei giuochi famosi che diede Pompeo e de’ quali dirò ancora più avanti.

Le fazioni degli auriganti che si vennero presto istituendo e le quali aspiravano alla palma nei ludi circensi, erano quattro in Roma, distinte dal vario colore delle vestimenta loro, cioè verde, ceruleo, rosso o bianco, onde appellavansi _Prasinæ, Venetæ, Russatæ, Albatæ_. Svetonio ne fa sapere essersene di poi aggiunte altre due, l’una di stoffa aurata, e l’altra di panno porporino. I principi perfino si onoravano d’esserne i capi; così Caligola della Prasina, Vitellio della Veneta. I guidatori (_agitatores_) montarono in prezzo e i poeti li celebrarono, come ne fanno fede, oltre que’ di Marziale, anche i vecchi epigrammi di M. Aurelio Dione, di Diocle, di Pompeo Eusceno e di Fuseo. Così rimasero ricordati i nomi di Incitato caro a Caligola, di Prasino caro a Nerone, di Passerino e Tigri diletti a Domiziano e di Scorpo a Nerva; del quale Scorpo dettò Marziale il seguente pomposo epitaffio:

_Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria Circi_ _Plausus, Roma tui deliciæque breves:_ _Invida quam Lachesis raptum trieteride nona,_ _Dum numerat palmas, credidit esse senem_[131].

L’interessamento generale, la division delle opinioni, il parteggiar di tutti per questa o quella fazione d’auriganti, e le scommesse furon tali e tante, che parve fino un delirio. Giovenale così della fazion Prasina attesta la propria simpatia e predilezione:

_Totam hodie Romam circus capit et fragor aurem_ _Percutit, eventum viridis quo colligo, panni_[132]; e più tardi a’ tempi di Giustiniano, per la contenzione delle fazioni Prasina e Veneta, tanta nacque sedizione in Bisanzio che il monaco Zonara, nel suo libro _Degli Imperatori Greci_, scrisse essersene occasionata la strage di quasi quarantamila uomini; d’onde poi si avesse ad abolire la designazione delle fazioni.

I vincitori nelle corse de’ giuochi circensi, proclamati per tali dal Pretore, come ne ammonisce Giovenale in que’ versi:

. . . . _similisque triumpho_ _Præda caballorum Prætor sedet_[133],

uscendo dalla porta trionfale del circo fra le ovazioni frenetiche del popolo, colle palme raccolte e della corona di lentischio recinta la fronte, spesso assisero conviva alla mensa imperiale.

Passo rapido ora da questo subbietto, perocchè fosse, a mio sentimento, mal propria l’arena dell’anfiteatro pompeiano a siffatto genere di ludi, e vengo invece più distesamente a dire de’ gladiatorj, che tutto attesta essere stati assai frequenti in Pompei.

Ed è a questo punto ch’io pongo dapprima la descrizione del Ludo Gladiatorio che esisteva e che venne discoperta dagli scavi in Pompei.

Ma non pensi il lettore ch’io m’intenda parlare di quella _taberna_, che da parecchie Guide vien detta la Scola dei Gladiatori, la quale fu scoperta il 12 aprile 1847 ed a cui valse un tale titolo unicamente perchè nell’esterno di essa si trovò un’insegna dipinta che rappresentava un combattimento di gladiatori. L’angustia di questa esclude assolutamente ch’essa potesse servire allo scopo al quale si vorrebbe destinata, poichè la scuola de’ gladiatori suppone che abbia un locale atto all’esercizio della scherma e capace di contenere, oltre i duellanti, anche il _lanista_, o loro maestro. Ora una tale taberna non era atta a tanto. Più probabile è invece ch’essa appartenesse a qualche _theatropola_, o impresario di pubblici spettacoli, il quale vi tenesse ricapito per la vendita delle tessere teatrali, o per l’allestimento dei ludi o per l’ingaggio dei gladiatori. Tale insegna, comunque difesa da un piccolo tetto, è pressochè tutta omai cancellata: sotto di essa vi si lesse in addietro la seguente iscrizione:

ABIAT (HABEAT) VENERE (VENEREM) POMPEIIANA (M) IRADAM (IRATA) QVI HOC LAESERIT[134].

Queste scorrezioni di dizione ci rivelano però il linguaggio volgare e l’approssimazione fin d’allora all’italiano.

Ma del resto farò osservare che il soggetto dell’insegna non può in alcun modo forzarci a ritenere a qualunque costo che la taberna dovesse aver un’attinenza coll’arte gladiatoria e con ispettacoli, da che sembri che il combattimento di due gladiatori fosse tema assai frequente delle insegne, se Orazio, nella satira settima del Lib. 11, potè lasciare scritto:

. . . . . _atque ego, cum Fulvi, Rutubæque,_ _Aut Placideiani contento poplite miror_ _Prœlia, rubrica picta aut carbone: velut si_ _Re vera pugnent, ferient, vitentque moventes_ _Arma viri_[135].

Il _Ludo Gladiatorio_ piuttosto e veramente, a quante le ricerche diligenti fatte hanno condotto a ritenere, è quell’edificio al fianco orientale del Foro triangolare, del quale parlando, ho già mentovato, che per tanto tempo si continuasse a designare per quartiere di soldati. Tale designazione non era stata, siccome avvenne di tanti altri edifici di Pompei, determinata dal capriccio, ma sì dall’esservisi trovate alcune armature e ceppi entro i quali costrette ancora le ossa dei piedi di varii scheletri, che s’era supposto essere stati di soldati in punizione, i quali erano stati sorpresi dalla estrema eruzione del Vesuvio e dalla finale catastrofe senza potersi svincolare da essi. Questi ceppi si conservano al Museo Nazionale di Napoli e costituisconsi di una lunga e duplice barra di ferro, avente ad eguali intervalli venti perni rialzati che sulla cima finiscono in anelli. Tra l’uno e l’altro di questi perni il colpevole doveva collocare i piedi, che vi venivano serrati da un ferro traversale, che passava per quegli anelli, ed a fianco stava la serratura a chiave che assicurava un tal ferro.

In tutto questo edificio, scoperto nel 1766 e completamente sbarazzato nel 1794, si contarono al momento delle prime indagini, non meno di sessantatrè scheletri e si è questo considerevole numero di scheletri che farebbe persistere taluno scrittore, — cui pare improbabile che una città di non molta importanza per popolazione come Pompei potesse contare un numero sì forte di gladiatori, — a voler ravvisare in questo edificio una caserma di soldati; tanto più che una piazza forte come questa dovesse invece avere una guarnigione e per conseguenza una appropriata caserma.

Ma il P. Garrucci stabilì in una sua memoria, inserita nel tredicesimo numero del _Bollettino Archeologico Napoletano_ del gennaio 1823, che quest’edificio non potesse essere che un Ludo de’ gladiatori. Nè del resto può sembrare improbabile in Pompei il numero suddetto di gladiatori, da che si avverta, e noi l’apprendemmo dalle iscrizioni che riprodussi, come l’epoca dell’ultima eruzione che seppellì Pompei coincidesse colla stagione ordinaria degli spettacoli più strepitosi dell’anfiteatro, e che doveva pur esser quella in cui i più doviziosi romani, che possedevan ville nel delizioso golfo napolitano, solevano ritrovarsi nelle loro villeggiature. D’altronde se la questione numerica della popolazione dovesse essere non solo un irrecusabile argomento, ma ben anco un semplice argomento od una seria congettura, non si saprebbe, per egual titolo, trovar la ragione d’essere del vasto anfiteatro. Ma ho già notato invece che agli spettacoli di Pompei intervenissero pure dalle vicine terre e castella e, i fatti storici alla mano, ciò si è incontrovertibilmente da me stabilito.