Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)
Part 10
Il Cristo era venuto a spezzar la catena dello schiavo, a proclamare il suo codice di libertà, d’eguaglianza, d’amore, e santificando col proprio supplizio la croce, segno dapprima d’infamia, l’aveva reso un oggetto di gloria. Sparso il buon seme della nuova dottrina, fruttificata dal sangue di tante migliaja di martiri, che spesso in onta alle debolezze dell’età o del senso, incontravano fra i più barbari tormenti la morte senza pur dar un gemito, ma salmodiando a Dio e benedicendo a’ loro persecutori, mentre i più efferati ladroni mandavano sempre fra gli spasimi bestemmie ed urli, doveva necessariamente riformarsi il costume e dovevano tornare in obbrobrio i cruenti spettacoli del circo e dell’anfiteatro.
Fu Costantino imperatore, nell’anno 1067 di Roma, che in omaggio a’ cristiani principj, ch’egli aveva abbracciato, bandì la legge santissima che i gladiatorj ludi in tutto il romano impero aboliva. Pur nondimeno, diradicare d’un tratto e per sempre sì inveterate e glorificate abitudini non fu possibile, e un cotal poco fecero ancora esse capolino sotto Costante, e poscia sotto Teodosio e Valentiniano imperatori, ed anche sotto Onorio si aprì ai gladiatori in Roma il Coliseo. — Fu in siffatta occasione che avvenne scena in cui tutto si pare il coraggio e l’entusiasmo cristiano.
Era l’anno 404 dell’Era Cristiana, quando questi ludi si offerivano nell’Anfiteatro Flavio in Roma. Quivi, venuto dall’Asia, era un monaco di nome Telemaco, e avuto notizia che il sanguinoso spettacolo seguiva in un determinato giorno, vi si recava animato dal più santo zelo, e quando essi appunto fervevano, immemore d’ogni umano riguardo, precipitatosi nell’arena e gittatosi fra le coppie de’ combattenti, in nome del suo Divino Maestro e della cristiana carità, tentava disgiungere i gladiatori e farli cessare dal sangue. Sollevavansi a quell’atto furibondi gli spettatori, che si vedevano sturbato il loro migliore divertimento, e dato di piglio alle pietre, lapidarono colà il monaco generoso. — Di ciò si valse appunto l’imperatore Onorio, perchè, proclamato Telemaco martire della fede, si avesse a richiamare alla più severa osservanza l’editto di Costantino.
I gladiatori adunque scomparvero di tal modo, quantunque le caccie degli animali feroci durassero sino alla caduta dell’impero d’occidente[176], e cessarono pure le persecuzioni contro i credenti del Cristo. «Voi che vi lagnate — sclama Cesare Cantù — perchè i simboli della passione del Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v’abbiano quelli risparmiato»[177].
A compir le notizie che riguardano i ludi del Circo e dell’Anfiteatro, mi resta a dire delle _sparsiones_ e _missilia_, che accompagnavano quasi sempre gli spettacoli che offerivansi in essi, quando chi ne sosteneva le spese erano il principe, o i maggiorenti della repubblica o dell’impero.
Queste _missilia_ e _sparsiones_ erano doni che si facevano al popolo da chi dava i giuochi. Distribuivansi a mezzo di tessere di legno, sulle quali stavano scritte le cose cui davano diritto, lo che recherebbe l’idea d’una gratuita lotteria, quando però non fossero gli oggetti stessi, i quali allora si venivano con gran tafferuglio disputando. I valori e la spesa per siffatti regali quali fossero, possiam raccogliere da Svetonio, là dove tratta delle _missilia_ e delle _sparsiones_, distribuite da Nerone. «Nei giuochi, scriv’egli, per l’eternità dell’impero che Nerone appellò massimi, persone dei due ordini e dei due sessi sostennero parti divertenti. Un notissimo cavalier romano sedendo su d’un elefante trascorse su d’una corda distesa (_cathadromum_) in direzione obliqua. Si recitò una commedia d’Afranio intitolata _L’incendio_ e si abbandonò agli attori il saccheggio d’una casa divorata dalle fiamme. Ogni giorno si facevano al popolo tutte sorta di larghezze (_sparsa et populo missilia_), si largheggiavano a lui buoni pagabili in grani, vestimenta, oro, argento, pietre preziose, perle, quadri, schiavi, bestie da soma, animali addomesticati, e finalmente si giunse per pazza liberalità a regalare vascelli, e perfino isole e terre[178].»
E così fece dopo anche Tito, ammanendo ludi e feste per cento giorni, nella dedica dell’Anfiteatro Flavio da lui compito; come prima di essi, un semplice privato, Annio Milone, quello stesso che fu difeso da Cicerone, sprecò tre patrimonj per gli stessi dispendj. Probo, figlio di Alipio, pretore; Simmaco pretore del pari, per non dir di tutti, profusero, al medesimo scopo di Claudio di blandire il popolo, infiniti tesori.
Come visitando il Coliseo e gli anfiteatri di Verona e di Nola; così pure vedendo quello di Pompei, il quale ne è il meglio conservato, e che tutto ciò che ho in questa pagina brevemente passato in rassegna rammenta, dinanzi a cosiffatte superbe costruzioni, non puoi disgiungere dal sentimento d’ammirazione, quello della compassione per le miriadi di vittime umane che dentro di essi vennero sagrificate, e per la sciagurata condizione che è fatta dalla fortuna agli uomini d’essere gli uni di ludibrio e spettacolo agli altri, questi destinati a servire d’incudine, quelli a valer da martello.
CAPITOLO XV.
Le Terme.
Etimologia — _Thermæ, Balineæ, Balineum, Lavatrina_ — Uso antico de’ Bagni — Ragioni — Abuso — Bagni pensili — _Balineæ_ più famose — Ricchezze profuse ne’ bagni publici. Estensione delle terme — Edificj contenuti in esse — Terme estive e jemali — Aperte anche di notte — Terme principali — Opere d’arte rinvenute in esse — Terme di Caracalla. Seguon le terme di Caracalla — Ninfei — Serbatoi e Acquedotti — Agrippa edile — Inservienti alle acque — Publici e privati — Terme in Pompei — Terme di M. Crasso Frugio — Terme publiche e private — Bagni rustici — Terme Stabiane — Palestra e Ginnasio. Ginnasio in Pompei — Bagno degli uomini — _Destrietarium_ — L’Imperatore Adriano nel bagno de’ poveri — Bagni delle donne — _Balineum_ di M. Arrio Diomede — Fontane pubbliche e private — Provenienza delle acque — Il Sarno e altre acque — Distribuzione per la città — Acquedotti.
Tra gli edifizi antichi che meglio attestino della grandezza e sontuosità romana e del costume, non nella sola capitale dell’orbe, ma dovunque le aquile latine ebbero a stendere il volo delle proprie conquiste, sono, a non dubitarne, le Terme.
Terme ebbe pure, e come no? Pompei; e gli avanzi che più innanzi esamineremo, ci varranno di conferma di quello che storicamente sto per dire intorno a tale argomento.
La parola dedussero i Latini dal greco vocabolo θέρμας, che letteralmente significherebbe sorgenti calde; quindi bagni d’acqua calda; fosse pur essa così prodotta dalla speciale qualità e natura del luogo, o fosse l’effetto di semplice calore artificiale. Terme vollero dire ben presto l’edifizio intero destinato appunto al servizio di bagni d’ogni genere, caldi o freddi, a vapore o ad acqua.
Sotto questo aspetto generico, il vocabolo, come facilmente si vede, ha un significato equivalente alle parole _Balineæ_ e _Balneæ_; ma queste, per istabilirne il divario dalle _Thermæ_, riferisconsi piuttosto all’antica maniera di costruire e disporre uno stabilimento balneario; mentre dopo l’età d’Augusto, come osserva il Rich[179], quando i Romani ebbero volto il pensiero alle arti di pace, ed erogato ad abbellire la città capitale una parte di quelle ricchezze che provenivano dai tributi de’ loro estesi dominj, il nome _Thermæ_ venne più particolarmente appropriato a quei magnifici stabilimenti modellati sulla pianta d’un ginnasio greco, ma costruiti anche in più splendide proporzioni e più vasti. Così avverrà di rinvenire negli scrittori usati i vocaboli _Balineum_ e _Balneum_ e questi per esprimere un bagno privato od una serie di stanze per bagni appartenenti a casa privata.
Nelle _Balineæ_ eravi d’ordinario doppio appartamento per uomini e donne, vedendosi le eguali parti architettoniche di un lato egualmente riprodotte dall’altro: non così nel _Balineum_, del quale toccherò più d’una volta avanti, ricordando principalmente quello che fu riconosciuto in Pompei nella villa suburbana di Arrio Diomede. Solo avvertirò qui che più anticamente, a designare un bagno privato, venisse usata la parola _lavatrina_, da cui, nota Varrone, si fe’ per sincope la voce _latrina_, e poi si usò promiscuamente latrina per lavatrina, accordato poi nome di latrina tassativamente a quel luogo della casa ove confluiscono le immondizie di essa[180].
Nell’antichità più rimota ritrovasi adottato l’uso de’ bagni sì di acqua fredda, che di calda. Di questi ultimi quasi sempre parla Omero ne’ suoi poemi; dei primi fa pur cenno. Quando nell’_Iliade_ fa che Diomede ed Ulisse sull’alba e di primavera si lavino nel mare per refrigerio di quella loro notturna impresa; e nell’_Odissea_ quando rappresenta le donzelle, che accompagnavano la real fanciulla Nausica a lavarsi per diletto nel fiume. Ettore, ancor nell’_Iliade_, tramortito dal masso lanciatogli al petto da Ajace venne fatto rinvenire colle acque dello Xanto.
L’esercizio e il diletto de’ bagni entrarono perfino ne’ riti delle pagane religioni: perocchè queste di sovente consacrarono col loro sacro e venerato suggello quelle pratiche che la politica e l’igiene consigliavano a’ popoli, onde e in Egitto e in Grecia, e in Roma e presso le più barbare nazioni si introdussero nelle religiose cerimonie lustrazioni e purificazioni frequenti e si narri da Teofrasto che un cotale dominato da superstizione, mai non sapesse passeggiare la città che transitando avanti le publiche fontane non vi avesse a tuffare e lavare la testa.
Euripide, che i bagni di mare avevan guarito da pericolosa infermità volle forse alludere ad essi quando disse:
Lava il mar tutti quanti i mali umani.
L’uso dei bagni in Italia fu frequentissimo in allora, assai e assai più che di presente. Servio, lo scoliaste di Virgilio, commentandone un passo coll’autorità di Catone e di Varrone ci fa sapere che gli Stati primitivi portavano i loro pargoli a’ fiumi e col ghiaccio e coll’acqua rendevano i loro corpi più duri e più sofferenti, ciò che narrasi avere pur fatto gli Spartani, i Germani ed i Celti. Ma del non essere rimasta dopo l’impero di Roma, la consuetudine dei bagni, così frequente ed eccessiva in Italia, non se ne vuole, come fa il francese Bréton, ligio in questo al mal vezzo del suo paese, di buttarsi in ogni occasione a detrarci, inferire contro noi, che scostandoci dalle consuetudini de’ nostri padri, siam portati a bagnarci ben più raramente che non gli abitanti delle contrade del Nord. Io non reputo vera l’accusa. Non saprei indicare qui esattamente tutte le stazioni termali della Penisola, sia per cure idropatiche, che di puro convegno estivo. Forse tra noi non hanno esse tanta nominanza quanto le terme di Baden, di Spa, di Omburgo, di Aix, di Plombières e va dicendo, per ciò solo che meno immorali, noi non vantiamo ai bagni nostri di Acqui, d’Abano, di Montecatini, di Genova, di Livorno, di Venezia, di Rimini, di Salsomaggiore, di Recoaro e dei cento altri luoghi in ogni parte d’Italia, che salutari guarigioni e non rovine di sostanze giuocate sui scellerati _tapis verts_.
In quanto ai tempi di Roma antica, trovandosi essa sotto clima meridionale, dove la traspirazione è abbondante nella estiva stagione, e siccome non si avesse ancora l’uso delle biancherie, ossia de’ pannilini, nelle vestimenta, — la cui introduzione avvenuta forse intorno al secolo sesto, secondo il Manni[181] e il Ferrari e il Mercuriale da lui citati, credono essere stata cagione della diminuzione della pratica quotidiana dei bagni, ridotta quasi al solo uso della medicina[182] — è certo che dovendo vestire immediatamente presso la pelle la lana e aver soli sandali ai piedi, il sudore e la polvere dovessero esigere giornaliere abluzioni e persuadere così il generale e ripetuto uso de’ bagni.
Era questo una misura igienica. Ne’ primi tempi anzi la salute solo e la decenza lo consigliavano e reclamavano: l’idea del lusso o della mollezza non c’entrava ancor punto. L’uso era di bagnarsi tutti i nove giorni, all’epoca cioè del mercato, che seguiva appunto con questi intervalli, come già ne tenni parola, trattando del Foro Nundinario.
Dapprima i bagni pubblici non furono che edifizj massicci, rischiarati piuttosto da fessure che da finestre, divisi in tre comparti, o camere, la _caldaria_, la _tepidaria_ e la _frigida_; nomi che indicano da sè stessi la loro speciale destinazione. Consistevano del resto allora semplicemente in ampie vasche in cui poteva ognuno entrare per lavarsi e nuotare, usanza tolta a prestito agli Spartani; ma, ai tempi di Pompeo, si eressero luoghi più adatti; quantunque, come già dissi, la ricercatezza e splendidezza, perfino eccessive, delle Terme, non si noti che più tardi, cioè sotto di Augusto e de’ suoi voluttuosi successori.
Per consueto si faceva uso dei bagni prima della cena ed anche dopo i passeggi, le esercitazioni ginnastiche e il lavoro; il più spesso per ragion di bisogno, non rado tuttavia per ragione di semplice diletto. Si giunse a un tempo perfino di eccesso nell’uso di essi; perocchè si legga che Commodo otto volte il dì si lavasse; Gordiano il giovane e Remnio grammatico sette volte, e i fannulloni passassero nelle terme la più gran parte del giorno e della notte; nè ciò si verificasse soltanto de’ più potenti e ricchi, ma de’ privati ben anco, ivi allettati viemmeglio dal concorso delle cortigiane; e Plinio perfino rammentò di schiavi, che vi profondevano ricchezze, quale era il gitto di preziosi unguenti, di cui pavimenti e pareti rimanevano imbevute.
Seneca — e ciò valga a dimostrare la sontuosità di codesti publici convegni — in bagni plebei trovò fistole, o condotti di acque, lavorate in argento, e in quelli di gente libertina vide con giustissima indegnazione profuse perfin le gemme.
Valerio Massimo e Macrobio attestano che un Sergio Orata avesse immaginato, a maggiore studio di voluttà, dei bagni pensili.
Così dagli scrittori citansi in Roma le _Balineæ Palatinæ_, poste cioè sul clivo Palatino; quelle di Mecenate, quelle di Nerone, di Agrippina nel colle Viminale; di Stefano, ricordate da Marziale nel lib. XI de’ suoi epigrammi, in quello indiritto a Giulio Cereale:
_Octavum poteris servare, lavabimur una;_ _Scis quum sint Stephani balnea juncta mihi_[183];
di Novato pur sul Viminale; di Olimpiade; di Paolo; di Policleto e di Claudio Etrusco, di cui parla Stazio nel lib. I delle _Selve_, facendone l’entusiastica descrizione, e Marziale suddetto nel sesto degli _Epigrammi_.
Il qual ultimo poeta fa menzione dei bagni pure di Tucca, di Fausto, di Fortunato, di Grillo, di Lupo, di Pontico, di Severo, di Peto e di Tigellino. Del resto è impossibile tener conto di tutti i pubblici bagni di Roma, se già dal tempo d’Augusto se ne noverassero sin ottocentocinquantasei, e sotto Antonino, nelle terme da lui costrutte, vi fossero milaseicento sedili di marmo o di porfido e vi si potessero riunire fin tremila bagnanti, e tremila e duecento in quelle di Diocleziano. Il solo Agrippa aprì centosettanta bagni pubblici e volle fossero gratuiti; oltre che ogni benestante, appena l’avesse potuto, accostumò aver nella propria casa il proprio bagno particolare.
Con quanta profusione di ricchezza si ornassero questi luoghi ho già detto e la fantasia appena può immaginarlo. Plinio lasciò ricordato che nei bagni degli imperatori sul monte Palatino vi fossero vasche e mobili d’argento nelle sale destinate alle dame. Pitture, statue, bronzi, mosaici vi abbondavano, nè facea difetto in questi sontuosi edifizj di tutto quanto potesse solleticare i sensi e ricreare gli spiriti.
Per farsi ragione di quanto lusso essi fossero, non sia discaro recar alcuni versi del succitato Stazio, ne’ quali parla dei bagni, che ho pur più sopra mentovati, di Claudio Etrusco.
_Non huc admissæ Thasos, aut undosa Charistos,_ _Mœret onyx longe quæriturque exclusus Ophites:_ _Sola nitet flavis Nomadum decisa metallis_ _Purpura, sola cavo Phrygia quam Synnados antro,_ _Ipse cruentavit maculis lucentibus Atys,_ _Quasque Tyros niveas secat, et Sydonia rupes._ _Vix locus Eurotæ viridis, cum regula longo_ _Synnada distincta variat non lumina cessant,_ _Effulgent cameræ, vario fastigia vitro_ _In species animosque nitent. Stupet ipse beatas_ _Circumplexus opes, et parcius imperat ignis._ _Multus ubique dies radiis ubi culmina totis_ _Perforat, atque alio sol improbus uritur æstu._ _Nil ibi plebeium, nusquam Temesea notabis_ _Æra, sed argento felix propellitur unda_ _Argentoque cadit, labrisque nitentibus instat,_ _Delicias mirata suas et abire recusat_[184].
Ma perchè non si creda che il Poeta vi abbia aggiunto del proprio, ascoltiamo Seneca, nel passo al quale ho superiormente fatto cenno, che sembra essersi incaricato di trasmetterci le notizie di tutti i raffinamenti del lusso spiegati nei bagni, istituendo un paragone fra il presente e il passato con viva ed energica pittura e non dissimulando l’aspirazion sua verso l’antica semplicità.
È la vista della villa di Scipione a Literno che gli detta le seguenti considerazioni. «Io vidi, scrive egli, il bagno piccolo, oscuro e tenebroso, secondo il costume de’ nostri maggiori: credevano essi necessario per aver caldo, che non ci si vedesse molto. Fu gran piacere per me di mettere a raffaccio i costumi di Scipione coi nostri. È in questo tetro asilo che quell’eroe, il terror di Cartagine, lavava il proprio corpo, stanco dalle fatiche della campagna. Oggi chi consentirebbe a bagnarsi così? Si crederebbe versare nell’indigenza, se le pietre preziose, regolate da abile scalpello, non risplendessero da tutte parti sui muri; se i marmi d’Alessandria non fossero interamente incrostati di marmi numidi, se la volta non fosse di vetro, se le piscine non recinte da marmo di Taso, meraviglia codesta riservata un tempo appena a qualche tempio privilegiato, se l’acqua non iscendesse da canne d’argento. E io non parlo finora che di bagni plebei; ma che sarà se passiamo in quelli de’ liberti? quante statue, quante colonne che sostenevano nulla, ma vi son collocate solo per ornamento dell’edifizio! Tale è oggidì la nostra delicatezza, che noi non permettiamo a’ nostri piedi che di calpestar pietre preziose. Nei bagni di Scipione non trovansi che piccole fessure per finestre: oggi invece si dice d’un bagno: è un antro, se non è disposto in guisa di accogliere a mezzo di immense finestre il sole durante tutta la giornata, se dalla vasca non si scorgono le campagne ed il mare. In addietro si contava picciol numero di bagni, ed essi erano assai poco ornati: perchè, infatti, spiegare della magnificenza in edificj in cui s’entrava col pagamento d’un quadrante e che erano destinati all’utilità piuttosto che al piacere? L’acqua non vi cadeva già a cascate e non si rinovellava senza interruzione: quanto non si troverebbe grossolano di non aver introdotto la luce nel suo _caldarium_ a mezzo di larghe pietre speculari e di non essersi proposto di digerire nel bagno! Oh lo Sciagurato! ei non sapeva vivere! Non si bagnava già in un’acqua limpida e calma, ma torbida il più spesso e limacciosa! ma poco a lui ciò caleva; perocchè egli colà traesse a lavare i suoi sudori, non i proprj profumi. Che direste voi dunque se sapeste com’ei non si bagnasse già tutti i giorni, non più de’ suoi contemporanei? Oh gli uomini sucidi, direste voi! — ma lo si è diventati di più da che i bagni si sono moltiplicati. Che mai dice Orazio per dipingere un uomo screditato dagli eccessi del suo lusso? _Ch’ei pute di profumi_. Scipione putiva di guerra, di fatica, di eroe. Scegliete fra Rufillo e Scipione.»
Ma se così erano i bagni pubblici e privati, faccia ragione il lettore che dovessero essere le terme, se a’ bagni fu sempre assegnato un significato più semplice e più modesto, e alle terme si applicò per contrario quello d’una magnificenza maggiore e d’una più grande estensione.
Le rovine che tuttavia sussistono gigantesche fanno fede di ciò e giustificano la sentenza d’Ammiano: _Lavacra in modum provinciarum exstructa_, quasi le terme emulassero in vastità, non che le città, le intere regioni. Infatti si vuole che le terme di Settimio Severo occupassero uno spazio di centomila piedi quadrati.
Ma come, dirà naturalmente il lettore, poteva il solo corpo delle terme occupar tanto spazio? Nelle terme, oltre le piscine, o gran vasche per nuotare allo scoperto e i battisterii pei bagni freddi a immersione, eranvi celle pei bagni particolari, portici e xisti, specie di giardini alberati, per le passeggiate, sferisterii o sale per giuocare alla palla, conisterii o stanze co’ pavimenti di sabbia onde stropicciare i corpi unti dei pugili, teatri per rappresentazioni drammatiche, circhi per ludi gladiatorj, esedre per conferenze filosofiche e letture di poemi, palazzi e templi, biblioteche ed efebei, o luoghi destinati alla educazione della gioventù, e tali e tanti altri edificj che agli imperiti venne poscia autorità di chiamar col nome di terme i più cospicui monumenti che rimangono dell’antico.
Si fecero terme estive e terme jemali, che Gordiano insegnava erigere nella medesima località; ma prevenuto da morte, non potè recare ad effetto. Aureliano le fabbricò poi in Trastevere ed aperte prima tutte soltanto di giorno, poscia si resero accessibili anche di notte.
Ecco ora, secondo l’ordine di loro anzianità, le più celebrate terme di Roma:
Prima quelle di Agrippa, che Plinio, alla cui _Storia Naturale_ son costretto sempre a ricorrere, chiamò fra i precipui ornamenti della città: ebbero archi e pavimenti di vetro e le migliori commodità.
Seguon quelle di Nerone, delle quali Marziale, nell’epigramma 34 del lib. VII, disse il maggior elogio, come del loro signore rese la più trista testimonianza:
_Quid Nerone pejus?_ _Quid thermis melius Neronianis?_[185] quelle di Tito, alle quali accenna il medesimo Marziale nell’epigramma 20 del lib. III:
_Titi ne thermis an lavatur Agrippæ?_ _An impudici balneo Tigellini?_[186]
quelle di Domiziano, quelle di Trajano, quelle di Severo e quelle di Antonino, di tanta mole codeste ultime ed artificio che, se vuolsi aggiustar fede a Sparziano, eziandio dotti architetti negassero prima potersi di tal modo costrurre.
Vengono altresì le terme dette Siriache; le terme di Alessandro; quelle di Gordiano sontuosissime; di Filippo, di Decio, di Aureliano e di Diocleziano. Queste occuparono buona parte del Viminale, e dalle loro imponenti rovine si argomentarono e i fornici altissimi e le ammirabili colonne e tutta la imponenza degli altri edificj.
Finalmente si rammentano le terme di Costantino nel Quirinale, un fornice delle quali ascendendo Giorgio Fabricio, vi giunse ad annoverare quasi cento gradini[187].
Come poi fossero, per così dire, divenute obbligatorie le splendidezze ed il lusso maggiori in cosiffatti stabilimenti, ce lo ha già appreso quel passo di Seneca, che ho superiormente riferito.
Or si comprende adunque come tanta parte degli antichi capolavori dell’arte greca pervenuti infino a noi e che formano i principali ornamenti e vanti dei nostri musei e gallerie, si avessero a ritrovare nelle terme. Il gruppo del Laocoonte si rinvenne in quelle di Tito; l’Ercole e il Toro Farnese, il Torso di Belvedere, la Flora Farnese, i due Gladiatori e il gruppo di Dirce legata da Zeto e Anfione ad un toro selvaggio, si scoprirono nelle Antoniniane, dette altrimenti di Caracalla, opere tutte che si conservano nel Museo Nazionale di Napoli. Si comprende eziandio come avesse potuto Michelangelo una sola stanza delle Terme Diocleziane, tramutar nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli la più grande in Roma, dopo quella di S. Pietro.