Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 11

Chapter 113,555 wordsPublic domain

Delle terme Antoniniane o di Caracalla, l’architetto Pardini sui ruderi esistenti ne ricostruì il disegno primitivo, onde è dato di ricordarne le parti alla maggiore intelligenza di tali stabilimenti, ed io lo farò, ajutandomi con quanto ne ha pur fatto il De Rich: perocchè suppergiù sieno le altre terme egualmente conformate[188].

Una colonnata corre lungo tutta la facciata e fronteggia la strada: sarebbe stata annessa alla fabbrica primitiva sotto Eliogabalo in parte e compiuta sotto Alessandro Severo. Dietro tale colonnata evvi una fila di celle con un apoditerio o spogliatojo annesso a ciascuna per uso delle persone che non amavano di bagnarsi in pubblico. Nel mezzo della fronte s’apre l’ingresso. Tre corridoi semplici intorno al corpo centrale dell’edifizio, con un doppio corridoio dal lato ovest, ristaurati dal detto Pardini secondo il modello del ginnasio d’Efeso benchè non ne rimanga ora veruno; pur senza di essi vi sarebbe stato manifestamente un vuoto che conveniva riempire. Da ambo i lati della generale costruzione stanno le _exedræ_, ove sedevano e conversavano insieme filosofi e letterati, costruite con un abside semicircolare che dal lato sinistro tuttavia si conserva e intorno alla quale erano disposti i sedili. Nel mezzo di tale abside vi sono i corridoi conformi alli xisti greci, con terreni per esercizj sul davanti e che avevano alle due estremità una stanza separata, che serviva probabilmente a qualcuno degli esercizj o giuochi di provenienza greca. Fra questi xisti, dall’uno all’altro vi erano praticati passeggi scoperti (_hypetræ ambulationes_) piantati d’alberi e arbusti e con ispazj vuoti nel mezzo per gli esercizj del corpo. Nella parte postica dello stabilimento è delineato lo stadio, con sedili all’intorno, dove gli spettatori prendevano diletto alla corsa e agli altri esercizj, che vi si facevano; quindi anche il nome di _theatridion_. Le costruzioni dietro lo stadio contengono serbatoi di acqua e fornelli al di sotto, che riscaldavano l’acqua pei bagni fino ad una certa temperatura, prima che fosse travasata da tubi nelle caldaje immediatamente contigue alle stanze dei bagni. Quanto alle altre stanze situate in questa estremità dell’edifizio non saprebbesi determinarne in modo autentico l’uso speciale, dove non servissero all’uso della ginnastica, essendo appunto prossime ai posti o terreni destinati alla medesima.

Il corpo centrale del fabbricato conteneva le stanze del bagno, alcune delle quali serbano tuttavia qualche traccia della loro destinazione così da potersene con fiducia assegnar l’uso ed il nome; quindi la _natatio_, ossia una gran vasca da potervi nuotare, fiancheggiata da ogni parte da una serie di stanze che servivano da apoditerj e da camere per gli schiavi, _capsarii_, che prendevano cura delle vestimenta deposte da coloro che si bagnavano; il _caldarium_ con quattro bagni di acqua calda, _alvei_, ad ogni angolo, e un _labrum_, o gran vaso a fondo piatto per l’acqua, onde spruzzarsi il volto nell’altezza della temperatura, da ciascuno de’ due grandi lati. Le stanze che seguivano appresso contenevano il _laconicum_, o bagno a vapore, a cui probabilmente serviva la camera circolare, posta propriamente nel centro dell’edificio. Avanti di essa, ai lati pure, stavano cisterne d’acqua alimentate dai serbatoi posti all’estremità opposta. Due grandi spazj vicini ai corridoi laterali valevano di stanze coperte per passeggiarvi nel tempo cattivo e di sferisterii, o sale pel giuoco della palla, a cui si davano con molto ardore i Romani; quelle che si trovano più oltre, sotto un doppio portico erano due bagni freddi a immersione, _baptisteria_, con una stanza per ugnersi, _elæothesium_, e una camera fresca, _frigidarium_, egualmente da ciascun lato. Nel suo complesso la fabbrica occupa un’area d’un miglio di circonferenza, o 1851 metri. Il corpo centrale aveva inoltre un piano superiore, dove probabilmente dovevano essere biblioteche e gallerie di quadri.

Per ciò che spettano all’argomento delle Terme, non dimenticherò di dire ora una parola de’ Ninfei. Che si fossero veramente, è controverso ancora: due principali sono i significati che vi si assegnano. Il Monaco Zonara, che scrisse intorno agli Imperatori Greci, vorrebbe i Ninfei essere stati pubblici palazzi, nei quali si celebrassero nozze e che venissero aggiunti ai massimi palagi a seconda del bisogno: altri opinano invece che fossero luoghi pubblici di piacere, nei quali venissero bensì derivate le acque, ma non per terme e bagni, ma solo per ragione di amenità, traendo il nome dalle statue delle ninfe, di cui più sovente solevansi adornare. Ma non consta di meglio circa il loro uso, nè circa la loro forma, variando assai gli scrittori di cose antiche nel dir di tutto che spetta a cotali edificj; pare nondimeno non avessero a mancare d’una certa importanza, se gli stessi imperatori gli ebbero a edificare; onde Ammiano faccia menzione del Ninfeo di Marco come d’opera ambiziosa, Publio Vittore di quello di Alessandro, e Capitolino di quello di Gordiano, per non dire d’altri. Degli antichi ninfei non è superstite vestigio di sorta: solo il già citato Giorgio Fabrici, nella sua Roma, descrive liberamente un ninfeo nella villa Leucopetrea fra Napoli e il Vesuvio, ma non recano maggior luce nell’argomento.

L’opinione più generale è per la seconda ipotesi, che de’ ninfei fa un fresco ed aggradevole recesso, e come i sunnominati scrittori ne collocarono il tema nel dir delle terme; ho voluto pur io seguitarne l’esempio; avvalorato a questo dall’aver trovato nel Codice Teodosiano il titolo _Quid in publicis thermis, quid in nympheis pro abundantia civium conveniat deputari_, e nello stesso luogo aver letto: _Malumus aquæductum nostri palatii publicarum thermarum ac nympheorum commoditatibus inservire_[189], i quali testi, terme e ninfei confondono in un solo interesse. Vi pone suggello l’antica iscrizione scolpita sul margine di un fonte:

NYMPHÆ LOCI BIBE LAVA TACE

Ora naturale discende dal fatto della esistenza, molteplicità e suntuosità di tutte queste istituzioni l’indagine del come e terme e bagni pubblici e privati e ninfei venissero provveduti convenientemente di acqua, molto più in quelle città, nelle quali si doveva, per la loro situazione, difettare.

Era tutta una scienza, che procaccerò di spogliare di sua rigidezza, per non dirne che storicamente di sua applicazione.

Roma per lungo tempo non ebbe altra acqua che quella del suo Tevere e di qualche sorgente nativa; ma accresciuta la città, e distanti di soverchio i suoi colli dal fiume, nell’anno 441 di sua fondazione, per opera di Appio Claudio Censore, quello stesso che istituì il sistema di eseguir le strade, _viæ stratæ_, avvisò al modo di condurvi l’acqua per tubi, canali e fornici laterizii. L’acqua Appia vi venne pel corso di circa undici miglia condotta. I bisogni pel bevere, per i bagni, per le fulloniche, per le naumachie e pei circhi, consigliarono nuovi acquedotti; onde se ne contarono ben quattordici, e Publio Vittore ne numerò venti; così che quasi ogni casa potè derivarne a’ proprii usi con fistole e canali, e Plinio avesse a notare: _Si quis diligentius æstimaverit aquarum abundantium in publico, balneis, piscinis, domibus, euripis, suburbanis villis, spatioque advenentium extructus arcus, montes perfossos, convalles æquatas, fatebitur, nihil magis mirandum fuisse in toto Orbe terrarum_[190].

E destano infatti tuttavia la maraviglia nostra quegli avanzi degli arditi acquedotti romani costituiti da più ordini d’archi l’uno all’altro sovrapposti, contribuendo nella loro magnificenza a mantener l’antonomasia d’opera romana allorchè si voglia significare un’opera gigante, maravigliosa, per non dir quasi impossibile. Questi superbi acquedotti trasportavano perfino tre separati corpi di acque in tre canali uno sovra dell’altro.

Nè Roma soltanto intese alla costruzione degli acquedotti, ma nella più parte delle colonie e nelle maggiori castella eziandio; tanto la commodità si era venuta ingenerando come una vera necessità. Chi volesse poi conoscerne di più e saperne tutte le minute particolarità, consulti l’opera di Sesto Giulio Frontino _De aquæductibus urbis Romæ Commentarius_; e per informarsi delle opere nelle colonie, vegga la dotta memoria del conte Giovanni Gozzadini _Intorno all’acquedotto ed alle terme di Bologna_. Più innanzi dirò del come le Terme e le fontane publiche e le case si provvedessero d’acqua in Pompei.

Non va per altro taciuto, onde assolvere possibilmente questo subbietto, degli immensi e dispendiosi serbatoi e laghi che per gli acquedotti si vennero facendo. Plinio summentovato ne fa stupire allor che memora: _Agrippæ in ædilitate sua, adjecta Virgine aqua, cæteris corvisatis atque emendatis lacus 700 fecit, præterea salientes 105, castella 130; complura etiam cultu magnifica. Operibus in signa 300 ænea aut marmorea imposuit, columnas ex marmore 400: eaque omnia annuo spatio_[191].

Occorre poi a conoscere l’importanza che all’acqua ed acquedotti aggiungevasi da’ Romani, riferire da Frontino suddetto quanto venisse provveduto alla loro custodia.

Due classi o famiglie d’inservienti vi erano preposte: l’una del pubblico, l’altra di Cesare. Più antica la prima, che fu da Agrippa legata ad Augusto e da questi attribuita al pubblico e pagata dall’erario, componevasi di circa 240 persone: il novero della famiglia di Cesare era di 460 e questa stabilita fin da’ primordj in cui si guidò l’acqua in Roma da Appio Claudio. L’una e l’altra famiglia impiegavasi in varia specie d’amministrazione: v’erano i villici, (_villici_), i ministri de’ castelli (_castellarii_), i riportatori (_circuitores_), i selciatori (_silicarii_), gli incrostatori (_tectores_) ed altri artefici (_opifices_). Su tutti costoro era il soprintendente (_Curator_); e lo stesso Frontino fu alla sua volta, sotto di Nerva, Curatore alle acque, onde ne potè scrivere con maggiore cognizione di causa. E questi, dice egli, _ideoque non solum scientia peritorum sed et proprio usu curator instructus esse debet, nec suæ tantum stationis architectis uti, sed plurium advocare non minus fidem, quam subtilitatem, ut æstimet, quæ repræsentanda, quæ differenda sint; et rursus quæ per redemptores effici debeant, quæ per domesticos artifices_[192].

E ne fa sapere lo stesso Frontino che a codesti curatori delle acque furono dati anche ajutatori (_adjutores_), concedute insegne d’onore come a’ magistrati ed anzi intorno alla loro magistratura reso un decreto dal Senato, consoli essendo Quinto Elio Tuberone e Paolo Fabio Massimo, per il quale allorquando essi fossero, per cagione del loro ufficio, fuori di Roma, potessero aver seco due littori, tre servi del publico, un architetto, scrivani (_scribæ_) e copisti (_librarii_), sargenti (_accensi_) e banditori (_præcones_), tanti, quanti ne hanno per l’ordinario due deputati alla dispensa del grano alla plebe, e dentro Roma, quando per cagione del medesimo affare operassero qualche cosa, potessero valersi di tutti gli stessi ministri, eccetto che de’ littori.

Toccato fin qui d’ogni tema attinente le Terme, vediamone l’applicazione allo speciale soggetto nostro di Pompei.

Quivi Terme, quivi bagni pubblici e privati, quivi ninfei e fontane publiche ed aquedotti e comunque le proporzioni sieno di gran lunga inferiori a quelle degli eguali stabilimenti che ho ricordato di Roma, in ragione cioè della minore importanza, vastità e quantità di popolazione; pur nondimeno ogni parte serbando di esse e soddisfacendo ad ogni bisogno creato dalle costumanze termali, ponno essere di grande utilità nei loro interessanti avanzi, per la spiegazione di tutto che si riferisce all’argomento e quasi alla completa storia del medesimo.

Sulla scoperta delle Terme si contava indubbiamente fin dal primo momento che si pose la mano agli scavi. Era impossibile che altrimenti fosse. Una città dove era stata dedotta una colonia romana, dove necessariamente erano stati importati costumi e abitudini greche dai primi abitatori e da’ suoi abituali frequentatori, e costumanze romane dai nuovi arrivati, terme e bagni dovevano essere d’obbligo: dipendeva quindi unicamente di vedere in qual tempo si sarebbero trovate.

Fin dal primo marzo 1749, lo che è dire intorno al principio degli scavi pompejani, come ne fa sapere l’illustre Fiorelli, nella sua _Pompejanarum Antiquitatem Historia_[193], lungo la via dei Sepolcri, nella casa che si dice di Cicerone, della quale ho già nei capitoli della storia favellato, si rinvenne nella nicchia d’un’ara una lapide, su cui fu letta la seguente iscrizione:

THERMAE M. CRASSI FRVGI AQVA MARINA ET BALN. AQVA DVLCI IANVARIVS L.[194]

Fu questo il primo cenno delle Terme, ma queste terme nondimeno di Marco Frugio sono ancora un desiderio, che sperasi appagheranno i futuri scavi.

Invece nel luglio 1824, nella vicinanza del Foro civile si fece la preziosa scoperta delle Terme publiche, nelle quali, se non si ammira la magnificenza delle arti e la profusione della ricchezza e del lusso, trovasi in ricambio una semplicità ed una squisita eleganza. Secondo l’idea che ne fornii più sopra, direbbonsi queste piuttosto _Balineæ_ che _Thermæ_, molto più se si pon mente alla poca ampiezza dello stabilimento, motivata dall’essere nel punto centrale e più frequentato della città, e dove per conseguenza il terreno indubbiamente doveva essere più limitato e costare più caro.

Ad ogni modo merita che ne somministri ogni particolarità.

L’edifizio aveva sei ingressi dalla strada, di cui i due principali davano uno sulla via del Foro e l’altro nella Piazza detta delle Terme. Tre servivano per i bagnanti, due per gli schiavi e pel servizio dello stabilimento e l’ultimo per le donne. È notevole che nessuno di questi ingressi fosse in linea diretta: ciò toglieva che le correnti d’aria penetrassero troppo vivamente nel luogo de’ bagnanti e forse impediva eziandio l’indiscrezione de’ passanti per la via summentovata dove s’aprivano anche le porte minori.

Presso ciascuno dei due ingressi principali eravi una latrina. Subito dopo il primo v’era un cortile circondato da un colonnato su tre lati, che formava una specie di _Atrium_. Lungo un lato di esso stavano sedili di sasso, _scholæ_, per chi stava aspettando quelli che uscivano dal bagno.

Sulla parete meridionale si lesse dipinto l’annunzio di una gran festa data nell’Anfiteatro, nell’occasione che venivano inaugurate le terme, a spesa di Gneo Allejo Nigidio Majo.

MAIO DEDICATIONE PRINCIPI COLONIAE FELICITER THERMARVM MVNERIS CN. ALLEI NIGIDI MAI VENATIO ATHLETAE SPARSIONES VELA ERVNT[195]

Dietro di essi era una camera appartata, in cui forse stava, se pur non era in quelle due camere laterali dei principali ingressi, nelle quali altri supposero esistere latrine, il _balneator_, o direttore del bagno, che riceveva il pagamento d’un quadrante o quarto di asse, se eguale devesi ritenere la misura in Pompei a quella che si pagava in Roma per accedere a’ bagni, giusta quel che ne disse Orazio nella satira terza del libro primo:

. . . . _dum tu quadrante lavatum_ _Rex ibis_[196].

Presso la seconda porta principale eravi un corridoio che riusciva all’_apodyterium_, che sappiamo essere la camera da spogliarsi, come suona la parola d’origine greca ἀποδυτήριον, dal verbo ἀποδύομαι, _spogliarsi_, detta anche più latinamente _spoliatorium_ e _spoliarium_. Questo _apodyterium_ pompejano ha opportunamente molte porte, quante cioè son le camere destinate ai bagni caldi e freddi alle quali appunto esso introduceva. Eranvi pure disposti sedili in muratura per comodo de’ bagnanti. In fondo stava la guardaroba, o stanza di custodia del vestiario che si deponeva durante il bagno, e vegliavasi dai _capsarii_. Anche in Roma ognuno che traeva alle terme doveva spogliarsi nell’_apodyterium_ ed entrar nudo nelle altre località; savia precauzione tendente ad ovviare alle sottrazioni delle ricchezze in fregi, pietre preziose, oggetti di toeletta e dalle cento altre bazzicature occorrenti a tutte le operazioni attinenti i bagni.

Di contro stava il _frigidarium_ o bagno d’acqua fredda: gabinetto ovale assai grazioso, con vasca circolare rivestita di marmo, sul cui bordo è un gradino per entrarvi: dallato il _tepidarium_, o come esprime la parola, la camera ad ambiente tiepido, così mantenuto da un braciere, _foculare_, che vi si rinvenne di bronzo e valeva a graduare la temperatura dal caldo al freddo, quando si passava dal _caldarium_, o camera termale che fiancheggiava appunto il _tepidarium_, all’aria aperta.

Talvolta però il balneante dal _caldarium_ non s’arrestava nel _tepidarium_, ma transitandolo rapidamente, lanciavasi nel _baptisterium_ del _frigidarium_, perocchè si avesse fede che ciò valesse a rendere florida ed a fortificare la pelle, come lo attestano i versi di Sidonio Apollinare:

_Intrate algentes post balnea torrida fluctus,_ _Ut solidet calidam frigida lympha cutem_[198]:

è l’odierno sistema idropatico, principalmente nei bagni russi.

Nel _tepidarium_ pompejano si trovarono pure tre sedili di bronzo su cui sedevano indubbiamente gli avventori quando usciti dalla camera del bagno caldo si sottoponevano alla operazione dei _tractatores_, che erano schiavi adetti ai bagni, il cui ufficio era di stropicciare il bagnante finchè non fosse ben asciutto, di ben raschiarne la traspirazione della pelle fatta più abbondante dal vapore e i corpi eterogenei, a mezzo dello _strigile_, arnese ricurvo di ferro o di bronzo, il cui filo rendevasi talvolta più dolce linendolo d’olio, e le buone fortune dei quali sono rammentate da Giovenale, nella satira VI. alla quale rimando il curioso lettore; perocchè la parola italiana è alquanto più della latina pudica, e mal si presterebbe alla lestezza dell’acre e spregiudicato poeta satirico. Eranvi poi gli _aliptes_ che dopo ungevano con unguenti odorosi e profumavano; e le pareti del _tepidarium_ hanno piccole cavità tutto all’intorno che dovevano essere altrettanti ripostigli e di quelli stromenti e di quelli unguenti ed aromi.

Su quei sedili si lesse la seguente iscrizione:

M. NIGIDIVS VACCVLA. P. S. (pecunia sua)[199].

Nella camera termale o _caldarium_ era da una parte il bagno d’acqua calda detto _alveus_ e dall’altra il _laconicum_, o alcova semicircolare, riscaldata da una fornace e da tubi, _hypocausis_, sotto il pavimento e attraverso le pareti praticate espressamente vuote. Fu detto _laconicum_, perchè l’uso ne fu dapprima introdotto fra i Lacedemoni, e nel pompejano di cui parlo stava in mezzo il _labrum_, di cui spiegai lo scopo più sopra; ch’era cioè là vasca a fondo piano che conteneva l’acqua della qual s’aspergeva il balneante mentre gli si raschiava il sudore prodotto dalla temperatura elevata a cui eran mantenute le stanze, e immediatamente su di essi v’era un’apertura, _lumen_, che poteva esser chiusa od aperta con un disco di metallo detto _clipeus_, sospeso mediante catene, secondo si fosse voluto abbassare od elevare il grado di calore, come è indicato da Vitruvio. Tre finestre quadrate si veggono nella vôlta del _laconicum_ ed eran chiuse con vetri, _lapis specularis_, e vietavano l’entrata dell’aria. La seguente iscrizione venne decifrata sui bordi del bacino, scrittavi in lettere di bronzo:

GN. MELISSARO GN. F. APRO. M. STAIO. M. F. RVFO II. VIR. ITER. I. D. LABRVM EX D. D. EX P. P. F. C. CONSTAT H. S. DCC. L.[200]

Tutte le altre località minori valevano al servizio dei bagni.

La rimanente porzione dell’edificio è occupata da un altro appartamento distribuito sull’identico principio che ho esposto, avente un solo ingresso, e serviva, secondo l’opinione di molti, per i bagni separati delle donne. Esso era più piccolo di quello destinato agli uomini, ma non appariva in ricambio nè più elegante nè più grazioso: dal primo tempo di loro scoperta furono detti _bagni rustici_ e si credettero destinati invece alla povera gente.

Ricordo qui come per gli scavi venissero in questi bagni trovati un materozzolo di quattro strigili, un vaso di profumi ed uno specchio, il tutto in bronzo, e si conservano tuttavia nel Museo.

In quanto a ornati e cose d’arte, nel _frigidarium_ si notò un fregio in istucco rappresentante carri ed amori pieni di espressione; e nel _tepidarium_ una sequela di piccoli atleti, detti telamoni, in terra cotta che simulano sforzo per sostegno della cornice che posa sulla loro testa. La vôlta poi è lavorata a cassettoni dipinti in rosso e in azzurro; in ciascuno, de’ bassi rilievi leggiadri esprimenti Cupido che s’appoggia sul suo arco, Amorini a cavalcione di mostri marini, altri guidanti delfini o ippogrifi, o suonanti de’ timpani, un centauro, un Pegaso, un Ercole fanciullo seduto sul leone, e dappertutto poi si vedono festoni con ghirlande di fiori.

_Frigidarium, tepidarium_ e _caldarium_ hanno egualmente bei pavimenti di musaico.

Il lettore non ci vorrà pertanto negar ragione di aver detto di questi bagni o terme come si vogliano chiamare, che se non avevano tutta l’esorbitanza della magnificenza e del lusso delle più celebri terme di Roma, spiccavano nondimeno per i pregi della migliore semplicità e per l’eleganza.

La descrizione delle singole parti dei Bagni Publici che ho appena terminata, mi renderà più spiccio nel dire delle Terme Stabiane, così appellate dal ritrovarsi esse sulla via detta di Stabia.

Questo grande stabilimento è isolato da tre lati e v’ha chi con assai buona ragione sostiene che fossero bagni più antichi de’ precedenti che abbiamo visitato. Qualche argomento in proposito avverrà di trovare più avanti.

Intanto ci arresta a prima giunta una particolarità che non han gli altri bagni, una palestra, cioè, o più propriamente un ginnasio; perocchè la _palæstra_ fosse il luogo dove gli atleti che dovevano esporsi ne’ ludi publici si esercitassero nel pugilato e nella lotta, mentre il _gymnasium_ fosse un luogo imitato da quell’istituto di Grecia, nel quale la gioventù si procurava ricreazione ne’ giuochi ed esercizi corporali. Pressochè ogni città greca aveva il suo ginnasio: i resti di quello di Efeso stanno a ricordanza di quella istituzione, che presto divenne in Roma e nelle altre città che si reggevano a forma di Roma una parte interessante, direi quasi indispensabile di ben ordinate terme.

Quante maniere di comodi avesse un ginnasio lo si apprenda da Vitruvio.

«Nella palestra dunque si fanno i porticati quadrati, o bislonghi che sieno in modo che il giro attorno sia un tratto di due stadii, che i Greci chiamano δίαυλον: tre di questi portici si fanno semplici, e il quarto che riguarda l’aspetto di mezzogiorno, doppio, acciocchè nelle pioggie a vento non possa lo spruzzo giungere nella parte interiore. Ne’ porticati semplici vi si situano scuole (_exedræ_) magnifiche con de’ sedili, nei quali stando a sedere possano fare le loro dispute i filosofi, i retori e tutti gli altri studiosi.

«Nel porticato doppio poi si situano questi membri. Nel mezzo l’Efebeo[202]: questa è una scuola grandissima con sedili e deve essere lunga un terzo più della larghezza: a destra il Coriceo[203]: immediatamente appresso il Conisterio[204]: appresso a questo, appunto nell’angolo del portico, il bagno freddo da’ Greci detto λοὒτρον: a sinistra poi dell’Efebeo l’Eleotesio[205]: accanto all’Eleotesio il Frigidario: da questo, e giusto nell’altro angolo del portico, il passaggio del Propnigeo[206]: accanto, ma d’altra parte intorno e dirimpetto al Frigidario, viene situata una stufa a vôlta (_concamerata sudatio_) lunga il doppio della larghezza: questa tiene ne’ cantoni da una parte il Laconico e dirimpetto al laconico il bagno caldo. I porticati dentro la palestra debbono essere distribuiti con quella perfetta regola che abbiamo detta altrove.