Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 12

Chapter 123,666 wordsPublic domain

«Al di fuori poi si fanno tre porticati, uno all’uscio della palestra, i due altri stadiati[207] a destra e a sinistra: di questi quello che guarda il settentrione, si faccia doppio e spazioso, l’altro semplice, ma in modo che tanto dalla parte del muro, quanto dalle colonne vi resti un tratto come una viottola, non meno larga di dieci piedi, il mezzo sia sfondato per un piede e mezzo dalla viottola al fondo; al quale si scende per due scalini: il piano del fondo non sia meno largo di dodici piedi. In questo modo coloro che vestiti passeggeranno intorno per la viottola non saranno incomodati da lottatori unti che si esercitano. Questo portico si chiama da’ Greci ξὐστὸς[208] perchè vi si esercitano i lottatori in stadii coperti ne’ tempi di inverno.

«I sisti poi si fanno in questo modo: hanno fra due portici a piantarsi boschetti o platani, e in essi viali spalleggiati da alberi con de’ riposi fatti di smalto. Accanto al sisto ed al porticato doppio si lascino i passaggi scoperti, che i Greci chiamano παρκὸρομίδας, e noi chiamiamo sisti, ne’ quali anche d’inverno, ma a ciel sereno, escono dal sisto coperto ad esercitarsi i lottatori. Dietro a questo sisto vi vuole uno stadio fatto in modo che vi possa stare molta gente con agio a vedere i lottatori[209].»

Il Ginnasio in Pompei, chiamavasi _palæstra_, come di questa voce si serve pure Vitruvio nella citazione che ho finito di fare. Tanto si raccoglie da un’antica iscrizione, incisa su d’una tavoletta di travertino, trovata in una sala di questi bagni il 15 maggio 1857, secondo si rileva dalla succitata opera del commendatore Fiorelli e che suona così:

C. VVLIVS C. F. P. ANINIVS C. F. II. V. I. D. LACONICVM ET DESTRICTARIVM FACIVND . ET PORTICVS ET PALAESTR. REFICIVNDA LOCARVNT EX D. D. EX EA PEQVNIA QUOD EOS E LEGE. IN LVDOS AVT IN MONVMENTO CONSVMERE OPORTVIT FACIVN. COERARVNT EIDEMQVE PROBARV[210].

Questa iscrizione ci apprende doversi ai duumviri Cajo Vulio e Publio Aninio la ricostruzione di questa palestra; ma non è sufficiente a dirci se tale rifacimento fosse a seguito delle rovine cagionate dal tremuoto del 63; perocchè si voglia anzi dalla natura dei caratteri impiegati, inferirne anzi una data d’un secolo e mezzo prima.

Ma se questo fosse, come conciliare tal fatto con quanto afferma Vitruvio prima del brano che ho testè riferito; _nunc mihi videtur, tametsi non sint italicæ consuetudines, palæstrarum ædificationes tradere explicata et quemadmodum apud Græcos constituantur monstrare_[211], e con cui si vorrebbe escludere che al tempo di questo illustre architetto e scrittore non fossero in Italia conosciute le palestre? Or ritenendosi comunemente non potervi esser dubbio ch’egli abbia vissuto e fiorito sotto il regno d’Augusto, al quale egli dice nella Prefazione dell’Opera sua d’essere stato raccomandato dalla sorella di lui, non è possibile accogliere l’illazione dedotta dagli archeologi che l’iscrizione possa rimontare a tanto tempo addietro. Del resto l’impiego di più vetusti caratteri non può addursi a prova irrecusabile; perocchè potrebbe essere stato un vezzo di chi li usò, come usiamo far pur di presente.

La palestra pompejana era decorata di portici, doveva avere la sua sala di giuoco alla palla, sferisterio, se vi si trovarono ancora de’ globi di pietra, che avevano servito appunto al giuoco della sfera, al quale la gioventù si esercitava per acquistare forza ed elasticità di membra.

L’ingresso principale è dal lato di mezzogiorno, e presso di esso nel vestibolo, si ammira una bella scultura romana rappresentante un Termine sotto le forme d’una figura di donna molto elegantemente palliata.

Dal manco lato evvi un’ampia piscina pei balneanti; intorno ad essa son disposte diverse camerette per l’uso di essi. Una fra l’altre si distingue per eleganza di pittura e per una nicchia rettangolare destinata certo a contenere l’immagine di qualche divinità protettrice del luogo. Questa nicchia è fiancheggiata da due cariatidi che sostengono un bacino ed all’ingiro è dipinta una zona a scomparti, interrotta da paesaggi con pigmei e delfini.

Si pretende che siffatte pitture alludano al culto egizio e si trae la congettura da ciò che i Greci d’Alessandria stabiliti a Pompei e probabilmente in prossimità delle terme abbiano dovuto contribuire d’assai alla costruzione d’uno stabilimento che ricordava i loro usi nazionali.

I muri del portico sono dipinti a specchi rossi incorniciati d’una fascia gialla: le colonne di stucco rosse verso la base, sono bianche nella parte superiore e sormontate da capitelli pure in istucco che sostengono una cornice di squisito lavoro, se si argomenta da un frammento che si ritrovò e si ricollocò al suo posto.

Dal lato di mezzogiorno poi, nell’ottobre 1854, fu scoperto un bel quadrante solare, formato d’un semicerchio praticato in un rettangolo, sostenuto da zampe di leone, con eleganti fregi ai lati. Il gnomone collocato orizzontalmente nel centro dei raggi convergenti è perfettamente conservato. L’iscrizione osca che vi era, fu letta dall’illustre archeologo cav. Giulio Minervini di questo modo: _Marius Atinius, Marii filius, quæstor, ex multatitia pecunia conventus decreto fieri mandavit_[212]. Questo monumento è certo interessante: ci attesta per lo meno che, anche dopo essersi stabilita la colonia romana, in Pompei si usasse della lingua osca, e mi conforta nell’idea che mi sono formato ch’essa anzi durasse viva continuamente sulla bocca del popolo.

Dalla palestra poi si facea passaggio al bagno degli uomini: per le donne dovevano esser quelli ai quali si accedeva dalla Via di Stabia.

La prima sala del bagno degli uomini era il frigidario: tutte le pareti all’interno dipinte in azzurro hanno nicchie rettangolari come a ripostigli di vasi di unguenti e di profumi odorosi. Doveanvi essere pitture sulla volta e sulle muraglie, ma la prima crollò, e sulla seconda a sinistra non rimase che un pezzo di nudo di donna accosciata.

A destra di questa sala s’apre il tepidario, le cui muraglie hanno un doppio fondo, per la circolazione del vapore che per siffatta guisa moderava il calore dell’atmosfera; all’estremità sta il _baptisterium_ che doveva essere rivestito di marmi, arguendovisi ciò dalla impronta lasciatavi dalle tavole di marmo che vi stavano, vi lasciarono impresse le lettere d’un’iscrizione che così si arrivò a decifrare dal sullodato Minervini:

IMP. CAESARI DIVI FILI AVGVSTO IMPERATORI XIII TRIB. POTESTATE XV PATRI PATRIAE COS. XI[213].

La sala che segue era destinata al _caldarium_, o _sudatorium_ altramente detta. Come il _tepidarium_, aveva il pavimento detto _suspensura_, costruito cioè alto da terra, sorretto da specie di tegole di terra cotta, quadrate e con peducci, e valeva a permettere che il calore potesse liberamente circolare sotto di esso. Doppie pure son le pareti tinte in rosso, con pilastri in giallo a capitelli bianchi. Un bacino circolare stava da un lato della sala e nel mezzo di esso zampillava un getto di acqua bollente che contribuiva a rendere più caldo l’ambiente.

[Illustrazione: Tepidarium delle antiche Terme in Pompei. _Vol. II. Cap. XV._]

Il _destrictarium_, di cui si è fatto cenno nella surriferita iscrizione, che in un col _laconicum_ venne provveduto dai duumviri Cajo Vullo e Publio Aninio, stava rimpetto all’ingresso della palestra ed era quella località in cui i balneanti praticavano l’operazione dello strigile all’uscir del bagno. È forse la prima volta che si trovi questa sala così designata, non rinvenendosi la voce _destrictarium_ in alcun dizionario, essendovi derivata forse da _destringere, raschiare_.

Si sa che tale operazione di polirsi la pelle collo strigile era così usata e congiunta al bagno stesso, che i ricchi usavano portare gli strigili seco al bagno, ivi mandandoli a mezzo de’ loro servi, come si raccoglie da Persio:

_I, puer, et strigiles Crispini ad balnea defer,_[215]

che ogni stabilimento termale di qualsiasi città ne fosse largamente provveduto, e che nel bagno de’ poveri, dove questi arnesi non erano, nè eranvi le altre delicature, i bagnanti, a vece degli strigili, si fregassero contro le muraglie.

Contasi a tale proposito un aneddoto. Un giorno l’imperatore Adriano, visitando la terme di Roma, gli venne dato di scorgere un povero veterano che si stregghiava in questo modo contro il muro e che gli avesse a dare denari e schiavi onde potersi per l’avvenire farsi _strigilare_ dopo il bagno; e che ritornato Adriano dopo qualche dì nello stesso luogo, uno sciame di poveri affettasse, appena accorti di sua presenza, di far altrettanto di quello aveva praticato il veterano, sfregandosi a tutta possa la schiena contro il muro; ma che allora l’imperatore argutamente avesse a consigliarli a fregarsi piuttosto gli uni gli altri.

A sinistra del _destrictarium_, in un lungo corridojo che dava su d’un viottolo, trovansi quattro camerette, _solia_, certo riserbate a bagni isolati, poichè vi si trovassero le rispettive vasche in muratura.

Le sale pei bagni delle donne, a cui entravasi per la via di Stabia, erano pur degne di attenzione. Una, a gran volta con eleganti opere in istucco e pavimento in marmi, serve a ricevimento ed ha proprie nicchie, in numero di ventinove, per gli olj, le essenze e le lampade per quando vi si veniva o se ne usciva di notte. Tutt’all’ingiro corre un sedile di materia laterizia, e doveva valere anche per _apodyterium_ o spogliatoio.

Un’altra sala, circolare e pure elegante e con quattro nicchie per deporvi le vestimenta, ed una quinta per dar passaggio a un getto d’acqua, serviva pel bagno freddo; un’altra pel tepidario ed un’ultima pel _sudatorium_, ambe queste a _suspensura_ per la circolazione del vapore. Dovevano avere stucchi e pitture, ma il loro deperimento non permette che riscontrarne qualche reliquia appena.

Sul muro del vestibolo che separa il bagno degli uomini da quello delle donne evvi una pittura in giallo, rosso e verde, che raffigura un’ara ed un serpe che le si avvicina, e tali sacri emblemi, secondo Dyer, sarebbero valsi come di divieto agli uomini di non avanzare nell’appartamento riservato alle donne.

Eguale sistema nella distribuzione dei locali, come nel loro uso che abbiam veduto adottato per le terme e pei bagni publici, seguivasi pure ne’ _balinei_, o bagni de’ privati.

Vediamo, a mo’ d’esempio, adesso il _balineum_ appartenente alla villa suburbana di Pompei di Marco Arrio Diomede, e del quale m’ero riserbato di parlare nell’esordire di questo capitolo.

I bagni e loro pertinenze occupano un angolo ad una estremità dell’intero edifizio e vi si entrava dall’_atrium_ mediante una porta. Immediatamente a destra è una cameretta, forse usata come sala di aspetto, o destinata fors’anco agli schiavi addetti a questa bisogna dell’azienda domestica. Più in là l’_apodypterium_ era situato fra i bagni caldi e freddi, ed aveva un’entrata separata ad amendue.

Presso vi è un cortiletto triangolare coperto in parte da un colonnato, su due de’ suoi lati e nel centro vi era la piscina, o _natatio_ pel bagno freddo. In prossimità dell’_apodyterium_ era il tepidario, quindi la camera termale o _calidarium_, col _laconicum_ all’estremità circolare, e all’altra estremità l’_alveus_, o bagno d’acqua calda.

V’è inoltre il serbatojo generale per l’alimentazione dei bagni, la cisterna dell’acqua fredda, il sito per la caldaja dell’acqua calda; non che quello per la fornace e la stanza ad uso degli schiavi che la servivano.

Ora l’ordine mi imporrebbe indagare se in questa città vi fossero ninfei; ma senza ritornare sulla questione del loro significato, poichè non se n’è finora precisato alcuno, noterò invece che diverse erano le fontane sparse per ogni parte della città. Già nel corso dell’opera m’avvenne di rammentarne qualcuna; ora completerò alla meglio il discorso intorno alle stesse.

Quasi tutte le vie scoperte di Pompei mostrano aver avuto fontane, il più spesso collocate sull’angolo di crocicchi: anzi, come vedremo nel capitolo delle Case, la maggior parte degli edificj avevano fontane, impluvii e puteali: come poi ricevessero le acque, oltre il già detto, toccherò più avanti.

[Illustrazione: Fontane, Crocicchii di Fortunata in Pompei. _Vol. II. Cap. XV._]

Le fontane publiche sono pressochè tutte eguali e di una rara semplicità; perocchè si compongano d’una vasca formata da cinque pietre vesuviane riunite con legacci di ferro e sulla pietra posteriore un’altra se ne alza più alta, nella quale è scolpita in rilievo una testa di lione o d’altro animale o un mascherone, dalla bocca de’ quali esce l’acqua per versarsi nel sottoposto bacino.

Alcune fontane ottennero negli scavi nomi particolari: tali sono quelle dette _dell’Abbondanza_, all’ingresso del vicolo della Maschera, perchè reca sovra il bacino una figura scolpita con cornucopia; _del Bue_ che dà il nome alla via, perchè l’acqua vi è emessa da una testa di quest’animale; _di Mercurio_, perchè il suo cippo ha una testa di questa divinità che dà pure il suo nome alla via nella quale si trova, e su d’un muro dicontro la fontana fu dipinto questo dio in atto di fuggire stringendo una borsa; _di Venere_ sulla via di Stabia raddossata alla così detta _Casa del forno_, o come la chiama Dyer, la casa di Modesto per esservisi veduto appunto scritto su di essa il nome MODESTVM, perchè sormontata da una testa grossolanamente sculta e con una sola colomba; _di Rotonda_ sull’angolo di Vico Storto, per la sua forma che differenzia dalle altre; della _Viottola del Teatro_, i cui bordi o margini s’alzano di poco dal marciapiede, e però è difesa d’una inferriata, ecc.

Se ogni via finora dissepolta ebbe la sua fontana; se fontane troveremo in tante case, se terme publiche e bagni privati esistevano, è necessaria l’illazione che dunque copiosissima dovesse essere l’acqua in Pompei.

Vi bastava a ciò l’acqua del fiume Sarno? Vi sarebbe bastata se il suo livello fosse stato alto; ma sapendo già noi come questo fiume fosse a livello del mare, per formare il bacino di comunicazione e per essere perfino navigabile per un tratto di strada, come abbiam già veduto, e il Sannazzaro dicendolo eziandio impiegato alla irrigazione de’ campi

. . . . _pinguia culta vadosus_ _Irrigat, et placido cursu petit aequora Sarnus_[216];

non era assolutamente possibile che bastasse a tanto bisogno, molto più che sappiamo che la città dal mare si veniva su su adagiando pel declivio montuoso. Acquedotti saviamente praticati vi dovevano indubbiamente, secondo il sistema in que’ tempi generalizzato, derivar l’acqua da lungo, e così provvedere pe’ suoi mille condotti di ramificazione anche a tutte le fontane e serbatoj dalla parte più alta della città.

Infatti, in ogni parte di essa vennero trovati canali e condotti in muratura, in terra cotta ed in piombo; le case poi hanno latenti nelle muraglie siffatti tubi di piombo e in più luoghi, ad attestarlo, mettono fuori tra le macerie e le rovine i loro capi e provano quanta fosse la cura e l’importanza che si aggiungeva ad aver copia di acqua ovunque.

Il canonico Andrea De Jorio, nella sua _Guida di Pompei_, dedicò un’appendice a bella posta per le indagini sulle sorgenti che conducevano le acque alle terme, e giova ricorrervi per avere una certa luce nell’argomento, che pur fu soggetto a tante controversie. Pose prima per base il livello attuale del Sarno, il suo canale attuale che passando per Pompei trasporta le acque alla Torre dell’Annunziata; l’impossibilità che vi era che il suo livello potesse alimentare tutte le fontane di Pompei e infine tenne conto degli avanzi di antichi acquedotti, che sono nell’antico territorio di Sarno egualmente che nella città di Pompei. Esaminò poi la natura de’ condotti trovati dall’architetto Domenico Fontana, quegli che fu incaricato di condur l’acqua a Torre dell’Annunziata, e li dichiarò ramificazioni del principale antico, che doveva derivare dal luogo detto la Foce, o sorgente del Sarno; giudicò che la sorgente, che apprestava l’acqua all’antica Pompei fosse più alta di quella che oggi alimenta il canale detto _del Conte_.

Derivata per tal modo l’acqua dai monti e dalle sorgenti del Sarno, distribuivasi per tutta la città a mezzo di canali costruiti sotto le vie, per la cui manutenzione di tratto in tratto erano spiragli difesi da graticci di ferro, e mercè delle conserve e delle pressioni che esercitavano si faceva montare al livello dei getti più o meno alti delle publiche fontane, e servire ai bagni delle Terme ed agli altri dei quali ci siam venuti intrattenendo.

Il tremuoto dapprima del 63 e il cataclisma ultimo di Pompei sconvolsero ed ostruirono acquedotti e canali, e le acque deviarono e per modo, che ciò che allora poteva formar testimonio de’ savi provvedimenti edilizi per la somministrazione delle acque alla bella città, ora è divenuto astruso tema di congetture e di studj, frammezzo a’ quali se il solito dubbio, che, cioè, non vi fosse tutta quella copia di acque che si dice, non s’è cacciato, si fu perchè ad impedirlo, rimangono eloquenti i ruderi di aquedotti e di fontane, di bagni e di stabilimenti termali, che ponno essere tuttavia presi a modello e con buon frutto imitati al presente.

CAPITOLO XVI.

Le Scuole.

Etimologia — Scuola di Verna in Pompei — Scuola di Valentino — Orbilio e la ferula — Storia de’ primordj della coltura in Italia — Numa e Pitagora — Etruria, Magna Grecia e Grecia — Ennio e Andronico — Gioventù romana in Grecia — Orazio e Bruto — Secolo d’oro — Letteratura — Giurisprudenza — Matematiche — Storia naturale — Economia rurale — Geografia — Filosofia romana — Non è vero che fosse ucciditrice di libertà — Biblioteche — Cesare incarica Varrone di una biblioteca publica — Modo di scrivere, volumi, profumazione delle carte — Medicina empirica — Medici e chirurghi — La _Casa del Chirurgo_ in Pompei — Stromenti di chirurgia rinvenuti in essa — Prodotti chimici — _Pharmacopolæ, Seplasarii, Sagæ_ — Fabbrica di prodotti chimici in Pompei — Bottega di _Seplasarius_ — Scuole private.

Se fu dato potersi formulare a proverbio: di’ con chi tratti e ti dirò chi sei; parrebbe potersi eziandio dire, di’ come si istruisca un popolo e ti dirò quanto sia civile. Questo per adesso: forse non si poteva altrettanto affermare ai tempi di Roma, dei quali m’intrattengo col discreto e umano lettore.

Egli vedrà s’io mal non m’apponga nelle poche pagine che ho riserbato alle _Scuole_, traendone argomento dalle due di cui gli avanzi di Pompei ci han tramandato memoria.

La parola, come tanta parte delle nostre e delle latine, deduce l’origine sua dal greco. _Schola_ scrissero i latini e σχολή i greci, e vollero significare riposo da fatica corporea, il quale dà opportunità di ricreazione o di studio: così ci accadde già di ricordare la _schola_ o sedile in Pompei, ov’era l’orologio solare: così _schola_ chiamavansi quegli altri sedili in muratura ch’erano nelle terme, e via discorrendo. Presto poi venne adoperato il vocabolo ad esprimere il luogo in cui i maestri e i loro scolari si raccolgono per fine d’istruzione; nel qual unico senso fu quindi ricevuto nell’idioma nostro.

Io, come dissi, dalle due scuole summentovate, di cui ci è attestata da due iscrizioni l’esistenza in Pompei, nonchè dal ritrovamento di ferri chirurgici, de’ quali verrò a intrattenere chi legge, partirò per indagare l’indole dell’istruzione e della coltura intellettuale d’allora. Senza di questo capitolo, crederei incompleto il quadro che mi sono proposto di condurre delle condizioni di Roma e delle sue colonie, del quale mi danno causa e pretesto le rovine di Pompei.

Sotto il portico orientale del Foro civile di questa esumata città, e che già a suo luogo ho descritto, si è scoperta una vasta sala: nel fondo di essa è nel mezzo una specie di nicchia; altre minori sono distribuite tutte all’intorno, con porte agli angoli. Gau, scrittore, la cui autorità ho più volte in addietro invocata, riconobbe in tutte queste disposizioni, le disposizioni stesse delle antiche scuole d’Oriente. La nicchia del fondo avrebbe, secondo lui e con tutta ragione di probabilità, servito di cattedra al maestro; quelle all’ingiro spettavano invece agli scolari, per deporvi abiti e libri. Siffatta supposizione fu universalmente accolta e trovò il suo suggello di verità nella iscrizione seguente, che stava scritta in caratteri rossi, oggi affatto scomparsi, vicino alla porta, sull’angolo della casa:

C. CAPELLAM D. V. I. D. O. V. F. VERNA CVM DISCENT[217].

Questa iscrizione valse di per sè ad imporre a quella sala la denominazione di _Scuola di Verna_, e i commentatori e scrittori di _Guide_ a farne fuori un maestro di scuola di ragazzetti d’ambo i sessi, una specie di moderno asilo d’infanzia. Io mi permetto di dubitare che potesse trattarsi di scolari di così tenera età e molto meno di fanciulli d’ambo i sessi; perocchè, se ciò fosse stato, qual valore si avrebbe voluto aggiungere allora ad una raccomandazione in una elezione amministrativa fatta da piccoli fanciulli e da ragazzine? Doveva adunque essere, a mio avviso, una scuola almeno di giovinetti.

Anche un’altra iscrizione, fra le tante che vi dovevano essere state scritte sulla muraglia dell’edificio d’Eumachia, venne trovata il 26 gennaio 1815[218], e ci fa essa conoscere un tal Valentino, pur senza alcun altro prenome, per un altro maestro: essa è così concepita:

SABINVM ET RVFVM AED. R. P. D. VALENTINVS CVM DISCENTES (_sic_) SVOS ROG[219].

È notevole e sorprende sulla bocca d’un maestro un sì grosso strafalcione di grammatica come questo _cum discentes suos_, in luogo di _cum discentibus suis_, e dà la misura sì della scienza del maestro, che di quella de’ magistrati che lo tolleravano. «_Il avait_, dice a tal proposito Bréton, parlando di questa cima di maestro e delle sue sgrammaticature, _il avait certes besoin d’invoquer la protection des Ediles_.»

Ma ad altre considerazioni, più che di fredda grammatica, queste zelanti raccomandazioni de’ maestri di Pompei mi han fornito il soggetto e m’han condotto ad una savia conclusione.

I tempi sono pur sempre i medesimi, mi son detto: le più utili e virtuose istituzioni vengono sempre falsate e guaste: le passioni degli uomini se le assoggettano e sfruttano a loro profitto. Le sventure e i danni d’ogni natura, che ad essi toccano, non sono bastevoli lezioni ai popoli; oggi, come a’ tempi di Verna e Valentino, il greggie degli stipendiati governativi e delle anime subalterne è pur sempre l’eguale.

Non lamentiamoci poi adesso del pari di vedere a’ dì nostri, ne’ giorni delle elezioni politiche od amministrative, sguinzagliarsi impiegati e poliziotti a portare il loro voto in suffragio del candidato messo innanzi dal partito che siede al governo della cosa publica, o dalla così detta consorteria. Quest’ultima ho già fatto altrove rilevare essere esistita anche allora; Terenzio l’ha rammentata sotto il nome di _comitum conventus_; onde hassi da noi a conchiudere tali disordini dell’oggi essere nuove edizioni di vecchia storia, più o meno accresciute ed illustrate, a beneficio dei meglio accorti.

Questo Verna e questo Valentino di Pompei io suppongo essere stati precettori in quella città della adolescenza, della risma, o suppergiù, di quell’Orbilio, che fu maestro in Roma di belle lettere e reso immortale dal suo discepolo Orazio Flacco, il quale per vendicarsi dei colpi ricevuti per avventura dalla ferula di lui sulle mani e sulle spalle, lo ha marchiato, in una delle sue Epistole, qualificandolo _plagosus_[220], quasi _produttor di piaghe_, per aver fatto uso co’ suoi scolari di sferze e di flagelli.