Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)
Part 13
Nè doveva essere, a quanto pare, codesto sciagurato vezzo esclusivo di Orbilio, ma generale ne’ pedagoghi, s’anco Giovenale vi fece aperta illusione in quel verso della Satira I, sui _Costumi_:
_Et nos manum ferulæ subduximus_.....[221]
e del barbarico costume, come avvien d’ogni cosa brutta, è arrivata la tradizione infino a noi; perocchè io non sappia davvero se dappertutto, malgrado i divieti severi delle leggi e delle autorità, e più ancora i postulati della civiltà, sia stato ovunque per Italia diradicato, di gravi e sanguinose punizioni inflitte da’ maestri a fanciulletti avendo a’ giorni di mia infanzia udito più d’una volta lamentare.
Non chiamato a fare una completa monografia degli studj in Roma e nelle Colonie a lei soggette, non ne dirò ora che a larghi tratti, siccome è richiesto dalla economia dell’opera.
Presso questo popolo gagliardo e primitivo, dedito prima alle cure dei campi, poi a quelle dell’armi, gli studj, o furono quasi e per lungo tempo sconosciuti, o ne furono tardo pensiero. Il linguaggio medesimo era ben lungi dall’avere quella sonorità, armonia e maestà che assunse di poi nelle opere ammirabili de’ suoi scrittori: aspro e duro, era più proprio a comandar a’ soldati nelle battaglie; e se, al dir di M. Catone, fu costume delle genti italiche di cantare ne’ loro antichi dialetti inni e canzoni guerriere o nenie pei caduti in guerra, sposandole al suono delle tibie, ciò non attesta a favore di una avanzata civiltà. Imperocchè consuetudine siffatta si riscontri in tutte le genti rozze e bellicose. Ossian e i bardi caledonici non cantarono che le imprese di eroi d’una patria guerriera sì, ma non colta e civile. Ho già toccato altrove, parlando delle origini del teatro, come prima di Livio Andronico, Roma non avesse teatro proprio, paga delle Sature degli istrioni d’Etruria, e Andronico non fiorì che al principiar del sesto secolo. Meglio dimostrerà la condizione intellettuale e la nessuna coltura il singolarissimo rito usato ancora nel quinto secolo per la numerazione degli anni. Consisteva esso nel piantare nel muro del tempio di Giove, che era il più venerato di Roma, un grosso chiodo. Ciò facevasi alle idi di settembre solennemente per mano de’ pontefici, e dove alcun altro straordinario avvenimento si fosse voluto raccomandare alla memoria de’ posteri, eleggevasi all’uopo un dittatore che figgesse altro chiodo. E questi chiodi, in mancanza di lettere, segnarono per lungo tempo l’epoche più famose di Roma. Ecco le testuali parole di Tito Livio: _Eum clavum, quia raræ per ea tempora erant litteræ, notam numeri annorum fuisse ferunt_[222]. L’aritmetica e la geometria non si conoscevano se non tanto, quanto era necessario per misurare un campo, o per far le faccende giornaliere. Le loro cifre numeriche, osserva giustamente Francesco Mengotti, rappresentano espressamente le dita delle mani, che sono la prima aritmetica de’ fanciulli, dei villici e della natura[223].
La medicina stessa, reclamata dalla sollecitudine del corpo, distinta in sacerdotale e magica, rimase involuta lungo tempo nelle ubbie superstiziose. Solo poi, 263 anni prima di Cristo, Valerio Messala recò di Sicilia un quadrante solare, come già dissi a suo luogo, e appena 159 anni vennero da Scipione Nasica Corculo introdotti gli orologi ad acqua o clessidre. Prima i Romani erano rimasti per molti secoli senza neppure conoscere la divisione in ore del giorno e della notte e senza stromento alcuno per la misura del tempo. Plinio il Vecchio scrisse che le Dodici Tavole, compilate al principio del quarto secolo, non distinguevano che il nascere e il tramontar del sole[224]: dopo vi fu aggiunto il meriggio, che annunciavasi dal banditor del console, quando il sole si trovava fra la tribuna e la grecostasi. Allorchè dalla Colonna Menia il sole inclinava alle carceri, era sera.
Pel corso di parecchi secoli i Romani non posero alcun pensiero alla filosofia. Essi la conoscevano a mala pena di nome. Occupati da principio in difendersi, poi in rassodare la loro potenza sui vicini popoli che avevan soggiogati, interamente pratica era la sapienza che dalla esperienza avevano attinta. Un mirabile buon senso derivò loro dalle difficoltà dell’esterna lor posizione e dal godimento di una libertà sempre perturbata, ma che per le stesse sue commozioni, rinvigoriva gli animi e gli ingrandiva. Si è voluto attribuire alla filosofia pitagorica qualche influenza sulle instituzioni di Numa, e si è potuto con tanto maggiore facilità unire insieme a quest’uopo qualche tratto di rassomiglianza, in quanto che è probabile aver Pitagora inserito nella sua filosofia alcuni frammenti delle dottrine sacerdotali alle quali Numa non era straniero. Ma ecco dove fermar si deve ogni comunanza fra il greco filosofo e il re secondo di Roma[225]. Forse invece di queste dottrine sacerdotali di Numa e di altri legislatori a lui succeduti, la ragione e l’origine dev’essere ricercata altrove, in Etruria come verrò a notare.
Bisogno di studi elementari e di intellettuale coltura si sentì, più per ispirito d’imitazione che per altro, dopo che i Romani conobbero i Greci. Già sa ognuno di là dedotte le leggi delle Dodici Tavole: là unicamente reputavasi infatti la sede della scienza, della poesia, dell’arti.
Erasi, è vero, per l’addietro usato mandar in Etruria i giovani, per apprendervi i riti augurali, senza di che non avrebbero acquistato valore i pubblici atti, ed era molto se di là recavasi qualche tintura o conoscenza di lettere. E sì che colà la coltura e la sapienza erano più antiche che in Grecia, a cui per avventura e da essi e dagli Atalanti, i progenitori nostri, era ogni lume di civiltà e di sapere derivato. Fu altrimenti adunque, quando ebbe luogo mercè le conquiste fatte dalle armi romane, il contatto con la Grecia: il dirozzamento cominciò ad operarsi tra’ Romani, e n’ebber merito in principalità gli Scipioni, che tolsero a proteggere i letterati venuti di Magna Grecia in Roma. Ogni partito volle avere schiavi greci e, come sarebbesi scelto fra quelli sventurati il celliere ed il cuoco; così venne cercato il pedagogo, onde a’ figliuoli apprendere la lingua di Omero. E la lingua greca divenne di moda, nè uomo aspirar poteva al vanto di educato, se a lui famigliare non fosse stato quel magnifico idioma. Quinto Catulo comperò Dassi Lutazio per duecento mila sesterzj; Livio Salinatore procacciò maestro a’ suoi figli quel Livio Andronico, del quale tenni parola dicendo de’ Teatri; Paolo Emilio riempì la casa di filosofi, di retori, di grammatici, di pedagoghi e d’artisti d’ogni maniera; Scipione l’Africano protesse Plauto e Terenzio, ed ebbe amico e compagno di sue militari spedizioni Quinto Ennio di Rudia in Calabria, che era stato richiamato da Catone l’antico da Sardegna in Roma, e che, in buona fede o no, affermava in lui trasmigrata l’anima d’Omero.
Contuttociò, riguardavano i Romani gli studj, più che altro, oggetto di adornamento e di ricreazione, e Sallustio lasciò scritto: che i più assennati attendevano agli affari, nessuno esercitava l’ingegno senza il corpo; ogni uomo grande volea men tosto dire che fare, e lasciava che altri narrasse le imprese di lui anzichè narrar esso le altrui.
E poichè ho nominato ancora Andronico ed Ennio, dirò che anche dopo l’epoca in cui i Romani strinsero i legami coi Greci d’Italia e di Sicilia, essi non iscorgevano tuttora che leggerezza, mollizie e corruzione appo questi popoli, i quali dal lato loro li riguardavano quai barbari[226]. Verso il fine della prima Guerra Cartaginese, i Romani principiarono a conoscere la drammatica letteratura de’ Greci. Alcune tragedie greche tradotte da Andronico, il quale voltò pure in versi latini l’_Odissea_, presero il luogo de’ versi fescennini, de’ giuochi scenici degli Etruschi, e delle rozze farse Atellane degli Osci, come già sa il lettore per quel che ne ho discorso, trattando de’ Teatri.
In quanto ad Ennio, non pago egli della buona riuscita che ottenevano simili imitazioni, volle riportare un nuovo trionfo, mercè una traduzione dell’istoria sacra di Evemero, di quell’Evemero che fu il primo a pretendere che i numi della Grecia non fossero che uomini divinizzati, nati come noi e come ogni ordinario mortale anche defunti. Appresso qualunque altro popolo, un gran passo sarebbe stato codesto nel filosofico agone, e forse tale era l’intendimento del latino autore; ma sembra che i Romani non abbian veduto di primo slancio delle ipotesi di Evemero che un frivolo argomento di curiosità. Meno sospettosi degli Ateniesi eran dessi, perchè nessuna esperienza ancora gli avvertiva delle conseguenze della filosofia sopra la falsa lor religione. Lo stesso avvenne rispetto alla esposizione del sistema di Epicuro fatta da Lucrezio. Queste due opere erano germi gettati sopra un terreno non ancor disposto a riceverli.
De’ libri avevasi quindi sospetto, quasi intaccassero le istituzioni e la religione patria; epperò essendosi, durante il consolato di Cetego e Bebbio, dissotterrati alcuni libri di filosofia, Plinio scrisse essersi poi ordinato dal console Petilio di abbruciarli: _combustos, quia philosophiæ scripta essent_[227].
È nondimeno nel senso che la coltura si venisse più generalizzando e perfezionando per i Greci ed importando nuove forme nella drammatica, che si dovrebbero intendere i versi di Orazio, che altre volte appuntai in addietro:
_Græcia copia, victorem cœpit et artes_ _Intulit agresti Latio_[228];
non già per dire che veramente l’importazione prima della letteratura venisse proprio di là. Notai come anzi gli incunaboli della poesia drammatica avessero avuto nelle _sature_ e nelle _atellane_ origine assai prima tra noi, e le Muse _sicelides_ e i vari poeti e vati della Magna Grecia fossero stati nostri.
A questi Greci, schiavi o liberti, che popolavan Roma, dispensandovi la scienza, dai patriotti guardavansi in cagnesco, e si giungeva perfino a trattarli da ladri e peggio, e si poneva in canzone il loro grave sussiego assai volentieri, e ridevasi di cuore alle tirate contro essi in teatro, e il popolo tutto applaudiva. Così fu all’entrar in iscena di _Curculione_ in Plauto al declamar di que’ versi:
_Tum isti Græci palliati, capite operto qui ambulant,_ _Qui incedunt suffarcinati cum libris, cum sportulis,_ _Constant, conferunt sermones inter se drapetæ:_ _Obstant, obsistunt, incedunt cum suis sententiis_ _Quos semper videas bibentes esse in thermopolio:_ _Ubi quid surripuere, operto capituto, calidum bibunt_ _Tristes atque ebrioli incedunt_....[229]
Marco Tullio, nel libro II _de Oratore_, c. LXVI, rammenta del proprio avo, Marco Cicerone, come avesse a dire: _nostros homines similes esse Syrorum venalium; ut quisque optimi græce sciret, ita esse nequissimum_[231]: lo che dimostra come non fosse disapprovata questa grecomania dal volgo soltanto, ma ben anco da uomini austeri e di autorità; perocchè quel vecchio uomo dovesse nel suo municipio aver avuto considerazione e voce, se aveva potuto con frutto farsi oppositore a M. Gratidio, che proponeva la legge tabellaria.
Ma quantunque si affettasse questo publico sprezzo per cotesti schiavi o liberti greci, nè si volesse far credere che alle lettere nazionali si anteponesse la stima e lo studio di quelle di Grecia; quantunque si armasse perfino l’autorità del governo con editti e leggi contro l’irruenza della straniera dottrina; pur nondimeno accadde che gli uomini illuminati di un’età più matura, astretti ad eleggere tra l’abbandono di ogni filosofica speculazione, e la disobbedienza al governo, furono condotti ad attenersi a quest’ultimo partito dall’amore delle lettere, il quale allorchè ha posto radice, cresce ogni giorno, perchè ha in sè stesso la sua fruizione. Nè ciò fu tutto; avvegnacchè tutti i patrizi non solo e i più facoltosi, ma eziandio tutti quelli che appena l’avessero potuto, dopo i primi studj in patria compiti, mandassero per ciò i loro figli a perfezionarsi in Grecia. Era una vera colonia di distinta gioventù romana, che si trovava per conseguenza in Apollonia, in Rodi, in Mitilene ed in Atene, eclettica e nella sua filosofia, come ne’ suoi costumi; e sotto le ombre severe dell’Accademia e nei giardini d’Epicuro si informava essa a giganti progetti di guerra, egualmente che alle severe discipline della vera eloquenza e della poesia.
Orazio medesimo, sebben figlio di liberto, si trovò alla sua volta condiscepolo di Marco Bruto alla scuola di Teonesto e di Cratippo; e fu colà per avventura, che stringendosi in amicizia con quel fiero repubblicano, potè per di lui mezzo ottenere dipoi il comando d’una di quelle legioni, che soccombettero nei campi di Filippi, e dove ei, gittando lo scudo, certo non fe’ prova di molto valore.
Buon per lui nondimeno che nella Grecia aveva potuto il suo genio spaziare più libero, aggraziarsi, profumarsi e così preparare lo spirito a quelle innovazioni nella poesia, da poter esser detto il primo de’ lirici latini, anzi quello che creò la lirica latina. Inceppata per lui, come per gli altri, era stata la educazione della mente in Roma: essa erasi voluto costringere a limitarsi alla sola conoscenza e studio delle cose antiche e già troppo viete; ma con Livio Andronico, con Ennio, con Nevio, Pacuvio, Accio ed Afranio soltanto non s’andava innanzi. Va bene, dice Orazio, che sian codesti altrettanti modelli; va bene che Roma tragga a’ teatri ad applaudirli: il popolo talvolta vede giusto, ma talvolta anche s’inganna. S’egli ammira gli antichi autori, s’ei gli esalta al punto di nulla trovare che li sorpassi, niente che loro regga a petto, s’inganna a partito; ma s’egli ammette che ad ogni tratto si incespichi con essi in termini che han fatto il loro tempo, e in uno stile bislacco, è nel vero, e la pensa come noi. Io non l’ho contro a Livio, nè penso che sieno da annientare i suoi versi che mi dettava fanciullo Orbilio di piagosa memoria; ma è egli poi giusto che per qualche concetto, qui e qua brillante, per un paio di versi un po’ meglio scorrevoli de’ restanti, abbiasi ad andare in visibilio?...
_Jam Saliare Numæ carmen qui laudat, et illud,_ _Quod mecum ignorat, solus vult scire videri:_ _Ingeniis non ille favet plauditque sepultis;_ _Nostra, sed impugnat, nos, nostraque lividus odit._ _Quod si tam Graiis novitas invisa fuisset,_ _Quam nobis; quid nunc esset vetus? aut quid haberet_ _Quod legeret, tereretque viritim publicus usus?_[232]
Del resto, come già notai, Plauto e Terenzio, che pur formavano la delizia de’ romani teatri, avevano dedotto le loro commedie dal greco; più liberamente Plauto, che le ama almeno adattate a foggia nazionale; meno invece Terenzio, ch’ei medesimo proclama d’aver fedelmente tradotto Menandro e se ne reca a vanto.
Ritemprata così la letteratura latina nella greca, si preparò quello che si disse il secolo d’oro della latinità. Tito Livio, Crispo Sallustio, Giulio Cesare, Tacito e Cornelio Nipote nella storia; Cicerone, Ortensio, Crasso, Cornelio Rufo, Licinio Calvo ed altri molti nell’eloquenza, la quale però coll’avvenir dell’impero perdette di sua libertà e di molta parte di suo splendore; Catullo, Tibullo, Virgilio, Orazio, Properzio, Ovidio, Cornelio Gallo nella poesia, chiamano ancora la nostra ammirazione e formano tuttavia l’oggetto de’ nostri studi: essi poi capitanavano una schiera di molti altri ingegni minori.
Coll’eloquenza, di cui ho ricordato i campioni, pur la giurisprudenza offrì le egregie sue prove e i suoi valorosi cultori. Sesto Elio Peto (184 anni av. G. C.) publicò l’_Jus Civile Elianum_ e furono celebri giureconsulti M. Porcio Catone, P. Mucio e Quinto Mucio Scevola, che indagarono primi i veri principj del diritto ed applicarono alla giurisprudenza la dottrina morale degli stoici. Quando poi il potere supremo si accolse nelle mani di un solo, i rescritti, i decreti, gli editti e le costituzioni degli imperatori dischiusero nuova fonte alla scienza del diritto, che si vide collegata alla filosofia. I più rinomati giureconsulti del tempo di Cicerone furono L. Elio, Servio Sulpizio Rufo e A. Ofilio; sotto Augusto C. Trebazio Testa, P. Alfeno Varo, autore de’ _Digestorum_, Libri XL, che si conservarono nel Digesto. M. Antistio Labeone e C. Ateio Capitone originarono due sette, che discordavano tra loro ne’ principj da seguire nelle consulte: il primo inclinando al rigoroso diritto; il secondo all’equità. I loro discepoli Masurio Sabino (20 anni dopo C.) e Sempronio Proculo (69 anni dopo C.) diedero a tali sette estensione maggiore, i primi attenendosi alle sentenze degli antichi giureconsulti; i secondi ai principj generali del diritto.
Più sopra accennai come nei primi cinque secoli Roma si trovasse sprovveduta affatto d’ogni nozione di matematica: essa quindi le attinse, come per gli altri rami dello scibile, a fonti greche, piuttosto occupati della pratica applicazione nello scompartimento dei terreni, nella disposizione degli accampamenti e nella costruzione dei grandi e sontuosi edifizi. Tra gli scrittori che si distinsero in siffatta materia, primeggia Marco Vitruvio Pollione, coll’opera sua _De Architectura_ in dieci libri, a lui commessa da Augusto ed alla quale ho tante volte in questa mia ricorso, perocchè sia utilissima per la storia e la letteratura dell’arte presso gli antichi e contenga viste elevate e filosofiche, comunque talvolta pecchi di oscurità, e di disordine.
Lo studio della natura vantò a suo principale cultore Cajo Plinio Secondo Maggiore o il Vecchio (23-79 anni dopo G. C.) del quale ho già a lungo parlato nel dire del cataclisma pompejano; l’Economia rurale mette innanzi L. Giunio Moderato Columella, che scrisse dodici libri _De Re Rustica_; e la Geografia Pomponio Mela che ne dettò, circa al tempo di Nerone, un compendio in tre libri: _De situ Orbis_, tratto in gran parte dalle opere greche, ma con molta accuratezza, giudizio e critica.
E così fiorirono parimenti le scienze. Ho già notato le cause per le quali il nascimento e lo sviluppo d’una filosofia nazionale in Roma, fosse pressochè impossibile, giacchè il genio speculativo dovesse necessariamente essere alieno dallo spirito pratico politico e guerriero dei Romani. Essi infatti non entrarono mai nella sfera dei problemi filosofici per esercitarvi la loro attività individuale. Si accontentarono di scegliere e di adattare fra i sistemi della greca filosofia quelli che lor parvero più acconci alla vita politica ed alle abitudini private e solo a quando a quando si risvegliò tra essi qualche interessamento e di gusto per la filosofia quando fu creduta mezzo di sviluppamento intellettuale o di progresso. La filosofia stoica era la più consentanea all’indole romana e in tempi di corruzione e di despotismo essa fu il rifugio delle anime temprate a robusto sentire, ch’ebbero forza di levarsi al disopra del depravamento del proprio secolo. Negli ultimi anni della Republica la filosofia platonica vi fu favorevolmente accolta, perocchè offerisse all’oratore negli ajuti della sua dialettica e dottrina di verisimiglianza alcuni reali vantaggi; ma poi quando i costumi degenerarono, i Romani divennero seguaci per lo più della filosofia di Epicuro, come quella che porgesse ad essi ciò che ad essi abbisognava, un codice, cioè, di prudenza e le norme del piacere; finchè più tardi, sotto l’imperio di Marco Aurelio per breve momento sfolgoreggiò una più vera filosofia. Quella di Aristotele, che in Grecia aveva trovato sì gran numero di proseliti, in Roma parve oscura, nè ebbe attrattive per menti straniere alle astratte speculazioni e più curiose che meditabonde; e non fu quindi che più secoli dopo che invadesse le scuole in Italia e che, puossi dire, essere stata regolatrice delle medesime infine al chiudersi del medio evo; onde fosse nel vero l’Allighieri, quando di questo sommo ebbe a dire:
Vidi il Maestro di color che sanno Seder tra filosofica famiglia: Tutti l’ammiran, tutti onor gli fanno[233].
Si è voluto rinfacciare alla filosofia d’Epicuro, anzi alla filosofia in genere, la cagione della caduta della libertà, e si è accusata leggieramente di secolo in secolo con una maravigliosa facilità, come quella che avesse condotto la rovina di Roma: ma tale accusa fu ingiusta. Tutti gli uomini che difesero la republica furon filosofi. Varrone meritò di essere proscritto dai Triumviri, e scampandone appena dalle persecuzioni, perdè la biblioteca e i suoi scritti: Bruto amava siffattamente le greche dottrine, che non eravi al suo tempo, come ci narra Plutarco[234], setta alcuna che da lui conosciuta non fosse. Catone morì leggendo Platone. Cicerone, durante il corso della sua operosa e gloriosa carriera di tanto vantaggio al libero reggimento di Roma sì che la salvasse dalla cospirazione di Catilina, mai non cessò di consacrare alla filosofia tutti i momenti che potè ritogliere a’ suoi doveri di oratore, di soldato e di cittadino. Fin dalla sua infanzia intimo amico di Diodoto, poi discepolo di Possidonio e protettor di Cratippo, egli aveva caro di ripetere che andava tenuto della sua dottrina e della sua eloquenza molto più alla filosofia, che non alla retorica propriamente detta, e mostrò saperla mettere in pratica, quando seppe ricevere il mortal colpo senza dar segno di debolezza, castigandosi per tal modo d’avere sperato in Ottaviano.
La storia pel contrario non ci trasmise che i distruttori della romana libertà nutrissero per la meditazione un pari amore.
Non ci vien narrato che Catilina fosse filosofo; Cesare, al principio di sua funesta carriera, professò in senato principj di triviale irreligione e grossolani assiomi, cui probabilmente questo giovane cospiratore aveva raccolti ne’ suoi intervalli delle sue dissolutezze e delle sue trame. Il voluttuoso Marc’Antonio, l’imbecille e codardo Lepido e tutti quelli avviliti senatori e que’ centurioni feroci, di cui gli uni tradirono, gli altri dilaniarono Roma spirante, non si erano, a quanto si sappia, formati a nessuna scuola di filosofia.
Tutto questo movimento letterario e scientifico in Roma per altro non era che un possente riflesso della greca letteratura e dottrina, e della quale fu anzi tanta l’influenza che, se il latino idioma doveva necessariamente essere il linguaggio della magistratura, il greco divenne quello della coltura e dell’eleganza. Questo si parlò nella conversazione, nella famiglia e perfin nell’amore, dove trovasi più soave appellar l’amica, come notò con derisione Marziale, dicendola ζωή, ψυχὴ, cioè _vita_ e _anima_; e Orazio raccomandò nell’_Arte Poetica_, a’ Pisoni il continuo studio dei greci esemplari:
_vos exemplaria græca_ _Nocturna versate manu, versate diurna_[235].
Già qualche cosa, parlando della lingua usata in Pompei, trattai della coltura in questa città: ora con quanto ho testè detto di Roma, rimane completato per riguardo a Pompei; perocchè ripeto le provincie e più ancora le colonie seguissero in tutto l’andamento della capitale.
Gli schiavi poi applicati a copiar manoscritti provvidero i privati di buone biblioteche. Già Paolo Emilio aveva dato l’esempio di cosiffatta raccolta, trasportando a Roma quella di Perseo re di Macedonia da lui vinto: Silla aveva fatto altrettanto trasportando da Atene quella di Apellicone Tejo; e più ricca l’ebbe il fastosissimo Lucullo: Cicerone aveva di libri fatto egli pure incetta; ma tutte finallora erano state proprietà private. Chi pensava a dotarne di una il publico, quale era stata a Pergamo ed Alessandria, incaricandone Varrone, reputato il più dotto de’ suoi tempi, fu Cesare, ajutato poi in questo suo egregio pensiero da Asinio Pollione, dopo che Cesare era stato da morte impedito di condurlo ad effetto. P. Vittore conta ventinove biblioteche in Roma, ultima fra le quali quella di Marziale, che ne’ suoi epigrammi non può resistere all’amor proprio di ricordarla.