Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)
Part 14
Pompei non aveva biblioteche pubbliche, nè forse l’ebbe pur Ercolano: almeno traccia di esse non presentarono finora gli scavi; ma e di una città e dell’altra ho già a suo luogo nondimeno osservato quanti papiri siansi raccolti mezzo arsi e con sommo artificio svolti e interpretati; quantunque finora non si possa dire d’essersi vindicato dall’azione distruggitrice del tempo un’opera qualunque che fosse di una grande importanza.
Volendo or qui toccare alcun che del modo tenuto nello scrivere, poichè altrove ho già detto delle tavolette cerate, e pur altrove ed anche adesso de’ papiri e delle pergamene, accennerò come su queste ultime scrivessero in fogli non ritagliati e quadrati, nè da ambe le facciate, come usiamo noi; ma per il lungo, e da una sola parte, ed acciò la grandezza non cagionasse impedimento nello scrivere, per fissarla, usavano d’una bacchettina di cedro o d’ebano, con capi d’oro o di gemma, indi piegassero la carta arrotolandola, e per questo rivolgimento avesse a nascere il vocabolo di volume, _volumen_.
La gente d’umile condizione scriveva pel contrario d’ambe le facciate; lo che venne mano mano in uso anche degli scienziati; onde Cicerone scrivendo ad un suo famigliare, avesse a dire d’aver sentito gran dispiacere nel leggere la prima facciata della lettera di lui e grande contentezza nel voltar l’altra[236]; Giovenale parlasse di una certa tragedia scritta in questa foggia[237]; Marziale ad accennare del proprio libro stesso così scritto[238]; e Plinio il Giovane, finalmente, scrivendo a Marco, dandogli conto d’alcune opere eredate dallo zio, l’illustre naturalista, in ispecie gli narrasse di censessanta commentarii scritti da una facciata e dall’altra[239].
Le iscrizioni e titoli delle opere, secondo ne fa fede Vitruvio[240], venivano ornate con minio, e le carte stropicciate sottilmente con olio di cedro, proveniente dal Libano, non tanto per conservarle dal tarlo, quanto per renderle odorose; onde Orazio, nell’_Arte Poetica_, a significare opera meritevole d’immortalità, in quel modo che si credevano durar le cose unte coll’olio di cedro, usò di questo concetto:
. . . . . _cedro digna locutus;_
e Ovidio non meno vi fece allusione nel primo libro _Dei tristi_, in quel verso:
_Nec titulus minio, nec cedro charta notetur._
Detto di queste particolarità, progredendo nel mio tema, eran pure per la più parte fra gli schiavi, od erano stranieri coloro che si applicavano alle discipline mediche e chirurgiche: la prima però affidata più all’empirismo che alla vera scienza.
Valga il seguente aneddoto:
Il figlio di Marc’Antonio, dando una cena a’ suoi amici, vi convitava altresì Filota medico d’Amfrisso. Tra le argomentazioni ch’era in uso a que’ tempi di proporsi a tavola, Filota uscì in questa: V’è una certa febbre che si vince coll’acqua fredda; chiunque ha la febbre, ha una certa febbre; dunque l’acqua fredda è buona per chiunque abbia la febbre.
L’insulso paralogismo, degno d’un puerile scolasticismo, si meritò dallo spensierato Anfitrione i più ricchi donativi.
E valga pure il notare il passaggio, che fu anche satireggiato da Marziale, di un medico alla vile condizione del gladiatore:
_Oplomacus nunc es, fueras ophthalmicus ante:_ _Fecisti medicus, quod facis oplomacus_[241].
La medicina fu, tra le scienze, quella che a Roma ottenne poco favore e vi fece minori progressi. Non è già che ivi si mancasse delle cognizioni ausiliarie su cui poggia la teoria della medicina; ma fino ai tempi di Plinio il Vecchio venne abbandonata quale occupazione illiberale, come già dissi, agli schiavi, a’ liberti od a’ forestieri. In questa, come nelle altre, i Greci la fecero da maestri, e fu Arcagato (535 di Roma), a quanto ne attesta lo stesso Plinio[242], il primo medico greco che gli iniziasse alla medicina. Lucullo, Pompeo ed altri illustri Romani invitarono in Roma parecchi greci di condizione libera per esercitarvi quest’arte. Sotto Cesare, montarono in grande stima, che vieppiù s’accrebbe regnante Augusto. Quest’ultimo accordò loro rilevanti privilegi, i quali allettarono più romani a dedicarsi, quantunque liberi, allo studio e alla pratica di questa scienza.
V’ebbero così medici pubblici e privati. Questi ultimi erano per lo più schiavi o liberti che abitavano col padrone e lui e la famiglia sua unicamente assistevano, o gli aderenti di casa.
I medici publici, ben lontani dal sentire la dignità degli odierni, esercitavano il loro mestiere in una bottega, alla quale ricorrevano coloro che avessero avuto d’uopo di salassi, di operazioni chirurgiche o di avere strappati i denti; suppergiù come anche adesso in certi rioni di Napoli vedasi sulla bottega di barbiere annunciato che si fanno anche salassi.
E si andava a tastone. Una determinata cura non era riuscita a guarire una malattia, ebbene per essa si ricorreva a farmachi affatto contrarj. Narrasi di Antonio Musa, liberto di Augusto e amicissimo di Virgilio, medico di corte e celebratissimo, tal che gli furono eretti, a cagion di lode, statue e monumenti, che avendo veduto che i bagni caldi non avevano punto giovato al padrone aggravatissimo, gli consigliasse i bagni freddi e questi adottati, l’avessero a guarire. E del chirurgo Arcagato, del quale ho parlato più sopra, come primo introduttore della medicina in Roma, si racconta essere stato cotanto sanguinario, che il datogli soprannome di vulnerario gli venisse presto mutato in quello di carnefice.
Come maravigliare allora di quel che menzionò Plinio il Vecchio dell’antico Catone avere scritto al figlio: _jurarunt inter se Barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis_[243].
Quindi è che ottenne fama e voga Asclepiade di Prusia in Bitinia, che recatosi a esercitar medicina in Roma un secolo prima di Cristo, deducendo le differenti malattie da viziosa dilatazione o stringimento de’ pori, e riducendo la medicina a rimedi che producessero l’effetto contrario, voleva una cura limitata a dieta, ginnastica, fregagioni, vino, uso di semplici e divieto d’ogni farmaco violento ed interno. A lui si attribuisce l’invenzione delle doccie, che si designarono col nome di _balneæ pensiles_. Furonvi altri medici che conseguirono celebrità, come il dottissimo Aulo Cornelio Celso, vissuto a’ tempi d’Augusto, che nulla per altro innovò, solo spiegando buon criterio nell’adottare le dottrine de’ suoi predecessori, dettando que’ libri, _De Artibus_, de’ quali otto sono ancora superstiti[244]; e come Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, che nel trattato _De Compositione Medicamentorum_, che sussiste tuttavia, ed è tenuto in poco conto, cercò combinare le dottrine metodiche coll’empirismo, insegnando a non levare il dente leso, ma levarne solo la parte guasta, e suggerendo l’applicazione della elettricità pel mal di capo, mediante una torpedine viva; ed Erodico da Leonzio, che trovò la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj susseguiti da bagno, a un di presso come farebbesi oggi a Grafenberg.
Claudio Galeno di Pergamo, di vastissimo ingegno, studiosissimo della natura e dell’anatomia, non venne in Roma che più tardi, al tempo, cioè, di Marco Aurelio imperatore.
Piacemi qui ad ogni modo segnalare come la città di Crotone, la formidabile rivale di Sibari, nel golfo di Taranto, fosse celebrata fin dall’antico per l’eccellenza de’ suoi medici e chirurghi.
La professione del medico era lucrosissima. Manlio Cornuto prometteva duecentomila sesterzj a chi l’avesse guarito dal lichene, malattia alla faccia; altrettanto si fece pagare Carmide un viaggio in provincia, egli che tuffava tutta Roma e fino i consoli e i senatori decrepiti nell’acqua gelata; Alcmeone raggranellò una fortuna di dieci milioni di sesterzj; Quinto Stertinio riceveva cinquecentomila sesterzj dagli imperatori, e dalla clientela in Roma seicentomila all’anno, e congiuntamente a suo fratello, lasciò un patrimonio di trenta milioni di sesterzj, oltre all’aver dotata Napoli di opere superbe. Dieci milioni ne lasciò Crinate, dopo di averne consacrati altri dieci a rialzare le mura di Marsiglia sua patria: e Valente ed Eudemo, medici e drudi di Messalina e di Livia, disponevano a capriccio del talamo e del tesoro imperiale.
Tranne questi medici principali e forastieri, per lo più greci, vessati del resto anch’essi e costretti anzi a partire da Roma, dove non ritornarono che più tardi, gli altri medici erano per lo più schiavi o liberti, e quindi i primi esposti in caso di mala riuscita, alla battitura e alla catena, e i secondi alla condanna da parte della giustizia ad ammende considerevoli.
Le cortigiane poi che non erano sotto la vigilanza dell’edile, affidavansi a certe vecchie medichesse, _medicæ_ che non solo erano levatrici, ma addette eziandio alla magia ed alla medicina empirica. Trovasi infatti in Grutero, un’iscrizione che ricorda una Seconda medichessa:
_Secunda L. Livinæ Medica._
Aniano, nelle sue annotazioni al codice teodosiano, ricorda le _medicæ juratæ_, le medichesse giurate, che non erano che levatrici autorizzate a studiare medicina.
A Pompei la medicina doveva trovarsi presumibilmente non impari ne’ progressi a quella di Roma. Lo si può dedurre almeno dalla moltiplicità ed esame degli stromenti chirurgici ritrovati negli scavi, che appunto per essi fu assegnata ad una casa, scoperta nel 1771, la denominazione di _Casa del Chirurgo_ nella via Domiziana, a fianco della casa detta delle Vestali.
Questa casa abbastanza grande ha tredici camere, talune adorne di pitture e con pavimenti in mosaico. Nel fondo, a destra dello xisto, vi è una camera sulle cui pareti è dipinta la Toeletta di Venere, egual soggetto trattato così stupendamente dal morbido e grazioso pennello di Guido Reni. Pur dalle pareti di queste sale furon tolti altri dipinti rappresentanti un pittore che dipinge un busto, una testa, una Baccante ed una quaglia, che si depositarono, come tutte le altre cose pregevoli di Pompei e d’Ercolano, al Museo Nazionale.
Ma all’argomento mio importa tener conto adesso e parola dei suddetti arnesi chirurgici, che vi si ritrovarono.
Nella più vasta sala dell’abitazione, che verosimilmente doveva essere la sala anatomica e la scuola di medicina, ben quaranta stromenti di chirurgia si rinvennero, e quantunque si riconoscano di piuttosto grossolana fattura, se si paragonano agli odierni, lavorati con tutta la finitezza e talvolta con eleganza, riescono tuttavia assai interessanti, riscontrandosene pure taluni che rassomigliano molto ai moderni, ed altri di diverso disegno e per usi che non si sanno forse indovinare.
Con siffatta scoperta si è conosciuto che cosa mai fossero le _cucurbitæ_ o _cucurbitulæ_, usate in medicina, rammentate pur da Giovenale in questo verso:
_Jam pridem caput hoc ventosa cucurbita quærat_[245]
e si comprese che se dovevano essere coppette fatte della scorza di questi frutti, o piccole zucche, potevano essere anche di bronzo, siccome queste trovate in Pompei. Fu inteso egualmente meglio, anche il passo di Celso, che allude a ventose di bronzo e di corno[246]. — Queste ventose pompejane sono a foggia di mezze ampolle con quattro buchi, che solevansi otturare con creta, che poi si levava onde distaccarla dalla pelle che il vuoto aveva attratto. Si riconobbe eziandio lo strumento per saldare le vene, gli _scalpelli escissorii_ a guisa di picciole punte di lancetta da una parte e dall’altra aventi il _malleo_ per la frattura delle ossa; le spatule di diverse forme; gli specilli concavi da un lato e dall’altro a forma d’oliva; un _catetero_ bucato colla sua guaina mobile; un _unco_ per estrarre il feto già morto; ami, aghi, forbici dentate a guisa di tenaglia, _circini escissorii, bolselle a denti, sonde urinarie_, lancette, bisturi, siringhe auricolari, seghe, coltelli ecc. tutti del rame più puro, con manichi di bronzo e riposti in astuccio pur di rame e di bosso. I soli bottoni per l’applicazione de’ cauterj erano in ferro.
A chi ne voglia sapere di più consiglio ricorrere alla dotta dissertazione di Louis Choulant: _De locis Pompejanis ad rem medicam facientibus_, Leipzig 1823, ed alla descrizione illustrata da disegni del cav. Leonardo Santoro di Napoli, inserta nelle Memorie dell’Accademia di Napoli: non che al trattato edito nel 1821 a Parigi dal dottor Savensko di Pietroburgo, e da cui risulta che già si conoscessero a’ tempi di Pompei strumenti chirurgici che si credono invenzione de’ nostri giorni, e che pur allora si possedessero mezzi dall’arte chirurgica che non son oggi neppur sospettati.
Cesare Cantù poi ricorda[247] che all’accademia di Parigi fossero dal signor Scouteten presentati i seguenti strumenti, dissotterrati a Pompei ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell’ano e dell’utero a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja (_curette_) terminata al lato opposto da un rigonfiamento a oliva, all’uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per legare le ossa; coltelli dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli; l’elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette depilatorie, pinzette mordenti a denti di sorcio, una a becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti cauterizzanti.
Se la medicina per sì lungo tempo rimase un vero empirismo, nè si sollevò che più tardi colla coordinazione dei fatti e risultamenti all’onore di scienza: puossi argomentare facilmente come in ricambio si dovesse ricorrere a prodotti chimici, ad empiastri, ad erbe, a beveroni, a dettame di que’ cerretani nelle cui mani trovavasi l’arte salutare. E v’erano donne altresì che la pretendevano a sapienza nelle scelte e distillamento delle erbe e componevano filtri, che la superstizione e i pregiudizi d’ogni maniera facevano credere atti a dare o togliere l’amore, a portare o distruggere la fortuna e vie via a secondare ogni sorta di passioni, ma principalmente quella degli appetiti sfrenati e lussuriosi onde dicevansi afrodisiaci. Ma essi, grida Ovidio, non recano vantaggio alle fanciulle, ma nuocono alla ragione contenendo i germi della pazzia furiosa.
Questi empirici, antidotari e farmacisti erano però venuti nell’universale disprezzo, quantunque i più vi ricorressero: a un dipresso come vediamo adesso derisi magnetizzatori e sonnambule, tiratrici di carte e indovini, ma, ciò malgrado, contar numerosa clientela e raggrannellar ricchezza. Orazio li mise a fascio colle sgualdrine ambubaje in quel verso che nel capitolo dell’Anfiteatro ho già citato:
_Ambubajarum collegia, farmacopolæ._
Fra questi empirici si distinsero nondimeno molti dotti botanici e manipolatori ingegnosi. Sotto Tiberio, Menecrate inventor del diachilo, componeva empiastri, spesso efficaci contro le erpeti, i tumori e le scrofole; Servilio Democrate fabbricava eccellenti emollienti.
_Pharmacopolæ_ appellavansi i venditori di farmachi, ma non per questo si possono dire pari agli odierni farmacisti, perocchè questi or vendano i semplici e manipolino i medicamenti giusta le prescrizioni dei medici; mentre quelli fabbricavan rimedj di proprio capo e li spacciavano, come fanno gli odierni cerretani; onde Catone, presso Gellio, fosse nella ragione allorchè disse: _Itaque auditis, non auscultatis, tanquam pharmacopolam. Nam ejus verba audiuntur, verum ei se nemo committit, si æger est_[248].
Erano i _Seplasarii_ che vendevano i semplici, e spacciavano pure profumi, droghe, unguenti ed aromi.
Sotto il nome di _sagæ_ venivano le specie diverse di venditrici d’unguenti e di filtri, che fabbricavano spesso con magici riti inventati nella Tessaglia. Ignoranti assai sovente della efficacia delle erbe che trattavano, non è a dirsi se causassero anche di funeste conseguenze. Così perirono anzi tempo Licinio Lucullo amico di Cicerone, il poeta Lucrezio e tanti altri.
Orazio, che era stato amante d’una Gratidia, ch’era una tra le più celebri _sagæ_ di Roma, stando a quanto ne scrissero i suoi scoliasti, rimproverò a costei, che raccomandò co’ suoi versi immortali alla esecrazione dei posteri sotto il nome di Canidia, il funesto potere delle sue pozioni amorose, che gli tolsero gioventù, forza, illusioni e salute[249].
In Pompei, sull’angolo d’un viottolo, si credè ravvisare una fabbrica di prodotti chimici. Sulla sua facciata si lessero diverse iscrizioni, tra cui l’una che accenna a Gneo Elvio Sabino; un’altra a Cajo Calvenzio Sellio. La fabbrica consta di due botteghe: a destra dell’atrio vi è un triplice fornello destinato a tre grandi caldaje disposte a differenti altezze. Nella casa si conteneva gran quantità di droghe carbonizzate. Nel 1818, in faccia alla via Domiziana, sull’angolo d’un’isola triangolare, si sterrò una taberna di _seplasarius_ o farmacista. Per mostra aveva dipinto un grosso serpente che morde un pomo di pino. Il serpe era l’attributo di Igea, la dea della salute, e di Esculapio: esso è ancora l’emblema delle odierne farmacie. In Pompei, come abbiamo altrove notato, valeva ad altri scopi eziandio, nè quindi avrebbe certo bastato a fissare la designazione a questa taberna di officina farmaceutica, dove non si fossero trovati nell’interno diversi altri medicamenti, preparazioni chimiche, vasi con farmachi disseccati e pillole, e spatole e una cassetta in bronzo a comparti contenente droghe, e una lama di porfido per distendere e stemprare gli empiastri. Questa cassetta conservasi al Museo in un con un bel candelabro di bronzo.
Dyer poi[250] scrive essersi colà trovato eziandio un gran vaso di vetro capace di contenere due galloni (9l, 086), nel quale vi era un gallone e mezzo (6l, 814) d’un liquido rossastro che si pretende fosse un balsamo. Essendo stato aperto il vaso, il liquido cominciò a svaporare rapidissimamente, onde si affrettò a chiuderlo di nuovo ermeticamente.
Questo è quanto pare a me compendj brevissimamente la condizione dello scibile d’allora e il suo insegnamento.
Finora non si raccolsero dati essere esistite altre scuole in Pompei fuori di quelle che ricordai nel presente capitolo, nè forse gli Scavi altre ne metteranno alla luce. Si sa del resto, per gli usi generali in Roma, e quindi anche nelle colonie, che vi fossero scuole private, in ciò che per la puerizia delle classi agiate ogni famiglia avesse il suo schiavo, destinato a dare i primi rudimenti letterarj; poi erano i grammatici che subentravano ad ammaestrare nello scrivere e nello studio degli scrittori e nel greco, e dopo avea luogo il perfezionamento in Grecia nelle discipline della filosofia. Reduci in patria, o era nell’esercito che eleggevano la carriera e traevano alle guerre, di cui Roma non aveva penuria mai, o entravano nella magistratura, o praticavano dagli oratori più rinomati ad apprendere l’eloquenza del foro; assai sovente poi tutte queste professioni volta a volta esercitando, cioè passando dal foro alle cariche civili, e da queste a’ gradi militari, ora magistrati e ora soldati.
Non vi volevano che i vizj e le scelleraggini dell’impero per chiamare su Roma e l’Italia il torrente barbarico e far iscomparire istituzioni e civiltà, e quando questa potè far di nuovo capolino e ricomparire sulle rovine indagate del passato, si è procacciato di ricostruire, senza che finora si possa dire che da noi siasi fatto meglio de’ nostri gloriosi maggiori.
Ad ogni modo, anche la sapienza odierna spesso piacesi confortare sè stessa dell’autorità della sapienza romana, che invoca come oracolo sacro e senza appello.
CAPITOLO XVII.
Tabernæ.
Istinti dei Romani — Soldati per forza — Agricoltori — Poca importanza del commercio coll’estero — Commercio marittimo di Pompei — Commercio marittimo di Roma — Ignoranza della nautica — Commercio d’Importazione — Modo di bilancio — Ragioni di decadimento della grandezza romana — Industria — Da chi esercitata — _Mensarii_ ed _Argentarii_ — Usura — Artigiani distinti in categorie — Commercio al minuto — Commercio delle botteghe — Commercio della strada — Fori _nundinari_ o venali — Il _Portorium_ o tassa delle derrate portate al mercato — Le _tabernæ_ e loro costruzione — _Institores_ — Mostre o insegne — _Popinæ, thermopolia, cauponæ, œnopolia_ — Mercanti ambulanti — Cerretani — Grande e piccolo Commercio in Pompei — Foro nundinario di Pompei — _Tabernæ_ — Le insegne delle botteghe — Alberghi di Albino, di Giulio Polibio e Agato Vajo, dell’_Elefante_ o di Sittio e della Via delle Tombe — _Thermopolia_ — _Pistrini, Pistores, Siliginari_ — Plauto, Terenzio, Cleante e Pittaco Re, mugnai — Le mole di Pompei — Pistrini diversi — Paquio Proculo, fornajo duumviro di giustizia — Ritratto di lui e di sua moglie — Venditorio d’olio — _Ganeum_ — Lattivendolo — Fruttajuolo — Macellai — _Myropolium_, profumi e profumieri — _Tonstrina_, o barbieria — Sarti — Magazzeno di tele e di stoffe — Lavanderie — La Ninfa Eco — Il Conciapelli — Calzoleria e Selleria — Tintori — Arte Fullonica — Fulloniche di Pompei — Fabbriche di Sapone — Orefici — Fabbri e falegnami — _Profectus fabrorum_ — Vasaj e vetrai — Vasi vinarj — =Salve Lucru=.
Sotto questo nome di _tabernæ_, chè così i latini chiamavano le botteghe, il capitolo presente è chiamato a far assistere il lettore al movimento dell’industria pompejana e del suo commercio. La storia del commercio romano non corre sempre parallela, come nelle altre cose che abbiam osservato finora, colla storia del commercio della piccola città di Pompei: tuttavia essa si comprende nella storia generale di quello della gran Roma, come la parte nel tutto, che però dovrò riassumere brevemente, e di tal guisa saran raggiunti i miei intenti, e il lettore si avrà così anche questa parte importante della vita di quella repubblica famosa, che compendia tutta l’Italia antica.