Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 15

Chapter 153,633 wordsPublic domain

Quando si pensa che i Romani fondarono la più vasta e formidabile monarchia del mondo, parrebbe che si dovesse argomentare che essi avrebbero dovuto avere una corrispondente ricchezza e floridezza di commercio; ma non fu veramente così. Come abbiam veduto delle scienze, che non presero a mostrarsi in Roma che cinque secoli dopo la sua fondazione; così fu anche del commercio e dell’industria. Insino alla prima Guerra Punica, i Romani non erano per anco usciti d’Italia, nè pur potevano avere stabiliti commerci coll’estero. Poveri e soldati, non ebbero tampoco nozione alcuna di commercio, e neppure ne sentirono il bisogno. Erasi infatti ai primi giorni dell’infanzia di un popolo, divenuto poi conquistatore, che era ai prodromi di quelle convulsioni che l’avrebbero di poi così violentemente agitato. Fin dalle origini, più che impaziente di gittarsi alle conquiste, come da non pochi scrittori si volle far credere, ciò desumendo piuttosto dai moltissimi fatti onde si ordì la sua storia, che dal più diligente studio del suo primitivo costume e delle sue abitudini; forzato ad essere soldato per difendersi dagli incessanti attacchi dei Sabini, degli Etruschi e dei Sanniti; tanto il carattere suo che le sue leggi naturalmente assumer dovevano una tinta militare; e però l’educazione doveva piegare alla più severa disciplina, alla più passiva obbedienza. Sì certo; il popolo romano era per istinto pastore e lo si può credere a Catone, che così ce lo attesta nella prefazione all’opera sua, _De Re Rustica_: _Majores nostri virum bonum ita laudabant: bonum agricolam, bonumque colonum. Amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur_[251]. Conquistando adunque l’universo, non fece che difendere o proteggere la propria indipendenza, nè combattè che per assicurarsi le dolcezze della pace, alla quale continuamente aspirava. Properzio mostra che pur a’ suoi tempi la si pensava così della patria romana, quantunque l’epoca sua ribollisse per la febbre delle conquiste, in quel verso:

_Armis apta magis tellus quam commoda noxæ_[252]; ciò che del resto affermava pure Sallustio, quando, narrando della Guerra Catilinaria, qualificava la romana razza _genus hominum agreste, sine legibus, sine imperio, liberum atque solutum_[253]; e più innanzi così enunciava gli scopi de’ loro fatti militari: _hostibus obviam ire, libertatem, patriam, parentesque armis tegere_[254]. Ciò non tolse che il dovere star sempre all’erta e dover respingere tanti e innumerevoli nemici, avesse a modificare le primitive inclinazioni. Epperò l’occupazione generale doveva essere di ginnastiche esercitazioni, di ludi bellici, di studio, di violente imprese, e si hanno così le ragioni di que’ fatti d’armi gloriosi che si succedevano senza posa l’un l’altro e di quelle virtù eziandio primitive che si videro scemare man mano che crebbe la potenza romana e con essa le passioni individuali.

I Romani inoltre situati fra tanti popoli e nazioni prodi e bellicosi, che dovevano diventare? Altrettanti soldati, risponde il Mengotti nell’opera sua, _Il Commercio dei Romani_[255]. Bisognava o distruggere o essere distrutti. Stettero dunque coll’armi alla mano per quattro secoli, rodendo pertinacemente i confini ora di questo, ora di quello stato, finchè superati tutti gli ostacoli, dominati i Sanniti e vinto Pirro, o piuttosto non vinti da lui, si resero signori d’Italia. In appresso l’orgoglio, che ispira la felicità delle prime imprese e la smoderata cupidità di bottino, gli stimolarono a divenir conquistatori della terra. Questo fu il genio che si venne necessariamente formando e il carattere de’ Romani. La guerra, dopo che divenne indispensabile, fu la loro educazione, il loro mestiere e la loro passion dominante. Essi furono quindi soldati per massima di stato, per forza di istituzione, per necessità di difesa, per influenza di religione, per esempio de’ ricchi e dopo altresì che divennero ricchi e potenti in Italia, conservarono la stessa ferocia e la stessa tendenza a crescere di stato per il lungo uso di vincere e per impulso delle prime impressioni.

Un popolo poi fiero e conquistatore riguarda allora la negoziazione come un mestiere ignobile, mercenario ed indegno della propria grandezza. Le idee vaste, i piani magnifici, i progetti brillanti, i pensieri ambiziosi di gloria e di rinomanza, lo splendore e la celebrità delle vittorie, la boria de’ titoli, la pompa ed il fasto de’ trionfi non si confacevano con le piccole idee e coi minuti particolari della mercatura. Lo stesso Cicerone preponeva ad ogni altra virtù la virtù militare: _Rei militaris virtus præstat cæteris omnibus; hæc populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit_[256].

All’agricoltura, la passione e virtù d’origine, si sarebbero piuttosto nei giorni di calma e in ricambio rivolti, tornando più confacente a que’ caratteri indomiti; e così que’ grandi capitani che furono Camillo, Cincinnato, Fabrizio e Curio alternavano le cure della guerra con quelle del campo, infra i solchi del quale era duopo che i militari tribuni andassero a cercarli quando avveniva rottura di ostilità coi popoli limitrofi.

Quindi nulle le arti, povere le manifatture, rustico il costume. Grossolane le vesti, venivano confezionate dalle spose pei mariti; onde si diceva della donna a sommo di lode, _domum mansit, lanam fecit_[257], e i capi stessi non permettevansi lusso maggiore; sì che si legga nelle storie di Roma della toga di Servio Tullio, lavoro di sua moglie Tanaquilla, che stesse gran tempo, siccome sacra memoria, appesa nel tempio della Fortuna.

Colle spoglie de’ vinti nemici si fabbricarono e ornarono persino i templi: nulla insomma si faceva in casa propria.

Quali arti dunque, chiede ancora il Mengotti, seguite pur dal Boccardo, qual industria, quali manifatture, qual commercio potevano avere i Romani senza coltura, senza lettere, senza scienze? Le arti tutte e le scienze si prestano un vicendevole soccorso e riflettono, per dir così, la loro luce, le une sulle altre. Tutte le cognizioni hanno un legame ed un’affinità fra di loro. La poca scienza della navigazione presso i Romani contribuì finalmente ad impedire che il traffico progredisse.

Tuttavia noi abbiam veduto diggià, nel ritessere la storia di Pompei, come questa città fosse emporio di commercio marittimo e così erano pure città commercianti tutte quelle littorane. Ma esse erano quasi divise allora dalla vita e partecipazione romana. La Sicilia contava floridi regni, che hanno una propria ed onorifica istoria, e la Campania, ed altre terre che costituiron di poi lo stato di Napoli, popolate da gente di greca stirpe, giunse a tale di prosperità, da essere appellata dai Greci stessi _Magna Grecia_. Navigarono questi commercianti della Campania lungo le coste d’Italia e delle isole vicine, visitarono la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e fino in Africa pervennero a vendervi e scambiarvi i ricchi prodotti del suolo. Del commercio di Pompei con Alessandria ho già trattato, allor che dissi dell’importazione fatta dagli Alessandrini in Pompei; fra l’altre cose, pur del culto dell’egizia Iside.

Istessamente abbiam qualche dato che attesta il commercio marittimo di Roma con l’Africa. Nell’anno che seguì l’espulsione dei re da Roma, venne, al dir di Polibio[258], conchiuso fra questa repubblica e Cartagine il primo trattato di commercio, che fu di poi rinnovato due volte. Vuolsi dire per altro che nelle loro relazioni con Cartagine i Romani comprassero più che non vendessero, importando di là tessuti rinomati per la loro leggerezza, oreficerie, avorio, ambra, pietre preziose e stagno; e però può aver ragione il succitato Mengotti nel credere che fossero stati piuttosto i Cartaginesi, sovrani allora del mare, i quali fossero andati ai Romani, anzi che questi a quelli; giacchè dove avessero avuto vascelli o navi proprie e conosciuta la nautica, se ne sarebbero valsi a respingere Pirro dal lido italico, nè le tempeste e gli scogli avrebbero distrutte sempre le loro flotte; tal che la strage causata dai naufragi fosse sì grande, che da un censo all’altro si avesse a trovare una diminuzione in Roma di quasi novantamila cittadini[259].

Porran suggello a questo vero dell’imperizia de’ Romani nella nautica, le frequenti disfatte toccate da essi nei mari, la guerra de’ Pirati, che li andavano ad insultare sugli occhi proprj, e le parole di Cicerone che l’abbandono vergognoso della loro marina chiama _labem et ignominiam reipublicæ_[260], macchia e ignominia della Repubblica.

Ma le cose migliorarono, convien dirlo, dopo Augusto, se Plinio ci fa sapere che i Romani portassero ad Alessandria ogni anno per cinque milioni di mercanzie, e vi guadagnassero il centuplo, e se tanto interesse vi avessero a trovare, da spingere la gelosia loro a vietare ad ogni straniero l’entrata nel mar Rosso.

Roma per cinquanta miglia di circonferenza, con quattro milioni di abitanti[261], con ricchezze innumerevoli versate in essa da conquiste e depredamenti di tante nazioni, con infinite esigenze di lusso e di mollezza da parte de’ suoi facoltosi, opulenti come i re, doveva avere indubbiamente attirato un vasto commercio, certo per altro più di importazione che di esportazione. Il succitato Plinio ci informa come si profondessero interi patrimonii nelle gemme che si derivavan dall’Oriente, negli aromi dell’Arabia e della Persia; che dall’Egitto poi si cavasse il papiro, il grano ed il vetro, che si cambiavan con olio, vino, e Marziale ci avverte anche con rose in quel verso:

_Mitte tuas messes; accipe, Nile, rosas_[262]

e dell’Etiopia, profumi, avorio, fiere e cotone, che Virgilio chiama col nome di molle lana:

_Nemora Æthiopum molli canentia lana_[263].

La Spagna forniva argento, miele, allume, cera, zafferano, pece, biade, vini e lino; le Gallie rame, cavalli, e lana, oro de’ Pirenei, vini, liquori, panni, tele e prosciutti di Bajona; la Britannia stagno e piombo; la Grecia il miele d’Imetto, il bronzo di Corinto assai pregiato, vino, zolfo e trementina, le lane d’Attica, la porpora di Laconia, l’elleboro di Anticira, l’olio di Sicione, il grano di Beozia, nardo, stoffe, pietre preziose e schiavi. L’Asia Minore mandava ferro dell’Eusino, legno della Frigia, gomma del monte Idea, lana di Mileto, zafferani e vini del monte Tmolo, stoviglie di Lidia, profumi e cedri e schiavi della Siria, porpora di Tiro e formaggi.

Ma tutto questo commercio colle nazioni straniere, osserva il Mengotti, come fosse sempre passivo per i Romani; ma se ne ricattavano, osservo io, e colmavano il disavanzo del bilancio colle conquiste, riprendendosi ben presto con la forza ciò che le nazioni commercianti avevano loro spremuto con l’industria, così che non potessero mai esaurire la loro ricchezza per quanto si studiassero di abusarne, siccome è detto in Sallustio: _Omnibus modis pecuniam trahunt, vexant; tamen summa libidine divitias suas vincere nequeunt_[264]. Il quale Sallustio che così scriveva, attingeva pure a questa limacciosa fonte per abbellire i suoi famosi orti, e l’infame sistema veniva sanzionato dalla religione, essendosi giunto perfino ad erigere un tempio a Giove Predatore.

Non sono quindi d’accordo coll’illustre scrittore del _Commercio de’ Romani_, che fosse per questo traffico passivo e rovinoso ch’essi cadessero nella povertà e nella barbarie. Le cagioni della decadenza e della barbarie voglion essere attribuite prima alla decrescente prosperità agricola che degenerò presto in rovina e ne fu causa principale la concentrazione dei piccoli poderi in vaste possessioni; quindi la sostituzione del lavoro degli schiavi a quello degli uomini liberi, del quale Plinio espresse gli effetti perniciosi in memorande parole: _Coli rura ergastulis pessimum est ut quidquid agitur a desperantibus_[265]. Altre e più efficaci cause di desolazioni dell’Italia furono le incessanti guerre. I generali vittoriosi solevano ripartire ai loro soldati le terre conquistate. Codesti barbari d’ogni nazione, dice lo stesso Mengotti, Galli, Germani, Illirii e Numidi, senza affetto per l’Italia, che riguardavano non come patria, ma come una preda e un guiderdone dovuto ai loro servigi, cercavano di emungerla, non di coltivarla; sicchè lo sconvolgimento e la forza, le emigrazioni erano continue e cresceva ogni giorno l’abbandono e lo squallore delle campagne.

Nè fu estranea alla decadenza la diminuzione della popolazione, effetto delle proscrizioni e delle guerre; onde fin sotto di Cesare si pensasse a far provvide leggi, _ut exhaustæ urbis frequentia suppeteret_, onde sopperire, cioè, alla deficienza di popolazione della esausta città.

La corruzion del costume diede il colpo di grazia. Ingolfandosi i Romani nella mollezza e nel vizio e venendosi essi così eliminando dal servizio attivo dell’armi, presero il loro posto soldati e capi stranieri e così si scalzarono ben presto da quella antica grandezza, per sostituire altri i loro propri interessi. Divenuto l’impero oggetto di disputa e cupidigia, messo all’incanto perfino dalla prepotenza e rapacità de’ pretoriani, gli stranieri impararono la via di casa nostra, vi si stabilirono da padroni e tiranni, e ci fecero a misura di carbone pagare le passate colpe.

In quanto all’industria, nei primi tempi, pochi uomini liberi cercavano ne’ lavori manuali una professione lucrativa: l’agricoltura era la naturale e, se non l’unica, almeno la più onorevole occupazione dei cittadini romani. Ma quando la popolazione di Roma crebbe e la piccola proprietà di una famiglia povera non bastò a nutrir tutti i suoi membri, molti dovettero cercare la loro sussistenza nel lavoro manuale. Questi operai liberi uscivano quasi sempre dalla classe degli schiavi che esercitavano specialmente siffatti lavori e continuavano ad occuparsene, quand’essi avessero ricuperata la loro libertà. Di tal guisa l’industria migliore era esercitata a Roma massimamente dai liberti, che rimanevano clienti dei loro antichi padroni. Si comprende così perchè l’industria, esercitata da cittadini d’ultima classe, da liberti e da schiavi, dovesse essere negletta e disprezzata. I mestieri manuali e il commercio di dettaglio erano considerati come professioni basse, _sordida negotia_. Cicerone, che per l’altezza dell’ingegno avrebbe dovuto essere superiore ai pregiudizii volgari, pur nondimeno divideva questo contro gli industriali. Noi, scrive egli, dobbiam disprezzare i commercianti che ci provocan l’odio contro di essi. È basso e non è istimabile il mestiere di questi mercenari che locano le loro braccia e non il loro ingegno. Per essi il guadagno non è che il salario della loro schiavitù: mettiamo al medesimo livello l’industria di quelli che comprano per rivendere, perchè per guadagnare, è bisogno che mentiscano. Che mai v’ha di nobile in una bottega? Quale stima accorderemo noi a questa gente, il commercio della quale non ha per oggetto che il piacere, come i pescivendoli, i beccaj, i pizzicagnoli, i cuochi e i profumieri? Concediamo la nostra stima alla medicina, all’architettura, se si voglia; ma in quanto al piccolo commercio, esso è sempre basso: il solo grande non è spregevole tanto.

E così la pensava tutta Roma.

Infatti nel grande commercio non esitavano ad entrare persone dell’ordine equestre, in vista dei forti lucri, grazie ai quali, sotto il nome dei loro liberti, esercitavano spesso la banca, chiamati que’ liberti, _mensarii de argentarii_, equivalenti ai moderni banchieri. Così ne originava quella schifosissima e fatal piaga che fu l’usura, che divenne anzi prontamente più forte e deplorevole che non la sia de’ nostri giorni.

A conoscerne la misura, citerò quella che si faceva da’ più virtuosi, senza pur credere di mancare alle leggi dell’onesto. Pompeo Magno prestava 600 talenti ad Ariobarzane al 70 per cento, e il severo Bruto, l’ultimo e virtuoso republicano alla esausta città di Salamina mutuava pur forte somma al 48 per cento.

Vuolsi attribuire a Numa Pompilio la distribuzione degli Artigiani in differenti categorie. Le corporazioni dei mestieri erano in numero di otto: i suonatori di tibia, gli orefici, i falegnami, i trattori, i vasai, i fabbricatori di cinture, quelli di corregge, i calderaj e fabbri ferraj, e tutti gli altri artigiani non compresi fra costoro formavano una nona corporazione. Ciascuna corporazione poi aveva i suoi capi, _magistri_: i fabbri, falegnami o ferraj, che servivano nell’esercito erano sotto gli ordini di un prefetto, _præfectus fabrorum_, e quelli che si occupavano di costruzioni formavano una categoria particolare, spesso impegnati da un intraprenditore, chiamato _ædificator_, o _magister structor_.

In quanto al commercio minuto, vi aveva a Roma, come da noi, quello delle botteghe, _tabernæ_, e della strada.

Il commercio di strada si faceva principalmente nei fori, detti _nundinari_, o venali. La ragion del nome ho già dato, intrattenendo il lettore nel capitolo _I Fori_. Era stato Servio Tullio che, a regolare il commercio fra Roma e la sua campagna e sottometterlo a sorveglianza, aveva stabilito che la popolazion campagnuola venisse tutti i nove giorni alla città a comperarvi ciò che le fosse di bisogno, ed a vendere le sue derrate. Ho già ricordato in quell’occasione e il _forum boarium_ o mercato de’ buoi; il _suarium_ o quello dei porci; il _piscarium_, o de’ pesci; il _pistorium_, o del pane; _cupedinis_, o de’ frutti e delle confetture. V’era anche il _forum macellum_ destinato alle carni non solo, ma a designare l’insiem de’ mercati, che tutti erano vicini, lungo il Tevere, facili così a essere vigilati dagli Edili, che spezzavano i falsi pesi e le false misure, e gettavano alle onde di quel fiume i generi di cattiva qualità. Era sulla piazza stessa del mercato che gli Agenti del tesoro venivano ad esigere dai venditori il _portorium_, o tassa su tutte le merci che vi apportavano.

Oltre i mercati, vi erano anche botteghe. Erano queste il più spesso semplici baracche in legno, coperte di tavole ed adossate alle case. Dovevano essere per conseguenza anguste, male arieggiate e peggio illuminate, ma di tal prezzo di locazione che Cicerone ci apprende che molti ricchi proprietarj ne facessero costruire tutt’all’intorno delle loro magnifiche dimore, ricavandone enormi somme. Non mancavano del resto di coloro, che allettati dalla cupidigia del denaro, facessero tenere per loro conto da schiavi, liberti, o mercenari, che si dicevano _institores_, quelle botteghe, massime a vendita di pane e di carni.

Presso a tutti i luoghi publici, come bagni, teatri, circhi, trovavansi mercanti di vino, di bevande calde e cibi cotti. Al disopra delle botteghe mettevansi insegne a pittura. Ho già in altro capitolo recato all’uopo un passo d’Orazio che attesta questo costume; nè ciò bastando, si esponevano fuor della porta in bella mostra le mercanzie. Le più ricche erano quelle dei _Septa Julia_ e attiravano il più gran numero di avventori.

Era certo che tutte queste baracche che costeggiavano le case dovessero essere di grande ingombro alle vie, che non erano sempre così larghe, come si potrebbe credere. L’inconveniente — a togliere in qualche parte il quale, aveva contribuito l’incendio di Nerone, — durò fin sotto Domiziano, che finalmente vietò che si costruissero presso le case, appunto perchè restringessero esse di molto la via publica, e Marziale, sempre pronto ad incensare quel Cesare, che dopo morte vituperò, così ne lo loda del savio provvedimento:

_Abstulerat totam temerarius institor urbem,_ _Inque suo nullum limine limen erat._ _Iussisti tenues, Germanice, crescere vicos;_ _Et, modo quæ fuerat semita, facta via est._ _Nulla catenatis pila est præcincta lagonis:_ _Nec prætor medio cogitur ire luto._ _Stringitur in densa nec cæca novacula turba:_ _Occupat aut totas nigra popina vias._ _Tonsor, caupo, coquus, lanius sua limina servant._ _Nunc Roma est; nuper magna taberna fuit_[266].

Le botteghe avevano differenti nomi, secondo la natura delle merci che vi si vendevano. Così le taverne in cui si vendevano i cibi cotti si chiamavano _popina_, ed erano per lo più frequentate da’ ghiottoni che vi trovavano eziandio delicati manicaretti e gustose bevande, come si raccoglie da quel verso di Plauto:

_Bibitur, estur, quasi in popina haud secus_[267],

_Thermopolia_ erano le taverne dove si vendevano bevande calde; _caupona_ dicevasi l’albergo, o piuttosto la bottega dove si vendeva a bere ed a mangiare, l’odierno trattore, e _caupo_ denominavasi il conduttore. La _Caupona_ serviva anche di alloggio e tavola a’ forestieri: nelle grandi città equivaleva solo alle odierne taverne od osterie, canove, mescite e birrerie ed _œnopolia_ chiamavansi. Lo stesso poeta che già citai, Plauto, ne trasmise la notizia che agli _œnopolia_ traesse il vicinato a provvedere il vino necessario all’uso giornaliero, in quel passo dell’_Asinaria_:

_Quom a pistore panem petimus, vinum ex œnopolio,_ _Si œs habent dant mercem_[268].

_Œnophores_ quindi appellavansi gli schiavi destinati a portare l’_œnophorum_ o cesta a mano per mettervi gli _urcei_, ampolle o fiaschi di vino che s’andava a comprare ai venditori summentovati.

Venendo fra poco a dire delle _Tabernæ_, o botteghe scoperte in Pompei, vi troveremo altre denominazioni ed altre industrie.

Nè mancavano a Roma antica i mercanti ambulanti, come li abbiamo oggidì, che gridavano e vendevano le loro derrate per via; e Marziale pur ricorda venditori di zolfanelli, che scambiano la loro merce contro frammenti di vetro rotto; mercanti di minuti cibi, che spacciano alla folla; cerretani che mostrano vipere e serpenti, vantandone i pregi e le abilità, nè più nè meno insomma di quel che veggiamo e udiamo far oggidì per le nostre piazze.

Venendo ora a ricercare se le medesime condizioni commerciali fossero in Pompei e se l’industria e i mercanti al minuto vi esistessero eguali, poco mi resta a dire, per provare come pur eguale vi fosse la baraonda, perocchè già sappia il lettore, per quel che se ne è detto, che in quanto al grande commercio e al marittimo, vi si notasse una tale attività, da indurre perfino i molti a ritenere fra le etimologie del suo nome quella di _emporio_, quasi appunto fosse Pompei un ridotto di merci e di commercianti. L’essere in riva al mare e in quella costa meridionale che è più aperta alle negoziazioni degli stranieri, le relazioni create dalla omogeneità delle razze fra la sua popolazione e le popolazioni greche, da cui forse derivava, dovevano mantenervi animato il commercio marittimo. La speciale condizione sua d’avere inoltre il Sarno, siccome già sappiamo, di non dubbia importanza, che comunicava col mare, e che allora era così grosso da permettere la navigazione, se ben dissero gli scrittori, vi creavano eziandio un forte movimento commerciale interno, comunicando così con città vicine da cui ricevevano e cui trasmettevano mercanzie. L’importanza delle cose rinvenute negli scavi, la ricchezza e valore delle pitture, delle statue, de’ musaici, della quantità degli ori e delle gemme provano che molto si faceva arrivare dall’estero; come del resto si argomenta dai canti de’ poeti e dalle pagine degli storici, che da queste sponde partissero i vini, le granaglie, le frutta, gli olj, di cui è fornitore larghissimo il territorio.

I suoi abitatori poi, che sappiamo in buona parte agiati e ricchi, come rilevasi e dalla entità de’ monumenti e da quanto si è trovato nelle loro case, oltre i tanti facoltosi che da Roma traevano a villeggiarvi, dovevano necessariamente richiedere assai animato anche il piccolo commercio, e se già si è in grado di parlare di parecchie _tabernæ_, perchè si scavarono e se ne riconobbe l’uso, queste essendo nella parte più distinta della città, perchè verso la marina; è dato argomentare che nella parte superiore e non ancora esumata ve ne fossero assai di più, in numero, cioè, da soddisfare ai bisogni tutti della sua popolazione.