Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 16

Chapter 163,715 wordsPublic domain

Anche Pompei aveva il suo Foro nundinario o venale, e il lettore se ne rammenta, chè di esso ho parlato nel Capitolo intorno ai Fori. Colà, come a Roma, sarà stato il mercato ove recavansi dagli abitanti delle campagne circostanti le derrate; colà saran venuti a scambiare le loro derrate colle merci cittadine. Ivi pure avranno i contadini pagato il _portorium_ e ivi gli edili pompejani avranno esercitata la loro vigilanza sui pesi e sulle misure, non che sulla bontà delle derrate e, se cattive, gittate al mare non di molto discosto.

Se non che le botteghe o _tabernæ_, come si dicevano allora, non saranno state a Pompei, come a Roma, nè povere baracche di sconnesse tavole, nè indecentemente adossate alle muraglie delle case. L’angustia, che abbiam già veduto delle vie pompejane, vietava che tale costumanza si introducesse nella città: perocchè dove ciò fosse avvenuto, sarebbesi resa assolutamente impossibile la circolazione. D’altronde i rialzi che costeggiavano le vie si opponevano a ciò. Le _tabernæ_ adunque erano in Pompei come le botteghe delle moderne città, facenti parte delle case ai piani terreni, che si aprivano sull’esterno delle case. Avevano esse pure le loro indicazioni di vendita, e le loro insegne esteriori, e suppergiù vi si spacciavano quelle merci che già conosciamo vi si vendessero nelle botteghe di Roma.

Venga ora meco il lettore a visitarle.

Percorrendo le vie lungo le quali erano aperte, e che or si veggono vuote, conservando appena da un lato dell’ingresso que’ banchi di pietra o di materia laterizia, che servivano o per esporvi la merce, o per contarvi i denari che vi si esigevano, veggonsi in più d’una ai lati le scanalature per entro alle quali scorrevano le porte che chiudevano le botteghe, e pure a’ fianchi di codeste o superiormente alle medesime, ravvisasi qualche scultura o pittura, che serviva d’insegna spesso allusiva alla qualità di merce che nella bottega si spacciava. Così su di una vedesi una capra in terra cotta, che vi dice che là vi si vendesse il latte; su di un’altra una pittura rappresenta due uomini, l’un de’ quali cammina davanti l’altro sorreggendo ciascuno l’estremità di un bastone nel mezzo del quale pende sospesa un’anfora, a significare ch’ivi era un _œnopolium_ o vendita di vino; altrove era dipinto un mulino girato da un asino, che annuncia il magazzeno del mugnajo; e su d’altre botteghe scorgesi ancora l’avanzo di qualche emblema, come uno scacchiere, un’àncora, un naviglio. Già ho ricordato altrove il dipinto, onde era ornata la bottega presso alle Terme, rappresentante un combattimento di gladiatori, ed ho riferita l’iscrizione che a tutela della medesima vi si era graffita sotto: _Abiat Venerem Pompejanam iradam qui hoc læserit_; e così presso la bottega di panattiere, o _pistrinum_, leggesi quest’altra iscrizione: _Hic habitat felicitas_[269], la quale, se non accenna alla natura del commercio che vi si esercitava, vi attesta almeno che la famiglia che la conduceva, paga di sè stessa, potevasi proclamare felice. Tre pitture, ora affatto scomparse, in tre distinte botteghe, raffiguravano un sagrificatore conducente un toro all’altare su d’una; su di un’altra una gran cassa da cui pendevano diversi vasi, e sulla terza un corpo lavato, unto e imbalsamato, che indicava forse un unguentario, al quale pure incumbeva la preparazione de’ cadaveri, giusta l’uso che vedremo nell’ultimo capitolo di quest’opera.

Altre insegne vedremo al loro posto toccando delle varie botteghe, che più specialmente chiameranno la nostra attenzione, e delle quali anzi il Beulé si valse per uno studio complementario, che intitolò appunto _Le commerce d’après les peintures_ nella sua opera uscita in questi giorni in Francia, dal titolo _Le Drame du Vésuve_[270].

Ma prima di tutto, nel trattar del commercio bottegajo, intrattener debbo il lettore degli alberghi e _popinæ_. _Hospitia_ dicevansi con vocabolo generale quando fornivano al viaggiatore o forastiero comodità di cibo o d’alloggio, e con esso li troviamo designati in Cicerone e in Tito Livio[271] e da un esempio in Pompei stessa, che riferirò più sotto. _Popina_ chiamavasi la taverna, rosticceria od osteria, in cui erano venduti cibi cucinati: lo stesso Cicerone e Plauto vi fanno cenno[272]. Il più spesso l’_hospitium_ era simultaneamente una _popina_: questa invece non implicava l’idea di albergo.

Ho, nel Capitolo quarto di quest’opera, favellato già alcun poco dei due publici alberghi, l’uno detto di Albino e l’altro di Giulio Polibio e Agato Vajo di Pompei. Ho creduto argomentare come il primo dovesse aver servito a stazione di posta, e che il secondo non avesse dovuto servire che all’uso de’ mulattieri e carrettieri, ciò desumendo dalla natura de’ locali e degli attrezzi e altri oggetti rinvenuti. Diciamone ora, poichè meglio ne cada in taglio il discorso, qualche cosa di più.

L’albergo e _popina_ di Albino è la prima casa che si presenti a destra entrando nel Corso principale dal sobborgo o Via delle Tombe. La porta è larga undici piedi e mezzo, è atta al passaggio de’ carri, essendone piana la soglia d’ingresso ed a livello della strada publica. Da essa si passa in alcune vaste camere, ove per avventura collocavansi le merci. Sonvi de’ focolari con sottoposti ripostigli per le legna; dei banchi laterizi per la distribuzion delle vivande: due botteghe per vendita d’acque calde e liquori, comunicanti fra loro, con fornelli ed altri accessori per la cucinatura delle vivande e per il riscaldamento delle pozioni, non che alcune camere per ricettar avventori. In un secondo cortile si scende in un sotterraneo, il più spazioso e meglio conservato in tutta Pompei, di centocinque piedi di lunghezza, di dieci e mezzo di larghezza e di tredici di altezza[273]. Corre parallelo alla strada e viene illuminato da tre finestre: vi si ritrovarono molte ossa di diversi animali: forse vi si gettava l’immondezza e forse poteva essere anche ad uso di stalla. Il nome del proprietario era dipinto in nero davanti alla porta, e nella sommità del limitare stava scolpito in un mattone un gran segno itifallico, che ho già altrove spiegato essersi usato collocare dagli antichi, non a indizio di luogo di prostituzione, come taluno può correre facilmente a pensare, ma per cacciar la _jettatura_, come direbbesi ora a Napoli, o contro il fascino o malocchio, come dicevasi allora. Ne’ marciapiedi, che circondavano le botteghe laterali dell’albergo, vi sono de’ buchi obliqui, che avran servito, come è generale opinione degli scrittori, per attaccar le bestie da soma. Due scheletri di cavallo colle loro testiere e briglie furono ritrovati negli scavi di questo albergo.

Quantunque l’altro albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo fosse frequentato da’ mulattieri, come lo fa presumere l’iscrizione che ho già riferita nel summentovato Capitolo Quarto; tuttavia gli scavi offersero alcun che di interessante in esso. Avanzi d’iscrizioni sopra l’intonaco de’ muri esterni vi apparivano già cancellate. Annunziavano esse combattimenti gladiatorj e cacce nell’Anfiteatro ed indicavano più nomi proprj. I poggi delle botteghe annesse a quest’albergo erano assai eleganti, rivestiti al di fuori di marmi: avevano più fornelli, in uno de’ quali si trovò un _cácabo_, o stoviglia di bronzo col suo coperchio. Nel davanti erano ornati di due medaglioni con cornici di legno che rappresentavano due teste di donne in rilievo. Nell’angolo del poggio o banco era attaccata al muro una piccola statua di terra cotta coperta di una vernice verde, del genere degli amuleti, la quale ora si conserva nel Museo di Napoli. Ivi si trovò pure altro amuleto di bronzo, che sosteneva dei campanelli sospesi a catenelle di bronzo.

Un terzo albergo era quello di Sittio, detto anche dell’_Elefante_, dall’iscrizione che vi si leggeva così espressa:

SITTIVS RESTITVIT ELEPHANTVM[274]

e dall’insegna rappresentante un elefante con enorme serpente all’intorno ed un nano. Che dovesse essere un albergo, lo dice quest’altra iscrizione più grande che vi fu letta:

HOSPITIVM HIC LOCATVR TRICLINIVM CVM TRIBVS LECTIS ET COMM.[275]

L’interno è assai piccolo, povere le decorazioni: meschinissimo ritrovo a gente di nessuna fama, come non poteva essere altrimenti, avendo di fronte il lupanare.

Vi si rinvennero una testa di Giove in pietra di Nocera grossolana, tre stili per iscrivere, utensili di cucina, un _sarracum_ o carro agricolo sia per veicolo di persone, che per trasporto di derrate al mercato, bottiglie di vetro, una asta di ferro, un peso di piombo e monete di bronzo.

Un albergo e scuderia era pure nella via delle Tombe, quasi rimpetto alla casa che si presume di Cicerone. Consta d’un portico con botteghe, e nel mezzo v’era una fontana con abbeveratojo. Gli scavi offrirono qui dei vasi, de’ secchi di bronzo, un mortajo di marmo, delle bottiglie di vetro, dei vasi in terra cotta, dadi, un candelabro e avanzi di bilancia. Nella scuderia che vi è attigua, si trovò la carcassa di un cavallo col morso in bronzo, se pure era un morso l’ordigno che aveva la figura di un D, e dei pezzi di un carro. A fianco dell’ingresso v’erano due fornelli con pentole, in cui dovevano esservi i commestibili che vi si esponevano e vendevano. Al di sopra di queste botteghe eravi pure un piano superiore, a cui si saliva per iscale di legno. In una di queste botteghe si ravvisarono scritti sullo stucco diversi nomi in caratteri rossi, ma di essi non si potè leggere che appena quello di STAIVS PROCVLVS.

Nella via di Mercurio vedesi pure una _popina_. Su di un panco di fabbrica rivestito di marmo sono incassati tre vasi: v’è uno scalino pur di marmo, per collocarvi le coppe e i bicchieri ed un fornello per cuocervi le vivande, sotto il quale è dipinto un angue in atto di divorar le offerte disposte su di un’ara. In un salotto vicino vi stavano dipinti degli amori; Polifemo e Galatea, e Venere che pesca coll’amo. Sotto vi è rappresentata una caccia; a qualche distanza un cane ed un orso accomandati ad un palo che ardono assalire un cervo. A sinistra della _popina_ evvi una altra sala con una porta segreta nel viottolo di Mercurio. Gli scrittori ricordano come qui vi si trovassero tre pitture oscene ora distrutte. Un’altra pittura rappresenta un soldato vestito d’una singolar tonaca, somigliante ad una pianeta, o _dalmatica_ de’ nostri preti, il qual soldato porge da bere ad un popolano. Sopra vi è graffita questa iscrizione:

MARCVS FVRIVS PILA MARCVM TVLLIVM[276].

Anche un’altra _popina_ era sull’angolo della Via delle Terme, e si denomina di Fortunata, perchè viveva un’iscrizione nella parte esterna che recava un tal nome, ma che ora è affatto scomparsa. Vi si vendevano commestibili.

Due osterie erano dirimpetto alle Terme: ivi stavano molti vasi di vino o _dolia_, come appellavansi allora, e focolari per ammanire vivande. Vi si scoprì uno scheletro d’uomo, che al momento della catastrofe s’era per avventura rifugiato sotto di una scala e stringeva ancora il suo piccolo tesoro, consistente in un braccialetto in cui erano infilati tre anelli, uno de’ quali con vaga incisione d’una baccante, due orecchini, il tutto d’oro; settantacinque monete d’argento e sessantacinque di bronzo, con cui voleva sottrarsi a sì generale rovina.

A queste _cauponæ_ e _popinæ_ ed _œnopolia_ e _tabernæ vinariæ_ erano quasi sempre congiunti, come abbiamo veduto, i _thermopolia_, ossia botteghe per vendita di bevande calde e liquori, come sarebbero a un dipresso i moderni caffè; poichè si tenesse allora comunemente più delizioso il bever caldo. Fin il vino si usava imbandir caldo: lo si cuoceva e lo si dolcificava e medicava con mirra, come pur di presente usasi in certe circostanze unirvi droghe, e si dava sopratutto idromele, giusta quanto si apprende in Plauto:

PSEUDOLUS

_Quid, si opus sit, ut dulce promat indidem ecquid habet?_

CHARIN

_Rogas?_ _Murrhinam, passum, defrutum mellinam, mel cujusmodi._ _Quin in corde instruere quondam cœpit thermopolium_[277].

Pur tuttavia v’erano molti e speciali termopoli. Sul corso principale evvi quello di Perennio, o Perennino, Ninferoide, così interpretandosi la cancellata epigrafe PERENIN NIMPHEROIS. Vi si osserva ancora il fornello, il davanzale di marmo bianco, in cui riscontransi le impronte lasciate dalle tazze colme di liquori, e una nicchia, contenente una testa di fanciullo in marmo, e alcuni gradini su cui disponevansi le tazze. Quivi pur si trovò un _phallus_ di bronzo con campanelle, vasi di terra d’ogni forma e una lampa e varj oggetti di vetro colorato.

Vicino al _Ponderarium_, che già conosciamo, per averne trattato nel Capitolo Quarto, sonvi due altre _tabernæ_, ch’erano egualmente termopolii, o mescite di bevande calde, e vogliono essere ricordati per esservisi trovati una cassa col coperchio di rame, uno scheletro umano e due d’animali.

E così da codesti venditorj di vino e di bevande calde, di liquori e di commestibili, da quelli soltanto, cioè, che già si sono scoperti, vuolsi a ragione inferire che ne dovessero in Pompei sussistere in quantità; perocchè nel restante della città ancor sepolta abitasse, come sappiamo, la parte più povera della popolazione, e la quale più di tali vendite e mescite dovesse necessariamente abbisognare, da che la classe meglio provveduta avesse modo di prepararsi nella propria casa di cosiffatte bevande.

E poichè sono a dire delle taberne e commestibili, parmi vi possa star presso il discorso de’ _pistrini_ o delle taberne da panattiere, o _pistores_ od anche _siliginari_, come venivano chiamati, esprimendo il primo nome piuttosto l’operazione del macinare, il secondo invece quella dell’impasto, da _seligo_, latinamente detta farina di frumento.

_Pistrinum_ era dunque dapprima presso i Romani il luogo in cui veniva il frumento ridotto in farina. Usavasi a ciò un profondo mortajo detto _pila_, e d’un grande e forte stromento che ve lo pestava e stritolava dentro chiamato _pilum_, che per la sua grandezza adoperavasi a due mani, a differenza dei _pistillum_, il nostro pestello, a testa grossa, con cui si polverizzavano o impastavano nel _mortarium_ altre sostanze, come droghe e pasticci. Più tardi, quando si pensò a sostituire altro stromento che stritolasse maggior quantità di grano e si inventò la macina, _mola manuaria_ o _trusatilis_, o mulino a mano, _pistrinum_ valse ancora a designare il mulino, che veniva messo in movimento continuo, di giorno e di notte, o da schiavi o da bestie da soma, cui si bendavan gli occhi, o da acqua[278]: _nec die tantum, verum perpeti etiam nocte prorsus instabili machinarum vertigine membrabant pervigilem farinam_[279], come disse Apulejo.

Ne venne così che il _pistrinum_ si usasse comunemente per luogo di punizione degli schiavi rei d’alcuna colpa, che vi venivano condannati a subire un periodo di prigionia con lavoro forzato, lo che era una ben miserevole pena per quegli sventurati pareggiati alle bestie.

Di questi pistrini se ne trovarono parecchi in Pompei, onde è dato fornirne ora la più esatta descrizione.

Tutti appajono costruiti d’un solo sistema, consistente, cioè, in due grosse pietre tagliate ora in forma di due vasi o campane, l’una arrovesciata sull’altra, che posa su d’una base, che è l’altra pietra, ed ora in forma di colonna che vien mano mano incavandosi o riducendosi a’ fianchi, pur posata sulla egual base cilindrica di un metro e mezzo di diametro ed uno in altezza. Da essa sorge uno sporto conico alto circa sessanta centimetri, che forma la macina inferiore, _meta_, ed ha un pernio di ferro infisso nel vertice. La pietra esterna, _catillus_, è fatta in forma di due vasi, come dissi, ed anche di oriuolo a polvere, _clessydra_, siffattamente, che una metà di esso si adatti come un berretto sopra la superficie conica della pietra inferiore, ricevendo il pernio summenzionato in un buco, forato a posta nel centro della sua parte più stretta tra i due coni vuoti, che serviva al doppio fine di tenerla fissa al suo posto e di scemare od eguagliare l’attrito. Il grano era quindi versato nella coppa vuota in cima, che così serviva di tramoggia e scendeva a mano a mano per quattro buchi forati nel suo fondo, sul solido cono di sotto; dov’era macinato in farina tra la superficie interna ed esterna del cono e del suo berretto, vie via che questo era fatto girare attorno dagli schiavi che lo movevano coll’ajuto d’una stanga di legno infissa in ciascuno de’ suoi fianchi. La farina cadeva dall’estremo orlo in un canale tagliato tutto intorno alla base per riceverla.

È a questo sistema ed alla miseria che vi pativano gli schiavi, che si condannavano a metterlo in movimento marcati in fronte d’una lettera infame, rasati da una parte i capelli e con un anello al piede[280], che Plauto allude in questi versi:

LIBANUS

_Num me illuc ducis ubi lapis lapidem terit?_

DEMÆNETUS

_Quid istuc est? aut ubi est istuc terrarum loci?_

LIBANUS

_Ubi fient homines, qui polentam pransitant_[281].

E il povero Plauto se l’intendeva, o piuttosto la fortuna doveva farlo passare per queste dolorosissime prove, poichè guadagnato colle sue produzioni al teatro un bel gruzzolo di denaro, avventuratolo poscia in ispeculazioni, da cui poeti e letterati debbono sempre star lontani, e quelle fallite, fu ridotto per campare la vita a girar macine da mugnajo. _Plautus fuit pistor_, scrisse lo Scaligero, _cum trusatiles molas versando operam locasset. Quia vero pistura illa et labor grana conterendi omnium gravissimus erat, factum ut Pistrinum locus plenus fatigationis et negotii operosi viresque conficientis diceretur_[282]. Terenzio e Cleanto vuolsi abbiano fatto altrettanto, quantunque fossero costoro lontani dai tempi e dai costumi, nei quali, sulla fede di Plutarco, Talete, essendo nell’isola di Lesbo, avesse udito una schiava straniera, girando una mola cantare: «Macina, o mulino, macina, poichè Pittaco, Re della gran Mitilene, si reca pur a piacere di volgere la mola[283].»

Apprendiamo poi, a questo proposito, da Catone come Pompei fosse rinomata per le sue mole, per le quali usufruttava del tufo vulcanico di che abbonda tutto il suo suolo così vicino al Vesuvio, e costituiva la fabbricazione e vendita di esse un ramo non indifferente del suo commercio.

Veniamo ora a parlare delle particolarità dei singoli pistrini che si scopersero.

Nella casa detta di Sallustio in Pompei si scoprì un Pistrino, che si locava dal proprietario a tale publico uso, e dove la costruzione del forno per la cottura del pane parve de’ nostri tempi, tanto si accosta alla odierna maniera. Il lavoro della volta è in guisa che con poco combustibile si dovesse riscaldare. Aveva nella bocca un coperchio di ferro, e presso stavano vasi per contener acqua. Vi si trovarono tre macine, come quelle testè descritte. Annessa era la camera per impastare il pane, col focolare per l’acqua calda, ed ivi si trovarono altresì l’anfora colla farina e parecchi acervi di grano.

Nel forno publico della Casa di Modesto, così designata dal nome MODESTUM, dipinto in rosso sul muro e dove si rinvenne una quantità di pani della più perfetta conservazione, deposti parte nel Museo di Napoli e parte in quel di Pompei, il forno si presentò più solido e più ingegnoso ancora. Vi si vede la camera o stufa in cui manipolavasi il pane; un’altra ove ponevasi a fermentare su tavole disposte l’una sull’altra lungo il muro, e quindi una terza ove riponevasi già cotto. Presso era la stalla degli asini che giravano le mole, secondo il metodo più usitato. In questo pistrino si trovarono quattro macine un po’ più basse delle consuete d’altrove, formate da un cono concavo che si volge su di un altro convesso, anfore di grano e farina, e sul muro del Pistrino, vedesi un dipinto che esprimeva un sagrificio alla Dea Fornace e diversi uccelli. È forse la panatteria migliore che si scoperse finora.

Un altro forno publico è nel lato sinistro della casa di Fortunata presso quella di Pansa, con tre mulini, sull’un dei quali leggesi _Sex_. Sulla bocca del forno vi era un _phallus_ colorito in rosso ed al di sopra scritta la leggenda HIC HABITAT FELICITAS, novella prova che l’emblema non fosse unicamente a segno di mal costume, ma piuttosto a felice augurio ed a scongiuro di disgrazia, come già ebbi il destro di sostenere. Nella bottega attigua di panatteria esisteva una pittura rappresentante un serpente, simbolo di una divinità custode, e rimpetto una croce latina in basso rilievo. Sarebbe questo segno un indizio del sospetto da me già espresso che la religione di Cristo fosse già penetrata in Pompei? Faccio voti che i futuri scavi abbiano ad offerire maggiori dati, che il sospetto e l’induzione abbiano a mutare in certezza assoluta.

Sull’angolo della _via del Panatico_, un’altra panatteria ha un gran forno con quattro mulini. Su due d’essi leggonsi le parole SEX e SOHAL in caratteri rossi e sopra il forno vedevasi una figura rappresentante evidentemente un magistrato che distribuiva pane al popolo.

Nella viottola della Fontana del Bue, si è pure trovato un pistrino con tre macine, un gran forno a corrente d’aria e delle madie foderate di piombo.

D’un’ultima panatteria terrò conto, scoperta nel 1868 ed appartenente a Paquio Proculo, al quale apparteneva pure la casa. Essa è nella Via Stabiana (Regione VII, Isola II). Il chiarissimo Minervini lesse dipinta sulla parete sinistra della casa la seguente epigrafe, che oggi è frammentata per la caduta dell’intonaco:

PROCVLE . FRONTONI TVO . OFFICIVM . COMMODA

Questa raccomandazione, scrive il dotto signor G. De Petra, illustrando nel _Giornale degli Scavi_ la casa e il pistrino di P. Paquio Proculo[284], così per la sua forma, come pel luogo dov’è scritta, mi pare indubitato che Frontone la rivolgesse al padrone della casa, il quale perciò doveva chiamarsi Proculo. Con tal cognome occorrono più di frequente nei programmi pompejani due persone, P. Paquio Proculo e Q. Postumio Proculo; ma considerando che in una colonna dell’atrio è graffito il nome di _Pacuia_, la figlia di Paquio, rimane provato che col nome di questo debba intitolarsi la casa. Donde si fa ancora probabile che l’altra raccomandazione elettorale publicata dal ch. Fiorelli (_Giornale degli Scavi_, 1862, p. 47, n. 4): _Sabinum aed (ilem) Procule fac, et ille te facient_, fosse indirizzata allo stesso P. Paquio, che pare sia stato un uomo assai influente e popolare. Diffatti il ch. Garrucci (_Bull. arch. Nap._, n. 5, tom. II, p. 52) fece nota questa epigrafe che sinora non trova riscontro di sorta fra le reminiscenze elettorali: _P. Paquium Proculum ii. Vir. i. d. d. r. p. universi Pompejani fecerunt_; nondimeno chi era questo Proculo, che i Pompeiani unanimi sollevarono alla somma dignità di duumviro giusdicente? Niente altro, come si vedrà, che un panattiere! Il qual fatto ci autorizza a conchiudere, che in Pompei le magistrature municipali non eran monopolio dei soli ricchi, e che questi conoscevano di buona voglia (_universi fecerunt_) la convenienza di farvi partecipare anche i più autorevoli e migliori cittadini di condizione plebea. — Lezione buona pei nostri tempi, in cui le elezioni amministrative e politiche sembrano infeudate all’aristocrazia del sangue e del denaro: colpa precipua del popolo stesso che si ostina, a parole, a gridar contro i ricchi e gli uomini di grande autorità, ma in fatto è poi sempre lo stesso peccatore, che religiosamente serba il suo stolido feticismo per chi tiene di classe a sè superiore; salvo a ricominciare di poi le sue maledizioni contro gli eletti proprj, che ignari de’ suoi bisogni, fanno leggi a sproposito e a detrimento.