Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 17

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Anche all’ingresso della viottola della Fontana del Bue, sulla muraglia a sinistra, una bella e ben conservata pittura di simboliche serpi è sormontata, oltre che da un piccolo larario, anche da varie iscrizioni, parte in oggi cancellate dalla rovina, fra le quali leggesi la seguente, che ognor più avvalora e l’influenza e la ricchezza di questo importantissimo panattiere in Pompei:

P. PAQVIVM PROCVLVM II VIR . I . D . THALAMVS CLIENS[285].

Io non mi divagherò a descrivere la casa di questo P. Paquio Proculo, che qui l’argomento ne sarebbe spostato: verrò invece difilato al pistrino che vi è in essa, e che è nel lato destro. Vi si riconosce la camera del _panificium_, e ciò si argomenta, scrive il De Petra, dai cinque podii di fabbrica per sostegno di tre tavoloni di legno su cui rimaneggiavasi la pasta, da varii recipienti per conservar l’acqua, quali sono una vaschetta quadra fabbricata, un gran dolio sepolto a metà nel suolo e un’anfora murata in uno de’ poggiuoli, infine dalle traccie degli assi di legno che sostenevano le tavole su cui disponevansi i pani. Una porta priva di soglia dava il passaggio da questo luogo a quello dov’è il forno; ma tra l’una e l’altra stanza, per uno scopo limitato, cioè per la sola cottura del pane, v’era una comunicazione anche più diretta e sollecita. Si notarono tre _molæ_ per isfarinare il grano, avendo una di esse la base ricoperta da una lamina di piombo, la _meta_ di una quarta mola senza il _catillus_ e la base circolare per una quinta; due serbatoj d’acqua fabbricati, un pozzo con coperchio, un piccolo dolio contenente calce e tre poggiuoli.

Il dipinto larario solito a incontrarsi nei pistrini, non è mancato in questo, ma sventuratamente tornò a luce poco conservato. Sotto un verdeggiante festone è la Dea Vesta ammantata con lo scettro nella sinistra e il dritto braccio proteso sopra un _focus_. Dietro a Vesta è l’asino, l’animale, come dissi, usato più spesso a girar le macine; rimpetto alla Dea v’è un giovane in piedi che nella sinistra ha la cornucopia, e stende la diritta sull’ara.

A sinistra del forno v’è un ampio locale in cui probabilmente si conservavano _saccula_ di grano o di farina.

Di questo P. Paquio Proculo e di sua moglie, nel _tablinum_ della loro casa, si rinvenne il ritratto dipinto sulle pareti gialle. Cedo la penna all’egregio De Petra. «Questo dipinto, offre la volgare fisonomia di Paquio, che ammantato dalla bianca toga magistrale, stringe nella destra un volume col rispettivo titolo di colore rosso. Gli è a fianco la sua donna, cui pendono sulla fronte i ricciolini sfuggiti alla fascetta che le stringe i capelli; ha pendenti di perle alle orecchie, e rossa la veste; avvicina alle labbre la punta dello stilo che tiene nella dritta ed ha i pugillari aperti nella sinistra[286]. Donde si può inferire, che l’anzidetta positura sia stata convenzionale nei ritratti, poichè l’atteggiarsi dell’uomo e della donna trovasi ripetuto esattamente in due scudetti publicati nelle _Pitture d’Ercolano_ (tom. III, tav. 45) e in quegli altri due che ornano il tablino d’una casa nella Regione Settima, isola 10, propriamente quella che vien dopo la casa del _Balcone Pensile_. Oltrecchè l’atteggiamento della donna si confronta con la scrittrice dipinta nell’atrio della casa di Popidio Prisco (Reg. VII, Is. 11, n. 20) e con un’altra delle _Pitture d’Erc._ (t. III, tav. 46)[287]. Quale simbolo dell’amor conjugale di P. Paquio e sua moglie, vedevasi al di sopra dei loro ritratti un grazioso ed importante quadretto, ora nel Museo, rappresentante Amore e Psiche teneramente abbracciati. Il bacio e l’amplesso di essi, ovvio in tanti altri monumenti, è ritratto in questa pittura pompejana in una movenza nuova, sebbene non molto diversa delle altre conosciute.»

Nella Via degli Augustali, come dipendenza della Casa detta dei _Capitelli figurati_, aprivasi poi una taberna da pasticciere, _pistor dulciarius_, il quale, come ne fa sapere Apulejo, _panes et mellita concinnabat eduleia_. Vi si videro parecchi mulinetti, _pistrillæ_, che un sol uomo bastava a girare; ma destò la speciale attenzione il forno, dalla forma del quale direbbesi a riverbero, costituendosi di due cavità sovrapposte, accendendosi il fuoco nella cavità inferiore da cui il calore ascendeva per un’apertura, nella cavità superiore, ove si deponevano a cuocer le pasticcerie. Due pasticcetti si trovarono negli scavi e si conservano nel Museo di Napoli.

Toccato de’ pistrini, vediamo ora le altre botteghe e spacci pompejani di merci attinenti i cibi e gli alimenti.

Una taberna o venditorio d’olio si scoprì nel 1852 nella via di Stabia, quasi all’angolo della viottola della Fontana del Bue. Il podio o banco della bottega era di marmo cipollino e grigio antico, con in mezzo dello specchio davanti un medaglione di porfido verde e due bei rosoni. Su di esso vi erano incastrate otto belle ed ampie scodelle in terra cotta. Nell’interno si ritrovò un pozzo, un fornello e l’ingresso del ripostiglio dell’olio. La quantità degli ulivi che si coltivavano nell’agro campano doveva necessariamente far luogo ad una produzione assai abbondante di olio. Anche gli scavi hanno offerte conserve nell’olio di grosse ulive, che dovevano probabilmente aversi dalle famiglie pompejane fra le consuete ghiottornie.

Presso la casa di Cornelio Rufo e quella di Messinio nella Via di Stabia evvi una casetta, che l’illustre Fioretti, seguendo le indicazioni di Pompeo Festo e di Varrone, qualifica per un _Ganeum_, o _Ganea_, specialmente per avervi vedute pitture ed iscrizioni licenziose[288]. Era la _Ganea_ o il _Ganeum_, come meglio piaccia al lettore di appellarlo, secondo essi, un ritrovo nascosto di meretrici, le camere da letto delle quali erano a pian terreno, come i cenacoli nella parte superiore delle case, ed io ne toccherò poi nel capitolo del _Lupanare_; ma Bréton, nella sua _Pompeja_, avendo constatato nell’area del peristilio sette grandi coppe, o giare, misure di capacità pei liquidi, e sette dolii coi loro coperchi, senza manichi, fu indotto a credere che questa casa potesse essere al contrario un magazzeno d’olio. Si sono poi trovati negli scavi dei particolari mulini che si sono creduti atti alla macinazione dei grani oleosi: l’uno fu rinvenuto nelle vicinanze del Foro Triangolare o Nundinario.

Prima di entrare nel Foro Civile, sulla diritta, stava la taberna di un venditore di latte. L’insegna di essa è in terra cotta e rappresenta una capra. Sotto di essa vi si lesse questa iscrizione in caratteri rossi, all’epoca del suo sterramento, ma che ora non si distinguono più.

M. CASELLIVM AED. DIF. FAC. FIDELIS...

Nel podio di materia di fabbrica, come d’uso nelle taberne di liquidi, v’erano incassati dei vasi.

Nell’isola intorno al Tempio d’Augusto si constatarono diverse botteghe di commestibili. Una di venditori di pesci salati, forse ciò argomentandosi dai pesci che si videro dipinti sulle pareti, della natura di quelli che si vendono nella salamoja, e già sappiamo che Pompei era nota e famosa pel suo garo che sapeva preparare e del quale ho già intrattenuto il lettore sulla fine del Capitolo Quinto. Un’altra di fruttivendolo, nè in questa si errò di certo, poichè vi si accogliessero fichi secchi in abbondanza, uva passa, susine, frutta in vasi di vetro, lenti, semi di canape; oltre una ciambella, vari frammenti di pasta e di pane, molto denaro, una staderina e varie bilancie. I fruttivendoli in Pompei dovevano essere di molti, così essendo lecito di pensare dalla iscrizione che fu letta sul pilastro che separa la _Fullonica_, di cui dirò qui appresso, dalla Casa della gran Fontana, scritta, come il più spesso, in caratteri rossi e che sembra riferirsi al magistrato, del quale abbiam veduto come la statua decorasse il teatro:

M. HOLCONIVM PRISCVM II VIR. I. D. POMARI VNIVERSI CVM HELVIO VESTALE ROGANT[289]

I fruttivendoli pompejani si raccomandano ancora in altre due iscrizioni, che si lessero nella strada ove è l’arco di trionfo. L’una è così concepita:

IVLIVM SABINVM AEDILEM POMARII ROGANT

e l’altra così:

MARCVM CERRINIVM AEDILEM POMARII ROGANT

Ciò che vuol essere osservato si è che in queste botteghe, che sono circostanti al Tempio di Augusto, si sono rinvenuti molti oggetti preziosi e d’arte, fra quali una statuetta di bronzo rappresentante una Vittoria con armille d’oro alle braccia; un’altra in marmo; Venere che si asciuga i capelli, come sorgesse allora dalle spume dell’Ionio mare, colla parte inferiore velata da un drappo dipinto in rosso; una bella tazza d’alabastro, anelli d’oro, gemme, sistri isiaci, un vaso di vaghissimo lavoro, amuleti, strigili e diverse monete.

Sarà negli ulteriori scavi che verrà dato indubbiamente di scoprire taberne d’altre cose mangerecce, e soprattutto _lanienae_, o botteghe da beccai e macelli, la principale opera e materia prima dei quali veniva somministrata dai templi, per le continue vittime che vi si immolavano, per lo più in buoi, giovenche e pecore; e se agli Dei si bruciavano ciocche di lana e qualche inutile interiora, tutt’al più spruzzate da vino e mescolate di fiori, il meglio veniva accortamente goduto dai sacerdoti pel loro uso, e venduto nuovamente ai gonzi, di cui si costituisce la maggior parte del pubblico, che a ragion di divozione avevano fatto prima l’offerta. I macellai dell’antichità erano adunque principalmente i sacerdoti.

Della bottega del Chirurgo e del _Seplasarius_ o farmacista e di quella di prodotti chimici, ho già detto nel Capitolo delle _Scuole_; di quella dello scultore mi occuperò nel venturo delle Belle Arti, come anche del mercante de’ colori; perocchè meglio vi si trovino in essi collocati, come materia che a que’ capitoli ha tutto il suo riferimento.

Nella stradicciuola di Mercurio, gli scavi trovarono nel 1853 un _Myropolium_, o bottega da profumiere, detta anche, come la vediam nominata in Varrone e Svetonio, _unguentaria taberna_[290]. Già superiormente ho toccato dello spreco di profumi, aromi ed unguenti che si faceva a quei tempi di grande effeminatezza in Roma e in tutto l’orbe a lei soggetto. Non era soltanto, cioè, del mondo muliebre; ma pur degli uomini. All’uscire del letto, prima d’entrare nel bagno, nel bagno e dopo, era costume di ugnersi e di profumarsi; altrettanto facevasi nelle case prima del pasto e avanti comparire in pubblico e prima di coricarsi; ogni occasione era buona per ispargersi il corpo e le vestimenta di odorose essenze, per ungere i capelli e perfino per profumare camere ed appartamenti. Già abbiam veduto nel capitolo dell’Anfiteatro come si facesse eziandio all’aperto assai gitto di croco: si può pertanto argomentare cosa dovesse essere negli appartamenti chiusi: a suo luogo vedremo, specialmente nel triclinio e ne’ funerali.

Ma più che tutto, era nell’amore che di profumi si abusava, come eccitanti e preparatori allo stesso. È noto, scrive Dufour[291], che il muschio, il zibetto, l’ambra grigia e gli altri odori animali portati nelle vesti, nei capelli, in tutte le parti del corpo esercitano un’azione attivissima sul sistema nervoso e sugli organi della generazione. Nè solo adoperavano esternamente detti profumi, ma non temevano di far entrare aromi e spezie in quantità nel giornaliero loro alimento; onde a ciò si voglia ascrivere quell’appetito e prurito continuo che tormentava la romana società e che la spingeva in tutti gli eccessi dell’amor fisico.

La lussuria asiatica portò seco tali profumi e d’allora in poi, così prodigioso fu il consumo delle sostanze aromatiche, che parve non bastare quanto inviava la Persia, l’Arabia e tutto l’Oriente insieme. S’era insomma venuto a tal punto, da aver ragione Plauto, quando nella _Mostellaria_ usciva in questi accenti:

_Quia ecastor mulier recte olet, ubi nihil olet._ _Nam istæc veteres, quæ se unguentis unctitant, inter poles,_ _Vetulæ, edentulæ, quæ vilia corporis fuco occulunt,_ _Ubi sese sudor cum unguentis consociavit, illico_ _Itidem olent, quasi cum una multa jura confudit cocus._ _Quid oleant nescias, nisi id unum, ut male olere intelligas_[292].

Profumi e cosmetici assumevano il nome dal paese onde venivano: così furono celebrati l’unguento di Cipri, il balsamo di Mende, il nardo d’Achemenis, il _malobutrum_ di Sidone, distillato in olio pei capelli, l’olio d’Arabia, quello della Siria, il mirobolano di Arabia; l’_opobalsamum_ della Giudea, il cinnamomo dell’India, la maggiorana di Cipri, la mirra dell’Oronte e l’iride di Illiria, che Ovidio raccomanda nel suo Poemetto _De Faciei medicamine_, e del quale facciamo uso noi pure rinchiudendolo in seriche borse o sacchetti, che poniamo, per profumarla, per mezzo la biancheria.

Altri profumi e unguenti pigliavano il nome dal loro inventore; come la _Niceroziana_ ricordata da Marziale, odore inventato da Nicerote, e il _Foliatum_, manipolato da Folia, amica di Gratidia, che Orazio stigmatizzò nelle sue Odi, coprendola delle più infami accuse e vituperi, col nome di Canidia.

V’era poi l’unguento dipelatorio, detto _dropax unguentum_, l’_odontatrimna_ per i denti, le pastiglie dette _diapasmata_ contro l’alito cattivo, e vie via molti altri unguenti che sarebbe troppo lungo l’enumerare.

Malgrado questo bisogno che si provava dell’arte e dei prodotti del profumiere e del cosmeta, questi bottegai erano nel comune disprezzo, forse perchè a questo piccolo commercio s’applicassero cortigiane e cinedi, lenoni e mezzane, quando l’età toglieva loro ogni attrattiva e possibilità di continuare nel loro infame mestiere, o mancava la clientela, e così a donna _ingenua_ ossia nata libera, il nome solo di profumatrice e cosmeta sarebbe giustamente suonato come la più fiera ingiuria.

Nelle case de’ ricchi eravi sovente il laboratorio dell’_unguentarius_, a cui s’applicavano schiavi o liberti, e le cosmete e gli unguentarii valevano eziandio per le molteplici operazioni, che già conosciamo, de’ privati _balinei_.

La gente onesta e della buona società teneva a disonore il mostrarsi publicamente nei _myropolii_ o taberne unguentarie, e però quando vi accedevano o sceglievano le ore prime del mattino o quelle della sera, e tiravano il lembo della toga sul volto: non così gli sfaccendati che traevano a questi luoghi, non che alle _tonstrinæ_ o botteghe da barbiere, od a quelle de’ medici e de’ banchieri, per raccogliervi novelle e chiacchierare, come Plauto ne fa sapere quando nell’_Epidico_ fa che Apecide dica aver cercato ovunque di Perifane:

_Dii immortales, utinam conveniam domi_ _Periphanem! per omnem urbem quem sum defessus quærere:_ _Per medicinas, per tonstrinas, in gymnasia atque in foro,_ _Per myropolia, et lanienas, circumque argentarias_ _Rogitando sum raucus factus_[293].

Spettava a’ profumieri l’imbalsamazion de’ cadaveri e la vendita degli aromi pei sagrifici, e nel _myropolium_ di Pompei diffatti le insegne o pitture che vi stavano nell’ingresso ed ora scomparse, e le quali condussero a constatare od almeno a far credere essere quella una _taberna unguentaria_, rappresentavano l’una un sagrificatore che conduceva all’altare un toro; l’altra quattro uomini che portavano una enorme cassa, intorno alla quale stavano sospesi alcuni vasi. Superiormente poi vedevansi dipinte alcune persone intente a profumare un cadavere, prima d’essere portato al rogo.

Dal profumiere, passiamo a vedere la taberna del barbiere nella Via di Mercurio. È picciolissima: a destra vi è un podio, sopra di esso due nicchie simili a quelle che altrove servirono a larario, ma che qui più probabilmente avranno giovato per collocarvi cosmetici, vasi di profumi, pettini e _novaculæ_ o lame di metallo molto affilate colle quali radevano i capelli della testa o i peli della barba, come i nostri rasoi. In mezzo alla bottega v’è un sedile in materia da fabbrica, dove l’avventore si sarà seduto, e in un dietro bottega sta il fornello, che avrà servito per riscaldare l’acqua. Non saprei spiegare come e perchè si trovassero in questa seconda camera gli avanzi di un mulino.

Circa questo mestiere del barbiere, _tonsor_, poco è a dirsi. Lo si faceva consistere nel tagliare i capelli, nel radere la barba, nel pareggiare le ugne e nello svellere i peli parassiti colle pinzette, _volsellæ_. I ricchi usavano a tutto ciò nella propria casa di uno schiavo o di liberto; il popolo veniva alla bottega. A radersi frequentemente la barba, si cominciò tardi in Roma, nell’anno cioè 454, della sua fondazione, alla venuta dalla Sicilia del primo barbiere: avanti di costui la si lasciava crescere generalmente. Nelle _tonstrinæ_, — così chiamate le botteghe di barbieri, e noi diremmo barbierie, — era assai frequente che vi esercitassero tal mestiere le donne, dette però _Tonstrices_; e Plauto, fedel pittore di que’ vecchi costumi, nel _Truculentus_, accenna appunto alla Sura barbiera:

. . . _tonstricem Suram_ _Novisti nostram, quæ modo erga ædes habet_[294].

e Marziale acerbamente morde la moglie d’un barbiere che stava presso alla Suburra, e la quale co’ suoi artificii carpiva denaro alla gente:

_Sed ista tonstrix, Ammiane, non tondet;_ _Non tondet, inquis? ergo quid facit? radit_[295].

Non di meglio del resto aveva trattato lo stesso poeta, Marziale, il barbiere Eutrapelo nel seguente epigramma:

_Eutrapelus tonsor dum circuit ora Luperci_ _Expungitque genas; altera barba subit_[296].

Lo che dimostra che di buoni e grami barbieri ve ne erano allora come ve ne hanno di presente. L’epigramma adunque avrà sempre la propria attualità.

Di sarti finora gli scavi non rivelarono botteghe; di calzolajo se ne sospettò alcuna giusta quel che ne dirò tra breve, e così di tal’altre industrie e mestieri attinenti il vestire, e quel che si sterrerà per lo avanti, riguardando la parte più abitata dalla gente operaja, verrà forse facendo al proposito interessanti rivelazioni. Certo che nè le vestimenta, nè i calceamenti erano a que’ dì complicati come di presente, da richiedere specialità di artieri. L’importante quanto ai primi era la finezza della stofa onde si facevano tonache e mantelli, pepli e toghe e studio nel portarle onde si acquistasse grazia ed eleganza. Gli schiavi, le donne bastavano all’uopo e forse ognuno, anche del popolo, in sua casa poteva dalle proprie donne farsi preparare tutto quello che appunto riguardasse il vestimento. Circa alle vestimenta poi della gente rustica, ne abbiamo in Marco Porcio Catone, _De Re Rustica_, ricordati i nomi: _Tunicæ, saga, centones, centiculi, manicæ de pellibus_; e _cuculli_ o _cuculliones_, _pilei_ e _galeri_ a berrette o cappelli che si portavano in testa, ed erano in tutti di pelli lanute. In quanto ai secondi, cioè a’ calzolai, si può dirne qualche parola, perchè in taluna pittura pompejana si vide riprodotta la forma di qualche calzare, ma sarà tra breve, come dissi, quando visiteremo la bottega del cuojajo o conciatore di pelli.

Presso le Prigioni, che abbiamo nell’undecimo Capitolo di quest’opera trovate nel Foro Civile Pompejano, vedesi un locale che fu designato siccome un ampio magazzeno in cui si vendevano tele e stofe ad uso proprio del vestire. Così fu interpretato l’uso di questo locale, fidandosi alla quantità dei buchi che vi si videro, che dovevano aver servito a sostenere gli armadj che contenevano quelle merci. Una pittura scoperta in Pompei, scrive Bonucci, fa per avventura allusione a questo Foro ed a questo magazzeno. Rappresenta un uomo in piedi, che tiene nelle mani un pezzo di stofa ch’egli offre ad una donna seduta. Questa mostra il desiderio di comperarla, ma fa osservare al mercante un difetto che si trova nel mezzo della merce, e il mercante cerca dissuaderla con ragioni che accompagna con gesti. Le due giovanette sedute, la servente che è dietro di esse, il gruppo di due altre donne che parlano con un uomo, e da ultimo i panneggiamenti che si scoprono nel fondo del quadro, possono indicare il luogo di che facciamo parola.

Tele e lane servivano alla confezione degli abiti: solo negli ultimi tempi, cioè a quelli dell’Impero, le matrone, comperandola a carissimo prezzo, usavano della seta che derivavano dall’Asia; ma questa consideravasi come merce di smoderatissimo lusso, perocchè costasse come l’oro. Ho già notato le maraviglie che si fecero quando nel circo vennero distesi velarii di seta: erano esse in ragione della preziosità e rarità della stofa.

Nel _Vicolo del Panatico_, al lato destro, vi è un piccolo stabilimento di lavanderia: per tale venne riconosciuto, abbenchè tutto vi fosse rovinato e nulla di particolare offra ad essere riferito. Due altre lavanderie pure non di grande importanza, stanno nel _Vicolo della Maschera_: più vasta è quella in _Via del Lupanare_ e detta _di Narciso_, scoperta nel 1862 e così denominata da una superba statuetta di bronzo che si conserva al Museo, rappresentante infatti questo personaggio mitologico nell’atto che ascolta la voce lontana della Ninfa Eco, che vien considerata come una delle migliori rarità trovate negli scavi, sì che Dognée giungesse a dire: _Les fouilles n’eussent-elles déterré que ce seul bronze, l’importation des principes immortelles de l’art grec dans le vieux monde romain eût été démontrée par une trace glorieuse dont la splendeur indique incontestablement l’illustre origine_[297]. È una bottega, in cui si veggono vasche diverse di pietra, in due delle quali era l’acqua condotta da un tubo di piombo con un robinetto. Sotto di queste due vasche è un fornello; ma giustamente osserva Bréton, siccome il piombo non può sopportare un fuoco di troppo ardente, si deve supporre, che in questi due fornelli non si ponesse che della brace destinata solo a tener caldo il liquido, nel quale si lavavano le stofe di lana o di lino. Al disopra del lavatojo, nella muraglia, vi sono dei buchi, ne’ quali erano infissi dei chiodi per la biancheria. Il suolo della bottega ha un certo pendìo verso un lato, per ivi condurre le acque che vi scorrevano per uscire sulla via. A destra della bottega, è una cameretta, in mezzo alla quale è una tavola di marmo rettangolare d’un solo piede ornato d’un corno d’abbondanza e d’una pàtera con tracce di pitture. In fondo della stessa, scendendo quattro gradini, si entra in una vasta corte in cui si vedono le traccie dei chiodi cui si saran dovute accomandare le corde onde distendervi le biancherie ad asciugare.

Nella bottega sull’angolo della Via degli Augustali e del Lupanare, designata per quella del Conciapelli, _coriarius_ o, come potrebbe essere, d’un calzolajo, giusta l’opinione di Fiorelli e di Overbeck, appartenente a Nonio Campano soldato della IX Coorte pretoriana, come era scritto in grandi caratteri rossi sulla bianca parete di essa, se non abbiamo speciali oggetti a rimarcare, tranne alcuni utensili propri a questo mestiere, l’argomento però ci obbliga a ricordare l’uso precipuo de’ suoi prodotti, cioè quello de’ calzari e scarpe.