Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 9

Chapter 93,734 wordsPublic domain

«Trovavasi egli a Miseno ed attendeva al personale comando della flotta[92]. Erano le calende di Novembre[93], quasi all’ora settima, quando mia madre gli mostra apparsa una nube d’inusitata grandezza e specie. Accostumato a star bene alquanto al sole e quindi a bagnarsi d’acqua fredda, aveva asciutto in letto e messosi poi a studiare, domanda le pianelle e ascende in luogo da dove si potesse riguardar ampiamente il prodigio. Una nube levavasi (che a chi da lontano l’osservava non avrebbe indovinato da qual monte, che poi si conobbe essere il Vesuvio), la cui somiglianza e forma nessuna altra arbore meglio che un pino avrebbe raffigurata. Perocchè spingendosi in alto come su lunghissimo tronco, si diffondeva per certi rami: credo che ciò procedesse perchè sollevata da improvviso soffio s’allargava poscia alla base, fors’anco vinta dal proprio peso, candida talvolta e talvolta sordida e macchiata, a seconda che sorreggesse o terra o cenere. Parve all’eruditissimo uomo che fosse il grande evento meritevole di più vicino studio. Comanda allestirsi una liburnica[94] e m’accorda, dove il voglia, seguirlo. Risposi amar piuttosto rimanermene a studiare, ed egli stesso per avventura m’aveva commesso alcuna cosa scrivere. Usciva di casa, quando gli si recarono alcune tavolette[95] scritte. I classiarii di Retina[96], atterriti dall’imminente pericolo (poichè quella borgata vi sottostasse, nè altra via di scampo vi fosse che per le navi), supplicavano volesse sottrarli a tanto disastro. Ei modifica la risoluzione e quel che aveva per amor di studio incominciato, compie colla massima alacrità. Escono le quadriremi, vi monta su egli stesso non per recar ajuto a Retina soltanto, ma a ben molti altri, poichè popolata di gente fosse l’amenità della sponda. S’affretta colà da dove fuggono gli altri ed in mezzo al pericolo egli regola il corso e tien diritti i governali, così libero da timore, da distinguere e disegnare tutte le fasi di quella sciagura e tutte le figure come gli si paravano agli occhi. Già la cenere era cascata sulle navi, quanto più s’accostavano, tanto più calda e più densa; già anche le pomici e le pietre, nere, bruciate e spezzate dal fuoco, già apertosi un improvviso guado e la ruina del monte levarsi ostacolo al lido. Ristato alquanto, se dovesse dar addietro, al timoniere che a ciò fare l’esortava, _i forti_, disse, _ajuta la fortuna, raggiungi Pomponiano_. Questi era a Stabia, separato dal seno frapposto, essendo che il mare, per l’aggirarsi e curvarsi delle sponde, non vi si introducesse che a poco a poco. Quivi, quantunque non fosse ancora vicino il pericolo, in vista nondimeno di esso che col crescere si farebbe più presto, aveva portato sulle navi i fardelli, in attesa di dover fuggire quando il vento contrario si fosse acquetato; dal quale il mio zio invece assai favorito, colà sospinto, abbraccia il trepidante, lo consola ed esorta e perchè colla propria tranquillità meglio deponesse il timore, vuole essere trasportato nel bagno; lavatosi, si pone a tavola e cena allegro od in sembianza di allegro, lo che è più ancora. Intanto dal monte Vesuvio in più luoghi divampavano larghissime fiamme ed alti incendj, il fulgore e chiarore de’ quali veniva fatto maggiore dalle tenebre della notte. Egli per rimedio al terrore andava dicendo quelle che ardevano essere le deserte e solitarie ville abbandonate al fuoco dallo spavento de’ campagnuoli. Allora si diede al riposo e riposò del più profondo sonno. Perocchè il respiro, che per la corpulenza gli era più grave e sonoro, veniva inteso da coloro che stavano sulla soglia. Ma lo spazio per il quale si adiva all’appartamento, s’era per tal guisa di cenere mista a lapilli cotanto colmo, che se più a lungo fosse rimasto nella camera, gliene sarebbe stata negata la uscita. Riscosso, sorge e ritorna a Pomponiano ed agli altri che avevano vegliato. Consultano in comune se debbano restar in casa, o vagare all’aperto, perocchè la casa traballasse per le frequenti scosse, e come scassinata dalle fondamenta, di qua e di là ondeggiasse, e dell’uscir all’aperto si paventasse nuovamente il ruinar de’ lapilli, comunque lievi ed esigui. Nel confronto de’ quali pericoli si decise per codesto ultimo, in lui la ragione vincendo il partito, negli altri la paura. Imposti de’ cuscini sulla testa, ne li accomandano con fasce e ciò fu riparo contro quanto cadeva. Già altrove il giorno, colà la notte più buja e densa d’ogni notte, la qual tuttavia rompevano le molte faci ed i diversi lumi. A lui piacque di portarsi al lido e da vicino riguardare se si potesse commettere al mare, perchè mosso e procelloso perdurava. Quivi adagiandosi sovra un disteso lenzuolo, una volta o due dimandò dell’acqua fresca e la bevve. Poscia le fiamme e una puzza di zolfo, foriero delle fiamme, volgono altri in fuga ed eccitano lui. Appoggiatosi a due si levò, ma subitamente ricadde morto, impedito, siccome io argomento, il respiro dalla più spessa caligine, onde gli si chiuse lo stomaco, che già per natura aveva debole ed angusto e soggetto a frequenti infiammazioni. Come fu ritornato il giorno (il terzo da quello che a lui era stato l’ultimo), fu rinvenuto il di lui corpo integro, illeso e ancor ricoperto de’ suoi indumenti, più simile la posa del corpo ad uno che dorma, che non a defunto. Io colla madre eravamo sempre a Miseno. Ma ciò nulla fa alla storia, nè tu bramasti sapere altro che della morte di lui. Imporrò fine adunque; questo solo aggiungendo che ho veracemente esposto tutto quello cui ho assistito o che ho udito al momento, essendochè le cose vere tutte vengano ripetute. Tu le più saglienti eleggi; perocchè altro sia una lettera, altro la storia; altro è per l’amico, altro è scrivere per tutti. Addio.»

Così il nipote e figlio adottivo Cajo Plinio Cecilio Secondo narrò la morte del grande naturalista ed ammiraglio della romana flotta; ma per quanto autorevole la di lui testimonianza, non tolse che differentemente altri la narrassero di poi.

Tra costoro, Svetonio, o quegli cui si vogliono attribuire le _Vite degli Uomini illustri_, ci fa sapere come v’abbiano bensì certuni che lo dicano oppresso dalla violenza della rena e delle faville, ma ve n’abbia di altri ancora che ritengano essere stato da un servo ammazzato, quando sentendosi soffocare per l’ardore, avevalo pregato d’anticipargli la morte[97].

Il Rezzonico, accostandosi a quest’ultima opinione, la vorrebbe confortare colla consuetudine de’ Romani di liberarsi con morte volontaria da’ dolori della vita, e col sistema di filosofia di Plinio il Vecchio, il quale non pare che avesse le più precise idee intorno alla immortalità dell’anima[98].

Nè di diversa sentenza era per avventura messer Francesco Petrarca, se potè nel _Trionfo della Fama_ introdurre il terzetto che riferisco, mettendo per altro ancora in guardia il lettore contro quel, che io reputo errore, come ho già precedentemente dimostrato, d’aver, cioè, detto Plinio veronese:

Mentr’io mirava, subito ebbi scorto Quel Plinio veronese suo vicino A scriver molto, a morir poco accorto.

Tuttavia potrebbesi ritenere che il Cantore di Laura riputasse egualmente essere stato poco l’accorgimento del vecchio Plinio di esporsi sul lido del mare alle offese vesuviane, mentre ne fervevano i furori, e che gli accagionarono la morte, anche senza ammettere la morte datagli dal servo.

Ma all’illustre e severo storico non bastò lo intendere i casi del vecchio Plinio; laonde pur quelli del giovine richiese, perocchè avesse saputo costui essersi trovato ravvolto in quegli spaventosi avvenimenti; epperò eccitava l’amico ad istruirnelo, ed io pensando che pur un certo interesse provar dovrebbe il lettore a conoscerli, a rendersi ben anco ragione dell’intero luttuoso quadro, dedurrò pur la versione della seconda lettera che dall’argomento scrisse quell’egregio all’amico.

«Cajo Plinio a Cornelio Tacito suo, salute:

«Tu dici essere tratto dalla lettera, che per tuo volere ti scrissi intorno alla morte di mio zio, a desiderar di conoscere, quali timori non solo, ma quali avventure altresì mi sieno toccate (ciò che del resto m’ero posto per dirti e poi mi sono interrotto).

Benchè d’orror, nel rimembrarlo, frema L’animo mio, principierò[99].

Partito lo zio, il restante tempo (poichè a ciò ero rimasto) io spesi negli studj; poscia il bagno, la cena ed il sonno inquieto e breve. Per molti giorni innanzi aveva preceduto il tremuoto; non ci parve notevole gran che, perchè frequente nella Campania: ma quella notte[100] si fe’ sentire talmente da credere che le cose tutte non si movessero soltanto, ma crollassero. Irrompe nella mia camera mia madre, mentre io stava per alzarmi e risvegliarla alla mia volta. Ci sedemmo nel cortile della mia casa, che di poco spazio divideva la casa dal mare. Non so se debba chiamare costanza od imprudenza: io non contava che il diciasettesimo anno. Chieggo un volume di Tito Livio, e quasi per ozio mi faccio a leggerlo e, come era il mio costume, a farne estratti; quand’ecco un amico di mio zio, che non ha guari era a lui venuto dalla Spagna[101], scorti me e mia madre seduti ed io anzi intento a leggere, si pone a rimproverare la noncuranza di lei e la mia tranquillità; contuttociò io non mi distolgo dal libro. Già era l’ora prima ed ancor dubbia e quasi languida la luce; già crollate le case circostanti e quantunque ci trovassimo in luogo aperto, pure essendo esso angusto, grande e certo era il timore di rovina. Parve allora finalmente di dover allontanarci dalla città. Ci segue attonito il volgo, e ciò che nello spavento appare prudenza, al proprio antepone l’altrui avviso, ed in gran numero essendo, preme ed incalza i fuggenti. Usciti dall’abitato, ristemmo. Quivi assai cose che ti farebbero maravigliare, e assai sbigottimento patimmo. Imperocchè i veicoli che avevam comandato di condurci, quantunque in pianissimo campo, volgevansi in opposta parte, e neppure rimanevano nello stesso luogo, malgrado con grossi ciottoli si assicurassero. Il mare inoltre sembrava riassorbirsi in sè medesimo e dal tremuoto indietro cacciarsi. Certo erasi inoltrata la sponda, e molti animali del mare giacevan sull’asciutta arena. Dall’altro lato una nube nera e spaventevole ravvolta da violenti vortici di un vento di fuoco, si squarciava in lunghe figure di fiamme, or pari alle folgori ed ora maggiori. Allora poi quello stesso amico ch’era giunto dalla Spagna con maggior severità ed insistenza ci disse: Se tuo fratello, se tuo zio vive, egli vuole che voi vi salviate; se è perito, voi vuole superstiti: a che dunque ritardate a fuggire? Rispondemmo che incerti di sua salvezza non ci reggesse l’animo di provvedere alla nostra. Nè oltre si trattiene, via si precipita e rapidamente si invola al pericolo; nè a lungo andò che quella nube discendesse sulla costa e ricoprisse il mare. Aveva cinta e ravvolta Caprea, e tolto alla vista Miseno, che si spinge avanti. Allora mia madre a pregare, esortare ed ingiungere ch’io dovessi in qualunque modo fuggire, poichè giovane lo potessi, non calere a lei il morire e comechè grave d’anni e di corpo, pur che ella a me non fosse cagione di morte. Io oppongo non volere scampare se non con lei, e quindi presale la mano, la costringo ad affrettare il passo: ella obbedisce a malincuore e sè accusa perchè a me cagione di ritardo. Già la cenere arriva, comunque ancor rara: mi rivolgo; una densa caligine ci incalzava alle spalle, e ci seguiva rasentando la terra, come torrente. Pieghiam da lato, io dissi, frattanto che vediamo, onde sorpresi poi nella via, la turba di chi ci accompagna non ci abbia nella oscurità a rovesciare per terra. Appena c’eravamo seduti, che la notte piomba, non come quando è senza luna o nuvolosa, ma come in luogo chiuso sia estinto ogni lume; avresti udito ululati di femmine, stridere di fanciulli e gridar di uomini: altri i parenti, altri i figli, altri il consorte ricercar colle voci: si riconoscevano a queste: quelli il proprio caso, questi lamentan l’altrui: v’eran di coloro che per paura della morte, la morte invocavano. Molti alzavan la mano verso gli dei, e parecchi negavano aver mai gli dei esistito e quella reputavano essere la eterna e novissima notte. Nè mancarono di quelli che i veri pericoli accrescevano con finti e simulati terrori. V’eran di coloro che annunziavano venir da Miseno e averlo veduto ardere e comunque mendaci, venivan creduti. Si rischiarò alquanto, ma a noi non parve il giorno, ma il chiarore del fuoco che si avanzava; se non che questo si arrestò più lontano: di nuovo tenebre, di nuovo cenere, molta e grave. Questa noi, levandoci, scuotevamo di tratto in tratto, diversamente ne saremmo stati, non che soverchiati, schiacciati dal peso. Mi potrei vantare che un tanto frangente non mi abbia strappato un gemito e neppure alterata la voce, se non avessi reputato a me misero di grande consolazione il perire d’ogni cosa con me e con tutti. Finalmente quella caligine diradata, si risolvette in fumo o nebbia, quindi si fe’ giorno davvero ed anche il sole risplendette, comechè scolorito, quale suol essere quando vien meno. Agli occhi ancor trepidanti si presentarono mutate le cose, e, come per neve, oppresse da molta cenere. Reduci a Miseno e ristorati alla meglio i corpi, passammo la notte sospesi e dubbii fra la speranza e il timore, prevalendo il timore. Imperocchè perfidiava il tremuoto e molti dementi[102] coi loro spaventevoli vaticinj schernivano le proprie e le altrui sciagure. Noi per altro allora, quantunque ammoniti dai passati, e nell’aspettazione di venturi pericoli, non accogliemmo il partito di andarcene, finchè non avessimo saputo dello zio. Queste particolarità, certamente non degne d’essere registrate nella storia, leggi senza tenerne conto nello scrivere, nè ad altri poi imputerai che a te stesso, se non ti sembreranno pur in lettera convenienti. Addio.»

Tito Vespasiano Augusto, l’ottimo imperatore che deplorava perduto quel giorno in cui non avesse accordata alcuna grazia[103], avuta contezza del lagrimevole evento, non limitandosi, come scrive Svetonio, a mostrare soltanto la sollecitudine d’un principe, ma spiegando tutta la tenerezza d’un padre, prima con confortevoli editti, poi con reali beneficj trasse agli infelici in ajuto e volle che, tratti per sorte dal numero de’ consolari i procuratori, questi avvisassero a’ modi di temperare tante sciagure e soccorrere a quelle popolazioni littorane ch’erano rimaste senza tetto e fortuna, disponendo allora che alla ricostruzione delle rovinate città, od a sollievo de’ superstiti venissero impiegati i beni di coloro ch’erano periti nella eruzione del Vesuvio, senza lasciare eredi, che altrimenti sarebbero stati devoluti al fisco[104]; ma diligentemente esaminati essi i luoghi, non parve loro sano consiglio il disotterrare le sepolte città, che altra volta avrebbero potuto subire per conformi cataclismi una medesima sorte, e ne fu però abbandonato ogni pensiero.

Intervenne per tal guisa a Pompei quel che veggiamo in mezzo agli uomini tuttodì accadere. Lagrime e desolazione, rincrescimento della vita, e giuri di lutto perpetuo onorano i primi giorni delle tombe più predilette: poi il pianto si terge, si accolgono i conforti, si rassegna a vivere, si dimentica, si ride e si danza forse nella camera stessa dove il più caro de’ nostri ha dolorato poco prima ed è morto.

Sulle ceneri di Pompei i superstiti hanno arato, e seminato, crebbero alberi, crebbero vigneti e sorsero cascinali, e le generazioni che si vennero succedendo narrarono l’evento come di cosa assai assai lontana e chi sa forse che non siasi da molti creduto ben anco che la fama e gli scrittori avessero esagerato parlando di Pompei come di celebre città della Terra di Lavoro.

CAPITOLO VI.

Gli Scavi e la Topografia.

I Guardiani — Un inconveniente a riparare — Ladri antichi — Vi fu una seconda Pompei? — Scoperta della città — Rinvenimento d’Ercolano — Preziosità ercolanesi — Impossibilità d’una intera rivendicazione alla luce di Ercolano — Scavi regolari in Pompei — Disordini e provvedimenti — Scuola d’antichità in Pompei — C. A. Vecchi — Topografia di Pompei — Le Saline e le Cave di Pomici — Il Sarno.

Ora che il lettore mi ha cortesemente seguìto nel racconto della sventurata città, entrando in essa dal lato della antica porta di Ercolano, mi chiederà dapprima chi sia costui che nel consegnare la tessera d’ingresso, che abbiam pagata due lire, ci si è posto come un amico a’ fianchi, dopo averci graziosamente salutato? Vestito come una giovane recluta in bassa tenuta, se il vedeste ne’ dì festivi e nelle occasioni più solenni, di poco differenzia nell’uniforme dallo spigliato bersagliere del nostro esercito, e se non ne divide il carattere, ha però discipline proprie e severe, ed è, per così dire, alla sua volta irreggimentato.

Egli è altro de’ guardiani della mesta città, il cicerone che ci sarà guida nella nostra curiosa peregrinazione.

L’illustre commendatore Fiorelli, — col quale ho voluto che il lettore facesse sin dalle prime pagine di questo libro, e conservasse poi sempre la preziosa conoscenza, perchè egli sia il benemerito sopraintendente degli scavi pompeiani, — ha, e per la custodia di questi scavi e di quelli d’Ercolano, come per la cura del Museo napoletano, delle antiche preziosità del Chiostro di S. Martino e di tal altra interessante reliquia del passato, esistente nella provincia di Napoli, creato un corpo di guardiani, gente tutta onesta e fidata, ch’egli assegna a questa o a quella località, che vi appare abbastanza compresa ed istrutta dell’importanza del proprio ufficio e della storia di ciò che vigila ed addita a’ frequenti visitatori. V’han di quelli cui famigliari son le lingue inglese, francese e tedesca, e il forestiere però cui s’accompagna l’intelligente guardiano, trova in lui un amico che gli apprende con franca disinvoltura ogni destinazione antica di que’ luoghi e di quegli oggetti e gli fa intendere ben anco nel disimpegno del proprio ufficio _lo dolce suon della sua terra_.

Il Guardiano del commendatore Fiorelli, dopo di essere stato tre o quattro ore con voi, d’avervi colle sue indicazioni e racconti trasfuso tutto l’interesse per la risorta città, si rifiuterà, con piglio di naturale cortesia e senza un’ombra di sacrificio, oppur di affettazione, di ricevere il beveraggio che tenterete di fargli accogliere e ve lo farà con sì grande sincerità che sarete quasi mossi a fargliene le scuse, quasi che la vostra offerta fosse stata una mancanza alle regole della delicatezza e della urbanità.

Le discipline sull’argomento imposte dall’esimio soprintendente sono severe e ferme: una mancanza del Guardiano varrebbe il suo licenziamento. E noi plaudiamo ad ordini siffatti. Nulla di più incomodo e imbarazzante pel forestiero, ignaro forse de’ costumi ed abitudini del paese, che di por mano alla borsa per le mancie, le quali teme o che sieno eccessive, ovver che sieno al di sotto della convenienza o dell’uso. Imponete a lui pure una tassa per l’ingresso, ma pagate voi il cicerone, e liberate noi da ogni fastidio. Dateci adunque de’ guardiani da voi eletti, obbedienti a doveri, legati a discipline e noi ci troveremo così a nostro bell’agio.

E così ha fatto appunto il Fiorelli.

Ma perchè non appaja ch’io, in grazia di facili entusiasmi, vegga qui tutto bello e tutto buono, non lascerò d’additare un non dubbio inconveniente. Presso a tanto ordine e vigilanza, vicino a tanta severità e previdenza, non è possibile deplorare l’esistenza d’un commercio o monopolio che trovate presso gli ingressi — non dirò delle piccole Guide a stampa, che credo dettate da intelligenti persone, che sono esatte e bastevoli a dichiarare quanto importa di conoscere al momento e che formano anzi altro titolo di lode per il detto signor Fiorelli, da cui furono per avventura rivedute — ma sì delle copie d’oggetti pompejani e di fotografie di diversi monumenti della città o di cose artistiche rinvenute, che a voi s’offrono a prezzi troppo forti e che per la brama di portar con voi un ricordo della interessante peregrinazione e delle care impressioni vi guardate dal rifiutare. E fossero almeno le fotografie, che pagaste due lire l’una, fatte bene; ma no; quando siete a casa vostra vi trovate d’aver nella pressa acquistato indecenti sgorbj e gettato del denaro in buon dato, perchè per poco che uomo senta l’amor dell’arte e dell’antico, per poco che risenta d’interesse nel vedere questa città, rado addiviene che s’incontri, come a me è accaduto d’udire da un francese che Pompei non fosse che _un tas des briques et des moëllons inutiles_, e che però non comperi una dozzina almeno di vedute fotografate.

Provvegga dunque il commendatore Fiorelli a cacciare codesti profanatori, od almeno a far bandire codesta vera profanazione dal suo tempio.

Toltomi dalla coscienza, cui faceva groppo, questo unico appunto, perocchè a vero dire non si vorrebbe che la bella vostra si potesse d’una minima nota censurare per chicchessia, seguiamo senz’altro i passi dell’onesto guardiano, al quale tarda del pari di addentrarci nei misteri di que’ ruderi solenni e silenziosi.

Nel presentarsi tuttavia subito alla nostra vista una lunga via, fiancheggiata da case prive di tetto e smantellate, nel vedervi crocicchi, nello scorgere la estesa massa dei fabbricati già scoperti, vinta appena la sorpresa dolorosa che di voi si è impadronita avanti a tanta rovina, voi correte collo sguardo a misurare tutta quanta la vastità di Pompei, ed a chiedere e come e quando si fosse messo sulla traccia di una sì grande scoperta e si avesse posto poscia la mano all’opera così imponente degli scavi

Il Guardiano vi direbbe tutto questo in due parole: voi da me pretendete di più; io mi cingo pertanto la giornea.

Quando il cataclisma che v’ho narrato fu accaduto, taluno de’ superstiti pompejani, come doveva essere naturale, fe’ ritorno alla scena del disastro doloroso e per forza d’induzioni avrà cercato d’indagare dove fosse stato il luogo dei _calcidico_ de’ templi, ove serravasene il tesoro, la Casa del Questore che, amministrando la publica pecunia, avrà saputo, al par de’ suoi successori nella bisogna, pensare un cotal poco anche al proprio gruzzolo; le magioni dei ricchi ove là anche dovevano esistere _di aurei e di sesterzj_ in abbondanza e gli arredi preziosi e i muliebri gingilli, vasi murrini, amuleti d’oro, idoletti e monili, anelli e contigie d’ogni maniera, e praticandovi fori ed aperture ha procacciato penetrarvi a bottinare. Così accadde che nelle odierne escavazioni molti luoghi apparissero già frugati ed espilati, tra cui la summentovata _Casa del Questore_, dove nell’atrio vennero bensì trovate, erette sopra uno zoccolo laterizio incrostato di marmo, due casse di legno foderate di rame e fasciate di ferramenta ed ornamenti di bronzo, ma non contenevano che sole quarantacinque monete d’oro e cinque d’argento; mentre presso i doviziosi pompejani e presso uomo di quell’officio assai e assai più sarebbesi ripromesso di rinvenire. La fretta e la paura d’impensati crolli avranno impedito l’intera sottrazione.

Avvenne parimenti in più luoghi di riconoscere infatti come più d’uno di questi più o meno legittimi cercatori di ricchezze fosse rimasto schiacciato sotto le rovine che forse profanava, stringendo ancora la borsa, e i pregevoli effetti che s’era appropriato, vittima della propria insana cupidigia.