Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)
Part 8
I doviziosi dipingevano sulle muraglie delle case od all’ingresso della città in caratteri rossi e neri affissi publici di appigionamento; nè sarà privo di interesse qui trascrivere quello che Giulia Felice, figlia di Spurio, fe’ pingere in rosso e fu rinvenuto intatto come se fatto jeri, per chi concorrere voleva all’affitto per cinque anni continui di tutti i suoi beni. Consistevano questi in un _bagno_, in un _venereo_, o luogo di dissolutezze, ed in novecento taberne, o botteghe, nelle quali si vendevano merci e gli artefici esercitavano i loro mestieri, colle _pergole_, o balconi, sporti all’infuori delle case e co’ _cenacoli_, o camere superiori per l’abitazione de’ mercanti, e si lasciava tempo ad aspirare alla condizione di tali beni da’ sei agli otto d’agosto; apposta la condizione _si quis domi_ (o _damnatum_) _lenocinium exerceat ne conducito_, espressa nelle sigle iniziali, onde l’affisso si chiude; se pure non vogliasi assegnare ad esse quella significazione che vi dà l’illustre Fiorelli, il quale così ristabilirebbe la formula: _si quinquennium decurrerit locatio erit nudo consensu_.
IN PRÆDIIS . IVLIÆ . SP . F . FELICIS LOCANTVR . BALNEVM . VENERIVM . ET . NONGENTUM . TABERNÆ . PERGVLÆ CENACVLA . EX . IDIBUS . AVG . PRIMIS . IN . IDVS . AVG . SEXTAS ANNOS . CONTINVOS . QVINQVE S . Q . D . L . E . N . C .[83]
Altra iscrizione pure fu trovata sul pilastro di una casa, la qual significa che nell’isola _Arriana Polliana di Gneo Alifio e Virginio Maggiore, dalle prime idi di luglio_ (ossia otto di questo mese), _si affittano le botteghe colle pergole ed i cenacoli equestri, convenendo il conduttore della casa con Gneo Alfio Maggiore_.
INSVLA . ARRIANA POLLIANA . GN . ALIFI . NIGIDI . MAI . LOCANTVR . EX . I . IVLIIS . PRIMIS . TABERNÆ CVM . PERGULIS . SVIS . ET . CŒNACVLA EQVESTRIA . ET . DOMVS . CONDVCTOR . CONVENITO . PRIMVM . GN . ALIFI NIGIDI . MAI . SER .
La brevità del tempo concessa al concorso spiega la ricerca de’ locali e la tornata affluenza della popolazione in Pompei.
E con essa la foga delle gazzarre e de’ publici divertimenti.
Plauto e Terenzio somministravano al Teatro Comico le loro composizioni. Ovidio la sua _Medea_ e Seneca e i Greci tragedi le loro opere al Teatro Tragico: il ludo de’ gladiatori ristabilito provvedeva all’anfiteatro: i magistrati così di Pompei con siffatte lusinghiere illecebre venivano richiamando le famiglie che sgomente l’avevano abbandonata.
E i vicini traevano pur di nuovo alle sue feste; gli antichi usi, le consuetudini prische, la voluttuosa vita, gli amori avevano come prima, meglio di prima ripreso.
Venere Fisica vedeva nel suo tempio ripigliato il culto dalla prediletta città cui dava anche il nome. Giove, Giunone ed Esculapio accoglievano nei rispettivi loro templi voti e sagrificj, e l’egizia Iside si rifaceva più venerata del bando cui era stata posta dall’Urbe co’ suoi bugiardi e disonesti misteri.
La fama per ultimo aveva già susurrato la _buona novella_, che non aveva ancora dichiarati credenti lungo tutte queste sponde, ma che sapevasi come già percorresse le diverse provincie, a sostituir quella fede che più non era profonda nei Numi, e ad abbattere quegli altri altari, che ormai, più che dalla convinzione, erano dall’abitudine e dal dovere frequentati, perchè quei riti erano collegati al modo di vivere ed alle leggi connessi.
Era il prim’anno di Tito Vespasiano quando Pompei presentava tutto questo superbo spettacolo di vita e di prosperità, — e siccome mi avverrà di riferire tra breve l’immaturo fine di quel dottissimo e celebre naturalista che fu Cajo Plinio il Vecchio, uopo è che a questo punto informi il lettore del perchè l’illustre Comasco vi si avesse a trovare.
Le due più importanti stazioni navali di Roma a’ tempi dell’impero, riferisce Tacito avere Augusto stabilito a Ravenna ed a Miseno, dove appunto ha principio, come sa il lettore, il bellissimo golfo di Napoli. La flotta, _classis_, composta di triremi e di liburniche e di altre navi, o imbarcazioni minori, a ruote od a semplici remi, era così fra questi due punti principalmente distribuita.
Ora a comandante di quella parte di flotta romana ch’era di stazione a Miseno, si trovava essere a que’ giorni Cajo Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio.
Chi egli fosse giova conoscere, siccome il più importante personaggio che figuri nella storia ricordato nel gravissimo evento che sto per narrare, mercè le famose epistole lasciate dal nipote e indirizzate a Tacito, il rinomato storico, e compirò questo debito sotto la maggior brevità.
Cajo Plinio Secondo, a dispetto di chi lo volle di Verona[84], nacque in Como — _Novocomum_ — l’anno 23 dell’Era Volgare, regnando in Roma Tiberio. Suo padre fu Celere e sua madre Marcella. Datosi alle lettere, non fu ramo di scienza cui non si fosse applicato, e dalla assidua lettura degli autori latini e greci, solendo sempre prenderne note, come è manifesto da quanto ne scrisse il di lui nipote e figlio adottivo — Plinio il Giovine — potè trarne il profitto migliore. Fu un vero miracolo di studj, considerando come perduto tutto quel tempo che dava alle altre occupazioni. Così potè lasciare assai e assai opere, delle quali la migliore e che si può considerare come l’enciclopedia dello scibile antico, ci è rimasta ed è quella che si intitola _Naturæ Historiarum_, divisa in XXXVI libri.
Essa fu da lui ordinata con certo metodo. Cominciò col contemplare il mondo in generale; gli astri, le costellazioni, le comete, gli elementi e le meteore, tutti i fenomeni celesti e terrestri passano rapidamente sotto la sua penna. Descrive quindi la terra, cioè l’Europa, l’Africa e l’Asia, e contiene codesta parte notizie e particolari importanti sia per la geografia che per la storia. Segue la storia dell’uomo, poi quella degli animali terrestri, degli acquatici, degli uccelli, degli insetti e vie via discorrendo. Vi tien dietro il regno vegetale e vi si tratta degli alberi stranieri, della gomma, della resina, de’ frutti, de’ grani che servono alla alimentazione dell’uomo e per conseguenza dell’agricoltura, del vino e della coltivazione della vigna e del lino; degli arbusti e del loro uso nella medicina; de’ fiori, delle api, del miele e della cera; degli usi differenti delle piante per l’industria e per i farmaci, delle erbe che crescono senza mestieri di coltura, di loro virtù e proprietà per certe malattie; de’ rimedj tratti dagli animali e da’ pesci. Nove libri consacra alla materia medica e riesce più completo di Dioscoride e di Galeno. Passa di poi a’ minerali e metalli, di cui è per avventura il primo a trattare, nè dimentica in tale proposito le acque medicinali e i sali. Si occupa da ultimo delle materie impiegate dalle arti, de’ colori, delle terre, de’ marmi, delle pietre da fabbrica, e di quelle preziose; necessariamente toccando della storia della pittura, della scultura, dell’architettura, annestandovi digressioni curiose sul lusso de’ Romani, sulla navigazione, il commercio ed altre interessantissime cose.
Quantità di notizie, profondità di studj e di filosofia e amenità di forma sono pregi incontestabili di siffatta opera colossale, della quale il celebre Buffon fa un elogio; abbenchè Geoffroy Saint Hilaire l’abbia severamente giudicata una mera compilazione[85].
Svetonio ricorda di Plinio la _Storia delle Guerre Germaniche_, compresa in venti volumi[86]; altri altre opere che lo attestano indefesso e sapiente scrittore, e ne fanno ascendere il numero de’ volumi sino a cent’ottanta, scritti in minutissimo carattere.
Lo che non tolse che servisse dapprima nella cavalleria, che sostenesse di poi continue e cospicue magistrature, stato essendo procuratore altresì della Spagna, che fosse augure e da ultimo comandante, o, come direbbesi in oggi, ammiraglio della flotta romana a Miseno.
È precisamente nel disimpegno di questa onorevolissima ed importante carica che noi lo troveremo fra poco.
Spuntava l’alba dei primo giorno di novembre. — Una nebbia trasparente, che non era delle solite d’autunno, distendevasi su tutto il golfo e vi toglieva quell’ineffabile sorriso onde fu dal cielo privilegiato: l’aria era straordinariamente greve e soffocante, nè spirava da veruna parte alcun soffio di vento. Pur tuttavia, scendendo alla marina, sarebbonsi vedute le onde disordinatamente mosse, come in ora di tempesta. Chi andava colle idrie alle fontane per provveder l’acqua, maravigliava di vederle gocciolare appena appena; la poche acque de’ pozzi avevano convertito in acre il loro gusto. Il Sarno medesimo, la cui ricchezza in allora di onde non è bene argomentata dalla picciola sua vena d’oggidì, parevasi per prodigio disseccato repentinamente. Miasmi sulfurei e di _mofete_[87] si facevano sentire leggieri dapprima, poi rendevansi più forti e dominavano, e la calma e affannosa atmosfera era certo in contrasto coll’ora mattutina per consueto fresca e pura; nè di tuttociò sapevansi indovinare le cagioni. Perocchè a quanti fosse venuto in mente di rammentarsi il disastro del tremuoto accaduto sedici anni addietro, e temuto avesse per quegli indizj non fosse per rinnovarsi, rispondeva assicurando la tranquilla sommità del vecchio Vesuvio, che sorrideva tranquillo; nè appariva perfino quella bianca virgola di fumo che d’ordinario vedevasi liberare dalle sue fauci.
Mano mano che il giorno avanzava l’aria facevasi più pesante, più pallida e nebulosa la luce, maggiore ed affannosa la caldura; ma la popolazione pompeiana era ben lunge ancora dal sospettare l’imminenza d’un gravissimo male. V’hanno scrittori perfino che affermarono non venissero per ciò que’ noncuranti cittadini rimossi dall’accorrere in folla allo spettacolo dell’anfiteatro ch’era indetto per quel giorno.
E fra i sanguinosi combattimenti di gladiatori e di fiere li colse improvvisa la collera del Vesuvio. La clessidra non aveva forse segnata per anco un’ora dopo il meriggio. Un cupo mugolio rumoreggia sotterra e sembra esso proceda da lunge, poi s’approssima mano mano, e ne traballa il suolo, e prima che gli attoniti spettatori rivengano dalla sorpresa, repenti spaventosi scoppi si odono dal lato della Porta Ercolano come di tuoni e di folgori; una densissima e oscura nebbia invade il cielo e l’aria si fa più bassa, e la notte più cupa sottentra al giorno. Tutti sorgono da’ loro stalli e si precipitano in massa per gli ambulacri e pei _vomitorj_, la calca urla, si preme e svia in quella oscurità, fra clamori di uomini, strida di femmine, e nel trambusto v’ha chi cade, chi sviene e rimane oppresso e schiacciato. Quel generale frastuono è fatto maggiore e s’addoppia per l’eco che si ripete da una estremità all’altra dell’arena[88]. Urlano agli inattesi fenomeni ne’ sotterranei, che fiancheggiano le porte principali dell’anfiteatro, spaventate le fiere, e ne frangono i ferrati cancelli dandosi invano alla fuga[89]; gemono i cani per le vie, mugghiano i bovi, nitriscono i cavalli e tentano strapparsi alle greppie onde fuggirsene all’aperto.
Incomincia un grandinare di pomici e di lapilli; una pioggia fittissima di ceneri e d’acqua bollente si rovescia a furia, mentre in qualche parte cadono grossi basalti che sfondano, stritolano, uccidono dove cadono.
Spesse folgori guizzano con odiosa luce ad illuminare l’orrore di quella scena e rivelano la nera colonna di fumo che si leva dal cratere del Vesuvio, pari a pino gigante, e i torrenti di lava incandescente che si precipitan dal monte, che si fanno strada pei fianchi aperti d’ogni parte e rovinano e scorrono a portar desolazione e lutto. Gli alberi, al loro passaggio, crepitano, inceneriscono e scompajono in un baleno; ogni vegetazione è arsa e distrutta.
[Illustrazione: La Catastrofe di Pompei. _Vol. I. Cap. V. Il Cataclisma._]
I gemiti, le strida, gli ululati degli uomini rispondono alla generale rovina e assordano miseramente la città; la disperazione regna per le sue vie. Famiglie che fuggono verso il mare dove giunte gittansi a furia sovra i fragili burchielli, già testimonj di letizie e di voluttà, e vi trovano fra l’onde procellose la morte; mariti e padri che vorrebbero trarre in salvo le mogli ed i figli; questi che in quel bujo d’inferno vengono da altri accorrenti separati dai genitori: richiami inutili, pianto disperato, orribili imprecazioni agli Dei. I magistrati più nulla potevano e dividendo l’universale sentimento della propria conservazione, provvedevano a sè medesimi: i sacerdoti, tolta a stento qualche statua d’oro di nume, sottraevansi a’ templi: le vestali, non curanti dei veli candidi e pudici, mescevansi atterrite alla folla delirante e maledivan la Dea che le privava in quel punto degli umani soccorsi. Vecchi che non reggono a’ passi della fuga e s’accasciano rassegnati in attesa della morte; giovani che, pur volendo involare gli antichi parenti, sono uccisi da’ proiettili del monte a mezzo dell’atto pietoso; amanti che spirano nella reciproca assistenza e nel primiero lor bacio[90]: confusione e caos terribile e peggiore assai della morte, miscela orribile di urla, e d’omei, di atroci bestemmie di uomini e di donne e di mugghj spaventosi di bestie, cozzo di animali e d’uomini, sfascio di edificj e gragnuola incessante di lapilli e nembi di ceneri sottili ed ardenti che invadono case, che penetrano appartamenti e i più reconditi nascondigli, che soffocano il respiro, che ricolmano e seppelliscono: puzzo acuto, insopportabile che ti afferra e stringe le fauci, che istrozza: in una parola — rovina e morte. —
Le torcie resinose che avvisavan taluni d’accendere a rompere quell’atra notte, squassate qui e qua per le vie, pei crocicchi e nel foro accrescevano l’orrore; nè valevano guari all’intento, chè la pioggia bollente e gli inciampi d’ogni maniera le spegnevano, onde più sgomentavansi e forviavansi i fuggenti.
Fra tanto lutto e terrore non mancarono scellerati uomini di penetrar nelle case deserte e d’involarvi denaro e preziosità; ma vindice il Vesuvio li puniva del sacrilegio, quando correvano di poi a salvarsi colla infame preda.
Chi avrebbe in tanta confusione pensato allora a’ poveri prigioni? Intento ognuno per sè, trepido e curante della propria esistenza o di quella de’ più cari, chi avrebbe volto un pensiero al povero gladiatore che stava ne’ ceppi del ludo ad espiare alcun fallo o a soddisfare il capriccio dell’inflessibil lanista? Gli scavi pompejani discoprendo ed il ludo e que’ ceppi, ci chiarì nelle ossa de’ piedi che ancor n’eran costretti, come là quegli infelici avessero dovuto attendere l’estremo fato, impotenti a difendersi dalla furia delle ceneri e della bollente pioggia, impotenti a sottrarsene colla forza.
Ancor la sentinella che vegliava alla Porta Ercolano, all’ingresso del Pago Augusto Felice, fedele alla avuta consegna, spirava impugnando l’alabarda al suo posto, ed il suo scheletro rinvenuto diciotto secoli dopo, attestò a’ posteri i rigori della militar disciplina che imponeva Roma a’ soldati.
E tu pure, povera vedova di Marco Arrio Diomede, invano riparasti nell’ampia _cella vinaria_ della tua casa co’ tuoi più cari, confidando che là non ti avrebbe raggiunta l’ira dei numi! Venti scheletri si sono rinvenuti colà, e tanta dovette essere la disperazione di que’ disgraziati, che le pareti, forse allora recenti, serbano tuttavia le impronte loro.
Ben avevano detto i miseri Pompejani di credere quella fosse l’ora dello sterminio totale dell’universo. Seneca, colla divinazione che è propria del poeta, aveva dipinto alcun tempo prima, od almeno riassunto tutto l’orrore di tal giorno in que’ versi:
_Trepidant, trepidant pectora magno_ _Percussa metu, ne fatali_ _Cuncta ruina quassata labent_ _Iterumque deos hominesque premat_ _Deforme chaos._[91]
Pochi furono i fortunati che giunsero a mettersi in salvo, fuggendo per mare a Sorrento, a Neapoli o nelle isole adiacenti: così da’ pochi fuggiaschi fu pur recata la dolorosa nuova a Miseno.
Tre giorni durò la spaventosa catastrofe ed a capo di essi voi avreste cercato invano Pompei. La misera città era sepolta e scomparsa sotto l’incredibile pioggia delle ceneri, e siffattamente scomparsa da non sopravvivere pure la tradizione del luogo ove ella ebbe ad esistere, se infino a mezzo il secolo scorso ebbe a invalere la credenza che là fosse Pompei dove ora è Torre dell’Annunziata, che è quanto dire a due miglia da dove venne poscia scoperta.
E con Pompei la vicina costiera era egualmente sparita. La più lontana Stabia aveva patita la medesima sorte: Ercolano, Retina, Oplonti, Tegiano e Taurania non esistevano egualmente più. I grossi torrenti di candente lava, che al bagliore sinistro si vedevano vomitarsi dal cratere e dagli aperti fianchi del Vesuvio, erano corsi sui monumentali palagi delle ville di Cesare e dei Fabi e così le avevano ricolme da stendere sovr’esse una pietra sepolcrale dello spessore di più metri.
Perfino il mare s’era ritratto d’alquanto dal poggio ove s’assideva la spensierata città che descrivo, sì che al presente vi si vegga interposto buon tratto di terreno: il cataclisma dunque era stato così formidabile che mai a memoria d’uomini non fu poi visto l’eguale.
Plinio, il comandante della flotta a Miseno, non ebbe appena l’avviso delle incominciate furie vesuviane, che vi era accorso sollecito, e come poi miseramente vi perisse, vittima di quella scientifica curiosità ch’egli ebbe di studiare il formidabile fenomeno, lascerò che il lettore l’apprenda dall’epistola che il suo nipote e figlio adottivo Cajo Cecilio Secondo detto Plinio il giovane, secolui e colla madre convivente in Miseno, diresse a Tacito, l’illustre storico amico suo. A tal uopo io la volgo nella nostra lingua, che congiuntamente all’altra del medesimo pure a Tacito scritta, completeranno meglio il povero racconto che della tremenda catastrofe ho io procurato di fare:
«Cajo Plinio a Tacito suo salute:
«Tu mi domandi ch’io ti scriva della fine di mio zio, onde ne possa con maggiore verità tramandare a’ posteri. Ringrazio. Imperciocchè io vegga che dove essa venga da te celebrata, si appresti alla morte sua una gloria immortale. Quantunque infatti nello sterminio di bellissime terre, egli, come i popoli e le città, sia rimasto, in così memorabile evento ravvolto, da sopravvivere quasi eterno, e quantunque egli stesso abbia molte e durature opere lasciate; molto tuttavia aggiungerà alla popolarità del di lui nome la immortalità de’ tuoi scritti. Io certo reputo avventurati coloro a’ quali è dato dal favore degli dei o di compiere cose degne d’essere scritte o di scrivere cose degne di essere lette; avventuratissimi poi quelli a’ quali e l’una cosa e l’altra è concessa. Mio zio, mercè i proprj scritti e mercè i tuoi, sarà nel novero di costoro. Laonde più volontieri m’accingo, anzi insisto a far quello che tu mi imponi.