Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 10

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Ma queste indagini per i gravi pericoli cui esponevano o furono presto abbandonate, così che le sovvenute generazioni smarrirono, come già dissi, persin le traccie dell’infelice città; o fu vero quel che trovo scritto dall’architetto Gaspare Vinci, ma che non so da altri confermato, che «i Pompejani rimasti senza patria ebbero ben presto a fondarne una seconda non lungi dalla prima. Fabbricarono delle case, sul principio pe’ soli agricoltori, quindi si formò un villaggio. Questo continuò a denominarsi Pompei: fu abitato per molto tempo: ma in fine altra catastrofe, simile a quella che aveva estinta l’antica Pompei, fece cessare per sempre anche la nuova»[105].

Toccai già come molti additassero essere stata Pompei là dove sorse di poi _Torre dell’Annunziata_, che pare invece abbia occupato l’area di Oplonte; or dirò com’altri la collocassero nel sito di _Scafati_ sulla moderna riva del Sarno, tratti appunto in inganno da ciò che si sapesse avere un tal fiume lambito il piede alla sventurata città, e quelli pure, come il Capaccio e il Pellegrino, che si mostravano edotti dell’esistenza di rovine nel luogo appellato _Civita_, le scambiassero per quelle di Taurania, mentre fossero precisamente di Pompei.

I posteri adunque l’avevano, come già dissi, interamente dimenticata; la popolare tradizione, che sì sovente ripara l’obblio e l’ignoranza delle età, non l’aveva tenuta meritevole pur d’un ricordo!

Ma fu vero che anche questa parte d’Italia venisse crudelmente profanata, istupidita e tiranneggiata dalla barbarie straniera. Goti e Visigoti, Longobardi e Franchi, Svevi ed Angioini, Aragonesi e Francesi e vie via una colluvie d’invasori l’avevano corsa e ricorsa e se l’erano disputata: chi ne avrebbe pensato, allorchè in forse erasi sempre della vita e degli averi?

I primi indizj che s’ebbero della sepolta Pompei rimontano a’ tempi di Alfonso I re di Napoli e forse intorno all’anno 1592. Un Nicola di Alagni, conte di Sarno, volendo condurre un acquidotto, traendo l’acqua dal fiumicello pompejano fino a Torre dell’Annunziata, faceva scavare in certa località, quando l’architetto Domenico Fontana a un tratto si vide tra le pareti di un tempio, che poi si riconobbe d’Iside e trovò case, cripte, portici ed altri monumenti. Là si riscontrano tuttavia spiragli del Sarno che vi trascorre sotto. Contuttociò non fu ancora sufficiente ammonimento a designare le rovine della città di Pompei, nè eccitamento a proseguire nell’opera della scoperta. Perocchè monsignor Francesco Bianchini, nella sua _Storia Universale provata con monumenti_[106], parlando degli scavi nello stesso terreno, praticati nel 1689, e com’egli dice, _alle radici del monte Vesuvio, in lontananza di un miglio in circa del mare_, recando, a maggiore autorità una nota di Francesco Pinchetti, ch’ei chiama _architetto celebre in Napoli per la sua professione e molto più per il museo sceltissimo ed antichità erudite da sè raccolte_, fa chiaro che il Pinchetti e altri con lui reputassero come le lapidi romane e le osservazioni sue istituite sulla natura dei varj suoli scavati, fossero fatte _nel loco dove era la villa di Pompeo_. Esso monsignor Bianchini nondimeno non restò di soggiungere un proprio _dubbio_ che, cioè, le iscrizioni vedute dal Pinchetti, e da lui non ancora, potessero spettare invece alla città di Pompei, e non ad una villa del magno Pompeo e de’ di lui figliuoli; _perciocchè la villa di quella famiglia e di quel massimo capitano, da Loffredo si giudica non essere stata sotto al Vesuvio, ma piuttosto verso Pozzuolo, non molto discosta dal lago Averno_.

La storia quindi degli scavi non parte che dal 1748, quando alcuni agricoltori, avendo fatto delle fosse per piantagione d’alberi, si imbatterono nelle mura di un edifizio e in una statua di bronzo.

Siffatta notizia portata a cognizione di Carlo III, regnante allora, principe d’alti concepimenti, comunque despota per eccellenza[107], — desti già la sua attenzione e l’interesse della scoperta da poco tempo fatta di Ercolano, — come aveva fatto per gli scavi di questa città, fece pur acquisto di tutto il terreno su cui quegli agricoltori avevano lavorato e casualmente scoperta Pompei e posto mano ad intraprendere escavazioni, gli venne dato di ottenerne i vagheggiati risultamenti.

La sorte eguale con Pompei avuta dalla città di Ercolano nella sciagura e il destino quasi identico e contemporaneo delle escavazioni, reclamano che una breve parola io dica qui dell’occasione fornita di una tale resurrezione intorno ad Ercolano. La storia di questa città sorella e quella de’ suoi scavi completa quella di Pompei: è quasi impossibile il tenerle onninamente divise: l’una all’altra soccorre indubbiamente.

Neppur d’Ercolano sapevasi la precisa ubicazione. Emanuele di Lorena, principe di Elbeuf, venuto, a capo dell’esercito imperiale contro Filippo V, in Napoli nell’anno 1713, innamoratone del cielo e del clima, e già sposo alla figliuola del principe di Salsa, prese ad erigersi a Portici una villa; un contadino, levato dalla escavazione d’un pozzo alcuni marmi, avendoglieli offerti, fu il primo indizio che lo guidasse sulle traccie della sepolta città ed estesi subito gli scavi, non corse guari che rinvenisse iscrizioni romane ed osche, un tempio con ventiquattro colonne, ed altrettante statue in giro, una statua d’Ercole ed una di Cleopatra. Eureka! fu gridato da lui e dai dotti; Ercolano è risorta.

I primi capolavori di bronzo e di marmo ritornati alla luce, proprietà di chi li aveva trovati, andarono ad arricchire musei stranieri; non così per altro che i moltissimi rinvenuti di poi non valessero a costituire tutta una preziosissima raccolta in Napoli di pitture, di vetri, di medaglie, di utensili, di busti e principalmente delle due sole statue equestri in marmo che l’antichità ci abbia trasmesso: quelle dei Balbo, padre e figlio. E a mille si trovarono i papiri più greci che latini; in questi come nelle arti più ricca Ercolano che non Pompei; onde ne nacque l’idea della creazione d’un’academia la quale illustrasse i monumenti dell’antico che si sarebbero rinvenuti negli scavi e che si intitolò _Ercolanese_.

Il re Carlo III, fin dalla prima scoperta, ad impedire che le antiche preziosità che si sarebbero diseppellite passassero all’estero, con grave nocumento del paese, s’affrettava a ricomprare dal principe di Elbeuf quella proprietà, e spingendo con sollecitudine i lavori di escavazione, era egli che aveva ottenuta la certezza che fosse quell’antica città d’Ercolano.

Ma quegli scavi tornavano difficili, anzi pericolosi. Su quella città non era stato un lieve sepolcro di ceneri e di scorie soltanto, come in Pompei, che il Vesuvio aveva posto, ma uno greve e di lava e di lapilli infuocati; onde quel sepolcrale coperchio, dello spessore in più luoghi perfino di venti metri, aveva cotanto persuaso di sua solidità, da far credere che fosse tutta una vera roccia vulcanica e non lasciar sospettare che mai si celasse al di sotto, che le sorvenute generazioni vi avevano confidenti fabbricato su tutta una città ed un villaggio, Portici e Resina e sulle sontuose ville di romani guerrieri, eretto inconsapevolmente palagi eleganti di artisti di canto e d’altri facoltosi. Intraprese le escavazioni, era stato mestieri, non come in Pompei, far uso della marra, per liberare i sottoposti edificj, ma della mina, nè si potè agire che colle maggiori cautele, perocchè a chi scenda e penetri dentro gli scavi ercolanesi rechi sorpresa e spavento l’udirvi sovra del capo il rumoreggiar de’ carri e degli omnibus che animano la graziosa Portici ed anzi paresse necessità di nuovamente interrare più luoghi frugati ad impedire il disastro di rovine, privando le moli sovrastanti de’ loro antichi e naturali sostegni. Laonde l’intera scoperta d’Ercolano e il ricupero di tutte le preziosità che nasconde non sarà mai possibile sin quando non vengano abbattute le belle case e villeggiature di Portici, nè io sarò mai per dire che metta proprio conto di pur ciò desiderare.

Non a torto quindi il medesimo monarca s’era sollecitato a recare in sua proprietà anche il terreno sotto cui tutto creder faceva ascondersi Pompei, acciò non fosse frodato il paese di quanto vi si sarebbe potuto trovare ed a commettere l’esecuzione su più conveniente scala delle ricerche e degli scavi, resi essi più agevoli dalla men dura materia che li copriva, perocchè quivi non si trattasse che di rimuovere gli strati di ceneri commiste alle pomici, oltre quella superficie che vi si era sopra distesa e che già avea servito alla coltivazione.

A riguardo di queste due nobili città rivenute al giorno, potevasi dire suggellato il vaticinio dal Venosino espresso nell’Epistola sesta del libro I a Numicio:

_Quidquid sub terra est in apricum proferet ætas_[108].

Se non che parve che una vera, regolare e non interrotta prosecuzione di tali scavi pompejani non avesse incominciato che nel 1799 e così vennero di poi alacremente condotti, che siasi oggimai presso alla scoperta di una metà della città, essendo tornate alla luce e mura e porte, e archi e vie molte, e templi e basiliche, e fori e terme, anfiteatro e teatri, case e tombe, in una parola tutta la parte più interessante, tale dovendo ritenersi appunto e per essere quella che si distendeva lungo la marina e che doveva però essere indubbiamente la meglio ricerca per la sua animazione prodotta dal porto e da’ publici ufficj che si adivano e per la frescura che procacciava il mare e perchè in fatti vi si rinvennero i più cospicui edifici tanto publici che privati.

Se le escavazioni progredivano con certa regolarità, non vi si portavano nondimeno per lo addietro tutte quelle cautele, le quali valessero a tutelarle e difenderle dalla cupidigia di molti, dalla smania di tutti di posseder qualcosa di quanto si veniva scoprendo. Coi lavoratori stipendiati mescevansi troppo spesso estranei che s’appropriavano quel che potevano ascondersi e portar via: lucernette ed idoletti, gingilli e monete, cose preziose e volgari vennero così in copia asportati ed erano occasioni a tanto disperdimento l’accesso publico e il commercio che in Napoli e ne’ paesi prossimi a Pompei se ne faceva apertamente. Non v’ebbe di tal guisa publico o privato museo d’antichità in tutta Europa che non possedesse alcuna reliquia antica di questa città.

Ma per buona ventura fu posto freno e impedimento a ciò. Il commendatore Fiorelli — il cui nome ho già più volte citato e lodato, nè sarà l’ultima questa che l’avrò a ricordare, poichè esso si connetta necessariamente ad ogni discorso che di Pompei si faccia — giunto alla direzione e sovr’intendenza degli scavi, ottenne dal Governo che venisse limitato l’ingresso libero in Pompei ne’ soli giorni di festa; che pur in questi fosse il publico sorvegliato da’ guardiani da lui istituiti; che a’ forestieri e visitatori degli altri giorni, imponendosi una tassa di lire due si convertisse il prodotto a vantaggio degli scavi, e severi ordini si bandirono che vietarono l’appropriarsi del benchè minimo oggetto, fosse pure una lampadetta di terra cotta, o qualche piccolo vaso lagrimatorio; disposto avendo che tutto, nulla eccettuato, s’avesse a trasportare nel Museo Nazionale di Napoli a cui egli è tuttora preposto. Così l’egoismo privato più non detrae agli studj del publico.

In Pompei stessa venne un antico edificio acconciato a scuola d’antichità, comunque non vi sia ora più d’uno studioso che vi dimori. Colà nondimeno vi si accolgono oggetti di ogni maniera trovati e tutte le publicazioni che trattano di Pompei, o vi hanno qualche attinenza. Il Giornale degli Scavi ne publica mano mano l’elenco, in un con dottissime dichiarazioni di iscrizioni, di edificj o d’altre cose che si vengono ritrovando. Augusto Vecchi, il bravo patriοta e soldato delle italiane battaglie, più mesi soggiornando, solitario nella risorta città, pensò e scrisse il suo libro che denominò Pompei e intitolò a’ Mani de’ Pompejani, e in cui colla potenza della sua fantasia ravvivò le morte generazioni e le morte cose, riconducendo i lettori all’epoca del novissimo giorno pur da me storicamente descritto e tenendo conto il più fedele che possibile fosse del vero nell’opera sua di romanziero.

Il lavoro di ciascun giorno per parte degli operaj adoperati dalla Amministrazione, sebbene proceda lento, conduce nonostante sempre alla scoperta di interessanti cose e la fortuna corona spesso il desiderio di chi fa gli onori agli illustri personaggi che traggono a visitare Pompei, nelle felici invenzioni di oggetti preziosi che poi figurano nelle bacheche del napoletano Museo. Io pure assistetti all’opera della marra e dello sterramento di una casa pompejana, coll’agitazione prodotta dal desiderio e dal timore insieme che i morti abitatori di essa emergessero da quelle ceneri, e formai voto che il Governo stanziasse maggiori fondi a tai lavori: ma chi può attendersi che in Italia si volga ancora il pensiero e le cure alle arti, quando l’imperizia o peggio de’ governanti ha già tanto pesato sui contribuenti?

Noi abbiamo dunque dimenticato troppo presto che fu sempre

D’ogni bell’arte Italia antica madre

e che se potemmo dare mentita nel passato a chi Italia aveva detto nome geografico e nulla più, non era stato che per ciò solo che mai non avevamo perduto lo scettro dell’Arti Belle.

Discorso dell’origine, del progresso e dello stato attuale delle escavazioni, quantunque il perimetro della città non sia peranco interamente sterrato; pure dai fatti esperimenti fu dato misurarne l’estensione che si computa a circa quattro miglia, compresi i sobborghi, ed è concesso di fornirne la topografia.

Pompei venne costruita su di una collina digradante al mare che in passato la circondava da due lati e ne costituiva quasi una penisola. Se si riguarda alla pietra su cui si fonda e che è di natura vulcanica, anzi direbbesi antichissima lava, si avrebbe argomento a credere che il terribile incendio del Vesuvio del 79 fosse stato ne’ tempi caliginosi della storia preceduto da altri non minori cataclismi, pei quali la lava o fosse fin qui fluita da quel formidabile serbatojo, o avesse trovato altri aditi divisi dal cratere per uscire ad allagare la circostante pianura; seppure questa collina stessa non fosse una bocca vulcanica pari ad altre che si veggono attorno al Vesuvio. Strabone portò l’egual congettura, constatando prima la sterilità della vetta cinericcia del Vesuvio, poi le sue profonde caverne e le diverse spaccature, e reputò doversi per avventura attribuire al suo fuoco e alle sue ceneri la miracolosa fertilità, per la quale va la Campania distinta.

Ma più specialmente catastrofi non di molto dissimili toccate a’ paesi circostanti, sia per tremuoti come in quello memorabile da me riferito del 63 di Cristo, sia per eruzioni ed anche a Pompei, lo attesterebbe il nome stesso della città, se è vero quel che afferma la _Dissertatio Isagogica_ di C. Rosini, che essa venisse chiamata dapprima _Pompìa_, e che ciò significhi _fuoco spento_[109]. Nella _Via delle Tombe_ inoltre vennero trovati in qualche luogo negli scavi, esistenti sotto le costruzioni di romana origine, avanzi di altre precedenti opere muratorie d’epoca assai remota e oggetti d’origine etrusca. Dalla parte opposta a Napoli, da cui dista forse una quindicina di chilometri, ho già detto che il seno che vi formava il mare ed entro cui aveva la propria foce il Sarno, avesse costituito naturalmente un porto capace di molte navi, anzi, secondo alcuni, perfino di una intera flotta e che giovava ai bisogni non della sola Pompei, ma di Acerra e di Nola, onde per i legni che scendevano o risalivano di continuo codeste sponde, avesse ragione Strabone di designarlo come un importante porto e di far della città un vero emporio, molto più che, navigabile allora il Sarno, avesse preferenza sui porti di Stabia e d’Ercolano, per il vantaggio che offriva del trasporto delle merci che giungevano nell’interno del territorio.

Più in là del porto e verso Stabia — ed or direbbesi verso la via che scorge a Castellamare, città che sorge appunto sulle rovine di Stabia, fatte prima da Silla e compiute poi dal Vesuvio — erano le _Saline di Ercole_, di cui si veggono oggi pur le vestigia nel luogo detto Bottaro e la palude a cui fa cenno L. G. Moderato Columella, non che il verso seguente che ne fa gradevole menzione:

_Quæ dulcis Pompeja palus vicina salinis,_ _Herculeis_....[110]

e più presso la città le cave delle pomici e delle moli olearie, ricordate quelle da Vitruvio, da Catone queste.

Ora il mare s’è ritratto di oltre un miglio e fu proprio, come nel precedente capitolo ho detto, nell’occasione del cataclisma che ho descritto: nè senza del resto così formidabili avvenimenti, può constatarsi questo ritrarsi del mare anche altrove. Ravenna, che fu principale stazione navale de’ Romani al tempo di Augusto; e Pisa, che pur nel medio evo fu città marinara e insigne tanto da misurarsi col naviglio amalfitano e genovese, distano oggi di molte miglia dal mare. Venezia ha già veduto abbassarsi il proprio estuario: chi sa che un giorno non appaja una favola la sua fondazione sulle palafitte di Rialto e dove furono le lagune non iscorra più la bruna e misteriosa gondola, ma venga in quella vece tratto dal pigro bove l’aratro?

Il Sarno, ho pur detto, che, dappoichè non aveva più a bagnare la viva Pompei, ammencite le sue acque, si fosse ridotto alla condizione di umile ruscello; la sua vasta imboccatura è segnata ora dal luogo che si denomina la _valle_ e la sua antica importanza che aveva già prestato orgogliosamente il suo nome a’ popoli Sarrasti, come ne lasciavan ricordo que’ versi di Virgilio, che parlando di Ebalo, dice com’ei comandasse

_Sarrastes populos, et quæ rigat æquora Sarnus_[111]

or appena si rileva da chi, rimembrando i passi de’ latini prosatori e poeti che ne ripeterono i vanti, ne richiede contezza; sì che di lui ad egual ragione dir si potria quello che il Sebeto, da cui Napoli si designa, ebbe ad esser chiamato da Metastasio:

Quanto ricco d’onor, povero d’onde.

[Illustrazione: Porta d’Ercolano a Pompei. _Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc._]

CAPITOLO VII.

Le Mura. — Le Porte. — Le Vie.

Le Mura, loro misura e costruzione — Fortificazioni — Torri — Terrapieno e casematte — Le Porte — Le Regioni e le Isole — Le Vie — I Marciapiedi — Il Lastrico e la manutenzione delle Vie — La Via Consolare e le vie principali — Vie minori — Fontane publiche — Tabernacoli sulle Vie — Amuleti contro la _jettatura_ — Iscrizioni scritte o graffite sulle muraglie — Provvedimenti edili contro le immondezze — Botteghe — Archi — Carrozze — Cura delle vie.

Poichè abbiamo, nella narrazione de’ suoi eventi, dimostrato quanta importanza si avesse Pompei e come fosse fatta emporio commerciale per ragion del suo capace porto e del suo fiume e convegno d’ogni industria prodotta dalle vicine città della Campania; era ben naturale che si avesse ben anco tutti que’ presidj che ne tutelassero la sicurezza interna; molto più che essa avesse preso parte a tutte le lotte ed a tutti i commovimenti guerreschi, da determinarvi lo stabilimento d’una colonia militare che davvicino la vigilasse e tenesse in soggezione.

Ella era dunque recinta di solide mura, atta a respingere assalti esterni e fra le prime opere d’escavazione, quella fu appunto di sterrare le mura onde conoscere la circonferenza dell’intera città e la sua configurazione. Così evitavansi eziandio inutili scandagli all’infuori di essa ed inutili spese. Fu lavoro codesto compiuto dall’anno 1812 al 1814.

Giravano prima codeste mura tutt’all’intorno, misurando oltre due miglia e producendo una figura di elissi, l’asse maggiore della quale, che percorre dalla porta Ercolanea all’Anfiteatro, misura ottocento passi geometrici, mentre l’asse minore che è dalla porta Nolana al _quartiere de’ soldati_, o _Foro Nundinario_ ne misura soltanto quattrocento; ma negli ultimi tempi di sua esistenza, e precisamente ne’ giorni di Augusto, le mura dalla parte della marina, demolite, vennero sostituite da edifici.

Di eccellente, se non sempre di uniforme costruzione, poichè formata di due muri eretti con macigni vesuviani ed ottimo cemento, venivano, giusta il sistema più in uso a que’ tempi di fortificazione, a tratti a tratti munite di torri quadrate, onde dovessero valere di salda difesa. Non era con tutto ciò, siccome dissi, uniforme in tutta la cinta la costruzione: il muro di essa che riguardava la città può reputarsi dell’altezza di trentaquattro palmi, mentre di venticinque fosse quello che sorgeva verso l’esterna campagna. Nello spazio che tra l’un muro e l’altro intercedeva di forse venti e più piedi e che latinamente denominavasi _agger_, eravi adattato un gran terrapieno capace di molti soldati, i quali per le grandi gradinate praticate a certi intervalli potevan giungere sul ciglio delle mura per offenderne all’uopo gli assalitori.

Le torri, che dal lato di settentrione erano meno frequenti, perchè riuscendo alla collina meno facile tornavano la sorpresa e l’attacco nemico, costuivansi di tre piani, come del resto può essere osservato in altre città dove sieno superstiti congeneri costruzioni tanto dell’epoca romana che del medio evo: ne sussistono tuttavia le gradinate di comunicazione, e se ne usciva poi in tempo d’assedio alle impensate sortite per certe anguste e dissimulate porte, appellate _posternæ_, le quali si aprivano al piede di esse.

Sulle pietre di certa parte delle mura, dove la costruzione non è curata così come in altre parti, si riscontrano ancora caratteri oschi ed etruschi, indizj pur essi meritevoli di studio per la lingua usata in Pompei, almeno nel parlar volgare, e potrebbero essere altresì marche per norma della loro collocazione; quantunque la profondità colla quale sono incise possa dar luogo a ritenere esserne stato ben differente lo scopo. Ad ogni modo la natura di siffatti caratteri può valere all’induzione circa l’epoca della costruzione, che doveva però essere necessariamente d’assai anteriore alla guerra sostenuta contro Lucio Cornelio Silla, a respingere i violenti assalti del quale queste opere validissime di difesa avevano non poco giovato i Pompejani; se pure non vogliansi attribuire all’epoca remotissima degli Etruschi e degli Osci; taluni essendo che punto non esitino a qualificare recisamente d’origine pelasgica queste mura.

Fra l’un muro e l’altro e lungo tutto il terrapieno summentovato eranvi fabbricate ordinatamente, l’una all’altra di fronte, camere ed androni, siccome nelle fortezze odierne si veggono casematte, assai in uso del resto a que’ tempi in simil genere di fortificazione[112], a ricovero de’ soldati e ad uso di caserme; avvedimenti codesti, i quali congiuntamente alla rilevante altezza delle mura, accusano l’importanza non solo della piazza, ma permettono altresì di sospettare che di ben maggiori avvenimenti guerreschi di quelli dalla storia memorati potesse Pompei essere stata teatro.

Ma colle mura non finivano i baluardi di difesa di questa città, le quali non ne proteggevano che quelle sole parti che si presentavano più esposte, e non erano, cioè, tutelate o dalla profondità della valle, come verso il lato d’Ercolano, o dalla elevatezza della collina. Perocchè da un’altra parte avesse eziandio il mare e da un’altra ancora il Sarno copioso di acque; sì che per quei tempi presentar potesse Pompei veramente l’aspetto e l’importanza d’una piazza fortificata dei nostri giorni, e fornir tutte le ragioni altresì d’avervi i Romani dedotta una colonia militare.

Della maniera di fortificazione usata in Pompei, secondo ho più sopra alla meglio intrattenuto il lettore, Vitruvio, nella sua famosa opera che tratta della architettura de’ suoi tempi, ne parla nel capo V del Libro I, e dà i tecnici particolari, a’ quali chi della materia si diletta, può con utilità rivolgersi, poichè ad altro ora mi chiama l’argomento[113].