Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)
Part 11
Per più porte si entrava in Pompei: otto ne han distinte gli scavi che si vennero fin qui operando, due delle quali veggonsi tuttavia egregiamente conservate colla loro antica selciatura, e sono la Porta Ercolano, tutta di materiale laterizio con intonaco senza ornamenti, a meno che la sua vetustà non li abbia fatti rovinare, e la Porta Nolana, che menava a Nola, denominata tal Porta anche Isiaca, perchè presso vi fosse il tempio consacrato ad Iside e ne sussistono intatte le forti muraglie fatte di grossi massi vulcanici e con vôlta superiore.
Le altre sei porte appena si distinguono: esse hanno stipiti in grandi massi riquadrati, e si aprivano: l’una tra l’Anfiteatro ed il Foro Nundinario o quartiere de’ soldati, e si chiamava Porta Stabiana, perchè conducente alla città di Stabia; l’altra fra l’anfiteatro e la Porta Nolana, che per la vicinanza del fiume doveva per avventura chiamarsi Porta del Sarno; la terza era detta Nocera, la quarta di Capua, e così chiamavansi perchè mettevan capo alle vie per cui s’andava a quelle città; la quinta, che sorgeva fra la porta di Nola e quella d’Ercolano, era detta del Vesuvio, perchè in più diretta corrispondenza con questo monte; la sesta appellavasi della Marina. La scoperta di quest’ultima porta venne fatta nel 1863, mercè le sapienti ed esatte ricerche del commendatore Fiorelli. Innanzi a tale scoperta, era generale opinione che questa parte della città che discendeva al mare, come anche vi faceva cenno la sensibile pendenza del suolo, fosse sempre stata priva del muro di cinta e specialmente dalla porta d’Ercolano fino a quella di Stabia; ora la interessante scoperta del Fiorelli ha somministrato le più irrecusabili prove come Pompei fosse tutta quanta fortificata, e forse nelle ulteriori investigazioni e scavi verrà dato di conoscere ben anco se il muro che congiungeva le due suddette porte sia stato distrutto dalle funeste conseguenze della guerra.
Questa porta della Marina era posta sotto la protezione di Minerva, e la statua in terra cotta di questa dea, che vedesi ancora entro una nicchia a destra di chi entra, l’attesta.
Nella Porta d’Ercolano sono praticate tre arcate, quella di mezzo per i carri e le due laterali per i pedoni: essendo la principale arteria, come vedrem più avanti, era questo un ottimo accorgimento alla miglior sicurezza della vita ed a scanso di disordini d’ogni sorta.
È poi degnissima di osservazione il vedersi in questa Porta alle relative spalliere correrne tutto il lungo certe incavature destinate a ricevere la grossa imposta di legno, o saracinesca, che dal piano superiore si calava per chiudere; perocchè generalmente si reputasse fin qui che simil genere di fortificazione fosse il trovato de’ bassi tempi e medievali, ed ora invece colla scoperta di questa Porta di Pompei si abbia la irrefragabile prova che i vecchi castelli feudali non avessero fatto colle loro saracinesche che applicare quanto già gli antichi avevano praticato[114].
Finalmente è dato distinguere pur adesso il Vallo col gran fossato nella profondità di venti a trenta piedi con altro muro opposto, il quale serve di parapetto e controscarpa, novella testimonianza di più antica militare importanza, e nel quale i Pompejani degli ultimi tempi avevano publica e bella passeggiata.
Ora mi resta a compiere l’osservazione, per così dire, generale sulla struttura della città, di far menzione della sua interna divisione per quartieri o regioni, della sua suddivisione in isole o comprensorii di case isolate. Una carta iconografica degli Scavi del 1868 unita alla _Nuova Serie del Giornale degli Scavi_ e che può dirsi una Pianta di Pompei, dimostra questa città divisa in nove regioni, delle quali non apparirebbe scavata interamente che la settima, buona parte della sesta, un’isola della prima, una della nona e cinque della ottava ed una, cioè l’anfiteatro, della seconda. La regione settima vedesi ripartita in quattordici isole, della seconda delle quali è fornita una pianta, e la sesta ne ha sterrate undici. Tutte le isole poi avevano una propria denominazione, desunta forse dal principale suo proprietario, siccome è manifesto dalla epigrafe, che ho già riportata e che per la prima volta venne edita dal Mazois[115], che ne apprese denominarsi _Insula Arriana Polliana_, quella ove trovavansi ad affittare le botteghe, colle pergole ed i cenacoli equestri di Gneo Alifio Nigidio Maggiore. Argomentando da questa nomenclatura, il chiarissimo archeologo De Petra crede potersi denominare l’_insula_ prima della _regio_ prima _Popidiana Augustiana_, perchè il proprietario principale della casa che in essa si trova, finora appellata del _Citarista_, risulta dalle graffite epigrafi publicate dal Zangemeister[116] essere stato _Lucio Popidio Secondo_, coll’aggiuntogli nome di _Augustiano_, forse per un sacerdozio di Augusto da lui esercitato[117]. Con siffatto criterio non sarà forse impossibile negli ulteriori disterramenti giungere a discoprire la più parte delle denominazioni, delle _insulæ_ di tutte le regiones.
Entrati nella città, ho già detto in addietro la profonda e solenne impressione di dolore che subito vi produce. Queste vie deserte e mute, fiancheggiate da edifizj scoperti di tetto e smantellati, diroccati la massima parte interamente del loro piano superiore; questo lungo ordine di case da un lato e dall’altro succedentisi, numerizzate e recanti qui e qua affissi in caratteri rossi e neri di spettacoli, di pigioni, di raccomandazioni, di voti, di annunzj industriali, o iscrizioni bizzarre; questi emblemi sovrastanti alle tabernæ o botteghe e queste pitture che talvolta ne decorano la fronte; questi solchi che vedete profondamente impressi nella pur solida pietra vesuviana onde tutte le strade pompejane sono lastricate lasciati dal trascorrere de’ frequenti veicoli, vi fanno credere e persuadere che l’immane cadavere sia caldo tuttavia, che il suo cuore abbia dato appena il suo palpito supremo, che questa città soltanto jeri fosse piena di vita e di azione. Un sentimento adunque di sublime pietà s’indonna di voi dinanzi a tanta rovina, come precisamente se la catastrofe fosse l’opera appena della precorsa notte.
Chiama poi specialmente la nostra osservazione il vedere come tutte le vie sieno da ambe le parti costeggiate da un rialzo o marciapiede. Non essendo ampie, questo sistema, adottato del resto anche altrove in tutte le vie consolari e militari, rendeva più facile la circolazione a piedi: perocchè l’un margine valesse a chi andava, l’altro a chi veniva: entrambi poi ad evitare l’urto delle ruote dei carri e delle bighe o d’altri plaustri e quello dei cavalli che tenevano il mezzo. Il qual mezzo della via, per laterali rialzi, costituiva quasi un letto di torrente, e giovava appunto al trascorrimento delle acque piovane, le quali in tempi d’acquazzoni o di lunghe piogge, atteso anche il declivio della città che degradava, come più volte dissi, al mare e che però precipitavansi dalla parte più alta, convertendosi in torrente, avrebbero altrimenti rese impraticabili le vie e innondate ben anco le abitazioni.
A tale effetto si riscontrano di tratto in tratto in questo mezzo delle vie come degli spiragli quadrati protetti da inferiate, per i quali le dette acque piovane mettevansi, rivelando altresì come di sotto vi fossero opportuni condotti che poi sfogavansi nel Sarno; tal che l’edilizia d’allora nulla avrebbe di certo ad imparare dalla moderna, alla quale si può francamente affermare essere stata in cotali opere maestra.
L’abate Domenico Romanelli, nel suo _Viaggio a Pompei_, osservò eziandio in tutto il corso principale della città _nel rialto di queste viottole_, com’egli chiama i marciapiedi, alcuni forami che servivano senza fallo per attaccarvi i bestiami, se taluno avesse dovuto trattenersi, ovvero entrare nelle botteghe o nelle case; a un dipresso come in Firenze e altrove vedonsi per lo stesso scopo infissi ancora nelle muraglie de’ più cospicui palazzi de’ grossi anelli in ferro od in bronzo artisticamente lavorati, ond’esservi accomandati, cioè, i palafreni de’ cavalieri visitatori.
L’inglese che visita Pompei se ne parte adunque con una disillusione di più per l’amor proprio del suo paese e massime de la sua Londra. Egli che sin a quel giorno ha per avventura attribuito ad esso il vanto dei provvidi marciapiedi delle sue vie, s’accorge invece esserne stato preceduto da quasi diciotto secoli da Pompei, tanto piccola in comparazione della sua popolosa capitale. _Oh shocking!_
Per transitare poi dall’un marciapiede all’altro, senza l’incomodo della scossa che si riceve dallo scendere l’uno e dalla fatica dello ascendere l’altro, fatica pure sensibile in un clima meridionale, a’ capi delle vie trovansi collocati uno o più grossi macigni a superficie piana nel mezzo, i quali essendo all’altezza de’ marciapiedi, servivano come di transito o ponte. Quei macigni sono poi collocati in modo che i carri e le bighe possano fra gli spazj laterali trovar passaggio alle ruote loro. Di tal guisa, anche in tempo di pioggia era lecito attraversar la via senza entrare nel grosso letto delle acque che tra i due rialzi scorrevano come gore o torrenti.
Ho già ricordato come il lastricato di queste vie si costituisse di larghi massi di pietra del Vesuvio, i quali sebbene appajono irregolari, cioè tagliati ad esagoni, ottagoni e trapezj e quasi disordinatamente posati, pure per virtù di un tenacissimo cemento che vi sembra pietrificato, si uniscono abbastanza bene per guisa, che anche adesso, dopo i molti anni da che sono scoperti, vi sia ben conservato. La base su cui posano è formata di altro strato di acciottolato e di arena, com’era uso generale degli antichi che siffatto metodo chiamavano _sternere_; onde dal participio di questo verbo, stratum, ne derivò alle vie la denominazione di stratæ, e la nostra parola italiana strada. Tito Livio fa menzione di codesto sistema di viabilità in quel passo: _Censores vias sternendas silice in urbe, et extra urbem glarea substernendas, marginandasque_[118].
In parecchie delle vie vedesi per certi tratti codesto selciato assai sconnesso e negletto, ma tale nondimeno da lasciar credere che possa essere ciò stato l’effetto o del tremuoto o dell’ultimo cataclisma. Nondimeno vi si ravvisa a prima giunta la trascuratezza di sua antica manutenzione, e in verità me ne feci argomento di sorpresa da che a più dati avessi raccolto prove di sommo encomio per l’antica edilizia pompejana; ma un articolo dell’egregio F. Salvatore Dino me ne diè plausibilissima ragione, avendo rammentato come la manutenzione delle vie (munire vias) incombesse, per la legge Giulia Municipale che fu il fondamento delle costituzioni comunali italiche, ai proprietarj delle case per quel tratto che stava a queste davanti. Non essendo quindi a cura del Municipio la conservazione delle strade, la negligenza e l’impotenza dei detti proprietarj produceva quegli sconci spesso dannosi al traffico ed al passaggio cittadino. Dove da un lato erano publici edifici, la spesa della manutenzione dividevasi tra il proprietario da un lato e il comune dall’altro e da siffatto obbligo che era tra i tanti _munera publica et privata_, non poteasi alcuno esentuare e gli edili a cui apparteneva questa parte dell’amministrazione comunale avevano tali facoltà, che nel caso in cui quell’obbligo non si compisse, potessero indirettamente costringere i cittadini alla sua esecuzione. Così nella citata legge Giulia era prescritto che se alcun proprietario non attendeva alla conservazione della rispettiva parte di strada, l’edile la desse in appalto, annunziandola dieci giorni prima e naturalmente le spese che occorrevano venivano fornite in proporzione da’ proprietarj caduti in contravvenzione[119]. Altrettanto dicasi dei margini. Della giustizia delle quali osservazioni se ne può avere una prova nel riscontro delle vie peggiormente tenute avanti le case meno belle.
Due strade principali intersecavano Pompei: l’una verso settentrione che immettevasi nella via _Popiliana_ e conduceva a Nola: l’altra si distaccava dalla _Domiziana_ in Napoli — non _Domizia_ come la più parte scrive, perocchè questa, testimonio Cicerone, fosse nelle Gallie[120] — passava per Ercolano ed Oplonte ed attraversando la città riusciva per la porta Isiaca lungo il Sarno e metteva capo a Nocera.
[Illustrazione: Via Consolare. _Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc._]
Grandi e piccole sono le vie sinora scoperte: la _Consolare_ è tra le prime. Era questa la via che ora accennai staccarsi dalla Domiziana e percorrendo la suindicata località formava una diramazione della famosa via Appia, detta la regina delle vie[121], la quale assunse il nome da Appio censore e partendo dalla Porta Capena di Roma, o piuttosto dal Settizonio, e giù giù, comunicava colla Domiziana, giusta la memoria lasciataci da Strabone: _Tertia via a Regio per Brutios et Lucanos et Samnium in Campaniam ducens, atque in Appiam viam_[122]. Di questa, fuori della città, come la Latina e la Valeria, non se ne hanno più che pochi ed appena discernibili avanzi. La più parte tuttavia di questi appartiene alla seconda.
Più anguste erano le vie di Pompei dal lato occidentale e più irregolari: presso al Foro ed a’ teatri appajono più larghe e diritte, come infatti lo esigeva la maggiore affluenza di gente che per quelle traeva.
Come tali vie interne della città si chiamassero in antico non oserei qui affermare: l’indagine sarebbe troppo ardua: la denominazione che si hanno di presente ebbero dalle particolarità che vi si ritrovarono. La _Via dell’Abbondanza_, a cagion d’esempio, chiamata dapprima _Via de’ Mercanti_, per la continuità delle botteghe che vedevansi dall’uno e dall’altro lato succedersi, mutò di poi nome a causa della figura scolpita sulla prima fontana che vi si incontra. Questa via doveva essere chiusa da porta dal lato del Foro, perchè tuttavia si osservano nel pavimento i buchi occupati dagli arpioni e i piombi che li suggellavano. La _Via del Lupanare_, dove erano la fabbrica del sapone e le case di Sirico, di cui a suo luogo m’avverrà di dire, ricevette la denominazione dal luogo destinato a’ piaceri sensuali, che in essa vi è, e il cui uso è anche di troppo attestato da pitture e iscrizioni graffite le più indecenti. La _Via d’Augusto_ le è contigua; quella _della Fortuna_ ha il tempio dedicato a questa volubile Diva; quella _del Mercurio_, quella _delle Terme_, ove appunto sono i bagni publici, e quella delle _Tombe_ o _de’ Sepolcri_, sono le principali fin qui scoperte. Delle minori, o vicoli, nominerò alcune. Il viottolo _de’ Dodici Dei_, — _Dii Majorum Gentium_ — dove sull’angolo vedesi una pittura rappresentante le dodici grandi divinità, che Ennio nominò in questi due versi:
_Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars,_ _Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo._
Al disotto sono dipinti due serpenti, come in guardia d’un altare sacro agli Dei Lari, epperò dagli antichi appellato _Lararium_: il viottolo _del Calcidico_, quello _del Balcone pensile_, dall’unico balcone che ancor si vede sorretto da molti sostegni per conservarlo, e quello fra la _Via Stabiana_ e il _Vicolo Tortuoso_.
In ogni via eranvi poi fontane publiche, a cui l’acqua proveniva dalle più alte sorgenti del Sarno; così distribuivasi essa eziandio per le case più agiate, nelle quali veggonsi ancora condotti di piombo ramificati ascosamente dentro le pareti. Alle fontane pubbliche ricorreva ognuno ad attinger acqua con idrie, anfore e _sitellæ_, ed esse veggonsi pur adesso a vergogna delle nostre città, le quali risentono troppo spesso del difetto di ciò che dovrebbe entrare non unicamente nei modi consueti d’alimentazione, ma ben anco dell’igiene publica. Napoli e Firenze, a mo’ d’esempio, città insigni sotto ogni riguardo, più che altre, da lungo tempo sentono indarno il desiderio d’aver migliori e copiose acque, perchè i municipj in luogo di sollecitamente provvedervi, perdonsi in progetti e discussioni e così — solito vezzo nostro — nella vista del meglio si trascura il bene.
Sui canti ed a’ quadrivj eranvi altari a divinità tutelari, e già ricordai talun esempio; egualmente poi a’ costumi pagani, anche i cristiani si informarono e si vennero per le vie pur delle città più popolose erigendo tabernacoli, dipingendo madonne e santi, che per altro la civiltà moderna va facendo scomparire per rilegarli unicamente nelle chiese. I Pompejani avevano assai divozione per quei loro numi famigliari e ritraevano per ogni loro necessità auspicj da quella esposizione publica e profondevano venerazione; perocchè i pregiudizj e le superstizioni abbiano sempre nella bassa Italia, qualunque la religione, attecchito.
Nè a questo solo il sentimento religioso e superstizioso de’ pompejani si limitava; ma creduli a’ maleficj e fatucchierie, reputavano ovviarvi altresì con appendere amuleti.
Fin sulle botteghe pompejane sculti o dipinti veggonsi ancora i _phalli_, sconci emblemi, diremmo adesso, ma usitati e frequenti allora, perchè si tenessero siccome efficaci talismani contro le male influenze, o come chiamerebbesi odiernamente nell’Italia Meridionale, dove son tuttavia quelle ubbie radicate, contro la _jettatura_. I _phalli_ dovevano, nell’intendimento de’ Pompejani, come adesso de’ Napolitani i corni di bufalo o di corallo, allontanare ogni disastro da’ commerci e valer di propizio augurio; e così vi aggiungevano fede, che lavorati in corallo od in ambra, in oro, argento o bronzo, si portassero pure da fanciulli e da vergini donzelle sospesi al collo siccome fanno, per ragione d’ornamento, le nostre donne oggidì con medaglioni ed altrettali gingilli. Questi emblemi non è dunque vero che valessero sempre a designare i ricetti della prostituzione; onde uno di essi può vedersi su d’un pilastro dell’albergo di Albino, del quale ho già parlato, e certo non ad altro scopo che d’essere talismano onde tener lontano da’ viaggiatori e dal luogo dato all’industria i mali influssi del _fascino_ o _mal occhio_. Che poi a scongiurare maleficj e fascini si adoprassero oggetti turpi e ridicoli, fra cui il _phallus_, l’apprendiamo da Plutarco[123]; e S. Agostino nel libro 7, c. 24 _De Civitate Dei_, ci fa sapere come l’osceno emblema venisse persino recato inalberato su di un’asta in processione per le campagne con grande pompa in onore e nelle feste di Bacco[124]. Altri amuleti ritrovati negli scavi rappresentavano scarabei, uccelli, testuggini e pesci.
Io già toccai in un antecedente capitolo, parlando delle costumanze pompejane, come si solesse per le vie, nè più nè meno che si pratica odiernamente da noi, scrivere ne’ luoghi più frequentati annunzi ed affissi di proposte di pigioni e sollecitazioni di voti, sia a proprio vantaggio, sia a quello di talun candidato alle cariche più elevate, e recai a prova diverse iscrizioni di questi generi: dissi che altrettanto si usasse, per avvertire spettacoli publici e ne recai pure esempio trascrivendo taluno di siffatti avvisi rinvenuti sulle muraglie esterne delle case in caratteri rosso o nero; ora mi rimane ad accennare come la pratica servisse altresì ad altre più curiose bizzarrie.
Era questa l’abitudine di oziosi, di cui certamente abbondar doveva Pompei, di amanti, che per avventura non avevano tutto l’agio che si ha adesso di far pervenire alla fanciulla amata l’espressione de’ proprj sentimenti, di soldati o gladiatori petulanti, di scrivere o graffire con qualche punta su’ muri o motti o sentenze o dichiarazioni d’amore o stupide insolenze. Gli scavi han pure fatto rivivere tuttociò e facilmente si posson leggere tuttavia queste iscrizioni d’ogni colore e sapore, come se solo jeri fossero state scritte o graffite. Nè sicuramente furono poche quelle che vennero lette sia nella lingua osca, che sembra essere stata la volgarmente parlata, come già m’espressi, sia nella latina, se valsero a materia d’illustrazione ad uomini assai dotti, per opere speciali, quale quella del Garrucci dal titolo appunto di _Inscriptions gravées au trait sur les mures de Pompei_ e l’altra del Fiorelli _Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa_, le quali già m’avvenne di menzionare al principio di questo mio libro.
Non s’è inoltre dimenticato certo il lettore dell’episodio per me narrato in addietro della contesa seguita nell’Anfiteatro tra Nocerini e Pompejani: anche in quella occasione ho già segnalato come il mal animo paesano si disfogasse con una caricatura e con una iscrizione sulle mura esterne della via di Mercurio. Tutto ciò addimostra come fosse lo scrivere sulle muraglie entrato nelle abitudini di tutti e per tutto.
Annunzj, indicazioni ed epigrafi d’ogni natura, scritte o graffite per lo più da persone incolte, abbondano di scorrezioni: peggio poi in que’ versi di Virgilio, di Properzio e di Ovidio che trovansi riferiti con errori o varianti. Al qual proposito non lascerò per altro di fare un rilievo: che, cioè, fra tutti questi saggi di popolare erudizione non si rinvenga una sola citazione di Orazio. Poeta quant’altri mai di castigato gusto e di immortale fama, non può dar motivo a giustificare una tale impopolarità in Pompei, se non in questa considerazione che per l’indole appunto più peregrina ed elevata de’ suoi carmi non riuscisse per avventura troppo alla mano per persone del volgo, come potrebbesi, a cagion d’esempio, trovar a’ dì nostri alcun riscontro nel Giusti, più noto agli studiosi che non al volgo de’ lettori. Il Bulwer invece, a cui non poteva certo essere sfuggita del pari una tale osservazione, nel suo bellissimo romanzo _L’ultimo giorno di Pompei_, al quale per altro voglionsi perdonare talune scortesie mordaci all’indirizzo degli Italiani moderni, che sarebbonsi da lui potute lasciare nella penna e la sua storia non ne avrebbe certo patito e avrebbe anzi per noi camminato meglio; il Bulwer, dissi, al banchetto di Glauco, fa che cantori e suonatori eseguiscano l’ode di Orazio da lui medesimo musicata: _Persicos odi, puer, apparatus_[125]; ma Glauco era un giovine greco _a cui il cielo era stato largo di tutti i suoi beni.... gli aveva dato la bellezza, la salute, la ricchezza, l’ingegno, un’origine illustre, un cuor di fuoco e un’anima piena di poesia_[126], e a lui però dovean essere famigliari anche i versi del Venosino.
Un giovinetto, esempi grazia, aveva graffito questo verso su d’un muro:
_Candida me docuit nigras odisse puellas_[127],
e tosto sotto una donna, o tal altro bizzarro spirito; ricattandosi dell’ingiuria lanciata alla ragazza bruna; soggiunge:
_Oderis, sed iteras. Ego non invitus amabo._ _Scripsit Venus physica Pompejana_[128]
Un amante, mosso dal dispetto, scriveva:
_Alter amat, alter amatur; ego fastidio_[129]
Un arguto vi scrive sotto questo commento, forse non luogo dal vero:
_Qui fastidit amat_[130]
Un altro, meno galante di quel primo dispettoso innamorato, incide sul muro questi distici che erroneamente alcuni dissero di Ovidio:
_Quisquis amat veniat. Veneri volo frangere costas_ _Fustibus et lumbis debilitare bene._ _Sermo est illa mihi tenerum pertundere pectus_.... _Quas ego non possem caput illud frangere fuste_[131].
Ecco invece una dichiarazione d’amore: _Auge amat Arabienum; Methe Cominiœs atellana amat Chrestum corde: sit utreisque Venus Pompejana propitia et semper concordes veivant_[132].
Altrove uno scherza con questa lettera:
_Pyrrus c. Hejo contegæ sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale_[133].
Sulla basilica, ove rendevasi giustizia, fu scritto: _quot pretium legi?_ come sarebbe a chiedere: quanto si venda la giustizia.
Su d’un venditorio di vino si legge:
_Suavis vinaria sitit, rogo valde sitit_ (sic)[134].
In altro luogo un tal Januario, o Gennaro, annunzia così una perdita, o piuttosto un furto sofferto:
_Urna vinicia periit de taberna_ _Si eam quis retulerit_ _HS lxv: sei furem_ _Quis abduxerit_ _Dabit decumum_ _Januarius hic habitat_[135]
Un pizzicagnolo invece proclama di tal modo i suoi zamponi: