Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 12

Chapter 123,577 wordsPublic domain

_Ubi perna cocta est si convivæ apponitur_ _Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum_[136].

Volete ora insolenze ed ingiurie? Ve n’hanno anche per questi gusti; pigliatevene due saggi:

_Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est_[137].

E in altro luogo, Oppio facchino è tacciato di ladroncello:

_Oppi embolari fur furuncule._

Ho tradotto _embolari_ per facchino, perchè altri pure così interpretarono; ma avverto che se v’era la _emboliaria_, la quale era un’attrice che usciva sulla scena tra gli atti d’una rappresentazione per tenere divertito l’uditorio col recitargli qualche maniera d’interludio; non ripugna che egual officio avesse un uomo e quindi l’Oppio dell’iscrizione fosse emboliario e non facchino dal greco vocabolo ἔμβολιον latinizzato.

Questo vezzo di scrivere sulle muraglie all’indirizzo di alcuno o per alcun fatto e del quale conservasi pur tuttavia qualche tradizione, era sì comune a quei giorni, che il lettore rammenterà di certo quel passo di Cicerone, che nella terza Verrina accenna per appunto alle molte satire che i Siciliani scrivevano contro l’amica di Verre, la famosa Pipa, sulle pareti del tribunale e fin sopra la testa del pretore: _De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur_[138].

D’altre iscrizioni graffite meno vereconde non parlo: scusabili in Pompei, non lo sarebbero ora agli orecchi de’ lettori; non ommetterò tuttavia queste brevi, perchè presentano qualche somiglianza col moderno italiano:

_Cosmus nequitiæ magnissimæ_[139]

è scritto da uno, e da un altro vi si esclama:

_O felice me!_

Un terzo poi soggiunge:

_Itidem quod tu factitas cotidie_[140]

Avverrà che altrove, in altri successivi capitoli, io riferisca qualche altra publica iscrizione, richiedendolo l’argomento: per ora basti che il lettore abbia più d’una prova che anche certe infamie che si ponno da taluni credere importate dalle licenze d’una stampa fescennina e sovversiva, l’umanità le sapeva commettere egualmente e con soddisfazione di sufficiente publicità anche assai e assai tempo prima dell’invenzione di Panfilo Castaldi e di Guttemberg.

Se ne tengano per ammoniti

I lodatori del buon tempo antico.

Ma se lordavansi le muraglie di scritti ingiuriosi e bene spesso osceni, non venivano risparmiate altre immondezze, col mingere agli angoli delle vie, ciò che del resto la civiltà moderna non ha potuto interamente bandire ancora dai nostri costumi, malgrado i publici orinatoi che ad ogni tratto l’autorità edilizia, almeno nelle città principali, venne costruendo. Si immagini poi a que’ giorni! Ben gli edili di Pompei avevano istituite latrine publiche ne’ posti più frequentati ed una amplissima ve n’ha a lato della prigione nel Foro; anfore e recipienti venivan collocati ai canti delle vie per raccogliervi le immonde aspersioni; ma forse tanti provvedimenti non bastavano all’interno dell’igiene e della polizia, e neppure l’imposta che, al dir di Svetonio, era stata messa dall’imperatore Vespasiano.

Per guarentirne i luoghi sacri e le passeggiate, si usò dipingere sulle muraglie di essi due serpenti a lato di un modio ripieno di frutti, oppure genj domestici; come ho visto in Firenze e altrove pingersi delle croci o scriversi de’ nomi venerabili e divini sulle pareti delle chiese od anco su quegli angoli di palazzi che si volevano preservare dalle immondezze, perchè e croci e nomi santi a’ nostri giorni, parimenti che genj e simboli in Pompei, significhino che que’ luoghi su cui stanno reclamano reverenza. Talvolta a’ simboli s’aggiungevano iscrizioni a raccomandare siffatto sentimento, e i sacerdoti poi non lasciavano d’imprecare sovra il capo di coloro che vi avessero mancato di rispetto tutta la collera de’ grandi Iddii ed in ispecie di Giove e di Diana, e della Venere Fisica pompejana.

I due serpenti, simbolo di Esculapio e di Igea, che più spesso si soleva pingere sovra i muri a tutela di nettezza, era pure in Roma adoperato allo effetto stesso; onde Persio avesse nella satira prima a dire:

_Hic, inquis, veto quisquam faxit oletum_ _Pinge duos angues; pueri, sacer est locus; extra_ _Mejite_[141].

De Rich vide in uno de’ corridoi che menano nelle terme di Trajano la dipintura a fresco d’un altare fiancheggiato da due angui e sotto scrittavi la seguente iscrizione:

IOVEM ET IVNONEM ET DVODECIM DEOS IRATOS HABEAT QVISQVIS HIC MINXERIT AVT CACARIT[142].

Dopo tutto, Pompei e le sue vie animate da popolazione e da commerci dovevano essere ben belle! Piccola, ma leggiadra città: angusta, ma piena di vita e di ricchezza!

«Pompei, scrive Bulwer, che ho non ha guari citato, era la miniatura della civiltà di quest’epoca. Questa città racchiudeva, nella stretta cerchia delle sue mura, un saggio di tuttociò che può inventare il lusso a profitto della ricchezza. Nelle sue piccole ma eleganti botteghe, ne’ suoi palazzi di breve dimensione, ne’ suoi bagni, nel suo foro, nel suo teatro, nel suo circo, nell’energia e nella corruzione, nel raffinamento e nei vizj della sua popolazione si riscontrava un modello di tutto l’impero. Era un giocattolo da ragazzo, una lanterna magica, un microcosmo in cui gli Dei sembravano pigliar gusto a rifrangere la grande rappresentazione della terra e che essi si divertiron più tardi a sottrarre al tempo per poi fornire alla sorpresa della posterità questa sentenza e questa moralità: che nulla davvero vi ha di nuovo sotto il sole»[143].

Una specialità offre Pompei, messa a raffaccio colle città moderne, ne’ diversi archi di trionfo, che in più località si ritrovano tuttavia sussistenti e ne darò qualche cenno.

Quattro ve ne sono nel foro, e il più grande di essi non ha che una sola apertura ed è decorato dai due lati di colonne e di nicchie. Di tutti questi ornamenti non rimane ora che dalla parte del Foro un basamento di colonne a ciascun pilastro, nè sembrano essere stati del miglior gusto; onde Bréton avesse giustamente a dire che si attribuirebbero volontieri ad un’epoca di decadenza, se la data della distruzione di Pompei non fosse conosciuta[144].

All’ingresso della via di Mercurio e di fronte al detto grande arco, altro se ne scorge e pare che sovr’esso vi fosse una statua equestre in bronzo dell’imperatore, Caligola o di Tiberio, se pure non possa ritenersi d’Augusto, quando veramente si abbia qualche attinenza il frammento d’iscrizione seguente:

. . . . STO . CÆSARI PARENTI . PATRIÆ

Nell’asse del Foro, davanti i Tribunali, esisteva pure un arco e dalla sua grande profondità si può argomentare che sovr’esso ci fosse una quadriga, che Dyer suppone potesse essere del genio tutelare della città[145].

[Illustrazione: Arco Trionfale alla via di Mercurio in Pompei. _Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc._]

D’altri archi di minore importanza non mette conto il parlare.

Allorquando in un venturo capitolo tratterò della industria pompejana, passerò in rassegna le molte tabernæ o botteghe che si veggono ora vuote lungo queste deserte vie, ma che presentano nondimeno esse pure certi avanzi di vita che fanno fremere, che sembrano da poche ore appena sgombre dalle loro merci e abbandonate. Visiteremo insieme i termopolii, o mescite di bevande calde, il forno publico, la fabbrica del _lutus fullonicus_ o sapone, i mulini, la tintoria, le osterie e vie via ogni altro interessante stabilimento.

A questo quadro manca ancor qualche cosa e me lo richiama l’argomento stesso delle vie, dal quale non sono uscito per anco. Quelle orme profonde e que’ solchi che in più luoghi si veggono del pavimento di esse, impressi dalle ruote dei veicoli, oltre quelle osservazioni che superiormente ho già fatte, mi suggeriscono altresì a dir qui delle carrozze e vetture che si usavano in Pompei.

Sorpasso dall’occuparmi delle quadrighe e bighe, quali usavansi negli spettacoli dell’anfiteatro e ne’ trionfi, poichè non sia questa la opportunità, nè de’ carri, plaustri o carrette pel traffico quotidiano, facile è il supporne la sussistenza e la forma: mi riduco però a intrattenere il lettore delle vetture destinate all’uso de’ grandi e cittadino.

Innanzi tratto concedo il primo posto alle _Tense_ (_tensa_ o _thensa_). Era il più spesso un carro di gala tirato da animali, cavalli od elefanti, come si vede in una medaglia di Nerva, sul quale si trasportavano le immagini degli Dei al pulvinare nei giuochi circensi. Se ne servivano anche gli Edili in certe solenni occasioni. Cicerone ne parla nella terza Verrina, cap. 59 e Svetonio nella vita di Augusto, cap. 43.

Le più sontuose e più costose carrozze erano le _pilente_, d’invenzione spagnuola secondo alcuni, tosca secondo altri, e dalla greca parola πιλος, dalle pelli o dalla lana onde solevansi coprire, reggevansi su quattro ruote, come apprendiamo da un luogo di Tito Livio[146] e da Virgilio in que’ versi:

. . . . . _castæ ducebant sacra per urbem_ _Pilentis matres in mollibus_[147]

e se ne servivano per lo più nelle feste publiche e ne’ giuochi; ma quella che più era in uso fra cittadini più facoltosi, allorquando erano soli, chiamavasi biga col nome stesso del veicolo che si adoperava nel circo e sorreggevasi da due ruote. La larghezza dell’asse di codesti veicoli può pur adesso misurarsi dagli spazj lasciati dai massi o dadi di pietra che a’ principj delle vie formavano coi rialzi dei margini laterali.

Le matrone ordinariamente servivansi di una carrozza, tirata per consueto da un pajo di mule, che per lo più aveva bensì due ruote, ma teneva comodità maggiori di star meglio adagiate, riparate da una tenda e da cortine, colle quali si poteva chiudere davanti, e denominavasi _carpentum_. Properzio pure così ne fa menzione:

_Serica nec taceo volsi carpenta nepotis_[148].

Impiegavano eziandio una specie di lettiga, vasta sedia portatile più comodamente disposta che le vetture moderne, poichè chi l’occupava poteva coricarsi a suo bell’agio, in luogo d’essere scosso e trabalzato perpendicolarmente. Era altresì nell’uso la _sella_, specie di que’ sedioli che per lo passato abbiamo avuto noi pure ed in cui si assidevano al par di noi.

Di un’altra carrozza, _rheda_, da cui forse venne il nome alle redini che dirigono i cavalli, d’origine gallica, a quattro ruote, si giovavano per viaggi, o per escursioni alla campagna: essa conteneva agevolmente tre o quattro persone ed era fornita di cortinaggio, che si poteva sollevare secondo volontà e prestavasi anche al trasporto di provvisioni. Cicerone in una delle epistole del lib. V ad Attico gli dice aver quella dettato sedendo nella reda: _Hanc epistolam dictavi sedens in rheda_. Questo cocchio era il cenno più prossimo alle vetture che si inventarono nel secolo decimosesto e che poi nel nostro si perfezionarono. Anzi in Ispagna assunsero queste carrozze il nome un cotal po’ latino di _paravereda_, perchè _paraveredi_ appunto si chiamassero anche ai tempi di Roma antica i cavalli che seguendo le vie traverse servivano il publico, come _veredi_ semplicemente quelli che tenevano le vie rette[149].

Nè va dimenticato il leggiero e celere _Essedum_, cocchio a due ruote d’origine belga, come ce ne avverte Virgilio in quel verso della terza Georgica:

_Belgica vel molli melius feret esseda collo_[150] e pur in uso presso i Galli ed i Britanni, massime ne’ combattimenti, e passato poi ne’ Romani, che se ne valevano e per viaggi o per trasportar pesi. Tuttavia doveva l’_essedum_ esser all’uopo veicolo di lusso, se Cicerone nella seconda Filippica, a titolo di rimprovero, esce a dire: _Vehebatur in essedo tribunus plebis_[151], come se il servirsi dell’essedo fosse troppo ricercata e dispendiosa costumanza. Circa la velocità di tal curricolo fa fede Ovidio, quando canta:

_Sed rate ceruleas picta sulcavimus undas_ _Esseda nos agili sive tulere rota_[152].

_Essedum_ facendosi poi derivare dal greco άἰσσω, cioè essere trasportato con impeto, si comprende di leggieri l’origine del nostro verbo _aizzare_, per istigare.

Ma un veicolo a quattro ruote che Festo afferma con vocabolo osco denominarsi _petoritum, petora_ significando _quattro_, (De Rich lo vuol d’origine celtica da _petoar_, quattro _erit_, ruota) dovea trovarsi in Pompei e nella Campania, dove gli Osci appunto stanziarono, e questo genere di veicoli è ricordato da Orazio nell’epistola I del Libro II unitamente alle essede e alle pilente:

_Esseda festinant, pilenta, petorita, naves_[153].

e da Ausonio nell’epistola quinta:

_Invenies præsto subjuncta petorita mulis_[154]

e altrove, nell’epistola ottava, lo stesso poeta ancora:

_Cornipedes raptant imposta petorita mulæ_[155]

Plinio poi ci fa sapere come i petoriti fossero ornati di fregi di stagno: _stanno esseda et vehicula et petorita exornare_[156].

Tutte codeste citazioni classiche parranno per avventura un po’ soverchie e pedantesche; ma io pur sopprimendone altre, credetti opportuno di farle a giustificare l’esistenza di vetture comode e per diversi usi sin da duemila anni addietro, da che sembri che dovessero poi cadere in dissuetudine affatto, se poi se ne vuole dagli scrittori assegnare l’invenzione intorno alla metà del secolo XVI; mentre se durato avessero le carrette del tempo romano, colle graduali modificazioni e miglioramenti che il tempo suggerisce, sarebbe stato assai facile il portarle a quel perfezionamento che in questi ultimi tre secoli ottennero in Europa.

«A quel tempo, scrive Agostino Ademollo, parlando del febbraio 1326 nella sua _Marietta de’ Ricci_, eruditissima più che amena narrazione, non esistevano carrozze, le quali cominciarono ad usarsi nel 1534. In quest’epoca alcune signore della casa Cibo dette le Marchesane di Massa, che abitavano nel palazzo de’ Pazzi furono le prime in Firenze ad usare la carrozza. Le prime che si videro erano coperte di panno più o meno ricco a guisa di padiglione ed era una portiera quello che poi si chiamò sportello. L’invenzione della carrozza fu creduta effetto dell’eccesso del lusso ed un cronista di quel tempo ne fece i miracoli perchè vi vide dentro il canonico Berni, il poeta dell’_Orlando Innamorato_. Un altro poeta ne fece la satira seguente:

Quando il cocchio primier fu visto in volta Ir per Firenze con più meraviglia Che già la nave d’Argo a’ venti sciolta; È fama, che un terren Nereo le ciglia Inarcando esclamasse: Oh insano legno, Per te qual peste il nostro lido impiglia? Che merci porti? qual infetto regno Ti consegnò l’avvelenata salma, Che approdarla all’inferno era ben degno.

«Questo poeta non avrebbe scritto così se avesse compreso quanto comodo ed utile era per ricavarsi nella società da quella invenzione chiamata pestifera[157].»

Ora torniamo a bomba per chiudere questo capitolo e l’argomento delle vie, accennando quanta fosse in tutto l’orbe romano la diligenza nella costruzione delle vie, e nella manutenzione, o come allora dicevasi, _munizione_ di esse, meglio preoccupati i maggiorenti a’ tempi della Republica principalmente, più del publico onore e della comodità del publico che non dell’aumento della propria fortuna; onde potesse Orazio così cantarne con ragione, nell’ode XV del secondo libro, il merito:

_Privatus illis census erat brevis,_ _Comune magnum: nulla decempedis_ _Metata privatis etc._[158].

Ma la bisogna corsa egualmente non era agli ultimi tempi della Republica, meno poi a quello degli imperatori. Nondimeno, alla magnificenza delle vie s’era sempre pensato, la cura delle quali tanto per quelle _intra_, quanto per quelle _extra urbem_, venne dal Senato commessa a’ censori, quindi da Cesare Augusto ad appositi Curatori delle vie; ed a siffatti provvedimenti adottati in Roma, le provincie eran solite conformarsi pienamente; onde non è maraviglia se le vie di Pompei e de’ dintorni riuscissero quali ho al lettore descritte, e rimanessero oggetto alla nostra giusta ammirazione.

CAPITOLO VIII.

I Templi.

Fede e superstizione — Architettura generale de’ Templi — Collocazione degli altari — Are ed altari — Della scelta dei luoghi — Tempio di Venere — Le due Veneri — Culto a Venere Fisica — Processione — Descrizione del tempio di Venere in Pompei — Oggetti d’arte e iscrizioni in esso — _Jus luminum opstruendorum_ — Tempio di Giove — _I Sacri Principii_ — Tempio d’Iside — Culto d’Iside — Bandito da Roma, rimesso dopo in maggior onore — Tibullo e Properzio — Notti Isiache — Origini — Leggenda egizia — Chiave della leggenda — Gerarchia sacerdotale — Riti — Descrizione del tempio d’Iside in Pompei — Oggetti rinvenuti — Curia Isiaca — Voltaire e gli Zingari — Tempio d’Esculapio — Controversie — Descrizione — Opinioni sulla sua destinazione — Ragioni perchè abbiasi a ritener di Mercurio — Descrizione del tempio — Tempio della Fortuna — Venerata questa Dea in Roma e in Grecia — Descrizione del suo tempio — _Antistites, Sacerdotes, Ministri_ — Tempio d’Augusto — _Sodales Augustales_ — Descrizione — Pitture, Monete — Tempio di Ercole e di Nettuno — Detto anche tempio greco — Descrizione — _Bidental_ e _Puteal_ — Tempio di Cerere — Presunzioni di sua esistenza — Favola — I Misteri della Dea Bona e P. Clodio — Il Calcidico era il tempio di Cerere? — Priapo — Lari e Penati — Cristianesimo — Ebrei e Cristiani.

Quanto sono venuto fin qui dicendo ha indubbiamente già indotto nel lettore la convinzione che Pompei, se non avanzasse le altre città del romano impero nel sentimento religioso e nel culto superstizioso, certo non ne fosse ad alcun’altra seconda. Egli ricorda come al tempo della trasformazione di Pompei in militare colonia, assumesse l’appellativo di Colonia Veneria, per ciò appunto ch’essa si fosse posta sotto la speciale tutela di Venere Fisica e ricorda i speciali tabernacoli e numi esposti nelle sue vie, gli amuleti ed emblemi contro il fascino sulle case e botteghe scolpiti od in mostra; cose tutte codeste le quali attestano come la fede religiosa commista alla superstizione, colla quale anzi non era che un tutto, non fosse l’ultima delle qualità degli abitanti di questa città. Più innanzi, favellando delle Case e dell’Arti, accadrà eziandio di far cenno di immagini e storie di numi pinte sulle pareti delle prime e di statue grandi e piccole in marmo od in bronzo rinvenute in ogni parte, di cappellette consacrate ai Lari ed ai Penati nelle principali abitazioni e saranno altrettanti argomenti che ribadiranno e l’opinione non solo che ho più sopra enunciata circa le credenze pompeiane, ma più ancora mostreranno i costumi essenzialmente collegati alla teogonia in tutto l’orbe romano.

Io nel dire, in questo capitolo, de’ Templi, nel visitarne le rovine, necessariamente verrò segnalando qual culto si avessero peculiari divinità: pur non lasciando per ultimo di constatare, come, malgrado le nessune reliquie trovate del culto cristiano, la nuova credenza si fosse tuttavia insinuata in Pompei ed avesse la sua luce di verità e di libertà balenato alla mente di qualcuno; come non fosse unicamente una trovata di fantasia quella dell’inglese Bulwer e del nostro Vecchi l’avere introdotto ne’ rispettivi loro libri episodj di neofiti cristiani.

Premetto per altro alcune generali e brevi considerazioni, che reputo opportune a farsi una giusta idea delle ragioni di tanti e disparati culti e della molteplicità de’ templi; e come in altri argomenti, anche in questo della religione, Pompei riassumerà la storia dell’intero mondo romano.

Il politeismo era la religione dominante di questo mondo romano, e Roma, la capitale a cui traevano sudditi e stranieri d’ogni parte dell’universo, ospitava i numi di tutte le nazioni e ne accoglieva tutte le superstizioni; laonde si possa a buona ragione affermare ch’essa fosse il tempio comune de’ suoi sudditi e fosse stata concessa la cittadinanza a tutti gli Dei del genere umano.

La politica degli imperatori e del Senato, per riguardo alla religione, era felicemente secondata dalle riflessioni della parte illuminata dei loro sudditi e da’ costumi della parte superstiziosa. I diversi culti religiosi che si osservavano nel mondo romano erano tutti considerati dal popolo come egualmente veri; dal filosofo come egualmente falsi e dai magistrati come egualmente utili. Di tal modo la tolleranza produceva non solo una scambievole indulgenza, ma eziandio una religiosa concordia.

E che io dica cose veraci, me ne fa fede Petronio quando esclama:

«Nessuno crede cielo il cielo, nè stima punto Giove[159]» e Giovenale in questi esametri:

_Esse aliquos manes et subterranea regna_ _Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur_[160].

Tacito, l’austero Tacito, solo spera che dopo la morte le anime possano aver vita e senso di quanto si fa quaggiù, ma nulla indica ch’egli lo credesse[161].

Meritevole è del resto di osservazione la somma moderazione dell’antichità, veggendosi le nazioni essere meno attente alla differenza che alla somiglianza de’ loro culti religiosi. Il Greco, il Romano e il Barbaro nell’incontrarsi avanti i loro rispettivi altari, facilmente si persuadevano, che sotto nomi diversi e con diverse cerimonie essi adoravano le medesime divinità. I Galli, a cagion d’esempio, nel corso di uno o due secoli, come apprendiamo da Cesare, assegnarono alle loro divinità i nomi di Marte, di Mercurio, d’Apollo[162]. Iside stessa, divinità egiziana sotto altro nome ed anche con egual nome, veneravasi così sulle sponde del Nilo, come su quelle dell’Ilisso, del Tevere o sulle sponde sequane, dove persino Parigi (Parisis) e Issy vuolsi derivassero da quella divinità il loro nome.

Nessun meglio di Erodoto, tra gli antichi, ha fornito la vera indole del politeismo; come Cicerone nel suo trattato _De Natura Deorum_ ne lasciò la miglior guida che seguir si possa in mezzo all’inestricabile labirinto dell’antica teologia, e Omero colla elegante sua mitologia prescrisse le forme più belle e quasi regolari di essa. Ovidio non ne appare, nelle religiose leggende raccolte da tutti i libri e canti degli storici e poeti e da lui nuovamente col numeroso verso ammanite, che quasi il più illuminato ed ispirato de’ suoi sacerdoti. Nelle _Metamorfosi_ la storia degli Dei, nei _Fasti_ ne cantò il culto.

Se però ci è dato d’indagare le origini e la natura della religione de’ Pompejani, de’ quali noi peculiarmente ci dobbiamo occupare, non esitiamo a riscontrarvi tutti i caratteri grecanici. Templi, culto, pitture e marmi, tutto ne rende al proposito chiara testimonianza. I soli riti di Iside, come vedremo a suo luogo, ci avvertono dell’immigrazione degli Alessandrini, e quali solennizzavansi in Pompei, ne lasciano altresì a congetturare che i Greci ellenizzando il culto di Iside, avessero identificata questa divinità con Igia, la Dea della Salute, come argomenta il chiaro E. Brizio, poichè si trovi spesso congiunta con Serapide nell’attitudine propria ad Igia con Esculapio, ed una volta come Igea col serpe attorcigliato intorno al braccio; per cui sia lecito inferirne che anche in tutti gli altri dipinti pompejani, abbiano un rapporto analogo i serpenti dipinti nei lararii, in congiunzione con Iside[163].

Discorrendo ora, pur in generale, sulla naturale costruzione de’ Templi in Pompei, si può osservare che tutti, se si eccettui quello posto nel foro triangolare, si presentano eretti sopra sostruzioni; per lo che siasi dovuto praticarvi gradinate per entrarvi. La facciata d’ordinario è ornata di colonne che vi aggiungono maestà; il sacrario è circondato da mura, l’interno da colonne e da nicchie: il fondo ha un podio, dove si collocavano le statue delle divinità che vi si adoravano. Erano poi decorati di marmi, di pitture, di stucchi e di mosaici e di quelle altre particolarità che verrò notando mano mano che tratterò de’ singoli templi.