Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 13

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Vitruvio, che ho già invocato siccome autorità gravissima in fatto di architettura antica, tratta delle diverse forme architettoniche, delle parti e proporzioni e de’ fregi e d’ogni cosa consueta nella fabbrica de’ templi d’allora e persino delle collocazioni degli altari: quelle regole si riscontrano in buona parte de’ templi pompejani e dirò anzi che informassero anche di poi l’architettura de’ templi cristiani, come anche il culto di essi ha serbato non poche cerimonie pagane, perocchè queste possano essere uniformi espressioni e manifestazioni di adorazione e riverenza, senza condividere dottrine e dogmi, e come, ad esempio nel seguente insegnamento. «Gli altari hanno da esser posti dalla parte d’oriente, e sempre siano più bassi delle statue che saranno nel tempio, acciocchè i supplicanti e i sagrificanti nel riguardare la deità si situino a diverse altezze, secondo richiede il decoro di ciascuna deità. Quindi le altezze si regoleranno in questa maniera: a Giove e a tutte le deità del cielo si faranno quanto più alti si può: a Vesta, alla Terra, al Mare, bassi; così con questi principii si faranno nel mezzo de’ tempi altari proprj e adatti»[164].

Presso gli antichi avevano diverse altezze gli altari: per le deità celesti erano alti e si dicevano specialmente _altaria_: per le terrene, bassi chiamati propriamente _aræ_, ed è a questa distinzione che per avventura accenna Virgilio in quel passo delle Bucoliche:

_En quatuor aras:_ _Ecce duas tibi, Daphni, duo altaria Phœbo_[165];

quantunque neghi taluno siffatta distinzione, ammessa da Vitruvio tra gli antichi, e tra’ moderni da quel competente scrittore che è Raoul-Rochette[166].

Nè queste regole unicamente esistevano di materiale architettura de’ templi; ma norme altresì vi avevano per la scelta delle località dove erigerli e queste a seconda ancora della degnità dei numi ai quali consacravansi e della natura de’ loro speciali attributi.

«Per gli edifizj sacri, scrive il medesimo Vitruvio, e specialmente degli Dei tutelari, o di Giove o di Giunone, o di Minerva, dee scegliersi il luogo più eminente, da cui si scopra la maggior parte delle mura: a Mercurio nel foro, o pure, come anche a Iside e a Serapide, nell’Emporio; ad Apollo e a Bacco presso al teatro; ad Ercole, quando non vi fossero nè ginnasii, nè anfiteatri, presso al Circo, a Marte fuori della città e specialmente presso il Campo: a Venere fuori della porta: questo si trova fin anche stabilito negli insegnamenti dell’aruspicina etrusca che, cioè, i tempii di Venere, Vulcano e Marte si abbiano ad alzare fuori delle mura, e questo acciocchè non si famigliarizzi dentro la città co’ giovani e colle madri di famiglia la libidine, e tenendo lontana dalle mura la potenza di Vulcano colle preghiere e co’ sagrificj, restino libere le abitazioni dal timore d’incendio. La deità di Marte essendo adorata fuori della città, non vi sarà guerra civile; ma anzi sarà quella difesa da’ nemici e dal pericolo della guerra»[167].

Giova per altro avvertire come siffatte norme non sieno state sempre ed esattamente osservate, perchè si vide in Roma stessa il tempio di Marte nel Foro d’Augusto e quel di Venere nel Foro di Giulio Cesare, erettogli da Giulio Cesare stesso, che pretendeva discendere dalla Dea per parte di Julo figliuolo di Enea, e molti templi di Dei malefici persino erano dentro la città, come quei della Febbre, di Vulcano, della Mala Fortuna, della Pigrizia e va dicendo.

E così trovasi una tale deviazione dalle regole generali anche in Pompei, dove il tempio a Venere Fisica non era fuori della città, ma presso le Porte della Marina e in vicinanza del _Forum_. E sarebbe stato invero strano e indecoroso spettacolo che la principale divinità tutelare non fosse stata ospitata entro le mura.

Gli è anzi a tale riguardo, che derogando un tratto dal vecchio adagio: _ab Jove principium_, o, come direbbesi nell’idioma nostro:

Non s’incomincia ben se non da Dio,

mi farò primamente ad occupare del tempio di questa leggiadrissima Dea Venere Fisica o terrestre, come che mi paja doveroso e della buona costumanza il consacrare di preferenza le nostre cure alla signora del luogo.

Nè vi sarà alcuno d’animo sì poco cortese che mi dia torto in grazia di ciò che si tratti della Dea della bellezza e della voluttà.

TEMPIO DI VENERE.

Non v’ha chi non sappia Venere, nata dal seme insanguinato di Celo fecondato dalle spume dell’Ionio mare, essere stata una delle più celebri divinità de’ secoli pagani. Se si volesse scrivere una storia dei suoi fatti e ragione de’ diversi nomi, de’ suoi attributi svariati, del culto, delle feste a lei consacrate, di tutto che le si riferisce, sarebbevi materia a più d’un volume: più generalmente essa veniva riguardata come la Dea della bellezza, la madre dell’Amore e del Riso, la regina della Gioja, la compagna delle Grazie e de’ Piaceri. Presiedeva essa alla generazione ed era ad un tempo la protettrice delle cortigiane.

Delle diverse Veneri di cui si trova memoria, non terrò qui conto che delle due riconosciute da Platone[168], la Venere Urania o _Celeste_, caratterizzata da un diadema sul capo, e la Venere _Pandemos_, popolare o publica, ed anche _terrestre_, appellata _Physica_ dai Pompejani. Alla prima faceva cenno Ugo Foscolo che può dirsi il cantore di essa ne’ tempi moderni, come negli antichi della seconda si direbbe Catullo, ne’ mirabili suoi versi de’ _Sepolcri_, dove apostrofando Firenze, dopo averla salutata ispiratrice all’Allighieri del divin carme, la saluta patria e ispiratrice altresì del Petrarca:

E tu i cari parenti e l’idïoma Desti a quel dolce di Calliope labbro Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma, d’un velo candidissimo adornando, Rendea nel grembo a Venere celeste.

Ne’ primi tempi la Venere Pandemos presiedeva alla popolazione; poscia valse a indicarla la protettrice delle prostitute e veniva rappresentata assisa su di un becco, simbolo di lussuria e di impurità, onde l’epiteto a lei di _Epitragia_, ed ascrivevansi a lei mille invenzioni di piaceri, e la scoperta d’una infinità di cose che s’ignoravan dapprima, secondo ne cantò Ovidio:

_Mille per hanc artes notæ, studioque placendi_ _Quæ latuere prius, multa reperta ferunt._[169]

Queste due Veneri erano poi così fra loro distinte, da avere riti e sacerdoti affatto diversi.

Massime al tempo della decadenza, in cui corrottissimi eransi fatti i costumi, era in fiore per tutto l’orbe romano il culto a questa ultima Dea, e feste in di lei onore celebravansi al primo d’aprile, che perciò dicevasi mese di Venere. Vegliavano le donzelle pel corso di tre notti consecutive, si dividevano in parecchie bande e in ognuna di queste si formavano parecchi cori. Quel tempo s’impiegava nel danzare ed inneggiare in onore della Dea: di che un inno o ritmo antico ci informa in questi versi:

Jam tribus choros videres Feriatos noctibus Congreges inter catervas Ire per saltus tuos Floreas inter coronas Myrteas inter casas[170].

Figuri il lettore quante dovessero poi essere le feste in Pompei dove Venere Fisica o sensuale, era la Dea principalmente tutelare e quindi la più venerata.

Il _Giornale degli Scavi_, al quale collaborano illustri e dotti ingegni, nel fascicolo di maggio a giugno 1869 publicò una tavola assai interessante, un dipinto, cioè, trovato nel triclinio di una casa che ha l’entrata di fronte al lato meridionale del così detto Panteon, e consiste in una grande fascia a fondo giallo che occupa tutta la lunghezza di una parete: l’ordine e la distribuzione fornisce l’idea di una sacra processione, e però la sua descrizione trova qui il suo posto, ed io la reputo opportuna al lettore, perchè compie il dir mio intorno al culto di Venere Fisica.

La reco colle parole del chiarissimo E. Brizio, altro de’ più solerti e dotti scrittori del succitato _Giornale_, che la illustrò:

«Nel centro sovra tre gradini, si eleva un tempio ornato di colonne corinzie: ivi nel mezzo, ove è figurata la cella, sta in imponente atteggiamento la Venere pompeiana cinta la testa di corona murale: una lunga veste violacea la cuopre fino ai piedi, mentre un mantello ampio e leggiero, scendendole dalle spalle, le involge tutta la persona. Solamente le mani rimangono visibili: la destra teneva senza dubbio un ramo, ora svanito; nella sinistra ha lo scettro, ed appoggia parte del braccio sovra il timone al suo lato. Due figure assai più piccole in dimensione le stanno ai fianchi; alla sinistra un amorino con frigio berretto in capo, coperto di larga tunica ed una bulla sul petto, poggiato sovra un piedistallo cilindrico sta ritto al fianco di Venere, tenendosi con la destra allo scettro di lei, mentre porta nella sinistra lo specchio: dall’altro lato evvi Priapo barbato, con berretto alla foggia orientale.... Una giovine donzella vestita da sposa, colla χαλὺπτρα[171] intorno il capo, è in atto di scendere i gradini del tempio.... la destra nell’atto di discendere l’ha pôrta ad Ercole, il quale alla sua volta le ha steso la sua.... Più in lontananza seguita la processione quasi divisa in due parti ed ordinata a vari gruppi.... Due fanciulli coronati di fiori precedono la comitiva, la prima tenendo fra le mani un oggetto, sovra cui sono distesi dei panni: seguono due giovani a pie’ scalzi, involti in tuniche bianche listate di rosso con larghe maniche: portano, sorretta da due lunghe sbarre, una base quadrata, sovra cui si alza un grande albero avviticchiato da un serpe: dietro ad essi poi un gruppo di altri quattro giovani portan sulle spalle una larga tavola, dove posa un piccol tempio a colonne. Qui il gran tempio della Venere pompejana interrompe la processione, la quale si ripiglia dall’altro lato. Viene la prima una sacerdotessa di Iside, coperta di bianca veste con scarpe pur bianche ai piedi: ciascun braccio ha circondato da quattro armille ed ha tre collane intorno al collo e al petto: cammina col braccio destro sollevato, tenendo in mano il sistro. Vengono poscia due giovani involti a quanto pare nella toga e portano una tavola con suvvi una galea d’argento. Per il deperimento dell’intonaco in questa parte, resta impossibile a determinare l’oggetto collocato sovra un’altra tavola più ampia, portata da un altro gruppo di quattro persone. Nudo il torace vien poi dietro il popa reggendo nella destra la scure, e menando innanzi a sè un corpulento bue pel sacrifizio; lo segue uno con l’agnello attraverso le spalle. Finalmente chiude la processione un gruppo di due giovani portanti una κλίνη (sedia) abbellita di fiori, nel cui ricco sedile mirasi una corona.»

Brizio, riconoscendo in tutta questa rappresentazione di gruppi non altro che la solennità di una festa del culto di Venere, celebrata col più grande apparato, crede ravvisarvi l’apoteosi di Ercole, per mezzo delle sue nozze con Ebe, dopo ultimate le sue famose fatiche.

Un tale dipinto inoltre chiarisce per avventura la ragione per la quale i Pompeiani avessero a Venere Fisica accordato il primato su tutte l’altre divinità e l’invocassero propizia ai destini del paese, non già solo come fautrice di dissolutezza, ma piuttosto, — non altrimenti che sotto il nome di Venere Fisica veniva adorata nei paesi della Campania ed in Roma, — quale Dea della fecondità femminile, in qualità di Dea γαμήλια e γενετυλλίς, dell’amore materiale, cioè, ed anche del matrimonio.

L’epiteto di Fisica dato alla Dea Pompejana in parecchie iscrizioni, dice ancora il sullodato Brizio, doveva già persuaderci ad intendere sotto questo nome di amore, non la celeste e sentimentale attrazione di due spiriti, bensì il fervido e sensuale congiungimento di due esseri nell’esuberanza delle loro forze vitali. Considerata sotto questo aspetto, Venere da divinità dell’amore passava facilmente ad essere Dea della forza generatrice, del matrimonio e per conseguenza anche della fecondità femminile: e tale appunto è il molteplice concetto sotto cui veniva adorata dai Pompejani. Parecchi monumenti ne rendono testimonianza, ma le allusioni a Venere come Dea dell’amore sono troppo conosciute, troppo naturali e troppo frequenti nei dipinti, e specialmente nei graffiti pompejani, perchè sia necessario di numerare gli esempi: citerò invece una pittura, sotto alla quale è scritta una formula, che impreca l’ira della Venere pompejana sovra colui che avesse leso il dipinto: ciò rivela l’intensità del culto prestato dai Pompejani a questa forza dell’amore, e quindi a Venere che la simboleggia; poichè non si sapeva rinvenire pena maggiore da esser inflitta al colpevole che l’ira della Dea. La fusione della Dea dell’amore con quella del matrimonio, come sembra di ritrovarla in una iscrizione graffita, ove si dice di una donzella Methe, che ardentemente (chorde) ama Chrestum[172] e viene quindi invocata la Venere pompejana, perchè sia propizia ai loro amori e possano vivere concordi. La mancanza d’ogni illecita allusione e il dolce augurio di vivere concordi, ci avvicina assai più all’idea di due sposi, che non a quella di due amanti di ventura.[173]

Il tempio di Venere vedesi in questa città, come più sopra avvertii, presso il Foro alla sinistra di esso e di fronte alla Basilica; comunque il chiarissimo Garrucci[174], tanto benemerito illustratore di Pompei, ponesse pel primo in dubbio avere esso appartenuto a questa Dea, inclinando piuttosto a credere fosse a lei dedicato l’altro edifizio che trovasi in capo al Foro nel luogo più elevato e che più comunemente è detto tempio di Giove, e questo invece, chiamato generalmente di Venere, opinando sacro a Mercurio, e Maja. Quei dotti uomini che furono il Nissen[175], il Momsen[176], e l’Overbeck[177], di fronte agli eruditi argomenti dal Garrucci addotti ne divisero l’opinione; ma il Brizio li combattè e mi pare vittoriosamente; e pel rinvenimento di due statue, una di Venere e l’altra di Ermafrodito e per l’erma marmorea e panneggiata, che ancor oggi vedesi nel peribolo del tempio e che ritiene di Mercurio, non già come figlio di Maja, ma come sposo di Venere, e per le sigle della lapide votiva pur trovata T. D. V. S. interpretate naturalmente _Tutrici Deæ voto soluto_, Dea tutelare della città essendo Venere, conchiude riconfermando la primitiva assegnazione, essere veramente il tempio di Venere.

Esso nella prima architettura del santuario, e per conseguenza di tutto l’edificio, è quello di un tempio greco che si venne di poi trasformando, alla severità del dorico stile essendo subentrato nell’arte il gusto della jonica eleganza, fu mutata la faccia anche alle colonne, dandosi loro le basi, convertendo ai capitelli la forma, riempiendo per un terzo le scanalature di stucco e di stucco spalmando anche i triglifi. Esso è assai vasto e decorato di bei marmi. Diciotto colonne d’ordine corintio gli girano all’intorno, e deducesi come esse costituissero un portico coperto in tre lati da un tetto. Nel Santuario che sorge nel mezzo e di cui si vede la base, doveva certamente trovarsi la statua della madre di Cupido. Innanzi ad esso santuario evvi l’altare pei sacrificj e sui due lati leggesi ripetuta la seguente iscrizione, che ricorda i nomi dei quattro magistrati che la fecero costruire:

M . PORCIVS . M . F . L . SEXTILIVS . L . F . CN . CORNELIVS . CN . F . A . CORNELIVS . A . F . IIII VIR . D . D . S . F . LOCI[178]

A destra si osserva una scultura in marmo bianco, raffigurante una donna elegantemente palliata.

A sinistra su d’una colonna di marmo cipollino leggesi questa iscrizione:

L . SEPVNIVS . L . F . SANDILIANVS M . HERENNIVS . A . F . EPIDIANVS DVO . VIR . I . D . D . S . P . F . C .[179]

Pitture dai vivi colori rappresentanti paesaggi, sontuose ville ed istorie con figure, alle quali l’artista sovrappose a corpi mingherlini teste giganti, ornavano le pareti del porticato; ma di esse se ne ha conservate taluna al Museo di Napoli, dove vennero trasportate, le altre essendo state dal tempo o assai guaste o affatto distrutte. Fra’ soggetti summentovati erano quelli di Achille che trascina il morto corpo di Ettore attaccato al suo carro, e Priamo che implora Achille, spiccati entrambi all’Iliade, ed il primo rammentato altresì dalla Eneide.

Nella sua dotta dissertazione sulla _Venus physica_ il Brizio afferma e dimostra come detto tempio di Venere abbia avuto un’origine greca per l’osservanza che vi si appalesa rigorosa di tutte le leggi dell’arte greca, e per la sua grande somiglianza coi templi di Pesto, Selinunte e Metaponto, che seguono le norme dell’antico stile dorico; e quantunque per le grandi trasformazioni a cui andò soggetto l’edifizio, non possa dirsi nulla di certo intorno alla sua epoca, ritiene innegabile che, dopo quello in vicinanza dei teatri nel Foro triangolare, sia codesto il tempio più antico di Pompei.

Non è da ultimo a passar sotto silenzio l’importante iscrizione che trovavasi in questo tempio e che fu trasferita al Museo e la quale suona così:

M . HOLCONIUS . RVFVS . D . V . I . D . TER C . EGNATIVS . POSTVMVS . D . V . I . D . ITER EX . D . D . IVS . LVMINVM OPSTRVENDORVM . HS . ∞ . ∞ . ∞ REDEMERVNT . PARIETEMQVE PRIVATVM . COL . VEN . COR VSQVE . AD . TEGVLAS FACIVND . COERARVNT.[180]

Questa lapide per il cenno che si dà del _jus luminum opstruendorum_ porse occasione a diverse sentenze di dotti ed archeologi; ma il suo più probabile senso si è che l’erezione di questo muro venendo a causare ai continui edifizii privati una grande oscurità, i duumviri indicati nell’iscrizione ne indennizzavano i proprietarj, dai quali compravano quel diritto di servitù col prezzo di tremila sesterzj.

Schöne riconosce questo muro in quello all’ovest del tempio[181] e quivi doveva essersi stabilita la Colonia mandata da Silla, come ne fanno fede le mura della città per tutto questo lato abbattuto e gli edifizj costruiti sovra esse, posteriori alla colonizzazione sillana.

Nella parte postica del tempio, in fondo del santuario, a sinistra vuol essere veduta una cameretta, forse destinata a’ sacerdoti della Dea, decorata di pitture. A mano manca vi è quella di un Bacco col tirso in una mano e un vaso dall’altra, e un vecchio Sileno in atto di suonare la lira: al destro lato invece è praticata una nicchia e poteva essere un larario, o tabernacolo degli Dei lari.

TEMPIO DI GIOVE.

Più vasto tempio e di superba architettura è quello che non è di molto discosto da quello di Venere e che per una bella testa di Giove che vi si è trovata ed una di Esculapio e di una donna, l’ha fatto assegnare siccome consacrato al più grande degli Dei. Copriva 434 piedi quadrati, grandissima estensione se si ponga mente alla angustia degli altri tempj pagani, ed anche a quella degli altri templi in Pompei ed al costume più generale che si aveva che in essi non convenisse tutto il popolo, come è pratica nella religione cristiana, ma solo i sacerdoti e quanti pigliavan parte a’ sacrificj, od alle matrone, bastando che il popolo deponesse alla soglia le ghirlande e i doni.

Infatti se l’odierno tempio cristiano in Roma occupa 20,000 metri, il tempio più grande di Roma antica, cioè quel della Pace, ne occupava soli 6240; il Panteon ne copre 3182; quello di Giove Tonante 874; 195 quello della Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto; 636 quello della Concordia ad Agrigento, e quindi vi tien dietro questo di Giove in Pompei; mentre poi la più parte de’ templi pagani, potevansi dire semplici fani, come quello di Iside in Pompei stessa e gli altri, e come quello sacro a Giove Feretrio in Roma, che, sulla fede di Plinio, non occupava in lunghezza più di quindici piedi.

A questo tempio di Giove dei Pompejani si ascendeva per un’ampia gradinata or rovinata, che tutto fa credere fosse fiancheggiata di statue colossali. Si compone di un vestibolo esastilo che risulta di sei colonne corinzie di fronte e da quattro dai lati, di una cella quadrilatera decorata di otto colonne d’ordine jonico per ciascun lato, onde questo genere di templi aventi colonne ai lati designavasi col nome di _peripteri_. Di palmi cinquantanove in lunghezza, e di quarantaquattro in larghezza, questa cella ha un bel pavimento in mosaico e le mura dipinte a fresco di un rosso brillante.

Scrive Vitruvio: «_Ærarium, carcer, curia foro sunt conjungenda, sed ita uti magnitudo symmetriæ eorum foro respondeat_[182]»: or bene tali condizioni riscontrandosi in questo edificio, ed al fondo della cella essendo aperte tre camere fornicate, difese da cancelli di ferro, si argomenta che fosse questo l’erario publico, per riporvi il denaro della colonia e gli archivii.

Per una scala a mano manca di queste tre camere si monta ad un piano superiore, da cui si gode del più bel panorama.

«Le colonne composte di tufo ricoperte di stucco, scrive l’architetto G. Vinci, sono ridotte in pezzi, gli avanzi di due soldati, che non vollero abbandonare il posto, ove forse erano di guardia, giacciono in questo sito: uno di essi era stato schiacciato dall’improvvisa caduta d’una colonna: una moneta di bronzo ed una visiera si raccolsero presso di loro»[183].

Finalmente non obblierò la seguente iscrizione, che da questo tempio in cui fu raccolta or fu portata ad arricchire il Museo:

SP . TVRANNIVS . L . F . SP . N . L . PRON . FAB PROCVLVS . GELLIANVS . PRAIF . FAB . PRAIF . CVRATORVM . ALFEI . TIBERIS . PRAIF . PRO . PR . I . D . IN . VRBE . LAVINI . PATER . PATRATVS . POPVLI . LAVRENTIS . FOEDERIS EX . LIBRIS . SIBILLINIS . PERCVTIENDI . CVM . P . R . SACRORVM . PRINCIPIORVM . P . R . QVIRIT . NOMINISQVE LATINI . QVAI . APVD . LAVRENTIS . COLVNTVR . FLAM . DIALIS . FLAM MART . SALIVS . PRAISVL . AVGVR . PONT . PRAIF . COHORT . GAITVL . TR . MIL . LEC . X . LOC . D . D . D .[184]

Spiegai altrove che significasse il pater patratus con cui si qualifica Spurio Turannio, cioè perchè il feciale giurava a nome di tutto il popolo, _pro toto populo patrabat_; dirò solo una parola sul significato dei _sacri principii_ presso i Romani. I sacri principii erano in un campo di guerra, negli alloggiamenti, e nella castramentazione romana in cui ad una delle sue vie si dava il nome di principia, e secondo si spiega dagli archeologi[185], perchè formava il principio dell’accampamento; onde Plutarco in Galba l’appellò Archea (Αρχαια) _sive initia quæ Romani principia appellant_. Era questo un luogo più sacro e venerabile, perchè qui dal tribuno si rendeva giustizia, qui si conservavano i vessilli e le aquile, qui sovra le are castrensi si immolavano i sacrifici e si custodivano le immagini degli Dei e dei principi, qui si prestava il giuramento e qui finalmente si reputava un gran sacrilegio commettere il benchè menomo delitto. Così Cicerone poteva uscire in quella sentenza favellando de’ _Principii: Spes libertatis nusquam, nisi in vestrorum castrorum principiis est_[186]. Nel medio evo in Italia il Carroccio tenne luogo de’ Sacri Principi della antichità.

TEMPIO D’ISIDE.

In ragione del moltissimo culto che si aveva in Pompei la Dea Iside, il discorso mi chiama a intrattenermi ora e di essa e del suo tempio, che si presenta forse più interessante d’ogni altro.

Abbiamo veduto addietro come Roma avesse ospitato quanti numi stranieri ed accolto quanti riti fossero stati importati dalle genti vinte: pur qualche volta il Senato romano aveva dovuto interporsi per frenarne la strabocchevole inondazione non scevra da funeste conseguenze.

[Illustrazione: Il Tempio d’Iside in Pompei. _Vol. I. Cap. VIII. I Templi._]