Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)
Part 23
[184] «Spurio Turannio Proculo Gelliano figlio di Lucio nipote di Spurio, pronipote di Lucio della tribù Fabia, prefetto de’ Fabbri per la seconda volta, prefetto de’ curatori dell’alveo Tiberino, prefetto e propretore di giustizia nella città di Lavino, padre patrato del popolo di Laurento per segnar l’alleanza; secondo i libri sibillini, co’ pretori de’ sacri principii del popolo romano, de’ quiriti e del nome Latino che si conservavano presso la città di Laurento, Flamine, Diale, Marziale, Salio, Presule, Augure, Pontefice, Prefetto della Corte Getulia e tribuno militare della Legione X, cui fu dato il luogo per decreto dei decurioni.»
[185] V. Giusto Lipsio, _De Milit. Roman._ Lib. V.
[186] Non più speranza di libertà esiste se non nei principii de’ vostri accampamenti.
[187] Dione I, XL; e Valerio Massimo I, 3.
[188] Lib. 1. _Eleg._ 8. Così parmi tradurre:
O Nilo, o padre, oh, come posso io d’onde Tu proceda narrar, e come e dove Misterioso il capo tuo s’asconde? Per te, la terra tua, s’anco non piove, Dal ciel non fia che l’acque mai sospiri, Nè l’erba chieda le rugiade a Giove. T’inneggia e cole come onora Osiri La strania gioventù, nè per te fia Che Menfi il bove a ricercargli giri. Osiri, il primo cui la man venìa Componendo l’aratro industrïosa E col ferro solcò la terra pia. Ei pur fu primo ch’ebbe in grembo ascosa Alla terra inesperta la semente E colse ignote frutta ardimentosa. E insegnò come a’ pali la recente Vite si debba maritar, le frondi Toglier soverchie coll’acciar tagliente. Opra è di lui s’anco da’ piedi immondi I tumefatti grappoli pigiati, I sapor elargiron più giocondi. Tanto licor la voce a’ modulati Canti piegò e le membra ancor non use Addestrò a’ moti armoniosi e grati. Bacco per lui tutte le gioje infuse In petto degli affranti agricoltori, Ov’eran pria tolte le angosce chiuse, Bacco sollievo degli afflitti cuori, Ancor che invendicato il pie’ trascini La sonante catena infra i dolori. Non teco, Osiri, son tristi destini E mesto volto; ma le danze e i canti e i lievi amor’ t’allietano i cammini. Son teco i fior più varii ed olezzanti, E d’eriche la fronte redimita, Le crocee palle[189] a’ brevi pie’ cascanti, Le tirie vesti e il suon de la gradita Tibia son teco e la leggiera cesta Sola de’ tuoi mister sacri istruita.
Questa è la cesta misteriosa che si portava ne’ sacrificj d’Osiride, in memoria del cofano in cui fu chiuso da Tifone, il famoso Re egizio. «Quando Osiride, scrive Plutarco, fu di ritorno da’ suoi viaggi, Tifone gli tese insidia, avendo indotto nella sua trama altri settantadue uomini, senza tener conto di una regina d’Etiopia, che si chiamava Azo, partecipe e complice della congiura, ed avendo segretamente presa la misura del corpo di Osiride, fece fare un cofano della stessa lunghezza, maravigliosamente bello, quadrato e squisitamente lavorato, il quale ordinò recare nella sala in cui banchettava la brigata. Ognuno si compiacque ammirar sì bell’opera e stimarla, e Tifone fingendo celiare, disse darebbela volentieri a colui che il corpo avesse eguale alla misura di un tal cofano. Tutti della compagnia, l’un dopo l’altro, lo provarono, ma non fu trovato ben proporzionato, nè eguale ad alcuno. Finalmente Osiride vi entrò e s’adagiò, ed allora i congiurati accorrendo vi imposero il coperchio e assicurandolo con chiodi, vi sparsero sopra piombo fuso e portaronlo al fiume, gettandolo pel confluente del Nilo, che si chiama Janitico, dentro il mare; onde fino oggidì questa bocca è esecrabile agli Egizj e la chiamano abbominevole. _De Iside et Osiride._»
[189] _Palla_ chiamavasi una sopravveste lunga, ampia e fluente propria della donna onesta; eguale al peplo greco.
[190] Traduco io ancora:
Che fa, Delia, la tua Iside intanto, Che fa per me? Che giova a me che l’arie Abbi a stancar de’ sistri tuoi cotanto? E ch’io rammenti le pietose e varie Lustrazïoni e le frequenti offerte E le tue notti caste e solitarie? Vieni e m’aita, o Dea, corri solerte: De’ tuoi templi le tavole votive Le mie speranze di guarir fan certe.
[191]
Chi non sa che i Pittori Iside ingrassa?
[192]
Ecco il tristo anniversario Per gli amanti e pei mariti: Cinque e cinque notti Cinzia Già passò fra i sacri riti. Mal ne venga a quella Inachide,[193] Che alle vaghe Ausonie donne Queste infauste cerimonie Da l’adusto Nil portonne. Quella Dea, che spesso vedove Degli amanti fa le piume, Quella Dea qualunque siasi, Sarà sempre un triste Nume.
Lib. II. _Elegia_ XXXIII. Trad. di Michele Vismara.
[193] Io, figlia di Inaco, amata da Giove, convertita in giovenca e finalmente divenuta Iside.
[194] _Annali_ II, 85. V. anche Giuseppe _Antichità_ I, XVIII, c. 3.
[195] _Decad. Imp. Rom._ Vol. I, cap. II.
[196]
Da Meroe la sacra onda recava Per ispargere d’Isi il tempio...
[197] _Histoire pittoresque des Réligions._ T. II, p. 185. Paris, Pagnerre 1845.
[198] Vedi anche Macrobius: _Saturnaliorum_ lib. I. cap. 20, 21; e l’opera _Des Divinités Egyptiennes_. Paris, Lacroix, 1866, p. 161, e Dupuis, _Origines de tous les cultes_, T. III. p. 218 in cui si danno eguali spiegazioni — In Plutarco _De Iside et Osiride_.
[199] _Epig._ lib XII. 29.
Coi lini e i sistri involasi Lo schiomato drappel Se Ermogene si accosta al sacro ostel. Trad. Magenta.
Come la _Dea linigera_ ricordata da Ovidio nel l. delle _Metamorfosi_ (v. 747) significava Iside; così _linigeri_ venivan detti certi suoi preti, che andavano a capo raso, onde Marziale li chiamò calvi, e nudi fino alla vita o coperti da indi in giù di una lunga sottana di lino. V. anche Giovenale, _Sat._ VI, 533.
[200] Sveton., _in Claudium_.
[201] _Collana degli antichi storici greci volgarizzati._ Erodoto è tradotto dal corcirese Andrea Mustoxidi. Lib. II, p. 300.
[202] Il Mazzoldi nelle sue _Origini Italiche_ provò con isplendida erudizione che il culto d’Iside è d’origine italica. Vol. II.
[203] Cap. XIV.
[204]
D’Iside profanavi, io ben rammento, Il delubro, d’Ausidio assai più empio, Testè e di Ganimede il monumento. E della Buona Dea l’asilo e il tempio Profanavi di Cerere (e in qual loco Non faria donna del pudor suo scempio?). _Mia traduzione._
[205] «Numerio Popidio Celsino figlio di Numerio restituì dalle fondamenta col suo denaro il tempio d’Iside dal tremuoto rovinato. I Decurioni per si fatta liberalità, essendo egli d’anni sessanta, lo ascrissero graziosamente nel loro numero.»
[206] «Lucio Cecilio Febo pose, concedendone il luogo i Decurioni.»
[207] _Lettisterni_, letti triclinari su cui ponevansi le statue degli Dei, a’ quali in data cerimonia religiosa, offerivasi sontuoso banchetto.
_Patere_ eran vasi usati a contenere il vino con cui era fatta una libazione, versandolo dalla patera sulla testa della vittima o sull’ara. Le qualità comuni eran di argilla, le più preziose di bronzo, d’argento ed altresì d’oro, sommamente e squisitamente ornate; talora con manico, più spesso liscie.
_Lebeti_, vasi profondi a ventre pieno e rigonfio, (Ovidio _Metamorfosi_, XII. 243) di bronzo e di metalli preziosi e destinati ad esser tenuti sotto le mani o i piedi per raccogliere l’acqua lustrale che un domestico versava sopra essi da un boccale, _gutturnium_, prima e dopo il pasto.
_Accerre_, come i turiboli, erano incensieri. Orazio ne fa cenno nel libro III delle _Odi, Ode ottava, a Mecenate_.
_Prefericoli_. Secondo Festo, eran vasi di metallo senza manico e largamente aperti di sopra, atti a tenere i sacri utensili portati in processione in certe solennità religiose.
_Simpuli._ Ramajoli, o chiccherine con lungo manico, adoperati nei sagrifizj a prendere il vino in piccole quantità da qualche vaso, per libazioni.
_Mallei._ Grossi magli di legno, di cui servivansi i beccai e i popi nei sagrifizj per atterrare il bue prima che il _cultrarius_ gli tagliasse la gola.
_Secespiti._ Sorta di coltelli pei sagrifizi con una gran lama di ferro aguzza e manico rotondo.
_Cultri._ Coltelli di cui servivasi il _cultrarius_, o ministro del sacerdote, che ammazzava la vittima.
_Litui_ eran le verghe degli Auguri curve in cima, come a un di presso i pastorali dei vescovi cattolici, che ne tolsero il modello dalla pagana liturgia.
_Crotali._ Specie di strumento musicale particolarmente adoperato nel culto d’Iside e Cibele per accompagnarsi alle danze religiose. Si componevano di due canne fesse pel mezzo o di due pezzi di legno o di due metalli incavati congiunti con un manico diritto. Se ne teneva uno per mano e se ne battevano i due pezzi come le nacchere spagnuole o castagnette napoletane.
_Aspergilli._ Parola non dell’antichità, ma degli antiquari, ad indicare gli aspersorj per le purificazioni, massime avanti i sagrificj agli Dei infernali (Cic. _Leg._ II. 10; Ovid. _Fast._ v. 679; Virg. _Æneid._ IV. 635) — Vedi _Dizion. delle Antichità Greche e Romane_ di Antony Rich. Milano 1869.
[208] Così traduco:
De’ sistri suona La nilotica riva e la zampogna Egizia guida i farii salti, ed Api Colle corna dimesse intanto mugge.
Pharos, onde forse si appellarono e quelle sacre danze e i cori dei sacerdoti e delle sacerdotesse della egizia Dea, è il nome di un’isola poco lungi dalla città di Alessandria.
[209] Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.
[210] «Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia Celsa.»
[211] _Napoli e Contorni._ Pag. 360.
[212] Vedi Cap. II. pag. 47.
[213] Amm. Marcell. Lib. 22.
[214] _Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli_, alla voce _Esculapio_.
[215] _Questioni Pompejane_, p. 74.
[216] _Corp. inscrip. regni Neapol. N._ 2189.
[217] Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’ nemici Acrone re de’ Ceninesi, ne consacrò le opime spoglie a Giove Feretrio, ed ammesso nel novero dei numi, venne chiamato Quirino.
[218] _Pompeii_, p. 115.
[219] _Pompeii_, p. 117.
[220] _Poesie_ di Alessandro Guidi, _La Fortuna_. Milano 1827.
[221] «Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi, eletto dal popolo, eresse sul proprio suolo e con proprio denaro il tempio alla Fortuna Augusta.»
[222] _Pompeii_ I. 95.
[223] «Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»
[224] «Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore, Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando di Marco Stajo Rufo e Gneo Melisseo duumviri e giudici, essendo consoli Publio Silio e Lucio Volusio Saturnale.»
[225] «Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri della Fortuna Augusta doveva porre per decisione emessa sulla relazione del Questore Quinto Pompeo Ametisio, decretarono che due basi marmoree venissero collocate in luogo della statua.» Nel testo le parole _ministorum, basis, marmorias, poniret_ in luogo di _ministrorum, bases, marmoreas, ponere_, devonsi evidentemente attribuire alla ignoranza dell’artefice che le ha scolpite.
[226] Tacito _Annales_, 1, 15 e 54. V. anche Reines _Inscr._ 1, 12.
[227] Petronio, _Satyricon_ 30, 2. Orelli, _Inscript._ 3959.
[228] Pag. 43.
[229] Virgil. _Æneid._ XII. 170:
«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»
[230] Phædr. 1. 17:
«Una pecora (bidente) vide entro una fossa Giacente un lupo.»
[231] Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui:
«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti) Placare i Numi.»
[232] Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato, perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza tetto, ornato del solo epistilio, con iscrizione scolpita in caratteri osci, che suona latinamente così: _Nitrebes ter meddixtuticus septo conclusit_, cioè: Nitrebio tre volte _Meddixtuticus_ chiuse con questo recinto.» Il _Meddixtuticus_ era il supremo magistrato di Pompei, e lo aveva ogni città della Campania. La parola è d’origine osca composta dalle due voci _meddix_, giudice, curatore, imperante, e _tuticus_, magno, sommo. Ennio così ricorda il _Meddix_:
_Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter._
Tito Livio nel lib. 22 delle sue _Storie_, c. 19, rammenta Cneo Magio di Atella come _Meddixtuticus_ in quelle parole: _Præerat Statius Metius, missus ab Cn. Magio Atellano, qui eo anno meddixtuticus erat_; e altrove lo stesso storico (lib. 26, c. 6) fa menzione di Seppio Lesio che copriva la stessa carica: _Meddixtuticus, qui summus magistratus apud Campanos est, eo anno Seppius Lesius erat_. Siccome poi il Rosini nella sua _Dissertatio Isagogica_ (pag. 38), riferisce un’iscrizione ercolanese in cui son nominati _L. Labeo, L. Aquilius meddixtuticus etc._; così ne trae argomento ad opinare che fosse cotesto un gemino magistrato, di cui uno avesse alternamente il comando in tempo di guerra, come i consoli in Roma. Vedi anche Lanzi: _Saggi di lingua etrusca_. Tom. 2, pag. 609.
[233] Forcellini, _Totius Latinitatis Lexicon_. Voc. _Bidentalis_. Cita a prova due iscrizioni edite dal Grutero.
[234] _Satyra_ 6 del Lib. II.
In tribunal ti prega Roscio, pria delle due, trovarti seco Per domani. Trad. Gargallo.
Per conservare il carattere storico, il traduttore avrebbe dovuto dire _puteale_ invece di _tribunale_.
[235] _Orlando Furioso_, c. XII. st. 1 e 2.
[236]
«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.» _Eun._ act. 4, sc. 5, v. 6.
[237]
Misero me che sol le patrie frondi Sotto il tuo sguardo ottenni e il cereale Del calcidico serto ambito dono, Lib. V, 4, 226. _Epicedion in Patrem_.
Giovanni Veenhusen a questi versi appone una nota latina, che al par di essi traduco: «Aristide in _Eleus_ scrive, essere stata la prima gara ginnica inventata da Eleusi, della quale erano biade il premio al vincitore. Egualmente opinar si può de’ premj riportati da Stazio nel certame napoletano, che fossero della eguale natura; se non ami piuttosto credere che accenni ai ludi di Cerere istituiti in Napoli e dei quali pur tocca nella selva a Menecrate.» (Libro IV delle _Selve_, Selva 8, 50.)
[238] Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla Concordia e alla Pietà Augusta un Calcidico, una Cripta e de’ Portici.
[239]
Fui già pedal di fico, inutil legno, Quando tra il farne un scanno od un Priapo, Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio. Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelli Altissimo terror. Trad. di Gargallo.
[240]
..... i Lari a noi guardano ognora Le anguste vie, del nostro aver custodi. Ovid. _Fast._ Lib. II.
[241] Vedi Svetonio, _Aug._ 31; Plauto, _Mercat._ v. 2, 24; Tibullo I, 1, 20 e 10, 15.
[242] Reco nella nostra lingua:
Taluni usciti da parente, esatto Osservator del sabato, non altro Adoran che le nubi e il firmamento E tra l’umana e la suina carne, Da cui s’astenne il genitor, non fanno Divario alcun, ben presto circoncisi. Usi poi nello spregio aver di Roma Le leggi, apprendon il giudaico dritto E quanto ad essi nel volume arcano Lasciò Mosè, religïosamente Osservano. Non essi al vïandante Che il suo Dio non adora, additeranno Il cammin, nè all’infuor del circonciso La ricercata fonte; e n’è ragione Che nel settimo giorno il padre loro Nello sciopro si tenne e negli offici Della vita non ebbe alcuna parte.
[243] Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.
[244] _Veglie Storiche di Famiglia._ Milano, 1869. Vol. I, p. 16.
[245]
Della città la parte è qui che il nome Prende del bove.
[246]
I Portator’ di simboli nel foro S’adunano pescario.
[247] Lib. VII. Così traduce Magenta:
Qualunque cosa d’Ombria a te conduce, O d’Etruria il castaldo o il tusculano, O quel tre miglia da costì lontano, Tutto ciò la Subura a me produce.
[248]
Di Cesare son questi i fori, ei disse, Questa è la via che dai sacrati luoghi Assume il nome. _Tristium_, Lib. III.
[249] «Singolare ne sarebbe dovunque la struttura e maravigliosa anche per consenso degli Dei».
[250]
Poi mi getto a dormir senza pensiere Di dovermi levar insiem col sole, E Marsia riveder. Trad. Gargallo.
[251] Tien nel gran foro i consacrati templi. Lib. III.
[252] «Se ciò approvate, andatevene, o Quiriti. — Procedete al suffragio, col favore degli Dei, ed ordinate voi quello che i padri sancirono.»
[253] _De Architectura_, lib. 1, c. 7.
[254] V. Popidio figlio d’Epidio Questore ha fatto costruire i portici.
[255] Lib. V. c. 1 e 2.
[256] Pompei descritta da Carlo Bonucci: _Foro Civile_.
[257] Lo squarcio che reco è la traduzione della traduzione francese dell’opera del Bonucci, perchè io non potei avere che questa. Quando l’Italia era sbocconcellata, i libri che si publicavano in Napoli era difficile che pervenissero alle nostre biblioteche di Lombardia e viceversa.
[258] A Marco Lucrezio Decidiano Rufo duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, Marco Pilonio Rufo.
[259] A Marco Lucrezio Decidiano Rufo, duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, per decreto de’ Decurioni, eretto dopo la morte.
[260] A Quinto Sallustio figlio di Publio, duumviro, incaricato della giustizia, quinquennale, patrono delle Colonie, per decreto de’ Decurioni.
[261] A Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, duumviro incaricato della giustizia, quattro volte quinquennale, per decreto de’ decurioni, col danaro publico.
[262] A Cajo Cuspio Pansa, pontefice, duumviro, incaricato della giustizia, per decreto de’ decurioni eretto con denaro publico.
[263] «Scrive Rutilio avere i Romani istituito le nundine, perchè per otto giorni i contadini dessero opera a’ lavori de’ campi, nel nono poi interrottili venissero a Roma pel mercato e per ricevervi le leggi e riportassero con maggior concorso di popolo gli _sciti_ e _consulti_ (voti popolari), i quali, proposti per diciasette giorni, facilmente si potevano da tutti conoscere.»
[264] «A Marco Claudio Marcello figlio di Marco patrono.»
[265] Lib. VII c. 70.
[266] Così parmi di dover tradurre:
«Possano i Numi esterminar chi primo L’ore inventò, chi primo in questa nostra Città poneva un quadrante solare! Lo sciagurato m’ha per mio malanno Tagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevo Ne’ miei giorni d’infanzia altro orologio Che lo stomaco mio, ed era quello Il migliore, il più esatto ad avvertirmi, A men che nulla da mangiar vi fosse. Ora, quantunque la cucina piena, Non si serve la tavola che quando Al sol talenta, e di tal guisa avviene Che dall’istante in cui la città intera Da’ quadranti solar’ venne segnata, Quasi tutta la gente non si vegga Che scarna trascinarsi ed affamata.»
[267] I. _Sylv._ I. 29.
Quivi i Giulii delubri venerati, Del belligero Paolo indi la reggia Sublime.
[268] _Satyra_ IV. Lib. I.
Del foro Nel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogo S’ode più grata risonar la voce) Recitan molti i loro scritti. Trad. Gargallo.
[269] _Satyra_ III. Lib. I.
Ecco a tutti i cantor vizio comune; Pregati, non c’è capo che s’inducano A cantar tra gli amici: non pregati, Non la finiscon mai. Id. ibd.
[270] _Æneid._ Lib. VIII:
E come pria cader vedrai le stelle, Porgi solennemente a la gran Giuno Preghiere e voti. Trad. del Caro.
[271]
Convien pregar perchè la mente sia Sana nel corpo sano.
[272] «La miglior parte di ciascun giorno sono le sette delle prime, non delle ultime ore del giorno.» Lib. I.
[273]
Poichè del dì la miglior parte è scorsa, Quel che avanza cercate allegramente Di ben esercitar le vostre membra.
[274] _Satyra_ V Lib. I. Sermonum:
Al giuoco Mecenate, A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuoco De la palla a’ cisposi e agli indigesti Certo non fa buon pro. Trad. Gargallo.
[275] Specie di lettiga, o palanchino, portato da due muli, uno davanti, l’altro di dietro, ad uso più specialmente delle donne.
[276] Quando si annunzia l’ora del bagno, cioè la nona nel verno, e la ottava nella state. Plinio Lib. III. Epist. I.
[277]
Con i clienti ei dissipa La prima e second’ora mattutina; L’altra ai rauci causidici destina. Sino alla quinta s’occupa In varie cure; alla quiete è data La sesta; ogni opra a settima è cessata. L’ottava della nitida Palestra basta agli esercizii e sprona, Gli eccelsi letti a premere la nona.[278] Alta, Eufemo, è la decima Ora a’ miei libri, quando per tua cura Le dapi eterne al ventre suo misura. _Epig._ Lib. IV. 8. Trad. Magenta.
[278] I letti del triclinio sui quali i Romani sedevano a mensa. Nel capitolo che tratterà delle Case ne parleremo.
[279] «Imperocchè quivi erano e i mercati delle merci e le trattative dei contratti, le proposte delle nozze e le pratiche delle transazioni.»
[280] «Paolo, Maria, Pietro, Lorenzo e Giovanni tengono nella città il nome di patriarcato.»
[281]
Nefasto è allor che taccionsi i tre stili Del pronunziare[283]; e quello è giorno fasto, In cui lice trattar cause civili. Nè creder già che il giorno quanto è vasto Sua ragion serbi: talor fasto fia La sera quel che al mattin fu nefasto. Che quando fatto il sagrificio sia, Può di tutto parlarsi; e al pronunziare Si apre al nobil pretor libera via. Trad. di G. B. Bianchi.
[282]
Quando grida il Liburno: olà correte, Egli già siede.
[283] _I tre stili, tria verba_, sono le tre seguenti formule del pretore: _Do, Dico, Addico_; ed ecco, secondo il Sigonio, il significato di queste parole: «Il Pretore _dicebat_ ex. gr. _aliquem liberum esse_. _Addicebat_ v. g. ad un’altra famiglia come nell’adozione. _Dabat_, ex. g. il possesso dei beni, o i giudici, poichè il Pretore era cosa straordinaria che facesse da giudice.»
[284]
Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchi Ecco assalirmi. «In tribunal ti prega Roscio pria delle due trovarti seco Per domani.» I notai, Quinto, per oggi Preganti di tornar: l’affar rammenta Ch’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo. Fa che Mecena a queste tavolette Ponga il suggel. _Mi proverò;_ le dici, Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi. Trad. Gargallo.
[285]
Fugge intanto il ribaldo, e me abbandona Sotto il coltel. Quand’ecco l’avversario Gli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimo Dove? dove? gli introna ad alta voce. E a me — Mi faresti tu da testimonio? Allor subito subito l’orecchio Gli presento, strascinalo in giudizio; Di qua, di là rumor. Trad. Gargallo.
[286] Se scientemente sbaglio, allora Giove mi respinga, salva però sempre la città, dai buoni, come io getto questa pietra.
[287]
«Ai Triumviri andrò e i vostri nomi Denunzierò.» _Asinar._ I. 2. 4.
[288]
Nè la bianca benda La composta ricopra onesta chioma, Nè la stola che a pie’ lunga discenda. _Epist. ex Ponto_ III. 3, 51. Art. Am. 1, 31.
[289]