Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)
Part 24
Vergogna egli è che due, testè già amanti, Veggansi avversi divenir d’un tratto: Odia Venere tali litiganti. Sovente avvien che sia processo fatto A chi s’adora, ma trïonfa amore, Se un odio acerbo non dettò quell’atto. Un dì assistetti a giovane amatore: Stava l’amante sua nella lettica, Fieri oltraggi ei diceale in suo furore. «Che principio al processo ora s’indica, Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; — Ma restò muto nel veder l’amica. L’una tabella e l’altra allor gli uscìa Dalle mani, per correre all’amplesso, Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia! Meglio è così ch’ora ne sia concesso Ambo in pace partir, anzi che al foro Dal talamo passar per un processo. E sia per tanto la sentenza loro: «Senza lite ella tenga i doni tuoi.» _Remed. Amor._ v. 659-671, mia traduzione.
[290]
Se de’ suffragi suoi libero avesse Il popolo a venir, qual mai ribaldo Seneca preferir dubiteria Un istante a Neron, al cui supplicio Vi vorrebbe più assai che d’un serpente, D’una scimia e d’un sacco? Mia trad.
[291]
A codesto sguajato, acciò non chiaccheri, Si spezzeran in fede mia le gambe.
[292] «È delitto imprigionare un cittadino romano: scelleraggine il farlo battere con verghe; quasi parricidio l’ucciderlo; ma che dirò il sospenderlo in croce?» _Cicero, Orat. In Ver._
[293]
A far baldoria andrai Fiaccola in mezzo a quei che per la gola Ritti e fitti all’uncin fumano ed ardono. Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.
[294] «Rifletti al carcere ed alla croce, e all’albero infitto per mezzo all’uomo sì che gli esca dalla bocca.»
[295]
Ei diverrà l’adultero di Roma, Tremando ognor ch’abbia a pagar il fio Del maritale onor dovuto a l’onta: Nè credersi vorrà più fortunato De l’astrifero Marte, a non lasciarsi Coglier mai nella rete. Ira gelosa Vendetta più crudel talor ne trae Che quella dalle leggi al reo prescritta: Uno uccide col ferro, un altro sbrana Con sanguigno staffil: ci ha sin di quelli Che sviscerar si sentono per altra Bocca che per l’usata, un mugil vivo. Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.
[296]
Oh allor te misero ti colga il danno, Che stretti i piedi, dentro le viscere Rafani e mugili ti cacceranno. _Carmen_ XV.
[297] Dufour. _Storia della Prostit._ Vol. I. Cap. XV.
[298]
Una gran causa trattasi nel foro D’un amico e vuo’ essergli avvocato. _Epidicus._ Act. III. x. W.
[299]
Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo, Per veder, lasso alfin, di palme intesti, De le tue scale onor, verdi festoni. Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutello Ben magro, di pelamide salate Qualche bariglioncin, viete cipolle (Mensil dono degli Afri), ovver del vino, Per Tevere approdato, un cinque fiaschi. Che se quattro comparse un aureo in saldo T’abbian valuto, pattüita usanza Parte di quello a’ curïali addice. — Emilio ottien più del dover; e a noi Qual merito si dà di maggior opra? — N’è cagion la superba ne l’androne Quadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestre Sua statua la cagion. Vè come, assiso Su feroce destrier, del curvo astile, Già da lunge ammiccando, i colpi assesta; Già medita fra sè pugne e trofei. Così sossopra va Pedon: Matone Va fallendo così: ne fia diversa Di Tongillo la fin, c’usa lavarsi Con immenso alicorno, e col seguace Suo treno inzaccherato infesta il bagno; O il collo a Medi gestator premendo, In lettiga a lung’aste il foro scorre; Vasi argentei e mirrini, e ville, e servi Sceso a comprar. Quel suo piratic’ostro Di tirio stame a pro di lui fidanza. Pur queste appariscenze a lor son lucro: La porpora dà prezzo; le ametiste Dàn prezzo a l’Orator: compie a costoro E strombettar, ed ostentare un censo Maggior del vero: omai già più non serba A lo splendor confin prodiga Roma. I bisnonni orator tornino al mondo: Sesterzi chi darìa, se grossa gemma Non gli vedesse sfolgorar dal dito? In prima in prima il litigante adocchia Se otto servi ti portino: se diece Ti circondino intorno; se una seggiola Ti tenga dietro, ed i togati avanti. Quindi arringando Paolo fea pompa D’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzo Maggior che Cosso e Basilo arringava: Va di rado facondia in cenci avvolta. E quando il duol di lacrimosa madre Lice a Basilo esporre? e chi su’ rostri Soffre un Basilo udir, benchè facondo? Te Gallia accolga, o meglio, di causidici Nutricatrice l’Africa, se agogni Espor la lingua mercenaria a prezzo.
[300] «Per passare poi la vecchiaja con decoro e con credito, qual può mai essere più onorata via che l’occuparsi dello interpretare le leggi? Io per me insin dalla mia giovinezza mi son provveduto di questo soccorso, non solamente per farne uso nelle cause e nel foro, ma per aver eziandio un ornamento ed un pregio col quale, quando mi sieno colla vecchiezza venute meno le forze (il qual tempo già s’avvicina), io mi assicuri di non avere in casa mia a patir solitudine.» _De Oratore_ Lib. 1. XLV. tr. di Gius. Ant. Cantova.
[301] Lib. 1, c. 13.
[302] «La curia, dove il Senato cura la republica.»
[303] L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al foro; ma in modo tale, che la grandezza loro sia proporzionata a quella del foro. E soprattutto dee principalmente la curia corrispondere all’eminenza del municipio, o città che sia... Oltre a questo, a mezza altezza delle mura vi si hanno a tirare attorno attorno delle cornici o di legname o di stucco. Che se queste non vi si fanno, dissipandosi in alto la voce de’ disputanti, non giungerà chiara all’orecchio degli ascoltatori; come all’incontro quando le mura avranno queste cornici attorno attorno, si sentirà bene la voce, perchè vien trattenuta da quelle, prima che si dissipi in alto. — Trad. di Berardo Galiani.
[304] Le basiliche unite ai Fori si hanno a situare nell’aspetto più caldo, acciocchè possano i negozianti radunarvisi l’inverno senza sentire l’incommodo della stagione... E se il luogo fosse più lungo del bisogno, si situeranno piuttosto nell’estremità le Calcidiche, appunto come si veggono nella Basilica Giulia Aquiliana. — Vitruvio, _De Architect._ Lib. V. e I
[305] Dec. IV, c. 36.
[306] _Pompeja._ Pag. 125 in nota.
[307] L’usò il Salvini nella versione dell’_Iliade_ per camera degli sposi:
Egli scese nel talamo odorato Di cedro e in alto soffittato.
[308] Ad Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa publica, i Tintori.
[309] Parole della classica traduzione di Tacito del Davanzati il quale le voci _arcta_ ed _obscura_ rende per prigionia nè _stretta_ nè _dubbia_.
[310] «Sentirà esistere in questa città una carcere, la quale vollero i maggiori nostri che fosse vendicatrice degli uomini malvagi e delle più aperte scelleratezze» c. 12.
[311] Juvenal. Sat. III:
Tante son le maniere onde si foggia Per ceppi il ferro, da temer che manchi Al vomere ed al sarchio ed alla marra.
[312] Vers. 312-314. Traduco:
Ben felici puoi dir gli avi, beata Puoi appellar l’antica età, quand’era Da’ suoi Re e dai Tribuni governata Che un carcer sol bastava a Roma intera.
[313]
Così gli otto littor’ d’incude al pari Me infelice martellino. Atto I. Sc. I. 7.
[314]
Comanda a quei che meco ho qui condotti Per essere _al carnefice_ affidati Che a me dalla città vengano al porto Incontro; poi qua di ritorno, tienli Ben custoditi. Atto III. Sc. VI. 18.
[315]
«Io vo scrivendo come amor mi spira[316], E pera io pur, se di mutarmi in Dio, Senza di te, la volontà m’attira.»
[316] Dopo dell’Innamorato Pompejano, scrisse pur l’Allighieri in questo verso il medesimo concetto.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 390-91 sono state riportate nel testo.