Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 22

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[56] Il laticlavo era una striscia di porpora che orlava la toga di porpora, scendendo dal petto fino a’ ginocchi. Essa era alquanto larga a distinzione della striscia de’ cavalieri, che però dicevasi augusticlavo. Come basterebbe oggi dire porporato per intendersi cardinale, allora dicevasi _laticlavius_ per senatore; onde leggesi in Svetonio (in _August._, c. 38): _binos laticlavios præposuit_, per dire _due senatori_.

[57] Trattato dell’_Onore del Bisellio_.

[58] Fabretti, Inscr. 3. 324. e 601. Gruter., 475, 3.

[59]

D’oro lucente altri ricchezze aduni E molti di terreno jugeri tenga. Lib. 1 _Eleg._ 1.

[60] Vol. I. Appendice VI.

[61] Tutti i mulattieri con Agato Vajo si raccomandano a C. Cuspio Pansa Edile. — Il Collega Giulio Polibio fece.

[62] Vedi Plinio epistola 12 del lib. II: _Implevi promissum, priorisque epistolæ fidem exsolvi, quam ex spatio temporis jam recipisse te colligo. Nam et festinanti et diligenti tabellario dedi._ Vedi anche dello stesso Plinio l’epistola 17 del lib. III e 12 del VII e la nota alla prima lettera del suo volgarizzatore Pier Alessandro Paravia. Venezia Tip. del Commercio 1831.

[63] _Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano_ di Edoardo Gibbon. Cap. II. — Vedi anche Plin. _Stor. Natur._ III. 5. S. Agostino _De Civitate Dei_ XIX. 7. Giusto Lipsio _De Pronuntiatione linguæ latinæ_, c. 3.

[64] Vita di Claudio, c. 6.

[65] Op. cit. cap. II.

[66] Tra i papiri latini si conta un frammento di poema sulla guerra di Azio.

[67] Milano, 1822.

[68] _Ad retia sedebam: erant in proximo non venabulum aut lancea, sed stilus et pugillares._ Così Plin. loc. cit. Vedi anche Boldetti, _Osserv. sopra i Cimelii_, l. 2, c. 2.

[69]

Sardoniche, smeraldi, diamanti, E diaspri egli porta in un sol dito. V. II.

[70] Svetonio, in _Nerone_, II.

[71] Plutarco, _Vita di Lucullo_.

[72] Plin. XIV. 6.

[73] Eccone la traduzione del cav. P. Magenta:

Ecco il Vesuvio, di pampinose Frondi or or verde, ed ove in tumidi Vasi spremeansi uve famose.

Ecco il bel clivo, che anteponea Sin Bacco a Niso, su cui de’ Satiri Lo stuol le danze testè movea.

Desso era il seggio più a Vener caro Dello Spartano, desso era il poggio Che col suo nome Ercol fe’ chiaro.

[74]

Questa che ognor di verde erba si veste, Che agli olmi avvince le festanti viti, D’ulivi attrice, alla coltura, al gregge Troverai pronta e al vomere paziente, Questa terra ubertosa ara la ricca Capua e l’abitator delle fiorenti Del Vesèvo pendici.

[75] _Histor. Natur._ Lib. XXXI, c. 7.

[76] Id. ib., c. 8. _Laudantur et Clazomenæ garo, Pompeiique, et Leptis_.

[77] _Satir._ Lib. II. sat. 8.

[78]

_Ma ingente il cucinier mucchio consumi_ _Di pepe e aggiunga indi falerno vino_ _Al garo arcano._ Lib. 7. epig. 27.

Sostituii la mia versione a quella del Magenta, perchè non comprese che cosa fosse il garo, ch’ei tradusse per _aceto_, non avvertendo che ad esso mal si sarebbe allora potuto applicare l’aggettivo _secreto_.

[79]

_Del nobil garo ora lasciva ho sete._ Lib. 13. ep. 77.

[80] _Avuta autorità dall’imperatore Cesare Vespasiano Augusto i luoghi pubblici da’ privati posseduti Tito Svedio Clemente tribuno, ventilate le cause ed eseguite le misure, restituì alla republica de’ Pompejani._

[81] _Guida di Pompei_, pag. 27.

[82] _Giorn. degli Scavi._ Luglio e Agosto 1863, pag. 228.

[83] _Ne’ possedimenti di Giulia Felice, figlia di Spurio, si affittano dalle prime idi di agosto alle seste idi per cinque anni continui un bagno, un venereo, e novecento botteghe colle pergole e co’ cenacoli. Se taluno esercitasse in casa (o il condannato) lenocinio, non è ammesso alla conduzione._

La formula invece, quale è ristabilita dal sen. Fiorelli, vorrebbe dire: _se trascorrerà il quinquennio, la locazione ai riterrà tacitamente rinnovata_.

Altri poi, leggendo aggiunta alla iscrizione surriferita anche le parole SMETTIVM . VERVM . ADE, pretendono interpretare le sigle in questione nella seguente maniera: _si quis dominum loci ejus non cognoverit, — se alcuno non conosca il padrone di questo luogo, si rivolga a Smettio Vero_.

[84] Veggasi: _Della Patria dei due Plinii, Dissertazione di Pier Alessandro Paravia indirizzata al cav. Ippolito Pindemonte_, edita nell’appendice al Volgarizzamento delle _Lettere di Plinio il Giovane_ dello stesso Paravia, già altre volte da noi citato. Il Paravia prova, a non più lasciar ombra di dubbio, i Plinii essere stati di Como.

[85] _Essai de Zoologie Générale_, par. I. 1, 5.

[86] _De Viris Illustribus._

[87] «Le _mofete_, scrive Giuseppe Maria Galanti, formano molti fenomeni curiosi. Terminate le grandi eruzioni sogliono esse manifestarsi sotto le antiche lave e ne’ sotterranei, e qualche volta hanno infettata tutta l’atmosfera. Non sono che uno sviluppamento di acido carbonico. Circa quaranta giorni dopo l’ultima grande eruzione del 1822 comparvero le _mofete_ nelle cantine ed altri luoghi sotterranei delle adiacenze del Vulcano. L’aria mofetica cominciava all’altezza del suolo superiore, e spesso infettava anche l’aria esterna. In alcuni sotterranei si manifestarono rapidamente, in altri lentamente: dove durarono pochi giorni e dove sino a due mesi. Dopo l’eruzione del 1794 molte persone perirono per mancanza di precauzione contro queste _mofete_. Esse si sviluppano più assai nei luoghi dove terminano le antiche lave, cioè nei luoghi prossimi alla _pedementina_ del Vulcano, forse perchè il gas acido carbonico che si svolge in copia nell’interno del Vulcano, si fa strada negli interstizi delle lave, le quali partono tutte dal focolare vulcanico.» _Napoli e Contorni_, 1829. — Vedi anche _La storia de’ fenomeni del Vesuvio_ di Monticelli e Covelli. Napoli, 1843.

[88] Quest’eco esiste anche adesso, e lo si esperimenta sempre da chi visita l’anfiteatro.

[89] Presso l’Anfiteatro venne trovata la carcassa di un leone.

[90] Due scheletri si conservano ancora d’una povera madre e della sua figliuola, cadute insieme l’una a lato dell’altra e turgido tuttavia era il fianco della prima. L’ingegnoso artificio dell’illustre Fioretti ha saputo strappare al muto involucro, — formato intorno ad esse dalle ceneri assodate, — la straziante storia de’ loro estremi patimenti. Egli versando del gesso liquido nelle impronte lasciate da quelle sventurate vittime, potè ottenere la testimonianza di quelle ultime loro crispazioni che rivelano la disperazione dell’agonia ch’esse avevano sofferto.

[91] Sen. _Thiest._ 828. Tradurrei:

Da supremo spavento i petti affranti, Temon che scossa da fatal rovina Ogni cosa trabocchi e ancor sui numi E su’ mortali il caos informe piombi.

[92] Per disposizione d’Augusto, come ho più sopra avvertito, una legione romana stanziava colla flotta a Miseno e così vegliava a difesa della città stessa. Vedi Tacito, _Ann._ IV, 5. Svetonio in Aug. XLIX, e particolarmente Veget. _De Re Militari_, V. I.

[93] Il testo dice _Nonum Kalend. Septembris_, ma è evidentemente errata una tale lezione, come è manifesto dalla storia e da quanto io medesimo son venuto esponendo; sì che non potesse essere a’ 24 di agosto, come dovrebbe interpretarsi, ritenendosi la lezione del testo, invece del 1 di novembre. Il Paravia, a rincalzo di questa lezione che è pur la sua, annota: «che parmi di avere altrove (_Esercitaz. scient. e lett. dell’Ateneo di Venezia._ To. I. f. 366.) con sufficienti ragioni dimostrato che quella lezione vuol essere assolutamente errata, e che tutto induce a credere che debbasi invece a leggere _Nov. Kal._, cioè alle calende di novembre; anche per accordare col _n. a._ l’abbreviazione di Dione, il qual dice che questa eruzione del Vesuvio accadde _Autumno iam ad exitum vergente_; lo che non può certo intendersi de’ 24 di agosto.»

[94] Liburnica appellavasi una nave leggierissima e velocissima, derivandone il nome dai Liburni, popolo dell’Illiria, che di tali navi una volta servivasi alle proprie piraterie. Esse alla battaglia d’Azio avevano avuto la superiorità sulle galere triremi.

[95] Il testo dice _Codicillos_. Avanti l’invenzione della carta dicevansi _codicilli_ le tavolette spalmate di cera su cui scrivevasi collo stilo. Veggasi il Forcellini a questa parola e più addietro quanto ne scrissi nel precedente capitolo.

[96] Classiarii, ossia soldati delle navi, _classis_ significando flotta. Io ho seguito in questo passo la lezione adottata dal Lemaire nella sua edizione _Plinii Cæcilii Secundi Epistolarum_, Parisiis 1822, poichè mi parve la più ragionevole, migliore di quella di coloro che vorrebbero si traducesse: «_ricevè un biglietto di Retina, moglie di Cesio Basso (poichè la sua villa vi era sottoposta, nè si poteva scampar che per acqua), il pregava a liberarla da tanto pericolo._» Pier Alessandro Paravia, traduttore, d’altronde egregio, delle lettere di Plinio, in una sua nota a questo passo, ammettendo le varie lezioni, si maraviglia di quel che io pure credo, dicendo: «_Basti, che di questa Retina si fa da taluni un paese, quando io con buone ragioni, per quel che mi sembra, ho creduto di dover sostenere che sia essa una donna._» Oh che? Il Paravia non pensò che Retina appunto fosse un paese alle pendici del Vesuvio travolto sotto le lave e ceneri di tal monte con Ercolano, Pompei, Oplonte, Stabia, Tegiana e Taurania? Poco presso all’antica Retina ora sta Resina, come su Ercolano sta Portici e su Oplonte la Torre dell’Annunziata.

[97] _Vi pulveris ac favillæ oppressus est, vel, ut quidam existimant, a servo suo occisus, quem æstu deficiens, ut necem sibi maturaret, oraverat._

[98] _Disquisitiones Plinianæ._

[99] Plinio qui cita il verso di Virgilio, spiccandolo al principio del Lib. II dell’_Eneide_, vers. 12:

_Quamquam animus meminisse horret_ _Incipiam._

Io ho osato sostituire la traduzione di mia fattura a quella di Annibal Caro, che pur avrei amato recare, come quella che universalmente è tenuta in miglior conto, ma essa non mi parve in questo passo felice; eccola:

(Benchè lutto e dolor mi rinovelle, E sol de la memoria mi sgomente) Io lo pur conterò.

Se male m’apposi, me lo perdonino i lettori.

[100] Quella stessa della morte di Plinio il Vecchio.

[101] Plinio il Vecchio, dall’impero di Nerone a quello di Vespasiano, era stato in Ispagna procuratore di Cesare.

[102] _Lymphati_, scrive Plinio: così pure chiamavansi dai Romani i pazzi, e la pazzia tenevasi per _sacra_, attribuendosi a chi n’era preso la facoltà di predir l’avvenire.

[103] _Atque etiam recordatus quondam super cœnam quod nihil cuiquam tote die præstitisset, memorabilem illam meritoque laudatam vocem edidit: «Amici, diem perdidi»._ Svetonius in _Titum_, c. VIII.

[104] Svet loc. cit.

[105] _Descrizione delle rovine di Pompei._ Napoli, Da’ torchi del Framater, 1831.

[106] Deca Terza, vol. terzo, pag. 11 dell’ediz. di Venezia, per G. Battaggiu, 1823.

[107] A lui si debbono il palazzo reale di Caserta, architettato dal Vanvitelli, il teatro San Carlo, per non dir di tante altre grandiose opere, degne non che di un re di piccolo reame, di possente imperatore; ma fu pur egli che osò far arrestare in Parlamento un membro di esso, ed inoltre era un Borbone.

Poichè ho accennato al palazzo di Caserta, che si pretende essere la reggia più sontuosa che esista in Europa, m’unirò anch’io ai voti espressi dall’universale in quella provincia che, cioè, l’Amministrazione della Real Casa, meglio sentendo la propria dignità, non abbia a cederlo al Demanio. Vendere quella proprietà sarebbe un’offesa a quel sentimento delle popolazioni che la Monarchia certo non ha interesse a scalzare.

[108]

Tempo trarrà quanto è sotterra a luce. v. 24, traduzione di Gargallo.

[109] Part. I, Cap. 399. «Noi speriamo che questa etimologia non sarà scambiata per un delirio, se si vuol ben considerare che la parola orientale Hercul, cioè _monte arso_ che si incontra ad ogni passo dal promontorio di Miseno a quello di Sorrento, da cui derivò pur il nome d’_Ercolano_, ci indica evidentemente la storia delle devastazioni vulcaniche alle quali questa contrada andò soggetta da’ tempi più rimoti. Nelle epoche successive i Greci e gli Italiani, sì poetici nelle loro idee e nelle loro sensazioni, attribuirono alle intraprese di _Ercole_ gli effetti straordinarj de la natura ed elevarono templi al semidio là dove non esistevano altro che le traccie del fuoco.» Vedi addietro il _Capitolo II_.

[110]

«La diletta Pompeja alle saline D’Ercole presso.»

[111] _Æneid._ Lib. VII, 738:

E fu re de’ Sarrasti, e de le genti Che Sarno irriga. Traduzione di Annibal Caro.

Popoli Sarrasti eran quelli che stavano intorno al promontorio Sorrentino, cioè i Campani orientali, gli Irpini e i Picentini.

[112] Appiano, parlando delle mura di Cartagine, le dice triplici, con torri, fornici e casematte, stalle per elefanti, celle per cibi, ecc. «_Murum fuisse triplicem, quorum quisque alius 30 cubitos esset, absque loricis et turribus. Quæ turres 200 pedum spatio inter se distabant et 4 contignationes singulæ habebant. Ipsi muri fornicati et capaces: et duplici quasi contignatione facti: in quorum parte ima elephanti 300 stabulari poterant, et adjunctæ iis cellæ ac repositoria ad cibos: super eos 4000 equi, item cum receptaculis pabuli hordeique Viris ipsis ibidem diversoria et habitacula, pedibus 20000, equitibus 4000. Atque hic bellicus apparatus in solis mœnibus erat._»

[113] _Marci Vitruvii Pollionis De Architectura Libri Decem._ Ve ne hanno infinite edizioni: commendevole assai quella curata da Gio. Gottlieb Schneider di Sassonia. Lo Stabilimento Privilegiato Nazionale di G. Antonelli di Venezia publicò quest’opera tradotta dal marchese Berardo Galiani col testo a fronte. 1851.

[114] Mi ricorda infatti aver letto un’eguale osservazione in un racconto pompejano di Theophile Gautier, dal titolo _Arria Marcella_. Parlando egli della porta che conduce alla Via delle Tombe, e che è questa appunto detta di Ercolano, così si esprime: «Cette porte en briques, recouverte de statues et dont les ornements ont disparu, offre dans son arcade interieure deux profondes rainures destinées à laisser glisser une herse, comme un donjon du moyen âge à qui l’on aurait cru ce genre de défense particulier. Qui aurait soupçonné Pompei, le ville græco-latine, d’une fermeture aussi romantiquement gothique? Vous figurez vous un chevalier romain attardé, sonnant du cor devant cette porte pour se faire lever la herse, comme un page du quinzième siècle?» _Un trio de Romans_, Paris, Victor Lecou, 1852.

[115] _Ruines de Pompei._ T. II, p. 101.

[116] Bull. Inst. 1865. p. 184. 1867. p. 87.

[117] _Giornale degli Scavi._ Nuova Serie. N. 5, dicembre 1868.

[118] «I Censori provvedevano nella città a selciare colla arena le vie, e fuori della città a gittarvi ghiaja ed a praticarvi i margini.»

[119] V. _Giornale degli Scavi_, N. 2, settembre 1868.

[120] _Orat. pro M. Fontejo._ Si sa che M. Fontejo Pretore, dopo d’avere per un triennio successivo alla pretura, amministrata la Gallia, reduce a Roma, a petizione de’ Galli, venne accusato da M. Pletorio in due azioni. Difendendolo nella seconda Cicerone, questi nel dire dell’accusa che riguardava le vie, così ricorda la Domizia: _Cum majoribus reip. negotiis impediretur; et cum ad remp. pertineret, viam Domitiam munire, legatis suis primariis viris, C. Annio Bellieno, et C. Fontejo negotium dedit._ — _Via Domitiana_, della quale è l’argomento mio, è il titolo del terzo componimento di Stazio del lib. IV delle _Sylvæ_, e così è ancor un dato maggiore a conforto di quel che dico di questa via.

[121] Vien ricordato da Stazio che la via Appia fosse la regina delle vie in que’ versi:

. . . . _qua limite noto_ _Appia longarum teritur regina viarum_,

e vi accenna Orazio nel parlar della Via Numicia che dinota prossima all’Appia:

_Brundusium Numici melius via ducat, an Appi._ _Epist._ Lib. I.

[122] «La terza via da Reggio, traversando i Bruzi, i Lucani e il Sannio conduceva nella Campania e metteva alla Via Appia.»

[123] In _Sympos._

[124] _Pudor me habet alimontia illa proferre mysteria, quibus in Liberi honorem Patris phallos subrigit Græcia._ Vedi anche il Vossio alla voce _Fascinum_.

[125] _Non vuo’ persi apparati_, ecc. Lib. 1, Od. XXXVIII.

[126] Capit. III.

[127]

Una bianca m’apprese a odiar le brune.

[128]

Odii, ma torni. Io, non richiesto, l’amo. Venere Fisica Pompejana scrisse.

[129]

Altri ama, altri è amato; io non me ’n curo.

[130]

Chi non se ’n cura, ama.

[131]

Venga ognun che ama: col bastone io voglio Romper le coste a Venere e fiaccarla. La sua parola mi ferisce il core.... Nè poterle il baston spezzar sul capo!

[132] Auge ama Arabieno. Mete Cominia commediante ama di cuore Cresto; sia ad entrambi propizia Venere Pompejana e vivano sempre concordi.

[133] Pirro al collega Cajo Ejo salute. Di malanimo io udii che tu sia morto: statti sano adunque.

[134] Soave vinaja ha sete; prego che abbia sete di più. _Sitit_ per _sitiat_ accusa la volgarità di chi scrisse.

[135] Fu portata via un’urna da vino dalla bottega — A chi la restituirà — Verranno dati — Sessantacinque sesterzj: e se il ladro — taluno arresterà — avrà il doppio — Januario qui abita.

[136] «Quando il zampone è cotto, se lo si appresta al commensale, non solo il gusterà, ma ne leccherà il vaso e la pentola.» — _Olla_ era infatti un ampio vaso di assai ordinario uso, più comunemente d’argilla cotta. La forma essendo di fondo piatto, di lati rigonfi, bocca larga ed avente coperchio, corrisponde a quel vaso stesso che i Lombardi chiamano egualmente olla, ma serviva all’uso della moderna pignatta. _Cacabum_, di cui se ne trovò un originale in bronzo negli scavi pompejani, era pur un vaso per cuocere carni e vegetali, più spesso d’argilla cotta. Di poco differiva dall’olla; non aveva però il fondo piatto, ma tondo, onde mettevasi al fuoco sul treppiede, _tripus_; la bocca si restringeva ed ai lati aveva manichi.

[137]

Barbaro è quei che non m’invita a cena.

[138] Cap. 33.

[139] Cosmo è d’una nequizia grandissima.

[140] Perchè tu fai quotidianamente lo stesso.

[141] Così tradusse senza riguardo quel sommo che fu Vincenzo Monti:

Niun qui, dici, a sgravar l’alvo si butti; E le due serpi vi dipingi, e al piede; Pisciate altrove, è sacro il luogo, o putti.

[142] L’ira di Giove, di Giunone e de’ dodici Dei a chi avrà pisciato qui o sporcato. De Rich, _Dizion. Antich._ voc. _Anguis_.

[143] _Ultimi giorni di Pompei._ Capitolo II.

[144] _Pompeja_, par Ernest Bréton. Paris, L. Guerin et C. éditeurs, 1869, p. 134.

[145] _Pompeii_, p. 133.

[146] Così al Lib. V. 25, _Honorem ob eam munificentiam ferunt matronis habitum, ut pilento, ad sacra ludosque, carpentis festo profestoque uterentur_.

[147]

Cui le sacre carrette ivano appresso Coi santi simulacri e con gli arredi, Che traean per le vie le madri in pompa.

Così traducea Annibal Caro; ma per la migliore intelligenza della mia citazione, meglio varrebbe tradurre letteralmente:

Nelle molli pilente i sacri arredi Traean per la città le caste madri.

[148]

Era, e i noti il dicean serici veli, Il cocchio del berton mezzo fallito.

Lib. IV. 8. Trad. di M. Vismara. Il Poeta prende la parte per il tutto, chiamando _serici carpenti_, ciò che il traduttore chiamò serici veli del cocchio. Nella qual ultima parola non si ha riprodotto il nome proprio e speciale del cocchio, cioè il carpento.

[149] Vedi Imp. Giulian. Cod. 12. 51. 4. e gli Imperatori Valentiniano, Valente e Graziano ibid. 7.

[150]

Meglio ne porti sovra il docil collo L’esseda belga imposta.

Qui son tratto a ricordare la definizione degli odierni _omnibus_ fatta col seguente verso onomatopeico:

_Maxima rhedarum patet hic, patet hac, patet illac_ _Omnibus._

[151] «Il tribuno della plebe facevasi condurre nell’esseda.»

[152]

O l’onda azzurra colla pinta nave Solcammo, o tratti dalla svelta rota Dell’esseda noi fummo.

[153]

Carri e tregge e carrette e navi affrettansi

traduce Gargallo: ma come non si nominano _Essede, pilente_ e _petoriti_?

[154]

Alle mule i petoriti già avvinti Troverai pronti.

[155]

Le cornipede mule agili traggono I petoriti a cui vennero avvinte.

[156] Plin. _His. Nat._ 34, 17, 48.

[157] Capit. V. pag. 200. Firenze, Chiari, 1845.

[158]

Breve era il proprio censo Ricco il comun, nè portico Privato ergeasi immenso, ecc. Trad. Gargallo.

[159] _Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit._ Petron. _Satyricon_ c. 44.

[160] Juven. II. 149.

«Che vi sien mani e sotterranei regni Pur non credono i bimbi, in fuor di quelli Che non ancor si lavan nel catino.»

[161] In _Agricola_ 4. 6.

[162] _De Bello Gallico_, VI. 17.

[163] _Giornale degli Scavi_, maggio, giugno 1869.

[164] Libro IV. Cap. IX.

[165]

«Ecco le quattro are: Dafni, a te due, e due altari a Febo.» _Egloga V._

[166] _Monuments inédits d’antiquité figurée_, tav. XXVI. 2.

[167] Id. Lib. I. cap. VII.

[168] Nel _Convito_. Vedi anche l’epigramma XIII di Teocrito.

[169]

Mille per lei si dicono Arti d’amor trovate, Che prima in mezzo agli uomini Vivevano ignorate.

[170]

Per tre notti continue Gli spensierati cori, Scelti fra tanto numero, Coronati di fiori, Correr vedresti lieti Pe’ tuoi boschi e mirteti.

[171] Latinamente _Calyptra_, e quindi anche in italiano caliptra, essendo voce derivata dal greco, ed era, secondo Vesto, genere di abbigliamento muliebre, o più precisamente, come si vede in questa pittura, un velo o zendado.

[172] Vedi il precedente Capitolo VII.

[173] _Giorn. Scavi_ di luglio e agosto 1869.

[174] _Questioni Pompejane_, p. 72.

[175] _Das Templum_, p. 207.

[176] _Inscr. Neap._ 2199.

[177] _Pompeji_ Tom. I, p. 101.

[178] Marco Porcio figlio di Marco, Lucio Sestilio figlio di Lucio, Gneo Cornelio figlio di Gneo, Aulo Cornelio figlio di Aulo, quadrumviri, fecero erigere questo monumento per decreto dei decurioni.

[179] Lucio Sepunio Sandiliano figlio di Lucio, Marco Erennio Epidiano figlio di Aulo, duumviri di giustizia, fecero erigere a loro spesa questo monumento.

[180] «Marco Olconio Rufo duumviro di giustizia per la terza volta e Cajo Egnazio Postumo duumviro di giustizia per la terza volta, per decreto dei decurioni, ricomprarono per tremila sesterzi il diritto di chiudere le finestre ed ebbero cura di erigere un muro privato fino alle tegole pel _collegio de’ Venerei corporati_.» Di questi Venerei parlano altre iscrizioni pompeiane, e che poi si dicessero corpi e corporati se ne ha un esempio in Dimmaco, Lib. XI ep. 103. Coerarunt certo per _curarunt_. L’interpretazione surriferita, accettata pure dal De Mazois, non viene accettata dal Bréton, che nelle abbreviature COL . VEN . COR . invece di leggere COLLEGII . VENEREORVM . CORPORATORVM, crede non potersi leggere che così: COLONIE . VENERIÆ . CORNELIÆ, perchè, dice egli, la parola _corporatio_ non potrebbesi tradurre per comunità, mentre significa _corpulenza_. _Pompeja_, pag. 59. Bréton però erra nel negare la significazione data dal Mazois e da altri alla parola _corporatus_. Se questo participio passivo del verbo _corporare_ (ridurre in corpo) può significare formato di più sostanze, significa anche membro di un corpo morale, come venne anche adottata la parola _corporazione_ in questo senso dalla lingua nostra. Veggasi poi all’uopo il Grutero, _Inscript._ 45, 8; 406, 5.

[181] _Bull. Inst._ 1866, p. 11, citato dal chiarissimo Brizio nel _Giorn. Scavi_, settembre e ottobre 1869.

[182] L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al Foro; ma in modo tale che la grandezza loro sia proporzionata a quella del Foro. Traduz. Berardi, _De Architectura_. Lib. V. C. II.

[183] _Descr. delle Rovine_ di Pompei, Napoli 1832, p. 135.