Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 20

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È opinione di molti che in Pompei, se le cause di maggior momento venissero come in Roma trattate nella Basilica, quelle di minor importanza fossero giudicate nelle sale o Curie, come con linguaggio forense appellavansi, pur conservato fino a’ nostri giorni, in cui curia e curiali significano tuttavia luoghi di giudizio e persone addette agli stessi. Che il luogo poi delle Curie fosse alle cause minori disposto è rivelato altresì dal valore della parola stessa. Essa indicava la parte minore del popolo romano, che Romolo appunto distribuì dapprima in tre tribù e le tribù suddivise poscia in dieci curie ciascuna, così chiamate, secondo ne fa fede Tito Livio, dai nomi delle donne sabine che vennero dai Romani rapite[301]. Queste curie, nella dissepolta città, si vedono presso l’entrata della Basilica, di cui si giudicarono dipendenza e che furono scoperte nell’anno 1814. Il fabbricato, essendo di mattoni rossi e di essi intera la costruzione, fu ritenuto che fosse opera posteriore, o rifatta dopo il tremuoto del 63. Ciò che per altro più probabile appare, è che non fossero ristaurate che dopo il 63; perocchè, nota opportunamente a questo riguardo il signor Bréton, non trovandosi esse nell’asse del Foro, dovessero necessariamente essere anteriori al Foro stesso; senza di che infatti sarebbero state coordinate al medesimo.

Il fondo di esse sale è semi-circolare, vi sono nicchie e vi sono podii, se han potuto giovare a farle ritenere siccome luoghi sacri addetti a’ magistrati incaricati appunto di conoscere e giudicare di quelle minori cause.

Appajono tutte di forma rettangolare, le mura dovevano essere già state rivestite di marmo, e Dyer, senza recar prove di sorta, vorrebbe nella seconda sala che vi fosse stato un tesoro pubblico; forse ciò indotto a credere dalla sola circostanza che in essa si rinvennero de’ vuoti forzieri in pietra e qualche moneta d’oro e d’argento.

Queste tre sale, o curie, non vanno tuttavia essere confuse colla Curia, più propriamente così designata in quel monumento scoperto dal 1817 al 1818, che è nelle Guide con questo nome indicata, o coll’altro eziandio di _Sala del Senato_. Malgrado il significato superiormente riferito che alla voce curia solevasi dare da’ Romani; nondimeno s’adoperava da essi altresì a chiamare il luogo del Senato; onde Varrone ne fornisce la diversa definizione: _curia, ubi Senatus rempublicam curat_[302].

È un edificio codesto di Pompei, come le altre minori curie, semi-circolare, molto aperto dal lato del Foro: decorata ne è la gran sala, o _senaculum_, di stalli elevati, di nicchie e di colonne e certo un giorno deve essere stata anche di statue.

Bonucci opina che in questo recinto l’ordine dei Decurioni tenesse le proprie adunanze pubbliche, non già forse un _comitium_, o luogo in cui il popolo votasse nelle elezioni dei magistrati; perocchè il piano delle sue rovine non risponda a quei dati che di un luogo di comizj ci forniscono gli scrittori dell’antichità; mentre l’ipotesi di esso Bonucci e d’altri molti venuti nella stessa sentenza s’accordi colla speciale sua situazione sul Foro, giusta quanto è scritto al capo II, del Lib. V. _De Architectura_ di Vitruvio. _Ærarium_, scrive egli, _carcer, curia, foro sunt conjungenda, sed ita uti magnitudo symmetriæ eorum foro respondeat. Maxime quidem curia imprimis est facienda ad dignitatem municipii sive civitatis... Præterea præcigendi sunt parietes mediis coronis ex intestino opere aut albario ad dimidiam partem altitudinis. Quæ si non erant, vox ibi disputantium elata in altitudinem intellectui non poterit esse audientibus: cum autem coronis præcincti parietes erunt, vox ab imis morata prius quam in aera elata dissipabitur, auribus erit intellecta_[303].

Dipendenza della Basilica, a quanto ne riferisce il medesimo Vitruvio, è il Calcidico; e però ne tengo qui partitamente parola.

_Basilicarum loca adiuncta foris quam calidissimus partibus oportet constitui, ut per hiemem sine molestia tempestatum se conferre in eas negotiatores possint!.... Sin autem locus erit amplior in longitudine, Calcidica in extremis partibus constituantur, ut sunt in Julia Aquiliana_[304].

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Se ho già, nel Capitolo de’ Templi, parlando di quel probabile di Cerere, messa fuori una congettura che il Calcidico di Pompei potesse aver servito alle cerimonie sacre a quella divinità, e dissi alla meglio qualche ragione che non mi parve po’ poi troppo cattiva: ora per altro, indipendentemente da quella congettura che abbandono volontieri agli archeologi, seguendo e la detta autorità di Vitruvio e l’uso che al Calcidico hanno diversamente assegnato gli illustratori tutti, giusta eziandio la fattane riserva, ne tratterò a questo punto più diffusamente.

A che veramente servir dovesse il Calcidico, non è nè sì prestamente, nè con giustezza irrecusabile facilmente detto.

Perocchè taluni pretesero trovarne la destinazione, decomponendone il nome di greca origine ὰπὸ τῶ χαλκω καὶ δικης, cioè dal rame e dalla giustizia, e però ne fecero fuori una zecca; ma Filandro, citato nelle note della traduzione di Vitruvio dal Galiani, che confessa aver egli creduto per un tempo essere stati i calcidici passeggi per comodo degli oratori e degli avvocati, quelli che con vocabolo francese noi diremmo ora _sale dei passi perduti_; si arresta poi a credere che fossero così dette invece da quel che leggesi in Pompeo Festo, essere cioè nominata Calcidica una specie di edifizio dalla città di Calcide nell’Eubea.

Tito Livio nomina un tempio di bronzo di Minerva detto _Calciaecon_[305]; Cornelio Nipote, nella Vita di Pausania, lo ricorda in quelle parole: _ædem Minervæ quæ Calciaecus vocatur_; ma Leon Battista Alberti, che è il più antico de’ critici in questa materia, vorrebbe i calcidici essere stati una galleria traversale, posta ai lati del tribunale delle basiliche, dando così all’edificio la forma di un T.

«La verité, osserva saviamente Bréton, et en cela nous sommes d’accord avec le savant architecte florentin Bechi, qui a publié une dissertation sur la question qui nous occupe, la verité nous parait être dans ce passage de Vitruve (che riferii più sopra) _sin autem locus erit amplior in longitudine, chalcidica in extremis constituantur_. L’incertitude est venue d’une fausse interpretation de ce passage; on en a traduit les premiers mots: _mais si le terrain le permet_.... Ce n’est pas rendre la pensée de l’auteur. Vitruve a fixé par des régles le rapport de la longueur de la basilique avec sa largeur, et c’est alors qu’ il ajoute: _mais si le terrain est trop long_ (en proportion de la largeur) _on construira_ à l’extrémité _des chalcidiques_.

«Il est evident que Vitruve indique ici d’une manière positive que le chalcidique était une grande salle précédant la basilique et non pas une addition latérale, comme le veut L. B. Alberti, puisque en adoptant sa supposition, le chalcidique aurait elargi le plan de la basilique au lieu de diminuer sa longueur.»[306]

Ed io, senza pregiudizio, ripeto sempre, dell’opinione emessa intorno al tempio di Cerere, per quanto riguarda la specialità del Calcidico di Pompei, nella tesi generale de’ Calcidici, m’accosto volontieri a questa sentenza. L’uso poi superiormente accennato di passeggio degli oratori e de’ _pragmatici_ o causidici, può giustificare il perchè siensi chiamati anche _Causidiche_.

Nelle controversie per altro de’ significati di questo genere di edificj, non posso lasciar di rilevare un’altra leggierezza di parecchi illustratori, che preferirono copiarsi l’un l’altro, anzichè ricorrere a consultarne le fonti.

Furonvi taluni, e tra gli altri il Bonucci e il medesimo Bréton, che riferendone la parte storica, pretesero ritrovar menzione del Calcidico, — oltre nel fatto della casa reale di Tebe, in cui Merope nel Calcidico appunto sarebbesi condotta coll’ascia alla mano per uccidere Egisto mentre dormiva credendolo l’assassino di suo figlio — anche nel vigesimo terzo canto dell’_Odissea_, dove Omero, dicon essi, fa ad Euriclea, nutrice d’Ulisse, traversare il _Calcidico_, per correre ad annunciare a Penelope l’arrivo dello sposo di lei. Io ricorsi, per ciò constatare, al testo greco e propriamente al primo verso di quel canto trovai bensì la parola υπερωιοθεν e poco più sotto l’altra ὑπερῶον, che significano la parte superiore della casa, — ciò che forse latinamente può dirsi _cœnaculum_, — ma nullamente consacrata la parola _calcidico_; ciò che non poteva quindi avvalorare d’autorità alcuna la pretesa d’Ausonio, copiato senza più dai detti illustratori, che quella parte superiore di casa fosse il calcidico.

Gli è per questo che più sapientemente il mio illustre amico cav. dottor Paolo Maspero, nella sua nuova e superba versione dell’_Odissea_, che già fin dal cominciar di quest’opera m’avvenne di circondare di meritati encomj, così tradusse i primi versi del canto XXIII:

Ma gongolando alle _superne stanze_ Salìa la buona vecchia annunciatrice Del ritorno d’Ulisse alla regina;

ed il secondo passo in cui ricorre la medesima parola, rendendo il senso intimo del Poeta, usò la parola _talamo_, la qual significa a un tempo e letto nuziale e la stanza nella quale esso sta[307], ad indicare la più precisa parte delle stanze superne da cui procedeva la casta moglie:

. . . . in questo dire, Dal _talamo_ scendea fra sè pensando Se lo straniero interrogar da lunge, O se corrergli incontro ella dovesse E la mano stringendogli, baciarne La fronte e gli occhi.

Tale, a mio credere, è la più verace e filosofica interpretazione del greco d’Omero qual venne fatta per parte del mio dotto amico; abbenchè, in quanto al resto, egli m’abbia poi confessato che, pur raccogliendo tutti i dati disseminati per il poema, non fosse giunto a potersi nella mente mai ricostruire il palazzo d’Ulisse; comunque egli avesse potuto raffigurarsi e vasta la corte che s’apriva dopo la porta e ampia la sala ove banchettavano così numerosi i Proci e dai succitati passi fosse indotto a ritenere l’esistenza di un piano superiore, ove tenevasi Penelope in disparte da quei dilapidatori del patrimonio dell’assente marito suo e concorrenti alla sua mano.

Dopo ciò e più propriamente intrattenendomi del Calcidico pompejano, ripeto qui ancora, come esso sia stato eretto con denaro di Eumachia sacerdotessa publica, unitamente ad una cripta ed ai portici dedicati alla Concordia ed alla Pietà Augusta, giusta quel che ne fa sapere l’iscrizione più addietro da me riferita, scoperta sull’architrave di marmo del Calcidico; onde vengano congiuntamente designati eziandio col nome di Edificio di Eumachia.

Esso è di forma rettangolare e l’architettura è romana; l’ordine però delle sue parti è corintio.

Il Calcidico è una specie di spazioso vestibolo, ornato di nicchie e doveva essere stato, secondo le rimaste vestigia, rivestito di marmi e sorretto da sedici pilastri. Da esso si accede ai portici interni formati da quarantotto colonne di marmo pario di squisito lavoro, che per quattro lati circondano una spaziosa corte, ossia quell’_impluvium_, dove già ebbi a rilevare quelle vasche o piuttosto pietre, non incavate per altro profondamente, che parecchi credettero aver servito a’ tintori, _fullones_, a’ quali si vorrebbe fosse deferita la lavatura delle biancherie sacerdotali, e che a me invece servirebbero per afforzare ognor più la congettura espressa intorno alla possibilità che il luogo fosse invece sacro alla dea Cerere.

Una magnifica nicchia era nel fondo della corte e vi era collocata dentro la statua della Concordia, o piuttosto della Pietà Augusta, cui la sacerdotessa Eumachia aveva l’edificio dedicato. Una tale statua fu rinvenuta rovesciata, senza testa però e conservando ancora le dorature miste alla porpora tutt’all’intorno del laticlavio, o fimbrie della veste.

La Cripta è forse la grande galleria, o secondo ordine di portici più interni e meglio riparati dall’intemperie delle stagioni, e le cui pareti eran, come quelle del portico, decorati di pitture in cui campeggiavano i colori rosso e giallo assai adoperati nei dipinti di Pompei. In una nicchia quadrata di questa galleria vi fu trovata una bellissima statua di marmo raffigurante Eumachia medesima, erettale a titolo d’onoranza da’ Tintori, che portata al Museo, è ora sostituita da una copia. Essa venne al certo eseguita di naturale, avendo la testa i caratteri tutti d’un ritratto: la sua fisonomia è grave e triste, e le vesti ond’è mirabilmente palliata serbano tuttavia le tracce dei colori rosso e verde de’ quali erano esse dipinte. Sul basamento si legge questa iscrizione:

EVMACHIÆ L . F . SACERD . PVBL . FVLLONES[308].

È questa per avventura la circostanza che portò i più a credere che l’intero edificio d’Eumachia fosse luogo dedicato al collegio de’ Tintori o negozianti di stoffe e di lane, che si pretende aver avuto in Pompei una grande importanza, per l’estensione che avevano de’ loro commerci.

E v’han di coloro che a cosiffatti dati ed appoggiati eziandio al voto di coloro che ho superiormente citato, spingonsi ad argomentare più in là, volendo che l’edificio intero di Eumachia non dovesse essere che un palazzo tutto ed esclusivamente dedito all’industria pompejana, o in altri termini, una specie di moderna Borsa pompejana, dove tutti i negozianti traessero a’ loro commerci e a stipularvi contratti; quivi in estate rimanendo all’aperto sotto il portico e nell’inverno ricoverando nella Cripta. Ed entrati una volta in codesta supposizione, spiegano che vi siedesse perfino il tribunale di commercio nell’emiciclo al piede della statua della Concordia, colà innalzata appunto per pacificare i dissensi de’ negozianti. I grossi massi di pietra ancor sussistenti nella corte sarebbero state le tavole, sulle quali essi avrebbero spiegate le loro merci; le nicchie dovevano essere le tribune de’ giurati e così vie via discorrendo d’ogni altra particolarità che applicar si vorrebbe a’ determinati usi della Borsa.

Ma mi sia lecito allora il domandare a costoro: perchè avrebbe Eumachia sacerdotessa rivolto il suo pensiero e il denaro a tale uso e a codeste persone del commercio; e che di comune aver si poteva fra questi chiassosi uomini e la malinconica statua della fondatrice del luogo?

Ad ogni modo non potrà essere inopportuno ai fautori di qualunque opinione di osservare come una porta segreta ponesse in comunicazione questo edificio di Eumachia col vicino tempio, sacro secondo alcuni a Mercurio, secondo altri a Quirino e ch’io inclinando a dividere la sentenza dei primi, tenni sacro a Mercurio.

Questo monumento controverso nella sua destinazione dal Calcidico, venne sterrato dal 1819 al 1821 e vi si trovarono ad un tempo presso due scheletri d’uomini, di cui l’uno, all’elmo, doveva essere indubbiamente soldato.

Ecco tutto quanto mi paja poter dire intorno a questo edificio che si denomina da Eumachia e che dalla sua fondatrice, come risulta dalla iscrizione da me riferita, fu pur appellato Calcidico, e intorno al significato del quale si sono tanti scrittori dicervellati.

Il quadro di tutto ciò che spetta alla amministrazione della giustizia e quindi della Basilica, che ne era il principal tempio, si completa ora col dire delle Prigioni.

Ho mostrato già come il carcere fosse tra le pene corporali che s’infliggessero a’ delinquenti colla catena a’ polsi ed a’ piedi: ho pur tocco di quella prigione in Pompei, che trovasi sotto il tribunale della Basilica, la quale esiste e vedesi tuttavia, e dove l’accusato stava in pendenza del giudizio attendendo la sentenza; ora brevemente ricordo come presso alla porta del Foro, sotto il suo portico occidentale, si ritrovi un gruppo di costruzioni rovinate che si ritorcono sulla Via or appellata de’ _Soprastanti_, che per la situazione loro nel Foro, per avervi riconosciuto in esse parecchie camerette prive di finestre, non che per la scoperta di qualche scheletro umano, ha fatto ravvisare in esso le prigioni.

Non presentando esse tuttavia particolarità alcuna interessante, per quanto riguarda alla materialità del luogo, molto più che non sono a un di presso che un mucchio di rovine; e d’altra parte non apparendo conformi a quel sistema di detenzione che le leggi e le consuetudini romane avevano introdotto, mi basta l’averne fatto cenno, dispensandomi dall’intrattenerne ulteriormente il lettore e dall’indagarne le differenti ragioni.

Piuttosto, mi chiama l’indole del mio libro a qui soggiungere qualche generale nozione sulla natura e gradazioni di prigioni, _carceres_, secondo il sistema romano, pur propagato e adottato nel restante delle province conquistate e massime là dov’erano state dedotte colonie militari.

Di tre sorta o gradi erano le prigioni e venivano applicati a seconda delle persone e de’ reati e in un solo edificio accumulavansi di sovente tutti e tre questi gradi.

Il primo grado era quello della detenzione pei colpevoli di minori delitti e per i condannati ad una prigionia comune a tempo, e dicevasi _custodia communis_. Naturalmente questo grado di carcere non importava grande e vigorosa severità di trattamento: non aveva la stretta custodia, nè la privazione della luce: concedendosi a chi ne fosse punito il passeggiare e l’aria e di non essere tenuto in catene. Doveva appartenere a questo grado la detenzione nella colonia d’Aquino, alla quale Ottone sobbarcò Cornelio Dolabella, _non per peccato alcuno, ma per essere in lista de’ gran casati_[309], se Tacito, nel Lib. I, c. 58 della sua Storia, potè giudicarla _neque arcta custodia, neque obscura_.

In quegli edificj carcerari in cui tutti i tre gradi di carcere esistevano cumulati, il primo ne occupava il piano superiore; come puossi anche riscontrare in Roma nelle carceri costruite da Anco Marzio e Servio Tullio presso il Foro maggiore e che, riparate più tardi dal Pretore Lucio Pinario Mamertino, dal nome di quest’ultimo le denominarono _Carcer Mamertinus_.

Sotto un tal piano, a livello del terreno, eravi il _carcer interior_, o di secondo grado, e chiamavasi di stretta custodia, _arcta custodia_, in cui il condannato stava in catene, e fors’anco attendeva il tempo della esecuzione della pena capitale. A questo carcere non accedevasi per porte, ma per aperture anguste praticate nel soffitto. — Parmi che a questo genere di carcere alluder volesse Cicerone, quando nella seconda Orazion sua contro Lucio Sergio Catilina, verso la fine, uscì a dire: _Sentiet in hac urbe esse carcerem, quem vindicem nefariorum et manifestorum scelerum majores nostri esse voluerunt_[310].

Così da questa carcere interna, o da altra cella terrena, per una angusta botola praticata nel pavimento, scendevasi al _carcer inferior_, o sotterraneo, ed era il terzo grado di carcere, formato a mo’ di fornice; ma non ora propriamente luogo di detenzione, ma sì di supplizio; perocchè ivi il reo venisse calato soltanto per subire la pena, se condannato a morte.

Pare poi che in Roma, come tutte le fucine fumassero e le incudini stancassero i fabbri a foggiar catene:

_Maximus in vinclis ferri modus, ut timeas ne_ _Vomer deficiat, ne marræ et sarcula desint_[311];

molte così dovessero essere le carceri, se Giovenale, nella stessa Satira III, potè rimpiangere i tempi in cui a Roma una carcere sola, la mamertina, potesse bastare:

_Felices proavorum atavos, felicia dicas_ _Sæcula, quæ quondam sub regibus atque tribunis_ _Viderunt uno contentam carcere Romam!_[312]

Esisteva poi una sorta di prigione, denominata _ergastulum_; ma era dessa piuttosto d’uso privato che publico, perocchè solesse essere un’attinenza di fattorie campagnuole di ricchi proprietarj, in cui questi tenevano castigati gli schiavi, o guardati coloro che, presentando alcun pericolo di ribellione o di efferatezza, si fosse costretti a tener sempre in catene.

Tra questi erano coloro che destinavansi alle dure fatiche de’ campi, ed è strano a tal riguardo che Columella, il quale lasciò un eccellente trattato intorno alla cosa rustica, abbia in esso lasciato raccomandazione che siffatti ergastoli avessero ad essere costruiti sotto terra: come se fosse stata la medesima cosa quanto raccomandare al buon massajo che i grani si avessero pel meglio a conservare in profonde fosse praticate entro terra.

Fu già invalsa presso molti la opinione che la custodia delle carceri fosse in Roma deferita a Triumviri Capitali: ma pare che ciò non fosse. Questi triumviri, detti anche _Nocturni_, perchè loro ufficio speciale fosse pure di vegliare alla notturna sicurezza contro i grassatori e i perturbatori della pubblica quiete, avevano al proprio seguito otto littori, armati de’ soliti fasci e delle scuri, come si ha da quel passo della commedia _Amphitirionis_ di Plauto:

. . . . . . . . . . . . . _ita_ _Quasi incudem me miserum octo validi cædant_...[313]

è più verisimile che fossero preposti alla cura della custodia delle carceri, ma non alla diretta custodia, la quale piuttosto, ed è anche più probabile, spettasse al Carnefice, _Carnifex_, lo che è stabilito pure dalla sinonimia delle due espressioni _in carcerem trahere_ e _ad carnificem trahere_ che gli antichi usarono promiscuamente e nel medesimo senso e che significarono entrambe _condurre alcuno in prigione_.

Il summentovato Plauto, nell’altra sua commedia intitolata _Rudens_, adopera con tale significazione, la seconda frase _ad carnificem trahere_:

_Jube illos in urbem ire obviam ad portum mihi,_ _Quos mecum duxi, hunc qui ad carnificem traderent_ _Post huc redito, atque agitato hic custodiam_[314].

Il _carnifex_ era poi anche il boja, o esecutore pubblico, onde il senso conservato pur da noi alla parola carnefice, ed era quello che infliggeva la tortura e la flagellazione a’ rei e giustiziava i condannati con lo strangolarli mediante un canapo o corda. Da lui quindi pigliava nome il luogo dove questi tormenti e queste esecuzioni compivansi, _carnificina_, cioè quel carcere sotterraneo, sottostante a tutte le altre celle della prigione di cui ho detto più sopra.

Col trattar delle prigioni, si chiude l’argomento del Foro, nel quale, amo dire anco una volta, si compendiasse tutta la vita pubblica de’ tempi più gloriosi di Roma, e più specialmente del secolo ottavo della sua fondazione, nel quale seguì pure l’avvenimento del Cristianesimo e la catastrofe pompejana che è soggetto dei nostri studj.

Nella vaghezza d’ogni edificio ed opera circostante del Foro di Pompei abbiam veduto insieme, o lettore, in minori proporzioni, quanto in maggiori si trovasse nel Foro Romano. In Pompei, cioè, abbiam trovato quasi in un’ampia corte, recinta tutta all’intorno, i più importanti monumenti, come sono tre templi, la Basilica, le Curie e le Prigioni, e chiusa da’ cancelli agli sbocchi e decorata da archi, da colonne e da statue, essere il centro degli affari e della agitazione cittadina. Aggiungetevi coll’immaginazion vostra la restaurazione della parte demolita dal tremuoto o dall’eruzione, il concorso di uomini togati e di schiavi, di magistrati e di operai, di matrone dalle lunghe stole, di liberte e di donne del popolo; rammentatevi il suono del maestoso idioma del Lazio e prestategli un cotal po’ di quell’accento meridionale che pur nell’idioma italiano vi fa distinguere dal lombardo o dal toscano il napoletano, e voi, senza grande sforzo, vi sarete capacitati del vero stato e delle condizioni di Pompei al momento della sua distruzione.