Pensieri, Discorsi, Illustrazioni

Part 9

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6º Se non scadimento, modificazione almeno di aristocrazia, la quale cosa a fine di conto torna tutt'uno; imperciocchè, ove i grandi proprietari sopportino con animo repugnante simile diminuzione di rendita, converrà favoriscano con ogni potere le industrie agricole, togliendo largo spazio di terra allo esercizio dei piaceri per ricavarne maggiore costrutto. — In simile intento, che noi dobbiamo desiderare e sperare che sia per essere il meglio accolto dai Signori, ecco dal porre studio indefesso alla cultura dei campi, e dal mescersi frequentemente con gli agricoltori, nascere tra essi e gli uomini di villa tutti quei beni che Lambruschini e Capponi, ed altri buoni avvertirono derivare fra noi dal sistema di colonia; e che consistono nella remissione dei modi superbi, nella conoscenza dei patimenti del popolo, e compassione di quelli; chè sovente la durezza nasce dalla ignoranza, o dalla incredulità: ozii diminuiti, e impiego utile del tempo: e per altra parte, le invidie scemate, mansuefatti i costumi, la selvatichezza ammollita, e placati i rancori delle classi povere. — Nè qui si arrestano i beni: poveri in Inghilterra sono molti, e troppi quelli che si applicano alle industrie manufatturiere, mentre la perfezione delle macchine e i miglioramenti quotidiani rendono ogni giorno più inutile la opera loro. Però le miserie di cotesti infelici contristano il cuore; e mal pagati da un lato, oppressi soverchiamente dall'altro, non curano prolungare la vita, ma con lo abuso dei liquori distruggerla, siccome apparisce dalle investigazioni ordinate in proposito dal Governo, referite dal Bulwer: così grandissima parte di quelli che sono volti alle industrie manufatturiere e non trovano pane, attenderanno alle agricole con vita serena, e cesserà nei miseri il delirio dell'odio e della disperazione. E come plebe affamata e bestiale è verme di qualunque stato, e argomento perpetuo di perturbazione, così popolo civile e contento somministra base durevole a bene disciplinata democrazia.

7º Accrescimento d'industrie manufatturiere e facile smercio di quelle presso gli esteri, perchè diminuito il prezzo del genere greggio, diminuito il prezzo della mano di opera pel minore costo delle sostanze di cui si ciba, diminuito il prezzo di acquisto per la libera introduzione delle manufatture nelle contrade straniere.

Non può sfuggire a chi osserva attentamente le cose del mondo, come gl'Inglesi non isbaglino mai nell'amministrazione della fortuna pubblica, o almeno non commettano mai errori che non possano con facilità emendare: e ciò perchè la necessità sia maestra suprema di sapienza. I Francesi sbagliano più frequentemente, perchè hanno minore bisogno di essere savi; e, come Machiavelli osserva, che i loro male orditi politici riparano con la forza, così gli errori economici ristaurano con la fecondità prodigiosa del suolo, ricchezza d'industrie agricole e copia di danaro.

La Inghilterra ci ha superato e ci supera con la perfezione delle sue macchine e con la bontà delle sue instituzioni. Ella non può, e potendo non dovrebbe, mettersi a sedere in mezzo della via aspettando gli altri popoli che hanno le gambe inferme per camminare, o non le sanno adoperare: procede franca e spedita, e fa bene. Però considerando ella come in onta della ignavia dei governati e della inettezza dei governanti, gli altri popoli, mercè la pace diuturna, si affatichino quanto più possono provvedere a se stessi, come ogni giorno più s'ingegnino sottrarsi al disonesto tributo, e come le industrie, a modo delle preghiere di Omero, quantunque zoppe arrivino più presto o più tardi al punto per dove si erano mosse, con lo stupendo spirito di previdenza che anima la Inghilterra, ha procurato nuovo sbocco alle sue manufatture nella China, nelle isole remotissime dell'Oceano ove andò a fare vergognare cotesti isolani della loro nudità, provvedendoli di Bibbie e di acquavite, di santi missionari e di cotoni filati; insomma afferrandoli per tutti i manichi che presentano dalla parte dell'anima e da quella del corpo. Attendendo a nuove scoperte, non trascurano il vecchio continente, e agli argomenti materiali di superiorità aggiungono gli spirituali: prima vinsero con le macchine, vinceranno adesso con le macchine e con la economia politica.

Io ammiro grandemente gl'Inglesi, e nessuno si trova meglio di me disposto a onorarli; ma quando m'imbatto in qualcheduno di quel popolo sparvierato contemplare il mio bel sole, temo sempre che mulini il modo di portarselo a Londra per rimandarmelo a comprare convertito in candele.

La Inghilterra non ha tolto del tutto il dazio alle sostanze alimentarie, quantunque la necessità le stringa la gola con mano di acciaio. Tra due anni cesserà per queste ogni dazio, e a parere mio saviamente, perchè durante questo termine potrà, chi ha senno, mettere a coltura tutte le sue terre, e bilanciare con la copia del prodotto la perdita sul prezzo; non ha tolto i dazi sopra gli olii, molto meno sopra i vini,[65] e meno ancora sopra le sete lavorate: intanto si affatica indefessa intorno questa industria, e già, se le statistiche non ingannano, v'impiegano meglio di 40 mila persone. Insomma io porto opinione che la libertà di commercio, come di tutte le teorie buone astrattamente, desideri opportuna e discreta applicazione. Quando dentro al mio paese, mercè savi ordinamenti, i generi greggi che produce riceveranno l'accessione della industria da non temere concorrenza straniera, sta bene che se ne faccia libero cambio con i prodotti manufatturati degli altri paesi, ma prima mi sembra poco savio partito. Io non pretendo ricavare dalla Inghilterra cotoni sodi per rimandarli ai suoi mercati manufatti, ma neppure ella ha da prendere le mie sete gregge per farmele ricomprare lavorate: di grandissimo cuore io approvo questa società di commercio libero, ma perchè la società non riesca a taluno dei Soci leonina, è forza che ognuno depositi la messa proporzionatamente uguale di capitale. Ora nel caso nostro, la messa si compone di bisogni: noi abbiamo per ora troppi bisogni e gl'Inglesi troppo pochi. Ed anche sopra la libera introduzione dei cereali a me sembra che non siamo in condizioni pari a quelle della Inghilterra. La Toscana ogni anno patisce una mancanza di molte centinaia di migliaia di sacca di grano, dicono sopra un milione e mezzo, e la Toscana possiede terreni da riparare in tutto o in parte al difetto: però queste terre funestate dalla malaria desiderano spese transitorie, ma gravi. Ora che il possidente voglia scapitare metà del costo del prodotto per farle lavorare, non è ragionevole sperare: si contenterà del poco, si contenterà eziandio ritornare su i suoi nel presagio di futuri guadagni, ma non consentirà mai a rovinarsi a un tratto per arricchirsi a bell'agio. _Meglio è fringuello in man, che in frasca tordo_, — diranno i possidenti, e si rimarranno al sistema delle fide. La introduzione libera dei cereali per ora, perpetuerà la provvista all'estero del milione e mezzo delle sacca mancanti. Onde non accadesse carestia, io vorrei che nel porto-franco di Livorno, grani senza dazi se ne ricevessero quanti ne venissero; ma non senza un qualche dazio s'introducessero nel territorio riunito, il quale dazio ad ogni rumore di diffalta si sospendesse, e ottenuto che avesse la coltura nostra il suo maggiore incremento, cessasse affatto. — Qui però vedo il Fisco volgermi lieto la faccia, farmi bocca da ridere, e soprattutto stendere ambe le mani per raccogliere questo dazio. Abbassa le mani, o Fisco, che io non mi sento troppo amorevole per te, nè cotesto dazio intendo abbia ad essere tuo; il danaro che gittasse questa tassa, dovrebbe impiegarsi nel modo che fosse reputato più savio a promuovere la coltura delle terre maremmane, dando dei soccorsi direttamente agli agricoltori. — Pertanto intendiamoci bene, libertà di commercio intera, ma quando non offenda la industria e l'agricoltura nazionali; e intanto che ci adoperiamo a renderci degni e capaci di praticare la bellissima teoria in tutta l'ampiezza della sua formula, intorno alla sua applicazione ricordiamoci delle parole che fa volgere Alessandro Manzoni da Antonio Ferrer al suo cocchiere: _Adelante, Pedro, con juicio_.

ILLUSTRAZIONI.

L'ADORAZIONE DEI MAGI,

QUADRO IN TAVOLA DI GIOTTO DA BONDONE DA VESPIGNANO.

Nella I. e R. Accademia delle belle Arti di Firenze.

La più parte degli uomini esalta il sole quando tutto scintillante di raggio e fecondo di vita è sorto dall'Oriente: ignavi non avvertirono, od obliosi dimenticarono le tinte giocondissime con le quali lo precedeva l'aurora, come un'ancella che sparga fiori davanti ai passi del suo re: e meno ancora pongono mente al punto prodigioso in cui la natura apre le palpebre della notte quasi una lapide di sepolcro. E sì ch'è cosa anche ai mortali concessa, potere forza aggiungere a forza, mentre spetta all'Onnipotente solo accendere la vita e la luce. Ma considerando attentamente questa nostra natura umana, mi sembra siffatto oblio necessità, e mi rimango dall'attribuirlo alla ingratitudine. Così, bene c'insegna Orazio, prima di Orfeo e di Omero, così avanti Agamennone e Achille, vissero poeti egregi e capitani famosi, di cui non ci pervenne dalla età remota neppure il nome; e così infine prima di Giotto dipinsero uomini d'inclito ingegno andati in dimenticanza all'apparire di lui. Pensare, come taluni fanno, che avanti Giotto dipingesse Cimabue, e avanti Cimabue, tenebre profonde ingombrassero gli uomini, parmi concetto vano: dalla ignoranza assoluta a Giotto, corre tratto troppo più lungo che da Giotto a Raffaello. Colui che primo piantò il trave maestro, adattandovi sopra travicelli cadenti, ebbe a meditare più profondamente assai di Callimaco, che ridusse a capitello le foglie di acanto, e il cesto e il tegolo soprapposti alla fossa della vergine corintia. Nè le arti poterono mai rimanere spente in Italia, nè veramente lo furono. Come nelle altre cose tutte, nelle arti gli uomini ricordano unicamente quelli che molto bene o molto male loro apportarono, e i secondi più presto dei primi. Corre per le bocche degli uomini celebrato Nerone meglio assai degli Antonini, e riesce ancora a considerarsi amarissimo come sogliansi distinguere i tempi, piuttosto che dalle prosperevoli, dalle infelici venture; onde sovente tu intendi favellare dell'anno della peste, della guerra e della fame; di rado, o non mai, dell'anno dell'abbondanza, della pace e della salute. E ritornando a favellare su l'arte, due maniere di uomini qui udimmo andare ricordati: coloro che la incamminavano all'altezza suprema, e gli altri che la inchinano alla decadenza; Giotto quindi e Michelangiolo, Donatello e il Bernino; e Michelangiolo e il Bernino, dai quali lo scadimento incomincia, quantunque ingegni maravigliosi si fossero, più largamente si lodano di Donatello e di Giotto.

Giotto pertanto fu come il sole della pittura, e Dio volle che le vagheggiate anime di Giotto e di Dante uscissero quasi figlie di un solo pensiero dalle mani di lui. Dante nacque poeta, e non fu superato in parte: Giotto sì, e in tutto. Donde la differenza? Forse perchè le passioni, argomento principalissimo di poesia, per trapassare di tempo non mutano, e quelle desse che si svegliarono dentro la culla del primo uomo si addormenteranno con l'ultimo nella sua tomba. Inoltre, lo eloquio col procedere degli anni acquista lindura, non già veemenza nè efficacia, per le cui ultime qualità fino dal suo nascere apparisce ammirando. La pittura poi, come quella che consiste meglio nella imitazione degli oggetti esterni, che nella significazione del sentimento intimo, ha bisogno di lunghe esperienze, si avvantaggia delle quotidiane osservazioni, quella di oggi aggiunge all'altra di domani, lasciando così un retaggio di progresso agli studiosi.

E nonostante mi parve che a mansuefare gli animi feroci, l'arte di Giotto contribuisse più assai della poesia dell'Alighieri; nè per pensarvi che vi abbia fatto sopra, io seppi fino a questo momento mutare consiglio. Non è vaghezza di antitesi quella che mi persuade a giudicare così, nè studio di contrasti; ed io propongo al lettore i miei pensieri come programmi di sperimenti da farsi, piuttosto che come dogmi da rispettare. Ora a me sembra che il poeta commuova potentemente per via delle passioni, le quali, comecchè a lui proprie, pure riflettono nella massima parte per necessità quelle dei suoi contemporanei. In Dante l'odio soverchia troppo l'amore, e Geri del Bello minaccia sdegnoso il divino poeta, perchè tarda la vendetta della sua strage. In Dante l'ira rugge, la benevolenza argomenta; — il suo fiele corrode, la benignità ragiona. — I pittori ai tempi di Giotto si esercitavano poco nell'ornamento degli edifizi privati; se togli i palazzi degli Estensi e degli Scaligeri, o qualche altra rara eccezione, questo egregio artista adoperò l'arte sua principalmente per chiese e per cappelle. Così in certo modo imposero il giogo a Giotto, ed egli lo portò a guisa di corona, siccome agl'ingegni rari suole sempre avvenire. Compenetrandosi del concetto religioso, egli ricevuto dall'alto lo spirito del disegno, come gli Apostoli nel giorno della Pentecoste quello delle lingue, imprende mediante l'organo della vista a rendere miti i cuori.

Argomento sopra ogni altro potentissimo a conseguire un tanto scopo, appariva la donna, — anello tra il cielo e la terra nelle società vergini, — anello tra la terra e l'inferno nelle società corrotte. L'uomo percuoteva la femmina col cupido sguardo della fiera: era mestieri nobilitare lo spirito con la forma, fare la bellezza divina, e persuadere la devozione con le sembianze della Donna. Altissima materia all'arduo scopo la Madre di Cristo; e l'arte in Giotto corrispose al pensiero: cessarono i rigidi contorni e i truci sguardi; non più squallidi volti, non più tristi sembianze, e pallori sinistri: ecco dalla faccia traluce un affetto dolcissimo, l'iride piove sopra coteste tele copia di colori giocondi, e non pertanto modesti; l'anima palpita sotto la impressione della pittura.

E qui la pittura dimostrò potenza molto maggiore della poesia, dacchè in versi male possiamo significare la bellezza. Dove il poeta s'ingegni farlo con argomenti fisici, la descrizione suona sempre vaga, spesso volgare; se per via di astrazione, e allora riesce ancora più incomprensibile. Dante descrive la bellezza di Beatrice con un paragone:

La sua bellezza mi pareva un riso Dell'Universo....

il quale, per quanto ne apparisca sublime, pure alla mente non rappresenta immagine; e Giotto, Masaccio, e Raffaello improntano con il disegno e i colori il volto della Madonna nell'anima nostra, assai meglio di quello che ai poeti non sia per avventura concesso. Ai giorni nostri vedemmo il Sansimonismo affaticarsi verso simile intento; ma remosso il principio religioso, la teoria del filosofo rimase parola morta e non senza scandalo. Mercè la Madre di Cristo, la donna diventò oggetto di devozione, e _nel muovere dei suoi occhi onesti e tardi poterono vedere la via che conduce al Cielo_. Io non mi stendo a svolgere il concetto, quantunque questi cenni mi appaiano pochi ed oscuri. Altri vi mediti sopra.

La pittura sopra tutte le arti sorelle valse a diffondere il Cristianesimo, ed è ragione; imperciocchè consideraste voi mai, come conviene, con quali tipi ella si manifesti? — Per le donne: — una donna che unisce la floridezza della vergine alla dignità della madre, e sorride col figlio in braccio di cui è genitrice e ancella, sua reverenza e suo orgoglio, e da cui ricava potenza a consolare gli afflitti, e comparire sul mondo come una stella mattutina ed arca dell'alleanza. — Pei fanciulli: — un mansueto che allontana da se i discepoli perchè i parvoli gli si possano accostare: _sinite parvulos venire ad me_. — Per gli uomini: — un innocente che stette mansueto davanti giudici iniqui, non riprendendoli con parole acerbe, nè vantando superbamente la innocenza e sapienza sua, come in Senofonte leggiamo che Socrate costumasse; — un innocente che dall'alto del patibolo con le labbra amareggiate dalla infame bevanda di aceto e di fiele, e dalle aperte ferite versò sopra gli uomini benedizioni, sangue e perdono. — Una madre che con l'anima trafitta dalla spada del dolore comprime tremendamente il cuore perchè adesso non le si spezzi d'angoscia; — più tardi, fra un'ora, fra pochi momenti potrà rompersi; morto insomma il figliuolo; — ora ha da vivere, inebriato di affanno, ma ha da vivere onde gli occhi del caro agonizzante si confortino nella vista del prodigioso amore che si chiama di madre; — un amico che nessuno altro retaggio dall'amico moribondo desidera, tranne quello di martirio e di amore. — Veramente io mi tenni sempre lontano dalla sterilità dell'ateismo, come dalle febbri della superstizione; ma Cristo, Maria e Giovanni parmi avere a durare sacra e pietosa ricordanza nel mondo, finchè vi s'incontreranno due occhi per piangere e un cuore per sentire.

Il quadretto è uno dei ventisei dipinti dal Giotto nell'armadio della Sagrestia di Santa Croce. Rappresenta l'_Adorazione dei Re Magi_. Quivi il medesimo magistero, il disegno, l'affetto e i colori medesimi di quelli adoperati nell'altro quadretto della _Nascita di Gesù Cristo_ da me illustrato. — Gli Artisti vedano e imparino; non però imitando a modo di gregge servile, ma ricavandone forza di sguardo a contemplare la Natura. L'arte si chiama nipote di Dio,

Si che Vostr'arte a Dio quasi è nepote,

_Inf._ II. v. 105.

però che imiti la Natura. Ove l'arte imiti l'arte, sempre più si allontana dalla sua parentela celeste. — Oggi alcuni artisti s'ingegnano ricondurre l'arte ai suoi principii, e copiano Giotto, e in ciò affermano consistere il purismo. A parere mio fanno mala prova. Chi va dietro agli altri, suoleva dire Michelangiolo, non passa mai avanti di loro. Il sole della pittura sorse con Giotto, giunse al meridiano con Raffaello; ma la Natura somministra sempre ali poderose e nuove per salire in alto a chiunque si faccia ad amarla con religioso intendimento.

SANT'ANNA, LA VERGINE: E IL FIGLIO,

QUADRO IN TAVOLA DI MASACCIO DA SAN GIOVANNI.

Nella I. e R. Accademia delle Belle Arti di Firenze.

E' sembra che la tavola da noi impresa a illustrare venga indicata da Giorgio Vasari nella Vita di Masaccio là dove dice: «È di sua mano una tavola fatta a tempera nella quale è una Nostra Donna in grembo a Sant'Anna col Figliuolo in collo, la quale tavola è oggi in Sant'Ambrogio ec.» Cotesta tavola, come lo stesso biografo ci avverte, appartiene alla prima maniera di fare del Masaccio; ed invero quel solenne maestro, persuaso in processo di tempo di condursi a Roma, colà per virtù di studi alacrissimi e di meditazioni profonde, per cui mostrandosi al popolo come uno scemo di senno e trascurato ebbe nome di Masaccio, condusse il suo stile a tanto suprema altezza, che poco ci volle per attingere la eccellenza. Chiunque si faccia a considerare attentamente questo dipinto non ridotto a perfezione, noterà due cose che paiono ereditate dal paganesimo. Ingegni posteriori al Masaccio, e più potenti di lui, non seppero affrancare l'arte dalle tradizioni dei Gentili: colpa non loro e neppure colpa dei primi padri del Cristianesimo, ma sottile consiglio che li rese inchinevoli ad assorbire, anzichè combattere con troppa fatica, quanto della religione antica poteva conciliarsi con la nuova: contenti del principio, poco curavano la forma, ed all'opposto abbracciandola se ne avvantaggiavano; nè arguti com'erano, potevano non avvertire gli uomini attenersi più tenaci alla forma, come quella che riesce a tutti sensibile, che alla sostanza intesa da pochi; e la forma e i riti esterni più che non si pensa stanno congiunti co' temperamenti degli uomini e con le condizioni dei paesi e dei climi: così dove la primavera fiorisce tepida e lieta, e il cielo sereno si volge con le sue splendide curve sopra i campi, la religione proromperà sempre fuori dei templi mescolando timiami e cantici agli odori e alle armonie che emanano dalla natura. Questa considerazione spiega ancora la causa dell'architettura delle chiese, rimasta per la massima parte fra noi di stile greco o romano; del tutto gotica, o con quale altro nome più acconcio si abbia a chiamare, nelle frigide regioni.

Delle due cose a considerarsi notabili, la prima consiste nelle tre figure aggruppate una sopra dell'altra, nel modo stesso che i Gentili costumavano fare nelle statue di Erme od Ermete, poste sopra i crocicchi delle vie. La seconda negli angioletti quasi che nani in proporzione delle figure principali.

Quando gli uomini non seppero concepire la Divinità spiritualmente sublime, la ritrassero materialmente smisurata; e noi vediamo in questo i Greci antichi, comunque trovatori di ogni più esquisita maniera di bello, andare errati come gli artefici dei grossi mosaici bizantini. I primi ritrassero Giove di statura assai maggiore agli altri Dei consueti, e i secondi effigiarono Cristo su per le volte dei tempii immane per grandezza di forme in proporzione delle figure che gli posero al fianco. Non senza sorriso in alcune terre dei Della Robbia mi è venuto fatto osservare una Nostra Donna dentro il suo manto accogliere una popolazione di devoti incappati, non altrimenti che la favola racconta Ercole chiudesse nella pelle del leone infinito numero di pimmei.

La mia fortuna mi serbò tanto onore da assistere negli anni andati a certo colloquio tra un filosofo scienziato, e letterato d'ingegno rarissimo, oggi defunto, e un pittore che tuttavia sostiene la gloria del nome italiano. Insisteva il primo affinchè il secondo dichiarasse chi, se quegli ch'era non fosse, avrebbe prescelto essere degli antichi maestri famosi nell'arte. A cui il pittore rispondeva: quegli che concepì la idea di effigiare Dio, trascorrente nella sua solitaria grandezza lo spazio infinito dei cieli, con braccia aperte in atto di sospendervi con la man destra il sole, con la sinistra la luce!

La poesia peccò come l'arte. Omero presenta Nettuno, che dipartendosi da Samo in quattro passi giunge ad Ega, il che fa poco meno di un grado per passo, come si prende cura di informarci il Pope; e in altre parti, Minerva, che si pone sul capo la celata capace di cuoprire i fanti di cento città, e il carro di Giunone che con un salto degl'immortali destrieri arriva al finimondo, sicchè con un altro salto (nota irridendo il Perrault) non si sa dove mai sarebbe capitata la figlia di Saturno. Lo spirito d'imitazione servile, peste degl'ingegni anche migliori, invogliò il Tasso a imitare la celata di Minerva, e quindi descrisse l'Angiolo Custode che per tutela di Raimondo leva dall'armeria del cielo lo scudo

di lucidissimo diamante, Grande che' può coprir genti e paesi Quanti ve ne ha fra il Caucaso e l'Atlante.

Lo Strabocchevole non costituisce il sublime; se no, chi arriva i Seicentesti, i quali desideravano a Carlo V

Che ai bronzi tuoi serva di palla il mondo,

e nientemeno volevano che ai suoi funerali servisse il sole di torcia a vento! — Povera polvere! coronata se vuoi, ma polvere sempre. Longino, o piuttosto Dionisio di Alicarnasso, nel suo trattatello del Sublime leva a cielo i passi di Omero da noi accennati; ma con sua pace, egli si mostra in questo meno buono intenditore di sublime, di quando celebra concetto altissimo quello della Genesi ove Moisè racconta: — E Dio disse: sia luce; e luce fu. — Il sublime più spesso sta nei sentimenti che nelle immagini; pure a me sembra che il Manzoni abbia toccato il sublime così del sentimento come delle immagini in quei suoi versi:

O Figlio, o Tu cui genera L'Eterno eterno seco, Qual ti può dir dei secoli: Tu cominciasti meco? Tu sei: del vasto empiro Non ti comprende il giro: La tua parola il fè.