Pensieri, Discorsi, Illustrazioni

Part 10

Chapter 103,392 wordsPublic domain

Masaccio pertanto, sia negli affetti dei volti, sia nei parchi ed acconci panneggiamenti, negli scorti dei quali, se non fu inventore, si acquistò bellissima fama per averli intesi meglio di ogni altro suo predecessore, e per pregi infiniti, si mostrò raro e felice intelletto. Ma se per tutto quello appartiene allo stile poco andò lungi dalla perfezione, per ciò poi che riguarda la immaginativa io non vedo di quanto avanzasse l'arte, o almeno io non vedo che l'arte da Giotto a Masaccio progredisse in proporzione dello stupendo incominciamento ch'ebbe dal primo. Io non so chi si fosse il poeta che compose in sua lode i bei versi:

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L'atteggiai, l'avvivai, le diedi moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarroto A tutti gli altri, e da me solo impari.

Masaccio non era uomo da insegnare al Buonarroti. Questi sortì dai cieli un'anima ardua, un salvatico ingegno, che da nessuno impara, che si nudrisce, anzi pure divora se stesso; ed egli ce lo rivelò con quel suo detto:

Io vo per vie men frequentate, e solo.

Nella mia mente Michelangiolo si confonde con Tacito. — Quando popoli grandi arrivano all'agonia della loro civiltà, noi troviamo come la Natura crei qualche gigante di severo intelletto, destinato a rotolare sopra il suo sepolcro il coperchio di granito. Tacito scrive i funerali della nazionalità romana, Michelangiolo scolpisce e dipinge i funerali della nazionalità italiana; e gli Annali del primo spaventano come il Giudizio Universale del secondo. —

Ma per tornare a Masaccio, a me sembra trovare nei suoi tempi la ragione per cui l'arte non potesse ampliarsi gran tratto, però che nulla avvenga quaggiù senza causa convenevole; e se talora rimane troppo occulta, e si sottrae alle investigazioni umane, male negheremmo che una causa sia. Gl'ingegni dei cittadini diventarono molli, intenti ai commerci, cupidi di guadagni, e sopra tutto alieni miseramente dalle armi. I cittadini non combattono più, ma pagano le battaglie; la politica diventa cavillosa, proditoria e vile, come la procedura dei giudizi in mano dei tristi che bene si chiamano sacerdoti della giustizia, — s'egli è a modo dei sacerdoti pagani, per isgozzarla; le ambizioni e i tumulti del governo, retaggio di pochi astuti. Studi vi furono, ma non gagliardi e virili: bene scopersero le opere famose dei greci e dei romani scrittori, le commentarono, le schiarirono, a lezione migliore ridussero; ma coteste sono industrie, non arti: lettere e favelle antiche appresero, ma la favella e la letteratura nostre patirono danno; la civiltà defunta disotterrarono come una città sepolta sotto la lava del Vesuvio, la propria neglessero; forse s'essi non erano, riuscivano meno politi, ma certo più forti. Giotto e Dante per lungo tratto di tempo rimasero senza eredi degni di loro. Se al seme ottimo corrispondeva il frutto, Raffaello, Lionardo e Michelangiolo avrebbero dovuto esserci successori di cotesti divini intelletti; ed eglino giovando ai tempi, e i tempi a loro, non avrebbe il primo stemperato l'anima bella nel delirio della voluttà, nè cercato il secondo asilo nella reggia dei tiranni, nè il terzo riparato prima nella salvatichezza, poi nella contemplazione delle cose divine, e sfiduciato ormai di ogni speranza terrena. Forse il genio loro li ammoniva giungere per la patria i giorni novissimi, ed essi nati o troppo presto o troppo tardi, ma certo inopportuni; però se non avventurosi al paese gli anni in cui vissero, furono grandi e pieni di avvenimenti magnifici. — Stati, ridotti in vaste monarchie, il principio democratico oppresso, l'aristocratico offeso, ma conservato a morte più lontana e irrevocabile, mentre il primo dorme nel suo sepolcro come dentro una culla, rifà le sue forze col sonno, e quando lo credono polvere, obliato, un giorno n'esce a tessere per la sua testa rinnuovata una ghirlanda non di fiori, ma di teste di re; — l'antico equilibrio del mondo distrutto; un altro contrario a quello sostituito; battaglie non per città o per castelli, ma pel dominio del mondo; la Riforma e le sue guerre come istituto infeconde, come opposizione terribili; nuove armi adoperate, nuovi mari tentati, nuovi mondi scoperti, popoli sconosciuti e innumerabili con poca mano di gente audacissima disfatti, e le altre maraviglie insomma del secolo decimosesto dovettero generare nelle menti degli uomini, se non grandezza, almeno inquietudine maravigliosa, sviluppo di forze, e moltiplicità stupenda d'intenti, per cui le immaginazioni si esaltarono, e ognuno confidando nelle proprie ali tentò nuovi spazi e li percorse fortunato.

Ai tempi nostri miseri, le arti immiseriscono. Dopo il saturnale di sangue della rivoluzione francese venne il saturnale della vanità del più superbo fra gli uomini, ed ambedue spossarono il mondo. I Pontefici, non che abbiano pensato ai giorni nostri, almeno fin qui, ad ornare di dipinti le logge del Vaticano o la Cappella Sistina, riparavano a stento la fiammella minacciata dal soffio della usura: Rotschild sostiene San Pietro come la corda l'impiccato. I principi e i baroni non portano più amore alle avite dimore; in meno che volge un mezzo secolo diventeranno dominio di uno Schylok arricchito col giuoco delle azioni dei cammini a vapore o di un contadino cosacco: e i popoli non sanno più generare i grandi capitani e gli uomini famosi nel consiglio e nella sapienza; essi sono stanchi di produrre invano: guasti dal costume, di se medesimi diffidano, e par che credano essere condannati a strascinare la vita come una catena: — mal credono! Depongano giù dall'animo cotesta paura, che è una calunnia per la Provvidenza; col presagio di giorni migliori, negli antichi maestri impariamo i modi delle arti di guerra e di pace per esercitarle poi quando a Dio piaccia. Così il prudente colono nella stagione iemale, quando tutto pare sopra la terra morte e squallore, apparecchia il filo della falce per la mietitura.

LA DEPOSIZIONE DI CRISTO DALLA CROCE.

Quadro esistente nella I. e R. Accademia delle Belle Arti di Firenze.

Può egli convenientemente affermarsi essere stato il Perugino maestro vero di Raffaello? Le intelligenze supreme, come quelle del Sanzio, hanno esse mestiero d'insegnamento? Bene Lucifero annunzia la venuta del sole, ma non lo accende. Ai figli dell'aquila basta mostrare dalla vetta delle Alpi lo spazio, e dire: — vola! — onde, confidati alla potenza delle ale, poggino là dove occhio umano non li può seguitare. La poesia e la pittura sgorgano da un fonte comune, e questo fonte è il cuore sublimato nella contemplazione di quanto Dio ne concesse moralmente o fisicamente bello. Se la pittura ad effigiare il suo poema adopera l'iride dei colori, e se la poesia l'armonia della lira, ciò non fa sì che il concetto abbia sede in parte diversa. Chi insegnerà all'uomo la mesta pacatezza del pensiero, e la segreta voluttà che sente nel vedere un magnifico tramonto, o nello udire un suono che sembra voce di genio invisibile, o nel contemplare una sembianza irradiata di gioventù e di bellezza? Chi educherà l'anima ai misteriosi colloquii col suo Creatore, per cui, da queste terrestri miserie sollevandosi, arriva a presentarsi faccia a faccia avanti a Dio? Chi il subito commuoversi, chi il brivido delle fibre tenuissime, e il nobile entusiasmo e lo sdegno generoso, e tutti gli altri elementi che formano l'anima dello artista e del poeta come le corde di un'arpa divina?

Ma posti anche in disparte tutti questi attributi psicologici, a me sembra, non che difficile, impossibile, che uomo possa per virtù imparare quanto pure si referisce alle ragioni del bello, considerato anche più materialmente. L'Urbinate non fu visto frequentare le scuole di Lionardo e di Michelangiolo, e nonostante apprese da ambedue loro, bastandogli a questo fine la vista. Per le intelligenze disposte, comprendere il meglio e conseguirlo, avviene a modo di favilla che arde le polveri. Una parola scende sopra cotesti sacri capi, come le lingue infocate sopra gli Apostoli il dì della Pentecoste. Con uno sguardo penetrano a un punto ed illuminano uno abisso, ove altri non vide, tranne tenebre e confusione. A me sembra non potersi avvertire abbastanza la seguente verità: che le cose belle pei supremi intelletti non corrispondono punto a lavori, ma ad altrettanti emanazioni facilissime e spontanee. — Però, malgrado i ragionamenti esposti fin qui, sebbene io non creda che le lezioni del Perugino creassero la intelligenza dello Urbinate, pure di leggieri concedo che da lui meglio che da altri egli ricavasse copia d'ispirazioni per arrivare alla eccellenza dell'arte, di cui terrà (e non fie vano lo auspicio) eternamente la prima sede.

E forse anche potrebbe riuscire vano lo auspicio, quante volte ci facciamo a considerare come se Raffaello non veniva al mondo, appena ci saremmo persuasi che il Perugino potesse andare superato nella poesia del concetto, nella tenerezza delle passioni, nella soavità delle forme, nei sobrii colori, nel magistero del disegno, e in ogni altra di quelle parti che costituiscono il valentissimo dipintore.

Porge testimonianza di questo la Tavola che ho impreso a illustrare. Consideriamola attentamente, imperciocchè coteste opere, come il Montesquieu diceva del carattere di Alessandro Magno, meritino essere esaminate a grande agio.

La Regina del dolore si presenta in mezzo al quadro, e tiene in grembo il suo figliuolo Gesù, deposto pure ora dalla Croce, sostenuto dal capo da un Santo, che io credo Santo Iacopo, e dai piedi dalla Maddalena: un poco più indietro compariscono un vecchio, dalla parte della Maddalena, e dalla parte di Santo Iacopo, San Giovanni, Tutta la composizione spira una mestizia profonda, eppure tranquilla solennemente; un dolore che commuove le tue viscere umane, e che pure non sembra cosa terrena. Santo Iacopo piagne, ma siccome il suo capo sta accanto a quello di Cristo, in cui la Madre si affissa, così adempie l'ufficio angoscioso di sorreggere il capo del Maestro, volgendo altrove, per un senso squisito di gentilezza, la faccia, onde la Madre non veda coteste sue lagrime, e ne ricavi argomento di affanno.

La Maddalena con sottile intendimento sta intenta a considerare i fori sanguinosi che lasciarono i chiodi nel piedi divini, e pare che di questa più che di ogni altra cosa si disperi. Ho detto con sottile intendimento, imperciocchè i dolori comuni volentieri sminuzzino le cause dell'afflizione, mentre i grandi rimangono assorbiti per entro una sintesi di amarezza infinita. Quindi l'anima disposta a consolarsi sta percossa e si lagna delle livide carni, degli spenti occhi, dei capelli bruttati di sangue e simili, mentre all'opposto l'anima per sempre desolata concentra il sentimento in una punta acuta che le toglie il pensiero e la parola.

Il cuore del vecchio è una coppa da gran tempo vuota o colma dalla mano della sventura. Molte rughe l'angoscia ha già solcato sopra il sembiante di lui: egli non piange, perchè volge ormai lunga stagione ch'ei pianse le ultime sue lagrime; ma ben si comprende come cotesto affanno che soffre, sia l'ultimo peso che farà traboccare la vita nel sepolcro. Nè egli già si duole del sepolcro, perchè da molti anni lo desidera come lo assetato la fonte dell'acqua pura. Quante volte coteste labbra devono aver detto alla fossa: — Tu sei la madre mia! — Quante volte deve egli avere teso le orecchie per sentire se Dio lo chiamasse alla sua pace, nella stessa guisa che il prigioniero attende la voce del custode che lo restituisce alla libertà!

San Giovanni meno degli altri si mostra rassegnato: egli leva la faccia al cielo e par che dica: — Nei tesori della tua misericordia, perchè non trovasti modo, o Signore, di risparmiare questo sagrificio di sangue? — Se mai dall'affetto ardente dello animoso discepolo volò cotesto rimprovero contro la Provvidenza, avvenne di quello come della bestemmia dello zio Tobia: — l'angiolo dell'accusa, nel registrarlo sopra i suoi libri, lasciò cadere una lagrima, e ve lo cancellò per sempre. —

Cristo anche nella morte è divino: da quel suo volto spira a modo di eco soavissimo l'amore che il mosse a supplicare perdono ai suoi medesimi uccisori. Non orma di angoscia, non vestigio di sensazione dolorosa; quanto aveva di umano, con la sua natura di uomo, passò. Ora il pensiero che per lui andò placata la giustizia eterna, lasciava diffusa per le celesti sembianze l'altera contentezza del più grande benefizio che Uomo o Dio potessero largire. — Egli dorme come un eroe nei sogni del suo trionfo.

Ma sopra ogni altra cosa, venite e considerate, come si merita, l'atteggiamento e la sembianza della Madre di Cristo. Non linea, non fibra, non tocco di quel volto senza dolore; però non disperato come di persona che gittati gli argini della pazienza prorompa, o impietrito come di persona per troppa angoscia diventata stupida, e quinci emana un senso di solennità religiosa, uguale a quello che usciva da Gerusalemme desolata a commuovere i precordii di Geremia profeta. La Madre guarda gli occhi del Figlio, imperciocchè quivi ella vedesse la favilla estrema di vita, e le rammentino la traccia ultima della esistenza di lui. — Forse ella sa che la morte non ha forza di prevalere sul Cristo, che il termine del martirio terreno è continuazione della sua gloria nei cieli: anzi ella lo sa, non vi bada adesso; più tardi il pensiero le revocherà tutto questo alla memoria, e ne andrà consolata.... per avventura anche lieta. Lei diranno le genti beatissima tra le madri, ed ella si terrà pur tale, e tendendo un giorno le braccia aperte verso il Cielo, l'amore materno, a guisa di ali di fuoco, lei trasporterà verso il suo Creatore, verso il suo Figlio ch'è nei cieli: ora ella si mostra madre terrena, quantunque di natura più eletta di ogni altra figliuola di Adamo. L'arte antica e la moderna non seppero, per quanto io conosca, presentarci tipo di dolore così sublime come quello della Madonna. Veramente Niobe supera ogni affanno che pensiero umano valga a superare. Niobe non impreca, non si stempra in lacrime, non prorompe in urli o in atti deliranti, ma cade segno di vendetta che per uomini sarebbe infame, per Numi poi è inconcepibile; cruda, sterile e ignobile vendetta, la quale non può fare a meno che susciti maledizione e furore: il sangue dei figli di Niobe fuma ira; e se Niobe potesse, l'avventerebbe come una fiamma da ardere l'Olimpo, e farebbe bene. — Ma il sangue di Cristo supplica perdono: egli volente lo sparse, egli l'offerse per prezzo di riscatto, e tornerebbe ad offerirlo di nuovo: di qui la differenza maravigliosa dei due tipi di dolore materno, di Niobe e di Maria, che io reputo argomento degno di nobile e profonda scrittura.

Ma se il dolore di Niobe cede a quello della Madre di Cristo, supera poi qualsivoglia dolore effigiato da mano o da parola mortale. Paragonate Niobe con Laocoonte, non parlo già del Laocoonte di Virgilio, sibbene del Laocoonte di Polidoro, Atenodoro ed Agesandro, perocchè gli scultori vinsero il poeta, e sentirono più magnanimamente di lui. Il Laocoonte degli scultori soffra col coraggio dell'uomo forte, e con la dignità dello innocente oppresso, e non fa punto sembianza di prorompere nelle immoderate strida, che nel poeta suscitarono la similitudine anche più infelice del loro non bene mazzolato:

E di orribili strida il ciel feriva; Qual mugghia il loro allor che dagli altari Sorge ferito, se del maglio appieno Non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.

_Eneid._ l. II.

Comunque però vinca il Laocoonte scolpito il Laocoonte del poeta, pure, anche il primo del quale ragiono s'ingegna svincolarsi dai nodi dei serpenti, e ai figli che gli stanno accanto, avviluppati nelle medesime spire, ei non bada. Non così Niobe! Oh non così! Ella, sente fischiarsi sul capo la romba dei dardi celesti, e per se non li teme, e non tenta nemmeno sottrarvisi; solo si ricovra in grembo la fanciulletta unica della bella figliuolanza che la rese infelicemente superba, e con estremo conato si sforza salvarla dalla vendetta celeste. Amore di madre non si supera nè si uguaglia, e di questo vadano orgogliose le donne; chè se di altre dignità si mostravano loro i cieli avari, questo solo basta a formare la corona della loro vita, e a farle perdonare di ben molti peccati. Le donne non ebbero mai più gentile lodatore di quel Martino Lutero, di cui il nome solo mette spavento alle mie leggitrici cattoliche. Fra Martino, il quale ebbe, come il Bandello lasciò scritto, — un bellissimo ingegno, — notando la sua Bibbia, al punto in cui si narra il sacrifizio d'Isacco, scriveva così: «Quali mai furono i sentimenti di Abramo allorchè acconsentiva a svenare il suo figliuolo unico? _Certo egli non ne tenne parola con Sara_....» — Lo Chateaubriand avverte sembrargli cotesta riflessione per semplicità e per tenerezza _quasi sublime_. Perchè _quasi_? Io di mia propria autorità tolgo l'avverbio modificativo, e la dichiaro del tutto sublime, e se taluno si avvisasse riprendermi, io me ne appello a tali giudici, che so troppo bene che mi daranno ragione, — voglio dire le Madri.

So per lettura di effemeridi che pittori francesi, fra i quali Delacroix, concepirono e dipinsero la Pietà, (che Pietà suole chiamarsi in arte, la Madonna col Figlio morto in grembo); ma primieramente perchè non ebbi mai sott'occhio cotesti quadri, e poi perchè mi sento pochissimo disposto a giudicare con favore della pittura francese, così parmi onesto tacerne.

Piuttosto mi permetterò alcuna parola discorrere intorno alla famosa _Pietà_ del Buonarroti. Veramente, quando uomini quale io mi sono, ci facciamo a ragionare di cotesti prodigi d'intelligenza, pudore e dovere persuadono a procedere molto rimessi, e a modo di dubbio: però la reverenza del nome non ha da togliere il giudizio: ossequio non suona tirannide, come libertà non corrisponde a licenza. Ora dunque a me sembra la _Pietà_ di Michelangiolo comprendere copiosamente in sè tutte le qualità egregie e riprovevoli di quel divino intelletto. — Il pensiero e l'arte, e se vogliamo meglio, la parte materiale o la spirituale, in cotesta opera sconfinano i supremi limiti della Natura; per la quale cosa il dardo per tensione soverchia dello arco forvia dal segno, e l'effetto viene a mancare. Quanto di più infelice e di pauroso può esercitare il patimento sopra la creatura umana; quanto lo strazio può lasciare sopra la nostra carne di miserabili vestigi, — tutto è ritratto dallo spietato scultore in quel gruppo. L'anima nostra, sotto la sferza cocente del dolore, s'irrita: ella gronda sangue, non lagrime, e rimane stupida di ribrezzo, non commossa a pietà.

La Madre in Michelangiolo, sola con solo, sta col suo Figlio in grembo, lacero nelle membra, infranto da torture ineffabili, senza che nulla temperi lo spettacolo del morto staccato dal patibolo. Da quel congresso tremendo la Madre non può uscire che in due maniere, o col cuore impietrito, o col cuore rotto. Ora il concetto spinto a simili estremi ci vince; noi ci pieghiamo gemendo sotto questa forza, come se fosse un giogo di ferro, ma tenerezza, pietà, lagrime, ogni maniera insomma di sensi gentili, irrigiditi per soverchio rigore vengono meno. Ma ogni uomo è dominato dal proprio genio, e tale appunto la natura dispose, onde dai modi diversi di concepire e ritrarre il concetto nascesse poi celesta infinita varietà di cose, per cui l'Universo sembra che infaticabilmente si rinnuovi. Nè creda alcuno potere dominare il suo genio, però che muovendogli guerra si sposserà nella lotta, e in ultimo si troverà inetto ad imprendere opera che valga. Di tutte le contese, la più sterile è quella che combattiamo contro noi stessi... — Chiunque si fosse quegli che immaginò ferreo il freno da imporsi al pensiero, certo fu volgarissimo ingegno. Quando Sansone può starsi legato, è segno che gli cadde il vigore dei capelli. Trovi l'acerbo censore Milizia quanti pur sa difetti nel Moisè: egli deve confessare, il primo senso provato alla vista di cotesta statua, essere stata la paura. Ora se Michelangiolo si fosse studiato a togliersi la facoltà di atterrire che gli veniva dalla Natura, l'arte non avrebbe potuto dargli di commuovere blandamente, ed egli sarebbe rimasto come uomo abortivo.

Affermano alcuni che il concetto non costituisce l'arte; ma io non so comprendere arte che cosa sia senza concetto: ambedue formano un nesso che non può stare diviso, e i vizi e le virtù del concetto si trasfondono necessariamente nei modi di significarlo. I critici vengono dopo, come i soldati tenevano dietro al trionfo degl'Imperatori romani: accompagnando essi con parole di biasimo gl'ingegni sublimi, li ammoniscono mortali essere stati e fallaci come gli altri uomini tutti. Sterile scopo ed astioso; imperciocchè lo schiamazzo non tolga che gli errori commessi si emendino, nè che per le virtù esercitate i gloriosi ascendano al Campidoglio, nè che i futuri grandi uomini possano salirvi scevri affatto da colpa.

UNA MADONNA COL BAMBINO,

QUADRO DEL PROF. TOMMASO GAZZARRINI.

Esposto nell'I. e R. Accademia di Firenze nell'anno 1829.

Credette Cimabue nella pintura Tener lo campo. DANTE.