Pensieri, Discorsi, Illustrazioni

Part 4

Chapter 43,868 wordsPublic domain

E discrepanze non meno gravi ci turbano intorno ai mezzi dell'arte. Una volta procedevano più procellose, oggidì si presentano più temperate, e non pertanto funestissime sempre. Io non vorrei profferire nemmeno i nomi di Classici e di Romantici, dacchè per se stessi non significhino nulla, e l'accettazione data ai medesimi, noi la trovammo spesso incompleta, confusa e di mala fede, a seconda delle passioni dei faziosi; — ma insomma quelli che reputavano bella unicamente la forma adoperata dai Greci e dai Latini, conobbero alla fine che essi rinnuovano il caso di Merlino il savio. Mago, di cui lo spirito vivo era stato confinato dentro a un sepolcro, egregio invero per materia e per lavoro, — ma tuttavia sepolcro. Per via di una quistione frivola, uomini generosi si trovarono avviluppati con quanto d'immobile o di retrogrado immaginarono i nemici di Dio e della umanità; si vergognarono, e a farli risensare contribuirono potentemente i grandi ingegni moderni. Infinite sono le vie che conducono al bello; immensi i colori di questa iride che si rinnuova perpetuamente: e di vero, perchè non dovrebbe essere così? Il pensiero, eterno pellegrino che si arrischia per i più disperati sentieri, per lande ghiacciate, per ardenti deserti, o come mai non dovrebbe i sandali logorare e le vesti? E poi la fantasia si stancherà piuttosto a immaginare, che la natura di produrre cose nuove; e quindi nuove sensazioni, nuove passioni, nuovi intenti, nuove voglie, e tutto nuovo. E' vi fu un tempo in cui ancora io diceva col predicatore: «Quello che fu sarà, e nulla di nuovo è sotto il sole.» Adesso il minuto che nasce mi sembra diverso da quello che muore; imperciocchè non credo più che cadano aridi e segregati come i grani della sabbia dell'orologio a polvere, ma ogni minuto porti seco tutta la esperienza dei secoli trapassati, e tutta la speranza dei secoli avvenire.

Nonostante, dei convertiti, alcuni non procedono affatto sinceri, e molti si rassomigliano agli antichi cristiani, i quali non sentendosi virtù per incontrare il martirio con atti esterni, acconsentivano ai riti dei pagani, ed agli altari dei Numi presentavano incensi, onde ebbero il nome di turificati. Questi romantici turificati profferiscono parole oblique, giudizi incerti, e quando rendono lode ai sommi nostri contemporanei, lo fanno con un certo mal garbo, ed un non so che di amaro si mescola nella dolcezza della parola, che il biasimo a cui bene intende riescirebbe meno acerbo della lode. Nè questo avviene già per astio, per doppiezza di animo o per bassa voglia, ma sì per l'amore che l'uomo porta alle antiche abitudini, comunque sieno triste e gravose: imperciocchè la nostra natura ci persuada ad affezionarci alle cose in proporzione dei travagli, delle cure e dei dolori che ci costano; onde ben a proposito Byron ci racconta che il prigioniero di Chillon abbandonava il suo carcere con un sospiro...

Ma via, lasciamo i mezzi dell'arte; gli uomini alla fine intenderanno come diverse strade menino a Corinto, e come il bello non siasi esaurito nelle forme greca e latina, e come tutto in cotesta forma non sia bello; quello che grandemente importa si è, che anche intorno agli scopi dell'arte dura penosa discordia. Questa ricerca, più che non si crede, va congiunta con quella della forma; ed io considerandola separata esporrò come alcuni ammantarono la Musa di paludamento sacerdotale, sopra le palpebre le posero lacrime perenni, e su le labbra sospiri, nelle mani un turibolo, e la educarono a salmodiare, e la costrinsero a starsi genuflessa davanti una bara... Povera Musa! Ella sì gioconda e sì cara, assuefatta a increspare in compagnia di Zeffiro la superficie limpidissima dei laghi; ella che trascorreva sopra le rose senza piegarne le cime; ella che sfolgorava seduta sopra un raggio di sole; ella che amava tanto immergersi nel chiarore della luna... — ella col capo piegato su l'omero, le mani incrociate, mormora il _De profundis_, e dice: «Pazienza, pazienza: Dio diede, Dio tolse: sia fatta la volontà del Signore.»

Apollo tonsurato Recita il canto fermo!

Altri fra le chiome della Musa, una volta stillanti ambrosia, intrecciano le serpi di Tisifone, il petto le agitano co' furori delle Eumenidi, le armano il braccio co' flagelli di Nemesi. La Musa fatta Pitonessa si contorce e spuma sotto la forza del Dio che la invade, ed ora piange disperatamente, ora mugghia di sdegno, le divine e le terrene cose maledice, tutte le ceneri rimescola, tutti i sepolcri scoperchia, e giura che in coteste ceneri ha pur da trovarsi una favilla, che in qualche sepoltura le verrà pur fatto d'imbattersi nella sepolta viva, e dove mai la rinvenga non si ricrede per nessun segno di corruzione che la guasti; ma ecco, vedetela, le si accosta smaniosa, e la chiama a nome, e l'accarezza con dolce favella, e la invita a svegliarsi perchè l'ora è tarda, e le sue sorelle, che da gran tempo si posero in cammino, di lungo tratto la precorsero nel fatale sentiero. Quando poi vede tornarle vano il tanto affaticarsi, allora le caccia le mani entro i capelli, e la squassa e la trascina per la polvere, d'infami note la vitupera, la calpesta, la lacera, e vuol che viva, e purchè le possa dire: _Surge et ambula_, la Musa con pronte voglie partecipa l'avvoltoio, e le viscere eternamente divorate di Prometeo.

Uomini incliti per ingegno stanno da quella parte e da questa; ed io non so per quale influsso di stelle maligne, il numero abbondi piuttosto nella prima che nella seconda, e le tenere menti, incerte cui seguitare, si sgomentano. Vedeteli dubbi sopra la lingua, dubbi sopra mezzi dell'arte e sopra i fini dell'arte; nel crocicchio delle diverse vie si consumano a studiare qual sia la buona strada, e intanto perdono il vigore che li rende franchi a percorrerla. Per causa del timore d'incamminarsi male perdono le cause del cammino.

Nel romanzo storico più che altrove s'incontrano discordanti i pareri. Un uomo, dell'amicizia del quale, onoranda Signora, ambedue noi andiamo superbi, e che tenghiamo in parte di fratello maggiore, sia per senno, sia per esperienza e per fama, dissente da noi sopra molti particolari relativi a questa maniera di composizioni. E prima di tutto disapprova la lingua, dacchè la prosa poetica a lui sembra cosa nuova e non bella. Davvero anche a me suona cosiffatta prosa oltre ogni credere fastidiosissima, quando viene adoperata a modo di tumida veste, per cuoprire la povertà dei concetti; e molti mi occorsero di quelli che uguali a Clitarco, ad Ansicrate, ad Egesia, e agli altri presi a dileggio da Dionisio Longino o da Dionigio di Alicarnasso, cui parendo essere invasi da divino ispiramento non danno in furore, ma in baie. Quel tumideggiare è pure la increscevole cosa, e sovente accade che mentre pensano toccare la cima del sublime, altro non fanno che gonfiare le gote, e dovrebbero sapere che Minerva gittava lontano da sè il flauto, vedendo come nel suonarlo le si gonfiassero le gote. Ma qui, come altrove, non bisogna apporre all'arte il vizio dell'uomo. Nel secolo passato i critici avevano bandito la crociata addosso ai versi sciolti in odio del Trissino, il quale non li seppe comporre se non se acquosi e sciapiti, e del Frugoni che li volle fare gonfi e vuoti, e del Cesarotti che li dettò fragorosi e ridondanti; e adesso, poichè Parini e Alfieri e Foscolo impressero loro evidenza, forza, concisione e vaghezza, chi negherà ch'essi costituiscano forma nobilissima di poesia? Io per me volentieri mi unisco a quelli che pensano non essere troppe le pieghe che si danno al bel manto della nostra favella, molto più che parmi breve la distanza che separa il verso sciolto dalla prosa poetica, avendo anche questa il suo ritmo e la sua armonia. E come io non credo punto la prosa poetica forma biasimevole, così penso ancora non essere nuova. Molte prose dell'Alighieri ci compariscono dettate con metafore ardite e tropi e traslati che si addicono alla forma poetica, e le descrizioni che incominciano le giornate del _Decamerone_ io non saprei ben distinguere qual forma si avessero, se con che la poetica per eccellenza. Nè qui cessano gli esempi: e se l'amore di brevità non mi dissuadesse, mi sarebbe agevole addurne altri dei vari secoli o tempi della nostra letteratura. Per le quali cose io pregherei che non si avesse a riprendere la prosa poetica, ma sì coloro che ne fanno tanto aspro governo.

Intorno poi alla sostanza, temono il romanzo storico di trista compagnia alla storia; credono che ne alteri la fisonomia, e paventano che uso com'è a mescere il vero col falso, per amore di una favola vana, non ci faccia smarrire il cammino che conduce alla utile verità: cosicchè la storia, solenne generatrice di politica e di filosofia, si avvezzi a fondare i suoi ragionamenti sopra immaginazioni bugiarde, e quindi trarre conseguenze fallaci, là dove meglio si manifesta la necessità del vero. Questa accusa non mi sembra ragionevole: prima di tutto perchè gli uomini gravi dando opera alla filosofia e alla politica non eserciteranno per certo la intelligenza loro sopra racconti o romanzi; e poi, senza che per me si adoperi quel linguaggio sibillino o piuttosto da _sciarade_, che mettono in uso i nostri critici saccenti per parere profondi, e ragionando così alla casalinga, io domando se i poemi epici e le tragedie e i drammi partoriscano tutti questi malanni? Se sì, io mi taccio, e do vinta la causa; se no, allora neanche il romanzo storico merita tanta accusa. Nè mi si apponga tra il poema epico e il romanzo correre divario grandissimo; imperciocchè questo potrebbe per avventura darsi in quanto alla dignità, ma non in quanto ai mezzi co' quali queste due composizioni vengono condotte. Il romanzo storico come procede nella sua composizione? prende per argomento un fatto pubblico o privato; anima i personaggi che vi partecipano, dà loro moto, affetti, linguaggio, sembianza, e perfino vesti, quali essi ebbero veramente o poterono avere verosimilmente. Oreste, Agamennone, Clitennestra e Medea, io voglio che mi sappiate dire se favellassero, operassero e si trovassero ai casi per lo appunto come gli antichi o i moderni tragedi immaginarono. Chi è che lo sa? Chi lo può sapere? Noi crediamo che cotesti personaggi, di cui ci sono note soltanto le vicende supreme, in cotesto modo ragionassero; noi crediamo i casi esposti che condussero alla catastrofe finale, che noi conosciamo unicamente, in tale o in tale altro modo avvenissero; e quella favella e quei casi noi crediamo in Sofocle, in Eschilo, in Euripide, in Seneca, quantunque in Voltaire, in Alfieri, in Niccolini, in Ventignano noi li troviamo diversi.

Che se il romanziero entra nel regno della storia, come l'asino nei giuochi olimpici, scompigliando ogni cosa, la colpa è dello asino e non dell'arte.

Che se il romanziero si perde in troppo lunghe e fastidiose descrizioni di sembianze, di vesti e di luoghi, anche questo fastidio si attribuisca al poco ingegno dello scrittore e non dell'arte.

Che se il romanziero invece d'immaginare episodii e personaggi, i quali giovino a dimostrare meglio il fatto principale o renderlo più vario, più curioso e più bello, si proponga lo sviluppo di due azioni ugualmente principali, di cui una vera, l'altra fantastica, e divida in due la sua favola e guasti l'arte; — l'arte non ha colpa, e il vizio è dell'uomo.

E per di più vogliano considerare i discreti che al poeta drammatico soccorrono molti uomini e le arti loro, mentre al romanziero tocca a formare i suoi personaggi cavandoseli dal cervello: egli ha da architettare le fabbriche, egli ornare le sale, egli dipingere boschi e cielo e stagioni e fiumi e navi; egli deve dare a bere, mangiare, dormire e vestire a tutte le creature della sua fantasia. Nei poemi epici ad ogni piè sospinto non c'imbattiamo noi in ipotiposi, prosopografie, similitudini, descrizioni e simili? ora dunque perchè siffatte cose saranno colà lodate, e biasimate nel romanzo? Nel romanzo poi s'insinua un altro elemento a renderlo più completo, ed è il buono umore per chi sa esporlo. Questo elemento rigettano da sè sdegnosamente i poemi epici e la tragedia, come idalghi spagnuoli paurosi di contaminare la nobiltà del loro sangue; lo accolgono invece come anima i poemi eroicomici. Il romanzo e i drammi ricevono il buono umore non come forma esclusiva, nè lo rigettano come plebeo, imperciocchè queste due composizioni non aderiscano a forma prefinita, ma si modellino sopra la vita umana. Il romanziero, in certo modo, è panteista: tutto reputa buono e dicevole, purchè sia in natura; e se rincresce, colpa è di quelli che lo adoperano con mal garbo. Egli ritratta gli uomini quali vivono e sentono, e non quali li ha fatti l'arte con certe sue regole statuarie. E se alcuno dicesse: ma a che giova la descrizione del grottesco, del tristo, e dello scellerato? A che giova? giova a farvi conoscere la umanità; giova a farvi conoscere le malattie che la travagliano, onde si possano con opportuni rimedii curarle. E badate bene a quello che io dico: se le lettere devono tornare utili agli uomini, devono ancora coraggiosamente imprendere tutto quanto è capace a partorire un simile effetto, e non ispaventarsi a perdere un poco di lindezza, e trattare ulcere e piaghe; se poi vogliono durare o diventare cose da museo, impagliate e messe in iscaffali, si ostinino a riprodurre una formula consumata. La formula deve sempre contenere le passioni e la sapienza dei tempi; quando i tempi superano i confini, allora conviene dilatarla; — ed oggi le passioni e le smanie del sapere mi paiono immense.

Ma qui mi fermo, perchè mi sento sospingere verso quei nuvoli ragionatori che io tanto aborro, e non mi voglio avviluppare senza filo pei laberinti dei ragionamenti e non ragionamenti, considerazioni e limitazioni, restrizioni, ampliazioni di tutti coloro che io battezzerei per legislatori delle cose di questo mondo e di quell'altro con lo inchiostro in cui tuffano la penna. E poi mi fermo, perchè chi fa orologi deve badare che le lancette segnino l'ora giusta senza arrovellarsi a dire quali e quante ruote egli adopri. Le prefazioni all'opere d'immaginazione mi paiono paracadute, come troppo spesso le opere a cui vanno aggiunte sono palloni volanti. E così parodiando, _servatis servandis_, la risposta di Scipione accusato di peculato, mi fosse concesso esclamare: «Invece di perdere tempo a confutare le oziosità di coloro che si affibbiano la giornea di critici, perchè scrittori non possono nè sanno essere, andiamo a dettare una qualche bella storia o a immaginare un romanzo!»

Ora venendo a ragionare un pocolino di me, ma prestamente, e con quella velocità con la quale toccando a caso un tizzo infuocato ritiriamo la mano, dirò che non reputo cosa giusta avermi _classato_, siccome hanno fatto capo coda, fra i desolatori del genere umano. Prima di tutto il genere umano ha bene altro a pensare che tenere dietro alle mie povere fantasie, nè egli vorrebbe dare del capo nei muri per tanta piccola cosa come sono le mie parole; e finalmente perchè l'accusa mi sembra falsa del tutto.

Quando vogliamo giudicare un libro, giustizia impone che l'esame deva fondarsi sopra il suo insieme, non già sopra una qualche parte staccata; più ancora, nei componimenti drammatici non bisogna credere che le parole poste sopra i labbri di un personaggio contengano la espressione della fede dello scrittore. Questo sarebbe errore a un punto, e ingiustizia. L'anima umana precede più spesso che noi non supponiamo per via di contrasto; e dal vagheggiare che uomo faccia di tristi spettacoli, anzichè trarre la conseguenza di feroce talento, bene spesso si dilunga meno dal vero colui che pensa derivare simile disposizione dalla veemente impressione che gli atti di ferocia o di perfidia fecero sopra un'anima troppo sensibile, e viceversa: così la storia della letteratura ci narra come Bernardino di Saint-Pierre, tanto tenero scrittore, fosse uomo acerbo anzi che no, e Anna Radcliffe e Mathurin, immaginatori di orribili cose, ingegni miti e piacevoli.

Crebillon, quel truce compositore di tragedie, fu tenerissimo alla moglie e la pianse vedovo sconsolato per ben cinquant'anni... Non vi pare ella cosa, più che mortal, quasi divina piangere cinquant'anni la consorte defunta! E tanto abbondò in Crebillon il tesoro di amore, che dopo averlo sparso a piene mani sopra la famiglia, i parenti e gli amici, gliene avanzando pur sempre, lo prodigava ai cani e ai gatti. I cani e gatti in casa del Tragedo furono più numerosi dei personaggi nelle sue tragedie, imperciocchè si narra ch'egli non ne ospitasse mai meno di una ventina; e il dabbene uomo andava a raccoglierli per le vie, nel proprio mantello li avviluppava per ischermirli dal freddo, e con tanta carità li custodiva, che poco più poteva adoperarne San Vincenzo di Paola ai pargoli ridotti a miseria uguale. — Un moderno scrittore di Francia, celebre pei suoi terribili drammi (capaci da fare sconciare le donne incinte), tale fu visto usare amorosa cura verso la sua dama, che venuto espressamente in Italia per fare acquisto d'impressioni, giunto a Pisa, dichiarò non potere andare più avanti, i fati costringerlo a tornarsene in Francia, perchè la sua Signora più che non potesse sopportare si trovava molestata dalle zanzare! — E questo fatto io lo assicuro per vero, perchè lo so di certo; e lo so di certo, perchè me lo diceva quel molto terribile compositore di drammi; — e tanto basti.

Io ho creduto e credo che la Provvidenza abbia stabilito che l'uomo non deva essere mai lieto per delitto, e che nè senno, nè prestanza, nè splendore di trono, nè santità di scopo varranno a rendere accetto il colpevole a Dio. La fatalità gli si avvinghia alla vita come i serpenti di Laocoonte: ogni cosa ch'ei tocchi si appassisce; ogni fortuna che a lui si aggiunge precipita; ogni esistenza rovina. L'offerta di Caino, si componga pure delle più pingui spighe del campo, sarà maledetta: — e questo mio concetto io manifestava scrivendo la _Battaglia di Benevento_.

A me parve che i popoli, i quali fecero getto della propria virtù, meritino i flagelli di cui la Provvidenza li percuote; ma che non sia sotto simile pretesto concesso al cittadino fuggire travaglio in benefizio del suo paese; e che se adoperarsi per la patria quando sorge grande e avventurosa, frutta gloria, la carità dei suoi, condotti in fondo della miseria, sia degna di venerazione e tanto più luminosa; aspetta questi incliti spiriti una corona nei cieli quanto più loro mancava ogni premio terreno: — e questo mio concetto manifestava scrivendo l'_Assedio di Firenze._

E trapassando alle domestiche storie, i talami macchiati repugnante il coniuge, e con infamia maggiore lui consenziente, funestissimo seme di fatti sovversivi l'umano consorzio; e mi studiai con intento più efficace di quello che persuade Tantalo nell'_Eneide_ ad ammonire i dannati ad esclamare a mia posta: _Discite justitiam moniti_.... — E questo concetto io manifestava scrivendo la _Veronica Cybo_ e la _Isabella Orsini_.

Altre più cose credo non disperanti ma severe, e così Dio mi assentisse il senno come mi dava il cuore di manifestarle, strappando dalla piaga le bende che vi fasciarono attorno la ipocrisia e la viltà, senza curarmi delle strida del dolore o delle imprecazioni dei malvagi, affinchè gli uomini imparassero a medicare, non a dissimulare le piaghe.

Ma ormai fia a me più bello cessare che proseguire. Il tema è lungo, nè i tempi corrono propizi ai Geremia. Ella, rispettabile Signora, di spirito mansueta e di ogni soave consiglio sostenitrice tenerissima, non partecipa interi i miei sentimenti: io lo so, nè me ne adonto. Sia dubbio od ossequio, io assai propendo a rispettare le convinzioni altrui. Tristano Shandy, racconta Lorenzo Sterne, non volle uccidere neppure la mosca che lo infastidiva, ma, chiusa la finestra, la cacciò via dicendo: «Va, creatura, il mondo è largo assai per bastare a noi due senza darci molestia.» — Pensi un po' V.S. con quanto maggiore obbligo noi dobbiamo comportarci egualmente per le opinioni degli uomini che non occupano spazio, e si spandono per un mondo senza confine.

Ma se per avventura io non posso sperare la sua adesione intera ai miei sentimenti, io, mercè sua, confido che mi vorrà conservare intera la sua benevolenza.

DISCORSO TERZO.

FRAMMENTO AL CAPITOLO X della CONTINUAZIONE AI DISCORSI SULLE DECHE DI TITO LIVIO.

Et olim meminisse iuvabit. ÆNEID.

..... Talleyrand, che morì principe di Benevento, uomo non punto volgare, ma levato certamente a cielo assai più che per avventura non comportavano li meriti suoi, soleva dire: in politica occorrere fatti molto peggiori dei tristi, ed essere gli stolti. — Io per me credo lo stolto in politica essere il tristo, e viceversa, e di questo ogni uomo si renderà di leggieri persuaso, quante volte cercando per le storie conosca, come la gagliarda politica non possa andare disgiunta mai nel governo dei popoli dalla sana morale.

E dove la rettitudine avesse a fruttare danni ai Governi che la praticano, e la fraude vantaggi, questa sarebbe la maledizione più dura che mai si fosse aggravata sopra il genere umano. Potremmo allora smentire apertamente la parola sacra, che ci assicura del patto di alleanza eterno tra il cielo e la terra!

Ma come piace a Dio, procede assai diversa la cosa: chi dicesse la morale e la politica starsene insieme unite come due sorelle di amore, direbbe poco; imperciocchè le si abbiano a considerare a modo di due elementi necessari a comporre una medesima sostanza. E quel divino spirito di Focione annunziava una verità, che il Creatore stesso avrebbe potuto rivelare, allorquando persuadeva a Nicocle ateniese, morale e politica essere una medesima cosa nel mondo.[23]

Non pertanto, meditando attorno l'epoche diverse della vita dei popoli, qualche volta non apparisce vera del tutto la proposizione esposta qui sopra.

Poichè la vita dei popoli, come quella degli uomini, conosce la infanzia e la decrepitezza e la infermità, così avviene talora, che lo Stato abbisogni di partiti estremi, i quali non formano il suo modo naturale di esistenza; in quella guisa medesima che il medicamento non compone il cibo dell'uomo. Legge suprema degli Stati è vivere. _Si fas est rumpere leges_, in questo caso lice. Senza colpa si varca il Rubicone. Misericordia e giustizia assolvono il fatto, quale e' si sia, che preserva la patria dagli estremi destini.

Dunque nella vita dei popoli occorrono giorni nei quali può stare velato il venerando simulacro della virtù; altri nei quali torna pericolosamente dubbioso o rammentarla troppo, o troppo dimenticarla, altri (e questi sono i gloriosi) in cui qualunque via che torca dal retto cammino conduce a sicurissimo esizio.

La esordiente società romana abbisognava di nozze; non le concedendo i vicini, i Romani rapiscono le donne. In cotesti tempi i patti paiono insidie, e sono. La figlia di Tarpeio domanda in premio della rocca tradita quello che usano i Sabini intorno al braccio sinistro: essi invece di monili precipitano sopra la sciagurata gli scudi, e la uccidono.[24] Allora gli Ardeati e gli Aricini compromettono nei Romani la lite di un campo, e i Romani giudici, per sentenza usurpano il campo. Gli uomini consolari vanno indarno esclamando: «troppo maggiore essere la ingiuria alla buona rinomanza e alla fede, che il beneficio del campo usurpato. Che cosa mai riferirebbero a casa i legati? Quali parole andranno essi spargendo? Questo gli alleati udiranno, questo i nemici, e con quanta inestimabile amarezza i primi, con quanto grande esultanza i secondi?»[25] Voci perdute! Il bisogno, _persuasore orribile di mali_, preme più urgente assai che il desiderio della bella fama, e Scaprio, uomo plebeo, promotore della rapina, prevale. Ai costumi rispondono le leggi. Il disposto delle dodici tavole, secondo quanto Cicerone referisce, piuttostochè reprimere, favoriva le fraudi.[26]